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Due giorni sulla frontiera

Venerdì 20 dicembre, ore 21

Palazzo Spinola-Gentile, Piazza dei dolori, Sanremo

proiezione documentario

E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina

Sabato 21 dicembre, ore 17

Villa Boselli, via Boselli 1, Arma di Taggia

presentazione libro Nel tempo dei lupi di Giacomo Revelli

 

Venerdì 20 e, sabato 21 dicembre 2013, due appuntamenti dedicati ai nostri confini: reali o figurati, storici, geografici o culturali, ma anche quelli tra uomo e natura, tra istinto e ragione.
Due giorni sulla frontiera, così si è voluto chiamarli per parlare di due opere, un film e un libro, che, in modi diversi ma riconducibili, trattano lo stesso argomento.

Venerdì 20 dicembre, a Sanremo, a Palazzo Spinola-Gentile, nel ciclo Sanremo ricorda Italo Calvino a 90 anni dalla nascita, si terrà la proiezione del documentario E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina, prodotto da Airelles Vidéo.

Il giorno seguente Giacomo Revelli presenterà ad Arma di Taggia, a Villa Boselli, il suo ultimo libro Nel tempo dei lupi, edito da Pentagora.

Perché presentare congiuntamente questi due eventi culturali?

Innanzitutto, il documentario di Farina e il romanzo di Revelli  hanno come sfondo la Valle Argentina. in particolar modo Realdo.  Entrambi, poi, documentario e film, raccontano storie di confine.

 E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina, s’ispira ad una citazione tratta da Il sentiero dei nidi di ragno dell’Italo Calvino partigiano sulle Alpi Liguri: “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dellanima e ci si trova dall’altra parte …”.

Il film rivolge lo sguardo dal presente alle frontiere della Storia, del passato: Resistenza o fascismo, Italia o Francia per il piccolo comune di Briga. Due sorelle divise dalla Guerra alle prese con la difficile scelta dei loro genitori.

In Nel tempo dei lupi di Giacomo Revelli, il confine invece è meno tangibile, ma altrettanto sensibile: la modernità delle tecnologie più avanzate e l’apparente immobilità del mondo pastorale, un giovane del nostro tempo che deve montare un’antenna e un vecchio pastore di un altro tempo che difende il suo gregge da un lupo, la deriva della ragione e la sapienza dell’istinto. Il romanzo guarda il presente nel tempo attuale, ed apre domande le cui risposte si trovano, in ogni caso, già dietro di noi.

Documentario e romanzo partono da una stessa geografia per parlarci di ciò che l’umanità affronta dall’alba dei tempi: la Storia, “uno scandalo che dura da più di diecimila anni”, scriveva Elsa Morante e il rumore di fondo delle onde elettromagnetiche dei nostri smartphones o il silenzio della montagna dove i lupi ritrovano lo spazio che gli esseri umani hanno ormai quasi abbandonato.

E ci si trova dall’altra parte e Nel tempo dei lupi ci invitano ad ascoltare e ad ascoltarci. Ci parlano dell’importanza di oltrepassare la frontiera, per ritrovarci nello sguardo dell’altro, perché la Storia, ovunque essa vada e ci porti, non ci trovi impreparati.

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Un mare di colori

Per chi lo conosceva, non era un mistero: Claudio dipingeva benissimo. Il pennello era per lui ferro del mestiere sui cantieri di Villefranche e Montecarlo ma anche una parte della sua anima, una delle tante protesi con cui affrontava il mondo. Claudio Mingherlino, scomparso la notte di Capodanno in un incidente stradale, per vivere faceva l’imbianchino, ma in realtà era un ottimo pittore. I suoi dipinti saranno in mostra venerdi 20, sabato 21 e domenica 22 luglio 2012 a Ventimiglia Alta, nel Chiostro del Convento delle Suore dell’Orto (vicino Piazza della Cattedrale).

Non è stato facile raccogliere tutte le sue tavole. Claudio le regalava un po’ a tutti. C’è voluta la caparbietà di suo fratello Luigi e il contributo di tanti per fare una mostra. Eppure non bastano per raccontare tutto ciò che era, tutti i suoi eteronimi, le sue contraddizioni: perchè oltre che imbianchino- pittore, era anche un frontaliere senza confini. Il suo soggetto preferito era il mare. Ritratti del mare della Liguria, gozzi eoliani tirati in secca, borghi liguri crepuscolari e vedute delle Calandre e degli Scoglietti, di prima che iniziassero i lavori per il Porticciuolo. Claudio aveva capito quello scempio e gli era fieramente avverso. Fece parte del comitato che vi si oppose e conservare quell’ambiente con la pittura era il suo modo di combatterlo: civile e intelligente.

Amava la musica, progettava una trasmissione notturna alla radio, di quelle che deve proprio piacerti per ascoltarla, sottraendo un po’ di tempo al sonno. Era alla continua ricerca del riff, dell’assolo giusto per il momento. Sapeva farlo in modo critico e creativo. Per mentelocale aveva scritto questo bellissimo pezzo sul 40° anniversario di Sgt Peppers Lonely Hearts Club Band, dei Beatles, situando le canzoni nel Ponente Ligure.

Era uno sportivo straordinario. Conservava nella memoria i triathlon a cui partecipava come poemi epici in cui ognuno era un eroe. C’era sempre un Ettore, un Odisseo, una salita ciclopica da affrontare. Conosceva il tallone di ogni Achille e sapeva come affrontarlo.

Era un passeur metafisico. Taciturno come Biamonti e psichedelico come De Chirico. E, da vero passeur, conosceva tutti i sentieri che oltrepassavano la frontiera.
A volte gli telefonavi: Dove sei Kla, ce ne andiamo un po’ al mare?, No, mah, sono a Gouta, sul sentiero per Testa d’Alpe, Ma da solo? E’ un posto da lupi!, Sì, rispondeva, Ma giù in spiaggia è pieno di sciacalli. Oppure era da qualche parte tra Bevera e il Roja; gli piaceva in particolare il Rio Bendola, perchè quell’acqua nasce in Italia, sul Grai, poi passa la frontiera e diventa francese. Come lui.

Fuggiva da qualcosa. Come tutti. Si allenava, aveva imparato dove scattare e lasciare indietro quell’avversario maledetto. A volte la distanza tra loro era pochissima; ma proprio quando l’uomo nero stava per prenderlo, ogni volta Kla trovava come scappare. Con la pittura, la musica, lo sport. O alle Calandre: l’arrivo della sabbia era un’appuntamento irrinunciabile. Verso le 17 si guardava intorno, faceva le squadre con un talento da player manager. Sfide quattro contro quattro che finivano ai supplementari, ai rigori, anche se il giorno dopo c’era il triathlon a Beaulieu.

Era il Bardamu del Viaggio al termine della notte, il compagno più fedele di Odisseo, il Murinho de noantri, il Chisciotte di Roverino. L’emigrante du rie cun i cioi in ‘nt’i euggi di Creuza de ma.

Oggi, sono in tanti a chiedersi dove sia adesso. Di più, forse, crediamo che non se ne sia mai andato. With a little help from my friends. Wish you were here Claudio.

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Tenco, sorprese e timori

Larghi vuoti in platea, palco ridotto all’osso, senso vago di spaesamento: lo spettatore, entrato nell’Ariston per assistere alla prima serata del Premio Tenco, com’è abituato a fare ormai da 35 edizioni, può aver pensato di aver sbagliato giorno, di essere arrivato durante l’allestimento della sala. Invece no: quella saracinesca che dà su via Roma, quelle vetrate, le porte con i maniglioni antipanico, i tubi antincendio, sono la scenografia del Premio Tenco 2011.
La cura dimagrante imposta alla manifestazione un po’ da tutti, Regione Liguria, comune di Sanremo (contributi ridotti al lumicino), Rai etc., ha funzionato fin troppo e della rassegna sanremese dopo anni di glorie non rimane che la passione di chi si ostina a metterla su. Anzi, a volte neppure quella, come dimostrano le polemiche durante la conferenza stampa di giovedì, tra il Club Tenco e la famiglia del cantautore.
A Sanremo si respira un’aria da canto del cigno, da fine di un’epoca. Ma forse non è un problema solo del Tenco: fuori, in piazza Colombo, alcuni giovani giocano a darsi sberloni e indovinare chi, un divertimento da Soliti idioti. Stanno cambiando i tempi.

Accettata però la scenografia, minimal e un po’ Blade Runner, giovedì 10 la prima serata comincia bene: Vittorio De Scalzi canta un inedito di Fabrizio De Andrè che fa sobbalzare le poche poltrone occupate. Bella la storia: Faber l’avrebbe trascritto su un tovagliolo dopo un concerto a Vienna per Pepi Morgia, scomparso recentemente, che lo aveva affidato a De Scalzi per musicarlo. Si intitola “Le onde del sonno”: ora il cantautore genovese lo inserirà nel suo prossimo album.

Inizio con il botto, dunque, un vero scoop, poco importa allora la povera scenografia e il fatto che forse con i tagli ci s’è fatti prendere la mano: niente canzone di Tenco come incipit, come recitava una antica consuetudine.
Dopo un piatto così forte, però, da Marco Parente ci si aspettava di più. Ma forse la colpa è anche dei problemi tecnici che hanno funestato la sua esibizione.
Virata jazz invece con il duo Lotatòla (Serena Ganci e Simona Norato) e l’ensemble barese Fabularasa.
Segue un commovente Vinicio Capossela che ricorda Enzo del Re, grande cantastorie di Lavorare con lentezza, scomparso a giugno.

Venerdì 11 si comincia con Alberto Patrucco, comico da Zelig, che intrattiene il pubblico con qualche battuta (“In Italia siamo passati da Tremonti a Monti e già si preparano Collina e Piano”) e poi canta in italiano l’omaggio a Brassens, La ballade des cimetières.
Il siciliano Cesare Basile, cantando un testo di Ignazio Buttitta e Rosa Balistreri, ci ricorda che Rosa Balistreri fu la prima donna esclusa dal Festival di Sanremo nel 1973.

Beppe Voltarelli, attore, cantante, intrattiene il pubblico nei cambi di palco mentre arriva Iosonouncane la cui “macarena su Roma” è piaciuta tanto al Club Tenco, sempre alla ricerca di nuove esperienze acustiche, da portarla a Sanremo.
La sua musica è uno spezzatino sonoro, un blob acustico di campionamenti mescolati a musica, assieme a Iosonouncane si riconoscono le voci di Giletti, Milly Carlucci. Una scelta coraggiosa e davvero post-modern, che si adatta benissimo alla scenografia.

Carrie Rodriguez invece arriva con il suo violino e una minigonna molto espressiva. Canta una canzone sull’alluvione dell’uragano Katrina e una su un bambino che attraversa il ponte di Brooklyn in bicicletta.
La “musica componibile” dei Mariposa è invece fatta di molti musicisti provenienti da molte parti d’Italia, Veneto, Emilia, Sicilia. Bella la loro interpretazione di “Prete in automobile” di Tenco.

Roberta Alloisio canta con Armando Corsi e riceve la Targa Tenco come miglior interprete per il suo album “Janua” dedicato a Genova.

Il finale è tutto di Edoardo Bennato con il suo rock napoletano e civile de “Il Paese dei Balocchi”, dedicato al problema degli immigrati clandestini, o di una canzone per una bimba che sta nascendo nell’angolo più povero del mondo, o della Napoli “sporca, avvelenata, incivile e affottata. Ma è la mia città”.

Domani terza e ultima serata. Questa volta ci si aspetta il pienone per Ligabue.

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Neopeplum

Nel primo film, Ursus, marcantonio della stirpe dei Marcomanni, è una specie di Rambo che torna dalla guerra e trova che il perfidone di turno gli ha fatto secco il padre e rapito la fidanzata.

Nel secondo Ursus è un emulo di tarzan, solo che cresce tra i leoni invece che tra i primati e alla fine le suona di santa ragione al malvagio Ajax che ha ucciso suo padre (è il secondo, sì, ma ai tempi non c’era ancora l’Anagrafe) usurpandone il trono e minacciato il suo amore con la bella Ania, comprata da un mercante di schiave in cambio del proprio prezioso medaglione.

Poi c’è la vendetta di Ursus, ambientato nella lontana Licia e Ursus gladiatore ribelle, che lo vede entrare nel correntone di Spartaco in Senato. Infine “Ercole, Sansone, Maciste e Ursus gli invincibili”, greatest hits, pout pourry, macedonia di bigodini, quadricipiti, tette e colonne doriche, forse il più kitch e moderno della serie, che infatti ebbe un grande successo oltreoceano dove in queste cose sono sempre stati avanti.

Adesso che gli animi sono maturi, che siamo di nuovo alle prese con usurpatori, imperatori e mercanti di schiave, non potevano che tornare di moda i grandi vecchi peplum degli anni ’60. Con qualche modifica in più, naturalmente, qualche ritocco, non solo chirurgico ovviamente, ma anche tecnologico, siamo nel 2010. O no?

Dunque Ursus, marcantonio dei Marcomanni, dopo anni di oblio si ripresenta in TV invece che al cinema. Nel frattempo ha cambiato sesso: ora non è più un marcantonio dei Marcomanni, assomiglia più alle principesse che una volta teneva sotto l’ascella. Ha un prosperoso decolleté, i capelli con la piega, abitini di Armani o Chanel, scarpe rigorosamente con il tacco, un sorriso a trentasette denti. Ha cambiato anche nome, ora si chiama D’Ursus, in arte Barbara.

Siede su una poltroncina e da lì, piuttosto che dai lidi della Licia o dagli scranni del Senato, sfida i suoi nemici.
Le cronache narrano già imprese leggendarie:
– D’Ursus contro Corona: di quando il re dei paparazzi minacciò di invadere l’impero con fotografie delle veline senza trucco
– D’Ursus e la vendetta di Sgarbi: di quando il dio Sgarbi, l’onnipresente, s’è adirato contro D’Ursus perchè non dice a tutti che è un trans
– D’Ursus e la luna bussò: di quando il tempio del gossip tremò alle urla della perfida Bertè.

E siccome D’Ursus sembra frequentare assiduamente il granducato di Sciaboletta, non poteva mancare di organizzare una bella puntata-macedonia con i due eroi locali, per declamare coram populo le loro imprese. Paolo Strescino e Maurizio Zoccarato, ducaconti di Imperia e Sanremo sono stati chiamati al salotto di D’Ursus per parlare di ciò che li ha resi famosi: il primo
s’invita a casa della gente (però sottolinea, porta 2 bottiglie di vino), il secondo ha vietato di sedersi in piazza (e, sottolinea, per non confondere la democrazia con l’anarchia, ha fatto togliere le panchine). Il tutto condito con l’applauso della claque, che solo in Italia continua a funzionare come aggregatore di consenso: solo noi viviamo ancora come nella più terribile delle situation comedy.

I nostri non erano soli: assieme a loro c’erano altri eroi, responsabili di imprese memorabili come diffondere simulacri cartonati di sè stessi in giro per spaventare i clandestini e quell’altro che ha messo su un ufficio di collocamento per i non più viventi, o quello che spazza le strade se lo spazzino ha il raffreddore.

Era dura, ma i nostri non hano sfigurato: entrambi si sono distinti per brillantezza, ironia, creatività. Soprattutto Zoccarato che ha sbaragliato tutti quando ha ipotizzato l’applicazione della teoria dei respingimenti per i camperisti: li mettiamo tutti su una bella chiatta diretta ad Ajaccio!

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La febbre dell’oro

(Il titolo è provvisorio).
Sceneggiatura per un cortometraggio da realizzare durante la raccolta delle olive.

Personaggi:

Figlio grande: Giacomo
Figlio piccolo: Franco
Anziano olivicoltore: Vincenzo
sua moglie: Anna
Ragazzo: Nicola
Ragazza: Helene
Nonna: Giulia

Scena 1:

Taggia. Via Mameli. Palazzo Girasole. Esterno mattina.
Due (anziani) olivicoltori si preparano a raccogliere le olive.
Caricano la macchina con gli attrezzi. L’uomo è un po’ scorbutico e discute con la moglie in dialetto. Lei insiste perchè lui ci provi ancora una volta. Alla fine lo convince.

L’uomo ritorna nel palazzo, entra in casa. Va nella stanza dei due figli che dormono. Accende la luce. Li invita ad alzarsi e prepararsi per andare a raccogliere le olive. Entrambi mugugnano. Uno si volta dall’altra parte. L’altro mostra il termometro.

Deluso, l’uomo si avvia verso l’auto. Guarda la moglie. Scuote la testa. Partono.

Scena 2:
Lungargine Argentina. Muro del campo sportivo di Taggia
Due ragazzi aspettano a bordo strada. Chiedono un passaggio con l’autostop.
Quando l’uomo li vede, frena. La moglie non è daccordo, ma lui fa marcia indietro e li carica. Vogliono andare a Sanremo. Lui è curdo. Lei albanese. L’uomo li porta invece in campagna. Gli mostra le olive e poi dei soldi. I due capiscono e accettano.

Scena 3:

Taggia, Regione Licheo, poco dopo il ponte A 10.
Finalmente le olive vengono battute e raccolte. La donna è contenta. Offre una caramella alla giovane immigrata. L’uomo invece è sospettoso e guarda in tralice.

Scena 4:
Regione Licheo. Fasce d’olive più alte.
Battendo le olive in una delle fasce più alte, la ragazza trova un anello preziosissimo. Lo mostra al ragazzo che stabuzza gli occhi. I due insistono: battono e continuano a cadere anelli, perle, a volte anche denaro.

Scena 5:

La donna li scopre. Chiama il marito. Ma lui crede al miracolo. Prende per il bavero il ragazzo credendolo un ladro. Sono la ragazza e la donna convincerlo che i preziosi non sono refurtiva ma cadono dall’ulivo. Una volta convinti i quatro gioiscono insieme.

Il corto potrebbe anche finire qui. Oppure continuare con queste scene:

Scena 6:
La nonna prende il telefono e chiama i nipoti poltroni. Li sveglia e li costringe ad andare ad aiutare i genitori.
Pigramente, i due si avviano in Vespa. Pigramente salgono la rampa di regione Licheo.
Chiamano, chiamano, ma non risponde nessuno. Poi vedono i genitori nelle fasce più alte. Li raggiungono e vedono che stanno raccogliendo i soldi che cadono dagli alberi.
Si mettono a battere anche loro. Ma ad ogni colpo che danno cadono rifiuti: una lattina schiacciata, una bottiglia di plastica, una buccia di banana.

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Compito in classe

Se potessi, oggi stesso, adesso, zainetto Invicta pasticciato in spalla (ci avevo scritto Forza Toro), Stan Smith ai piedi, walkman con la cassetta dei Nirvana, jeans Uniform o Levi’s (ma a quei tempi ero un secchione, ascoltavo Concato e mia madre mi vestiva dal Calibro 9) ci andrei eccome, ci tornerei al Liceo Saccheri di Sanremo (ora Cassini), III D, l’aula al secondo piano, la seconda nel corridoio a sinistra, quella con la porta-finestra e l’accesso al terrazzo, ma ditemi voi come si fa a studiare le redox, a seguire il prof che legge del cavolo di Perpetua, a risolvere le equazioni di secondo grado con un panorama così davanti, con quella luce azzurra che picchia dalla prima all’ultima ora, con le scaglie di mare che filtrano dai due enormi ficus macrophilla di villa Zirio e dalle palme del Bellevue e che a settembre ancora ti urlano negli occhi come le sirene di Ulisse, con il gabbiano che passa come l’uccello lira di Prévert, a ricordarti che lui può e tu, invece, miseramente, no.

E come facevi a chiamare filosofia la prima ora, quei 60 minuti in compagnia di una che trovava gentilmente la serratura nella testa di ognuno di noi e ci infilava Anassimandro come Rousseau, Eraclito come Voltaire, Sant’Agostino come i paradossi di Zenone, con quelle tartarughe che se ne fottevano di Achille che le rincorreva, come fai a chiamare prof di chimica uno alunno dentro (lo era ancora, infatti, la prof di Filosofia dell’ora prima era stata anche la sua insegnante), con un’aspetto più da Mac Gyver che da Mendeleev, capace, lo stesso giorno, di spiegarti le proprietà del potassio e le regole del calcio  (ma quello d’angolo, giocavamo a pallone assieme), come fai poi a chiamare insegnante di matematica uno che entra in classe e comincia a spiegarti i diagrammi di Eulero-Venn e poi, visto che avanza tempo, anche la curva di Gauss e l’algebra booleana, il tutto come in un vecchio film muto accelerato a 16 fotogrammi al secondo, dimodochè l’unico insieme che ti rimane in testa a fine lezione è l’intersezione di tutti i tipi d’emicrania possibili; come fai a chiamare lezione di italiano una sfilettatura completa del capolavoro del Manzoni, dal Fermo e Lucia agli Sposi promessi, decantato a gran voce con plauso obbligatorio allorchè s’incontri la famosa “ironia manzoniana” (che sfiga, l’anno dopo ci fu una supplentina così giovane e bella, io timido le scrissi una poesia d’amore dentro un compito in classe sulla Gerusalemme Liberata e lei pure la gradì, ma teneva il fidanzato a Saluzzo); come fai a chiamare ora di inglese una signora pel di carota che pronuncia Chicago “Saicogo”, Arthur “Ardar” e, data l’età, aveva probabilmente avuto un flirt con Chaucer in persona; come fai a chiamare banalmente “educazione fisica” l’attesissima eterna sfida con la III A alle Carmelitane (sì, al posto di quell’obbrobbrio di stazione, a Sanremo, c’era una volta il tempio del soccer locale), come fai a chiamare Storia dell’Arte una prof che non sapeva dirti perchè sui fregi del Partenone i greci ce l’avevano così piccolo?

Quante cose la mia scuola non mi ha mai insegnato. Ma quante altre ho imparato. E, ancora oggi, quando passo di lì, mi viene voglia di entrare, dovessi pure soffrire nuovamente le rappresaglie delle interrogazioni a tappeto, i minuti di piombo del dito che corre sul registro, la terribile eau de toilette della prof di latino che infestava come un nervino le legioni del De bello Gallico.
Che lo so, allora magari l’odiavo, ma oggi, se ci andassi – per tornare a Prevert – vedrei ancora i muri della mia classe che, “tranquillamente, crollano”.

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La memoria disarmata

La foto è di quelle di una volta, in bianco e nero, senza molta focale e un po’ sovraesposta. Il soggetto sono quattro giovani pettinati all’antica, con la gelatina e i capelli all’indietro. Sono intenti a lavorare su una carta stesa su un tavolo.
Ma chi sono, cosa stanno facendo?
Una partita di briscola? Un ramino d’epoca?

Tutto è più chiaro quando si considera la cornice: “Dobbiamo dare l’esempio di una Italia rinata e sana”. Aldo Gastaldi, Bisagno. Regione Liguria. 25 aprile 2009.
E’ il manifesto ufficiale di Regione Liguria per celebrare il 64° anniversario della Liberazione.

Ah, ora capisco. Quelli sono partigiani che stanno studiando un’azione. La carta sul tavolo è una cartina. La sensazione di stranezza però resta. E’ così lontana quell’immagine da quelle tradizionali della Resistenza: camionette con ragazzi festanti che entrano in città, uomini armati in posa all’ubago dei boschi.
Infatti, manca qualcosa. Se ne sono accorti quelli de Il Giornale di Genova, che, una volta tanto, hanno fatto un buon servigio ad una causa, quella Resistenza, di solito proprietà privata della propaganda rossa. Hanno confrontato il manifesto della Regione con la fotografia originale. E si sono accorti che in tutto quel bianco della cartina, a poca distanza dalla matita di uno dei partigiani, c’era una pistola. Dietro la mano di uno di loro, invece, ci doveva essere la pigna di una bomba a mano.

La Regione, subito attaccata, ha giustificato la cosa attribuendola ad una ingenuità dei collaboratori. Su Il Secolo XIX è stato pubblicato tutto il seguito con tanto di confronto delle due immagini in stile Settimana Enigmistica.

La vicenda è un segno dei tempi. E ci illumina anche sui rischi che stiamo correndo.
Ora, per quanto fossero buoni i propositi dei taroccatori – in ogni altro caso sarebbe fuorviante, oggi, mettere in primo piano una pistola e una bomba a mano e, subito sotto, parlare di Italia rinata e sana – occorre a questo punto fare un discorso sul valore della storia, anzi della Storia.

Il fatto di essere intervenuti a modificare in qualche modo una immagine d’epoca, conservata in un archivio istituzionalizzato insieme a migliaia di altre, li pone sullo stesso piano dei revisionisti del nazismo e dell’olocausto.
Il fatto storico, in questo caso, passa in secondo piano. Ciò che accadde conta meno del rispetto per ciò che è accaduto. Parafrasando Gassmann, abbiamo un grande futuro alle nostre spalle. Ma se passa quest’idea che possiamo fare della storia e del suo patrimonio ciò che vogliamo perderemo ogni contatto con ciò che siamo e ciò che saremo. Vedendo quella foto, un giorno qualcuno potrebbe dire che quei ragazzi stavano davvero giocando a briscola o a ramino. Tuttalpiù a Risiko.

Oggi che i sistemi di manipolazione delle immagini sono potentissimi: chi ha mai minimamente usato photoshop se n’è reso conto. Ma, se si possono cancellare le rughe o ritoccare la cellulite sui calendari delle veline, non si possono eliminare le armi nelle foto dei Partigiani di una volta. Perchè, di questo passo, metteremo un abat-jour dietro le spalle di Aldo Moro prigioniero, correggeremo l’orologio spaccato della Stazione di Bologna, trasformeremo cioè tutta la nostra storia in un “Trova le differenze” della Settimana Enigmistica.
In ogni caso, buon 25 aprile a tutti.

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