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Anniversario scomparsa Italo Calvino

Mi unisco anch’io ai post sull’anniversario della scomparsa di Italo Calvino.

Il giorno dopo, però, perché me ne ero dimenticato e ora corro ai ripari, come si fa per un parente, uno zio, di cui hai dimenticato l’anniversario. (Menomale ora c’è Facebook).

Caro zio Italo, in tanti anni che non ci sei, sono cambiate molte cose.

A ponente ci sono molti meno alberi, un po’ bruciano un po’ li tagliano: a Sanremo hanno tagliato pure i pini sul porto, non saprei dove potresti saltare di ramo in ramo per scendere al mare dalla Madonna della Costa.

La floricoltura, ahinoi, non se la passa granché bene: delle serre che tuo padre guardava orgoglioso non rimarrà presto soltanto l’effetto che ne porta il nome.

La speculazione edilizia, quella, invece, fiorisce rigogliosa e spinosa come i bougainville, tanto più ora che aspettiamo la manna del Recovery Fund (per spiegarti, hai presente il piano Marshall?)

La Resistenza? Qualcuno ne parla ancora, ma da troppo dura questa gran bonaccia, altro che le Antille, e quelli là già stanno tornando: speriamo di non dover andare a cercare di nuovo tra i nidi di ragno per uscirne fuori.

Più di tutto, oggi, ci manca un po’ di leggerezza. E speriamo che questa notte d’inverno passi in fretta…

E poi c’è questa cosa che rende le città invivibili più che invisibili, un virus per cui non bastano mascherine o distanze sociali: l’egotismo esasperato, il nascisismo col fiato corto, l’individualismo pret-à-porter, per cui si vive dimezzati tra una vita insipida e l’armatura vuota che ci costruiamo online per cercare qualche secondo di celebrità sui social.

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Soggiorno a Zeewijk

“I liguri sono di due categorie: – scriveva Italo Calvino (un altro che scriveva di Liguria con la scrivania lontana da Parigi) – quelli attaccati ai propri luoghi come patelle allo scoglio che non riusciresti mai a spostarli; e quelli che per casa hanno il mondo e dovunque siano si trovano come a casa loro. Ma anche i secondi, e io sono dei secondi… tornano regolarmente a casa, restano attaccati al loro paese non meno dei primi”. Lo scritto è del 1962, ma validissimo tuttora.

Soggiorno a Zeewijk, di Marino Magliani, Amos editore, è una bella prova di come si possa scrivere di Liguria da una scrivania lontana da Imperia.
Marino Magliani, è di Dolcedo, ma fa il traduttore e vive in Olanda, a Ijmuiden, vicino Amsterdam, nel quartiere di Zeewijk. E’ un ligure del secondo tipo, uno di quelli che per casa hanno il mondo (ha vissuto a lungo in Spagna) ma torna, “quando gli viene in mente”, in provincia di Imperia. E’ un esule, come lui stesso si definisce, non per motivi politici, culturali o religiosi, ma perché la vita lo ha portato via dai luoghi in cui è nato: gli effetti sono gli stessi, quelli dell’esilio. E lontano dalla propria terra, il filo, il cordone, che lo collega alla terra madre comincia a dolere, diviene un cilicio con cui patisce la malinconia.
E questo sentimento, questa “atra bile” della lontananza, porta marino magliani (scritto minuscolo come lo si trova nel romanzo e chissà quanto corrispondente al Marino Magliani autore) a ricercare analogie e differenze tra Zeewijk, il luogo che lo ospita oggi e Prelà, l’entroterra di Dolcedo, in cui è cresciuto, completando con tratto espressionista il quadro di questi luoghi. Ma è il ritratto di un paesaggio.

Sono più le differenze, è ovvio: pur essendo entrambe zone di mare, uno è il Mar Ligure, l’altro il Mare del Nord. L’analogia più sorprendente arriva a marino per caso. A Zeewijk le strade hanno tutte nomi di stelle e costellazioni: fu un’idea del padre di Piet van Bert, suo amico e compagno di ânerie. Un giorno marino magliani s’accorge che la cartina di Zeewijk è incredibilmente simile a quella del Ponente Ligure. Addirittura, sovrapponendola, ne combacerebbero i contorni. Che strano destino quello dell’autore/protagonista: andare via, lasciare la propria terra e portarsela dietro, come non staccarsene mai. Di più: Marino Magliani, questa volta l’autore, omaggia la sua terra: se le strade di Zeewijk portano i nomi delle stelle e queste combaciano con il Ponente Ligure, allora questa terra è degna del firmamento.

Altra differenza: Zeewijk è un luogo in cui tutto cambia. Gli edifici sono costruiti sulla sabbia e nel giro di vent’anni cambiano, la topografia è irriconoscibile. A Dolcedo invece tutto è immobile da anni, cambia lentamente. Anche in questo possiamo vedere un risvolto laterale della sua flânerie : forse il Ponente-firmamento ha già raggiunto la sua perfezione e fa male chi specula e tenta inutilmente di cambiarlo, di migliorarlo.

Soggiorno a Zeewijk fa venire in mente molte cose, per esempio “La finestra di fronte” di Alfred Hitchcock. Ma in questo libro, lo spaesato voyeur, non sta appostato al balcone come un paparazzo, bensì vaga per una città, inconsapevole di essere spiata (oppure consenziente, ma solo se si sta portando in giro il cane), e, comunque, complice, connivente, perché non usa tende o altro per coprire le grandi finestre. Ma siamo al nord, in Olanda, non a Dolcedo, qui finestroni e balconi significano luce, l’essere spiati è un danno collaterale accettabile.

E’ difficile essere voyeur, se non lo si è di professione. Il passo prima è fare il flâneur, la versione letteraria di questa psicosi. Perché il flâneur, in particolare lo scutuzusu, il curioso, che del voyeur è la varietà ligure, (sottotitolo del libro potrebbe essere Diario di uno scutuzusu) non lo fa per arricchire la propria vita dei particolari di quelle altrui, ma più per allontanare l’umor nero, la malinconia che l’attanaglia per essere lontano dalla sua terra, il Ponente Ligure. Ma allo scutizusu è data in dono una possibilità: quella di essere il punto di vista degli altri, di veder le cose come sono senza esserne parte. Nelle case, dall’altra parte del balcone si sta come i personaggi de “La lezione d’anatomia del dottor Tulp” di Rembrandt, che non s‘accorgono di quella mano dipinta al contrario. E anche marino magliani sta per finire dall’altra parte, tra gli osservati, cade nella trappola più comune, s’innamora…

Bello lo stile di questo libro. Antinarrativo, autofiction, catalogatorio alla Perec quando colleziona gli oggetti in quei soggiorni illuminati. Magliani narra la storia per bagliori, dipinge effettivamente con la scrittura una Zeejiwik città invisibile, in cui la malinconia alla fine ti salva.
Prima di andare a Zeejiwik, fate un salto a Dolcedo.

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San Biagio della cima ultimi avvisi ai naviganti

Bello il “Seminario-laboratorio internazionale sul paesaggio” di sabato 15 gennaio a S.Biagio della Cima. Bella l’ambientazione: il paese di Francesco Biamonti, di cui ricorrono i 10 anni dalla scomparsa. Scrittore sensibile, che ha contribuito molto al discorso sul tema, Biamonti è vero genius loci di questo tratto di liguria, come lo ha definito il prof. Meschiari, antropologo dell’Università di Palermo. Belle anche le intenzioni: che anche nella pianificazione territoriale e ambientale vengano coinvolti artisti e poeti, coloro che “sentono” il paesaggio, oltre che viverlo soltanto. Bella, infine, l’idea di cominciare questo discorso, in Italia e in provincia di Imperia, soprattutto, luoghi in cui il consumo di suolo (e di costa, di litorale, di mare) ha raggiunto negli ultimi anni percentuali apocalittiche.

Ma, forse proprio per questo senso di fine ratealizzata del mondo, dopo le profonde disquisizioni di Le Breton, antropologo dell’università di Strasburgo, l’epistemologia paesaggistica di Matteo Meschiari, le dotte conferenze di Massimo Quaini, Giorgio Bertone (Università di Genova), la colta relazione di Giuseppe Conte e l’intevento della rockstar Serge Latouche (aveva un seguito di fan e sostenitori degno di Mick Jagger), rimane ancor più l’impressione che, almeno da noi, il tempo sia scaduto, che la porta sia stata sbattuta quando i buoi, sono tutti ormai irrimediabilmente scappati. Questo non per imperizia dei relatori o colpa degli organizzatori, tutt’altro.  Finora in Liguria s’è parlato troppo e troppo male di paesaggio era ora di affrontare bene il problema. E’ dispiaciuto non aver visto tra il pubblico coloro che sarebbero i diretti fruitori di questi argomenti: politici, funzionari, amministratori (presenti solo i sindaci di Perinaldo e Soldano, non certo il gotha del governo ligure). Assenti, soprattutto, imprenditori, immobilieri, costruttori.

L’incontro è stato seguitissimo, ma in platea si contavano soprattutto architetti, paesaggisti, urbanisti, antropologi, giornalisti, insegnanti, assieme a qualche coltivatore di mimose e olivicoltore locale. Visto per età, il pubblico era, in stragrande maggioranza tra i 50 e i 60 enni; pochi, contati, i giovani. Mancavano, dunque, coloro che sono in grado di cambiare, modificare, trasformare direttamente il paesaggio, attraverso scelte, progetti, decisioni operative, prospettive, strategie per il futuro.
In questo senso, il “Seminario-laboratorio sul paesaggio”, andava tenuto altrove, magari a Imperia, durante una riunione della Camera di Commercio, o a Sanremo, magari prima della – imminente – stesura del piano regolatore per l’edilizia, o ancora, a Ventimiglia, dove un ennesimo porticciuolo sta cancellando un tratto storico degli Scoglietti. Discorsi così profondi, dovrebbero farsi ogni qualvolta si deve intervenire sul territorio e si modifica quella cosa sostanzialmente democratica e collettiva che si chiama “paesaggio”. Oppure, quello di sabato è stato il “Seminario internazionale sul paesaggio “; perchè il “laboratorio”, invece, quello è già fuori, ci veniamo quotidianamente a contatto.
Il vero laboratorio non era dentro, in quell’aula gremita di gente sonnacchiosa o attenta che fosse; ma sull’Aurelia, sulle colline sempre più ricche di ville e villette e povere di olivi, o sulle coste, con sempre meno scogli e anfratti e sempre più gozzi e approdi. Insomma, belle parole, belle teorie, bei discorsi a San Biagio; ma poi si razzola male, malissimo, in tutto il resto della Riviera. Triste sentir parlare di etnosemiotica, di uso corretto della parola paesaggio, di “fallimento del produttivismo” e poi, spenti i microfoni del convegno, accorgersi che il produttivismo da noi non è assolutamente fallito, come dice il prof. Latouche, ma anzi non sostiene nemmeno dinamiche falsamente ecologiche: da noi non s’è mai superata la fase del laissez-faire, lasciateli fare, poi si vedrà.

Viene in mente che cosa diranno un giorno di questa civiltà gli archeologi del futuro. Ecco un’ipotesi: “Dei 150 miliardi di uomini che hanno vissuto sulla terra dall’inizio del genere umano, più del 60% ha vissuto di caccia e raccolta, circa il 35% grazie all’agricoltura, mentre solo il 5% in società industriali” (Meschiari). Riusciremo a sopravvivere alle durissime condizioni ecologiche che stiamo creando per noi stessi?

Parlare di paesaggio, “paesaggificarci”, quindi, soprattutto oggi, si deve. Perchè la mente umana è paesaggistica: geneticamente, siamo ancora gli stessi di 60 mila anni fa, cerchiamo hemingwayanamente le verdi colline dell’Africa per il nostro benessere. Accettare questo passato può aiutarci a spiegare l’esistenza di certe patologie sociali: siamo cacciatori-raccoglitori in un posto sbagliato. Capire e analizzare il nostro ambiente aiuta la nostra consapevolezza ecologica per la decrescita.

Emerge dall’incontro che c’è una parte di liguri che continua a lottare con la propria terra e a modificarla, adattarla, cambiarla con l’ambizione di migliorarla. E un’altra, invece, che s’interroga se cambiare o no il paesaggio, se sia giusto o meno trasmettere ai propri figli quella qualità selvatica e anarchica che sta nei boschi, nelle valli, nei torrenti o le infrastutture che consumano e infragiliscono il territorio.
Due modi, forse opposti, di amare la Liguria.

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Spegnamo le cosche

Spegnamo le cosche,  fiaccolata a Sanremo.
Attentati incendiari, rapporti sempre più stretti tra politica e malavita organizzata, discariche abusive che continuano ad operare nonostante palesi violazioni della legge. Aggressione sospetta dell’edilizia sul territorio.
Sembra la cronaca di un’area lontana e irrimediabilmente compromessa, un ipotetico lontano “sud” dove le cose si sa, vanno così e lo stato, debole, si limita a contenere i danni. Invece è ciò che leggiamo tutti i giorni sui giornali. Locali e non, visto che la cosa sta assumendo dimensioni nazionali. Il Ponente ligure si trova di fronte a un momento delicato della sua storia: o si cede al brigantaggio legalizzato, alla legge del più forte e del più furbo, ai soprusi di chi può su chi non può, oppure è ora di risollevarsi in qualche modo, di tirarsi su, di riscoprire l’onestà dei suoi abitanti.

Qualcuno lo fa, qualcosa si muove. Finalmente. Giovedì sera a Sanremo, con partenza da piazza Colombo, ci sarà la Fiaccolata delle legalità. Organizzata da Libera Liguria, con la partecipazione di Anpi, Arci Legambiente e molte altre sigle riunite contro le mafie, ma anche semplici cittadini che sono stanchi del clima creatosi da Diano Marina a Ventimiglia. E’ la prima vera reazione della società civile alla situazione in corso che qualcuno aspettava da tempo, almeno fino dalla proposta dei carabinieri di sciogliere il consiglio comunale di Bordighera per le infiltrazioni della camorra. Almeno da quando s’è scoperto che alcuni politici sono stati appoggiati nella loro campagna elettorale da esponenti di cosche o ‘ndrine: meglio abituarsi a questa parola, è entrata d’ufficio nel dialetto ligure.

E’ una protesta contro un modo di fare, chi sfrutta i sotterranei delle istituzioni per ottenere favori a danno di tutti, chi mantiene il potere accordandosi direttamente coi politici, senza partecipare alle strutture della democrazia ma minandole dall’interno. Ma anche contro una mentalità diffusa, anche contro chi tutto questo sa e non dice nulla, chi trae più vantaggi dal silenzio. Continuando, di fatto, a manterere lo stato di cose. Perchè lottare contro le mafie non vuol dire soltanto fare il conto, la statistica, degli arresti e dei sequestri: bisogna cambiare il sostrato che favorisce la loco comparsa, come per una vera e propria epidemia della società.

E la protesta può avvenire in vari modi, con una fiaccolata, con la satira, con lo sberleffo: come i giovani della Talpa e l’orologio che con Legambiente organizzeranno per giovedì il “Funerale del territorio”. Dopo la cementificazione, l’inquinamento, le discariche abusive (come il caso di Rocca Croaire a Castellaro), anche il territorio della Riviera è morto, tuttalpiù moribondo. Ne danno il triste annuncio i giovani, quelli a cui esso verrà lasciato in eredità, condannati a vivere tra scempi in terra e in mare, costretti ad andarsene per l’assenza di posti di lavoro, appena solleticati da progetti megniloquenti di porticciuoli, campi da golf e resort, fraintendimento di uno sviluppo senza progresso.
La provocazione è da sempre un modo per risvegliare le coscenze sopite da anni di compromessi e troppi bocconi amari ingoiati.
Da cittadini, non possiamo limitarci ad andare a fare la spesa e guardare attorno a noi il territorio che muore.

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Bordigorra

Dopo anni di attesa, a Bordighera è finalmente arrivato l’appuntamento dell’estate.

L’evento promette di portare in città un gran numero di turisti al pari del compianto Salone dell’umorismo che si svolgeva nella cittadina delle palme fino a qualche anno fa. Ma, già dallo slogan, la nuova manifestazione si contraddistingue dalla prededente. Sui manifesti, sotto la Smit&Wesson impugnata addosso al lettore compare: “Qui non c’è niente da ridere”.
Dopo il Salone dell’Umorismo, infatti, Bordighera è tra le più probabili candidate ad ospitare il Salone Internazionale della ‘ndrangheta.
Per la prima volta si potranno, in una sola località, manterere attività illecite altrove non consentite: voti di scambio, favoritismi politici, sfruttamento della prostituzione, droga, minacce, racket, riciclaggio. Il tutto per festeggiare la tradizionale attività di cosche e ‘ndrine, parole che presto entreranno certamente nel dialetto bordigotto e nella lingua italiana.

Visto il successo delle passate edizioni, tenutesi in incognito per ovvi motivi di sicurezza (quest’anno invece il festival rientrerebbe nella legalità e sono stati invitati pure la DIA e la Digos) e si pensa che saranno numerosissimi i visitatori, provenienti da tutte le parti d’Italia e dal Mondo, ma soprattutto dalle zone rinomate in tutto il mondo per questa attività. Paese ospite d’onore quest’anno: Casal di Principe.
Attesissime le star della disciplina, che assieme ad esponenti locali e d’oltralpe, s’intratterranno in tavole rotonde, dibattiti, workshop e dimostrazioni pratiche.
Ricchissimo il programma. Si comincerà questo weekend con la conferenza “Bordi-gliano, non solo palme”, tenuta dal boss Di Lauro, capo indiscusso di Scampia, che punta a mettere in luce le analogie tra Bordighera e Secondigliano. Seguirà l’attesissimo workshop “Silenzi pesanti”, che, grazie alla collaborazione del vicino cantiere del porto di Baia Verde a Ospedaletti, insegnerà ai camorristi in erba come fare pilastri perfetti in cemento portland, assolutamente laconici.
Sarà poi la volta di “Regole pratiche di riciclaggio al Casinò di Sanremo”: seguitissima la passata edizione, insegna come riciclare i soldi guadagnati con pizzo spaccio ed estorsione, prostituzione e slot machines nella nostra preziosa casa da gioco.
Ne “Il mio amico kalashnikov” un commerciante di Sanremo (recentemente arrestato ma ai domiciliari) spiegherà in video-conferenza come intavolare un proficuo traffico d’armi con l’Uzbekistan.
Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, Bordighera si dimostra già all’avanguardia, ma gioverà a sindaco e giunta il pratico corso di omertà applicata.

Interessantissimo poi in corso sull’autocombustione: un esperto tratterà dei materiali ignifughi da evitare durante un’operazione in un bar: numerori i bar candidati, ma ancora dubbi sulla sede reale, la riserva verrà scelta solo all’ultimo momemto, si dice in base al pizzo.
Attese anche le proiezioni straordinarie de “La piovra”, “Scarface”, “C’era una volta in America”, scelti da un’apposita commissione d’inchiesta per partecipare alla quale non mancheranno  raccomandazioni omici e sparizioni sulla tradizionale stradina Coldirodi – Perinaldo. Cadaveri non identificati saranno invece attesi tra Apricale e Bajardo.
Spazio anche all’arte e alla letteratura: alcuni Monet che sarebbero stati ritoccati con le iniziali dei boss andranno all’asta. Il ricavato andrà all’Opus dei o al fondo Sandokan, istituito dal clan dei Casalesi.
Vero clou alla fine: per l’occasione lo scrittore Roberto Saviano avrebbe ideato un sequel del suo famoso best-seller: Bordigorra.

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