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Leggere qualcosa in senso opposto

Interviste ai Maddalenanti: Massimiliano Borioli e Beatrice Barone

Massimiliano Borioli, 40 anni,
Beatrice Barone, 23 anni, studentessa

Massimo Borioli è il Contestabile dell’annata 2015 – 2016, ancora in carica al momento dell’intervista. Il nostro incontro avviene nel suo ufficio, in una finestra ricavata in una giornata di impegni di lavoro. Si capisce subito, però, che quei minuti Massimo li ha ritagliati per sé e per la Madaena, e questo serve a fargli pesare un po’ meno il resto della giornata. Ha poi una responsabilità non da poco: Massimo Borioli è il Contestabile dell’anniversario, dei trecento anni, e sa che, come si suole, giunti alla cifra tonda, si fa un po’ il bilancio di una storia, rendiconto per lui non meno importante di quelli che è abituato a fare nel suo lavoro per l’Ospedale di Carità.
Ci raggiunge anche Beatrice Barone, la Contestabilessa: ha 23 anni, studia Giurisprudenza a Imperia e lavora in un bar.
E’ giusto, in questo caso, che l’intervista avvenga alla presenza di entrambi: la loro è stata una esperienza forte, che li ha visti al centro dell’attenzione e coinvolti profondamente. Comunque sarà andata, avranno lasciato una traccia, un segno nella comunità dei Maddalenanti: i loro nomi sono scritti nella bacheca all’eremo e tutti ricorderanno che, nei trecento anni dalla Compagnia, i contestabili sono stati loro.

Massimiliano, che cos’è, per te, la Madaena?

La Maddalena, è un patto di sangue, essere Maddalenante è bellissimo, si sente di far parte di un gruppo straordinariamente unito, in cui tutti puntano alla stessa cosa, la Maddalena, appunto, come in una sorta di patto di sangue.

Ma nella vita di un Maddalenante c’è una differenza sensibile tra prima e dopo aver fatto il Contestabile. Avere l’onere e l’onore di essere Contestabile è gratificante, ci si sente consapevoli del buon andamento della festa, un compito che si svolge per tutti gli altri, non solo per sé. Immancabilmente, poi, si è al centro dell’attenzione: quando si passa in paese tutti ti riconoscono e ti chiamano e, così, alla fine, ti fai vedere, lo fai apposta, è bello entrare al bar e sentir urlare “viva il Contestabile!”, un grido tra l’esaltazione e lo sfottò, perché per noi c’è soprattutto questo valore, quello della responsabilità: “Quest’anno ti tocca…”.

Anche a livello personale, si cresce, c’è una differenza tra la vita prima di essere Contestabile e quella dopo, alcune situazioni cambiano, le vivi con più consapevolezza, gli aspetti organizzativi fanno vedere le cose sotto un punto di vista diverso e si scoprono risorse impensate di persone che si hanno vicino da sempre. Chi ha fatto il Contestabile precedentemente racconta la sua esperienza e fornisce consigli preziosi su come evitare e affrontare le situazioni difficili.

Dopo il Contestabilato, tutto si vede con un occhio diverso, alcuni dettagli che prima si trascuravano assumono importanza, ma manca la fase di distacco, lo scarico della responsabilità tipico di ogni impegno, non c’è nessun allontanamento, bensì un attaccamento maggiore, la voglia di trasmettere la tua esperienza al tuo Vicecontestabile, in una continuità. Tra il Contestabile e il suo Vice si crea un vero rapporto di amicizia, ci si sorregge a vicenda e io vorrei che questo andasse avanti fino alla fine, voglio passare la mia carica braccio a braccio. Se è andato tutto per il verso giusto, lo devo a questo. Mi ritengo fortunato perché quest’anno, in quattro, tra Contestabili, Contestabilesse e i Vicecontestabili abbiamo creato un bel gruppo affiatato, nel bene e nel male, nell’allegria come nel pianto.

Come taggiasco, aver fatto il Contestabile mi ha fatto sentire ancora di più l’importanza della trasmissione del nostro bagaglio culturale, un modo di vivere, una sensibilità cui, vivendo semplicemente la festa da fuori, probabilmente non si arriva.

 

Qual è, secondo te, il ruolo del Contestabile?

Il Contestabile non è a comando della compagnia, il suo vero ruolo, per me è quello di parlare con tutti, ascoltarli, conoscere le esigenze di ognuno se possibile, dei giovani, dei vecchi, e mediare, trovando soluzioni che vadano bene per tutti. Allo stesso modo, il Contestabile deve essere un po’ giullare, guidare il divertimento, è il re della festa. Ma è solo perché hai tante persone attorno che ti sgravano dei compiti più banali e pensano alla festa che puoi lasciarti andare e vivere la festa più intensamente, abbandonandoti alle relazioni personali, agli amici, al bello di questo ruolo. Chi ti aiuta non lo fa per fare una riverenza al Contestabile, ma perché questo è proprio lo spirito della Madaena. Sono persone come Fabiano ad esempio, che ha pensato al mio cavallo e che devo ringraziare molto se sono riuscito a godermi pienamente la festa.

 

Beatrice è un po’ emozionata, ha la sensazione di essere ad un esame all’università. Si sente impreparata, benché lo sia perfettamente. Infatti, proprio, come in aula, davanti ad un professore, dopo la prima domanda, rotto il ghiaccio, si lascia andare. E supera l’esame da Contestabilessa brillantemente.
Beatrice, quale aneddoto di questa Madaena porterai per sempre nel cuore?

Una cosa che mi ha emozionata moltissimo è stato vedere il mio nome impresso sulla targhetta. Ci hanno fatto una sorpresa: una mattina ci hanno portati su, all’Eremo e ce le hanno mostrate. Tra tutte quelle targhette, in fondo, c’era pure quella con il mio nome… è un rituale che, presi come eravamo dall’organizzazione, avevamo dimenticato. E’ stato bellissimo vedere il mio nome insieme a quello di tutti gli altri, essere, di fatto, inseriti nella storia della Madaena.

 

Tu sei di Arma. Si può dire che tu abbia fatto un doppio ingresso a Taggia: sei entrata a far parte effettivamente della comunità, e sei entrata in paese con la lavanda in mano, il giorno della festa, come Contestabilessa…

Per me la Madaena è stata una sorpresa. Arrivo da Arma e vivo a Taggia da pochi anni, e, pur essendo andata spesso a vedere la partenza con il mio fidanzato, non avevo mai vissuto la festa su all’Eremo e non l’avevo mai vissuta in prima persona.

Tanto che quando Massimiliano Borioli e Davide Giuffra vennero al bar dove lavoro a chiedermi di fare la Contestabilessa, subito risposi di no, che non me la sentivo. Pensavo a quante ragazze di Taggia, che frequentano la festa da molto più tempo di me, ne avrebbero avuto più diritto.  Ma quella richiesta, arrivata così, all’improvviso, inattesa, è stata così forte che alla fine mi ha convinto, e quando se ne è parlato sul serio ho accettato.

Entrare invece in paese con la lavanda, sul carro, il giorno della festa è stata un’emozione fortissima, anche se su, all’eremo, per il Ballo della morte, avevamo già speso tutte le nostre lacrime per la commozione…

 

Come è avvenuta, nel tuo caso, la trasmissione dei valori? Come funziona la Madaena?

Sicuramente con i racconti. Vedere, sentire raccontare le cose, le testimonianze dirette, di chi c’era e chi le ha vissute, fa sentire dentro i fatti, parte degli eventi e, allo stesso modo, ci si sentirà poi in dovere, un giorno, di raccontare a propria volta le proprie esperienze.

E’ stata una bellissima occasione per me, per conoscere moltissime persone interessanti, giovani, ma soprattutto anziane: a me non capita così spesso di venire in contatto con loro, invece alla Madaena questo è normale. Del resto, noi siamo arrivati in un momento particolare, in cui il gap generazionale è forte e a volte ci sono scontri tra i giovani e i vecchi: per loro e per Massimiliano è stata una scommessa avere una Contestabilessa così giovane. Per me è stato bellissimo essere accettata. E ora che siamo giunti in fondo mi sento di ringraziare tutti, i giovani per il clima, la gioia e l’umore sempre alto, i vecchi, gli stessi con i quali a volte si è avuto motivo di scontro, per l’esperienza e il sapere che hanno saputo trasmettermi. I vecchi sono la maggioranza e sono loro “che tirano la carretta”, portano avanti la festa anche per noi.

 

Anche Massimiliano è rimasto stupito dalle emozioni legate dal fare il Contestabile

Pensavo che, avendo già fatto alcune esperienze in qualità di Vicencontestabile, l’anno dopo, quando sarei stato in carica io, sarebbe cambiato poco; invece mi sono dovuto ricredere: emozioni diverse, vissute magari per situazioni analoghe, ma con un carico e un approccio completamente diverso. Perché, comunque, da vice sei un passo indietro, ti manca quella tacca sul berretto, solo una volta nominato contestabile vivi davvero a fondo l’essenza della Madaena. Fare il Contestabile è il punto di arrivo di un percorso, probabilmente partire già da Contestabile senza fare prima il Vice non sarebbe la stessa cosa, troppa sarebbe l’ansia e non si avrebbe il tempo di godersi la festa.

 

Com’è nata in te l’idea di fare il Contestabile?

Il mio percorso, nella Madaena, comincia con le “buete”. A tre o quattro anni, il miglior regalo che mi si potesse fare era quello di portarmi, a mezzogiorno della Madaeneta, sul ponte nuovo a vedere Gianni Puè che spara le buete. Tanto che Gianni, quando sono stato più vecchio, a forza di vedermi lì, tutti gli anni, deve essersi mosso a compassione e mi ha chiesto di aiutarlo. Da lì, poi, con Lupi, otto anni fa, sono entrato nell’Amministrazione e occuparmi di quell’aspetto. Il mio tramite per la Madaena dunque, sono state le buette.  Una volta nell’Amministrazione non si vive più, semplicemente, solo l’aspetto goliardico della manifestazione, i due giorni della festa, ma tutto un mondo che attinge al passato, al vissuto personale e della Compagnia e confluisce nella memoria storica. Tra Madalenanti si creano poi delle amicizie, dei veri patti di sangue, per cui ci si affianca nei ruoli di Contestabile e vice, si creano legami che durano per la vita. Capita, a volte, in serate tra amici, davanti ad una bottiglia di vino, di annunciarsi come Contestabile o di seguire un amico in questa avventura per poi innamorarsene e farla propria. E’ così che nascono spesso le cose.

 

Cosa decide il contestabile?

Occorre ascoltare tutti. Il Contestabile non è una figura di potere, di comando. Non può imporre una sua volontà se non è condivisa dagli altri. Su alcune cose la Compagnia è molto rigida, per salvare la festa, ma su alcuni tabù si può intervenire. Il segreto è offrire alla gente l’opportunità di fidarsi e insistere con proposte ragionevoli, di mostrare che la propria idea è o era almeno all’altezza di ciò cui si chiede o si chiedeva di rinunciare. L’imposizione non porta mai a nulla di buono ma genera scontro. L’importante è dimostrare che quella cosa si poteva fare, senza danno per nessuno, tantomeno per le tradizioni.

 

A proposito di tradizioni, chi non conosce la festa, potrebbe pensare che la donna abbia un ruolo marginale e che sia una festa prettamente maschile. Quale è stata la tua sensazione da Contestabilessa?

Non si tratta di una discriminazione, è semplicemente una tradizione. La festa non sarebbe tale se il sabato sera si permettesse alle donne di salire all’Eremo, non c’è una motivazione di fondo. Del resto, senza le donne, la festa non potrebbe essere sostenuta. A me, ad esempio, piace molto quando Rosangela, Maria Luigia e Maria Rina adornano la chiesa, un momento tutto femminile, molto importante della mattinata, perché poi lì si terrà la Santa Messa e tutti si scatteranno le fotografie. La Madaena è una festa in cui ciascuno ha ruoli ben precisi, dall’Economo, al Collettore ai Configuranti e anche quello delle donne è fondamentale e tutte noi, assieme agli uomini, con le nostre azioni stiamo facendo tutti la stessa cosa, stiamo facendo rivivere il passato.

 

Parliamo del Ballo della Morte. Qual è l’emozione che vi dà? Che cosa vi lascia?

Massimiliano Borioli: il ballo ha una forza incredibile, è l’epilogo di tre giorni intensissimi e ne concentra la forza. Il concerto della banda, mercoledì sera, prepara il terreno alle emozioni, con la preparazione della lavanda del e il ricordo dei defunti il sabato mattina, poco prima di partire, con un mazzetto di lavanda per tutti, si entra già nella festa a tutti gli effetti. Il Ballo della Morte la domenica, quando si abbandonano ormai tutti gli impegni e le responsabilità, ti scarica tutta la tensione della festa ed arriva potente a smuoverti dentro.

Beatrice Barone: è il momento in cui sento di più la vicinanza di tutti. In quel momento, soprattutto all’Eremo, quando ti alzi da tavola per vedere il ballo, non sei più Contestabile o Contestabilessa, sei uno come tutti gli altri, e tutti cantano e guardano il ballo felici insieme. Il Ballo fatto all’Eremo io lo sento più nostro, di tutti i Maddalenanti, rispetto a quello fatto giù in paese per tutto il paese.

Massimiliano Borioli: e poi quella musica, così potente, studiata alla perfezione in anni di trasmissione orale, come uno dei “canoni diabolici”, quelle melodie che, ascoltate più volte, inducono una trance o un’estasi di qualche tipo. Come la rinascita a cui è legato, provoca anche dipendenza: a me manca già, non vedo l’ora di sentirlo.

 

Beatrice, raccontami un aneddoto, per te importante di questa esperienza…
Sicuramente, durante l’anno passato da vice, l’anniversario dei 50 anni di Cristò e Adelaide. Un momento bello, per loro come coppia e per tutti. La loro vita è così connaturata con questa festa che davvero con Cristò non si può ragionare per anni solari, ma per Madaene.

Massimiliano Borioli: il mio è legato alla mia passione di cavaliere e alla mia cavalla, la Gigia. In realtà, provenendo da una serie di cavalli quarter, il suo nome sarebbe in inglese, ma tutti a Taggia   la conoscono tutti come Gigia, la Gigia, come la moglie di Govi. E quello è un nome che si addice perfettamente al suo carattere e al suo aspetto: è così buffa che, durante il mio Contestabilato, era quasi più famosa lei di me. Mi sento davvero fortunato ad aver condiviso questa esperienza con lei, è stata una ottima compagna. Per la festa l’ho preparata con una testiera con tutti i nastrini rossi e neri: sembrava il cavallo perfetto da Madaena. Ma l’esperienza più bella con lei l’ho fatta quest’anno, a ottobre, alla Festa della Castagna. Finita la festa, quando già il buio incombeva e tutti erano andati via, sono rimasto ancora un pochino all’Eremo insieme alla Gigia e poi siamo venuti giù insieme fino a Taggia: arrivati in paese siamo passati in via San Dalmazzo, l’ho legata all’anello proprio di fronte alla cantina di Cristò e mi sono fermato a bere un bicchiere con lui. E’ stato bellissimo, scendere al buio, sereni, con la Gigia, dopo aver concluso quest’anno straordinario di feste.

 

Beatrice, ti succederà Flavia Montanari, di 25 anni. Cosa ti senti di dirle?

Di continuare a essere sé stessa, così com’è, in questo ruolo non bisogna strafare, restare al proprio posto e avere rispetto per il proprio ruolo e per quello degli altri, soprattutto per coloro che lavorano per farci vivere bene la festa.

Massimiliano ai contestabili del futuro cosa vuoi dire?

Io, che, assieme a Davide e ad altri, sono stato un elemento di rottura con gli anziani, perché ho dovuto scontrarmi con la corazza dura del conservatorismo, mi sento di dire, per i contestabili del futuro, che non bisogna perdere la volontà di scommettere sulle persone. Se poi si perde, si può sempre rimediare, ma occorre non perdere mai la volontà e la speranza. Perché, e recenti casi ne hanno dato conferma, chi viene investito del ruolo di Contestabile si trasforma e cresce, e, accompagnato dalla Contestabilessa gusta, può dare ottimi risultati. Ai contestabili serve memoria ed entusiasmo, il mix vincente per la Madaena è tradizione storia ed entusiasmo.

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La zattera di Ginestra

Tutto cominciò senza che nessuno se ne accorgesse. Qualche strada di campagna interrotta, alcuni maxei, i muretti a secco che, come i corsetti di una vecchia signora, da sempre arginano gli anni che avanzano, venuti giù e mai ripristinati, qualche crepa nei solai dei villini in collina ad inquietare i proprietari. Ma era un’abitudine e nessuno se ne lamentò.

Poi i treni cominciarono ad accumulare ritardi e l’autostrada ad aumentare le tariffe, andare nel Ponente Ligure, in provincia di Imperia, diventò sempre più costoso e impegnativo in termini di tempo e denaro. Come se le strade, le vie per raggiungere Imperia e Sanremo, si stessero improvvisamente allungando.

Ma pochi ci credevano: era tanto l’amore per la loro terra che continuavano a pendolare o a tornarvi spesso, ad ogni costo.

I sospetti ebbero la tragica conferma un giorno piovoso di gennaio: un terrazzo probabilmente abusivo, costruito a picco sulla ferrovia è crollato sui binari trascinandosi metà della collina. Un treno è deragliato e s’è sfiorata la tragedia.
L’Aurelia poi, da millenni l’unica via di comunicazione, era interrotta a causa di una frana proprio nei dintorni di Andora. Da allora la ferrovia è chiusa e quel treno giace ancora lì, come un relitto. Fu così che, a Imperia, abbiamo perso il treno e anche la ferrovia. Non resta che la statale, che costringe a lunghe peregrinazioni nelle campagne.

Qualcuno ha detto che se non fosse stato quel terrazzo a crollare, sarebbe successo a qualcos’altro, un villino, un palazzotto edificato negli anni ’60 in prossimità dei binari e la statale prima o poi sarebbe anch’essa venuta giù, dimenticata di fatto dall’ANAS.

Certo che solo allora nella mente di ingegneri, architetti, geometri e in quella dei pendolari, quelli che tutti i giorni vanno  e vengono in questa terra, s’è instillato il dubbio: ma che succede? E se il Ponente si stesse allontanando? E se la provincia di Imperia si stesse separando dal resto della Liguria?

No, apparve a tutti un’idea impossibile. Giornalisti ed esperti ci misero un po’ a convincersene. Poi qualcuno consultando le immagini dal satellite se ne accorse. In realtà, voleva solo vedere le previsioni meteo per il weekend: ma fu proprio allora che, apertosi un grosso buco nelle nuvole proprio in corrispondenza di Sanremo, si ebbe la tremenda conferma: il Ponente Ligure era diventato un’isola, s’era staccato. Non c’erano più dubbi: da Cervo a Ventimiglia la terra s’era allontanata dal resto dell’Italia.
Anzi, dal resto della Liguria, perché un pezzo di questa rimaneva attaccato: la frattura correva lungo il tracciato dell’A 10. Era una linea di confine perfetta, da ricalcare sulle cartine.

Nessuno si spiega come la cosa sia potuta avvenire. Nessun cataclisma, nessun movimento tellurico, nessun terremoto. L’unica piccola faglia, quella che corre sotto Bussana e che tanti lutti aveva causato nel lontano 1887, non è mai stata così tranquilla. La mente corre altrove, in Indonesia, Messico oppure California, dove sta accadendo la stessa cosa: ma a San Francisco sono più attenti, preparati, attendono da anni “the Big One”, il grande terremoto che li staccherà dal resto del continente.

Infine anche i politici, per ultimi, sono stati costretti a prenderne atto: il Ponente, come una zattera, sta allontanandosi, va alla deriva.
La “zattera di Ginestra”, così hanno cominciato a chiamarla, perché la zona dove s’è staccata, ai confini dell’A 10, d’estate, è gialla di ginestre fiorite.

Ma perché è successo? Possibile che nessuno se ne sia accorto? Forse l’incuria di anni, forse troppe speculazioni sul territorio e molte meno sulla gente che lo abitava, pochissimi scrupoli sull’ambiente e molti di più sui conti del Casinò, hanno amputato alla Liguria una delle sue estremità. Ma nei palazzi non hanno pensato a correre ai ripari: hanno invece cominciato il solito balletto delle responsabilità. Una parte accusava l’altra di aver mollato gli ormeggi per i propri tornaconti; l’altra di navigare a vista, senza rotta, da decenni. Qualcuno ha detto che si voleva imitare il vicino esempio monegasco con risultati fallimentari: anche lì, a Montecarlo, infatti, esaurito lo spazio per i palazzi sulla costa, stanno pensando di creare un’isola in mare per costruirne altri.  Ma loro possono farlo.

Un noto politico ha proposto di stendere grandi funi e tirare, tutti insieme, per riattaccare la zattera di Ginestra. Ma, a sua insaputa, dall’Italia nessuno aveva intenzione di tirare per riattaccarsi città e comuni intossicati da infiltrazioni di ‘ndranghetisti, nemmeno durante il famoso Festival: aderì solo qualche massone e una decina di pensionati torinesi.

Ora, ci si chiede dove la zattera di Ginestra stia andando.
Subito s’era avvicinata alla Francia. A bordo si pensava che un buon posto fosse il Golfo di Saint-Tropez: nemmeno troppo lontano, appena dopo Cannes, un posto pieno di palme e Casinò. Ma appena avvistata la zattera, da terra hanno risposto un secco “No”, dicendo essere già stati saccheggiati dagli imprenditori italiani e dalla mafia. Oltre il danno la beffa: proprio così s’erano difesi a Taggia dai pirati che arrivavano proprio da Saint Tropez.

Ora la zattera punta a sud. Ma Corsica e Sardegna hanno già chiuso le capitanerie: i primi sono stanchi dei parigini, i secondi dei milanesi.
L’unico disponibile ad un attracco, seppur temporaneo, è stato il porto di Gioia Tauro, in Calabria. E non costerebbe  nemmeno troppo sforzo: confrontate le coste di quel tratto  e quelle della zattera del Ponente. Combaciano perfettamente.

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Le mani sulla montagna

No, non è un sequel de “Le mani sulla città” di Rosi, il film che nel 1963 denunciava i meccanismi della speculazione edilizia, mai applicati alla perfezione altrove come nel Ponente Ligure. Semmai ne sembra più una sua versione cinepanettonara, con gli stessi protagonisti, i Boldi e i De Sica di turno, impegnati a sfregiare la montagna dopo essere passati, come Attila, prima al mare e poi in città.
Perchè di questo si tratta: dopo aver rosicchiato tutto il possibile sulla costa, prima con i condomini, poi con le seconde case ed infine con i porticciuoloni, i nostri “eroi” si sono spostati sui monti, alla ricerca del loro solito miraggio turistico, (che per il territorio invece è triste presagio) quel circolo vizioso fatto di investimenti, strutture, servizi ed edilizia che continuano a chiamare sviluppo ma che è sempre più tristemente lontano dal progresso.

L’ultimo episodio di questa guerra al territorio è Monesi, dove il binomio neve-turismo-speculazione ha già duramente colpito negli anni ’60 – ’70.
Per lavoro, mi è stato chiesto di scrivere un testo promozionale per il sito del turismo della Regione Liguria: http://www.turismoinliguria.it.
La stagione fredda è agli inizi, tutti scaldano gli sci e progettano settimane bianche. E occorre promuovere anche i magnifici impianti sciistici e i poderosi skilift della Liguria. L’offerta in Italia è ampia, c’è da sgomitare sulla neve. Pensate solo al Piemonte con Limone o Sestriere o Prato Nevoso, alla Lombardia con Aprica e Bormio, fino al Veneto con Cortina D’Ampezzo. L’impresa è quasi biblica, da Davide contro Golia, ma la Regione Liguria, applicando un po’ il modello “federalista” che va per la maggiore un po’ dappertutto (in sanità, per esempio), vuole evitare al massimo l’esodo dei propri abitanti verso altri lidi e lanciare chiaro e forte il messaggio “La neve ce l’abbiamo anche noi”, insomma.
Solo che le altre regioni del nord hanno molte possibilità d’offerta, mentre in Liguria, nel Ponente Ligure, in particolare, tutto è concentrato in un solo luogo: Monesi. Che a Genova ci credano lo dimostra il recente ingente stanziamento per finanziare il secondo tratto della seggiovia in progetto a Monesi: di due milioni di euro.

Ma il problema è sempre il solito: è questa la direzione più giusta?
E’ giusto per 30 – 40 anni di sviluppo convertire irreversibilmente aree la cui destinazione è definita da migliaia di anni, travestendole di una vocazione che ha già fallito negli anni ’70.

Tuttalpiù di 30 – 40 anni si tratta: trasformare un luogo da agro-pastorale a turistico non è poi molto complicato, basta investire sulle strutture adeguate. Ma le strutture necessarie allo sci sono impattanti, non si parla solo della seggiovia, anche dei condotti per la neve artificiale che arriveranno per compensare il poco innevamento. E allora, perchè farlo se per i cambiamenti climatici stanno portando sempre meno stagioni nevose a Monesi?
Per cambiare il territorio ci vogliono pochi anni, per cambiare il clima, ci vogliono decenni, forse secoli. I tempi dell’uomo e quelli della natura non coincidono mai. Per cui, se a Monesi gli ultimi inverni hanno regalato una cospicua coltre di neve mentre il decennio prima la stazione era data definitivamente per perduta, è conveniente investirvi somme ingenti per far ripartire la stagione? Non si può pagare uno sciamano perchè faccia nevicare. Il rischio è investire, in tempi di spending  review e tagli, in qualcosa di effimero e vacuo come un fiocco di neve, che può anche non cadere.

Sul sito di Regione Liguria si può seguire per bene tutta la vicenda:
“Il costo dell’opera è di circa tre milioni di euro, di cui 800 mila euro da parte della stessa Provincia di Imperia. – Sia pure in zona ‘Cesarini’, tenuto conto delle incertezze legate alle possibili ricadute, anche sul territorio ligure, dei tagli e degli accorparmenti delle Province, insieme all’Amministrazione Provinciale di Imperia, la Regione Liguria ha  segnato un punto molto importante per la valorizzazione del comprensorio sciistico del Ponente ligure” ha commentato Cascino.”

Viene da chiedersi perchè tanta fretta per questa operazione di rilancio, proprio dopo che un decennio di latitanza della neve avrebbe fatto desistere chiunque. Suona come costruire stabilimenti balneari dove il mare si è ritirato, o nel Sahara. Perchè nessuno ci ha mai pensato? Forse non conviene.
La società gestisce Monesi, la Alpi Liguri Sviluppo e Turismo S.r.l., che doveva essere liquidata in seguito alle pesanti perdite, ha affidato la realizzazione della seggiovia alla Doppelmayr Garaventa S.p.A, un colosso svizzero degli impianti a fune. Ma chi usufuirebbe realmente di questi ultimi finanziamenti elargiti dalla moribonda Provincia di Imperia.

Perchè investire su questa vera e propria TAV alle pendici del Saccarello? Perchè invece non spendere (ops, si dice “investire” ) in progetti sulla cultura brigasca, o attività di turismo verde o eco-compatibile, la cucina bianca?
Le nostre montagne hanno la loro storia, la loro cultura, perchè asfaltarle per creare nuovi scenari da cinepanettone?

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Un mare di colori

Per chi lo conosceva, non era un mistero: Claudio dipingeva benissimo. Il pennello era per lui ferro del mestiere sui cantieri di Villefranche e Montecarlo ma anche una parte della sua anima, una delle tante protesi con cui affrontava il mondo. Claudio Mingherlino, scomparso la notte di Capodanno in un incidente stradale, per vivere faceva l’imbianchino, ma in realtà era un ottimo pittore. I suoi dipinti saranno in mostra venerdi 20, sabato 21 e domenica 22 luglio 2012 a Ventimiglia Alta, nel Chiostro del Convento delle Suore dell’Orto (vicino Piazza della Cattedrale).

Non è stato facile raccogliere tutte le sue tavole. Claudio le regalava un po’ a tutti. C’è voluta la caparbietà di suo fratello Luigi e il contributo di tanti per fare una mostra. Eppure non bastano per raccontare tutto ciò che era, tutti i suoi eteronimi, le sue contraddizioni: perchè oltre che imbianchino- pittore, era anche un frontaliere senza confini. Il suo soggetto preferito era il mare. Ritratti del mare della Liguria, gozzi eoliani tirati in secca, borghi liguri crepuscolari e vedute delle Calandre e degli Scoglietti, di prima che iniziassero i lavori per il Porticciuolo. Claudio aveva capito quello scempio e gli era fieramente avverso. Fece parte del comitato che vi si oppose e conservare quell’ambiente con la pittura era il suo modo di combatterlo: civile e intelligente.

Amava la musica, progettava una trasmissione notturna alla radio, di quelle che deve proprio piacerti per ascoltarla, sottraendo un po’ di tempo al sonno. Era alla continua ricerca del riff, dell’assolo giusto per il momento. Sapeva farlo in modo critico e creativo. Per mentelocale aveva scritto questo bellissimo pezzo sul 40° anniversario di Sgt Peppers Lonely Hearts Club Band, dei Beatles, situando le canzoni nel Ponente Ligure.

Era uno sportivo straordinario. Conservava nella memoria i triathlon a cui partecipava come poemi epici in cui ognuno era un eroe. C’era sempre un Ettore, un Odisseo, una salita ciclopica da affrontare. Conosceva il tallone di ogni Achille e sapeva come affrontarlo.

Era un passeur metafisico. Taciturno come Biamonti e psichedelico come De Chirico. E, da vero passeur, conosceva tutti i sentieri che oltrepassavano la frontiera.
A volte gli telefonavi: Dove sei Kla, ce ne andiamo un po’ al mare?, No, mah, sono a Gouta, sul sentiero per Testa d’Alpe, Ma da solo? E’ un posto da lupi!, Sì, rispondeva, Ma giù in spiaggia è pieno di sciacalli. Oppure era da qualche parte tra Bevera e il Roja; gli piaceva in particolare il Rio Bendola, perchè quell’acqua nasce in Italia, sul Grai, poi passa la frontiera e diventa francese. Come lui.

Fuggiva da qualcosa. Come tutti. Si allenava, aveva imparato dove scattare e lasciare indietro quell’avversario maledetto. A volte la distanza tra loro era pochissima; ma proprio quando l’uomo nero stava per prenderlo, ogni volta Kla trovava come scappare. Con la pittura, la musica, lo sport. O alle Calandre: l’arrivo della sabbia era un’appuntamento irrinunciabile. Verso le 17 si guardava intorno, faceva le squadre con un talento da player manager. Sfide quattro contro quattro che finivano ai supplementari, ai rigori, anche se il giorno dopo c’era il triathlon a Beaulieu.

Era il Bardamu del Viaggio al termine della notte, il compagno più fedele di Odisseo, il Murinho de noantri, il Chisciotte di Roverino. L’emigrante du rie cun i cioi in ‘nt’i euggi di Creuza de ma.

Oggi, sono in tanti a chiedersi dove sia adesso. Di più, forse, crediamo che non se ne sia mai andato. With a little help from my friends. Wish you were here Claudio.

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Insalata di Posidonia

Sarà la specialità della Riviera, tra qualche anno. Altro che oliva taggiasca e sarderara. Andrà a ruba. Ristoratori e bar faranno una fortuna. A Bussana faranno la sagra.

Perché nel mare tra Arma, Bussana e Sanremo c’è n’è una vera prateria e tra poco, quando sarà pronto il nuovissimo progetto di darsena a Capo Verde che il Gruppo Cozzi Parodi ha presentato ieri in Comune a Sanremo, ne troveremo a quintali, arenata sulle spiagge.

Gli chef di tutto il mondo sono già al lavoro: la posidonia sarebbe ottima saltata in padella con i capperi, o in umido, con un po’ di bruss delle Alpi Marittime. Caso strano poi, fiorisce d’autunno e produce frutti galleggianti chiamati “olive di mare”: i frantoiani di Badalucco sono già pronti a metterle nei gumbi.

Molti se lo aspettavano, altri si chiedevano perché non lo avessero ancora fatto, qualcuno pensava ci fosse già, con la rassegnazione di chi vive in un posto dove c’è chi può fare tutto. E prima o poi lo fa.
Ma il progetto di darsena a Capo Verde non è altro che il copia/incolla di altri progetti simili già realizzati o in corso di realizzazione in provincia di Imperia: il territorio appartiene sempre meno a chi lo abita e sempre di più ai grandi gruppi edilizi/finianziari.
L’iter è sperimentato. Si trova un’area che può andare bene. Se c’è un Sic o una prateria di un’alga pelagica importantissima per l’ecosistema nel Santuario dei Cetacei, va bene lo stesso. Si butta lì un progettino, magari un molo soffolto, con la scusa di creare lavoro e valorizzare una zona perennemente lasciata in degrado dalle pubbliche amministrazioni che ci misero un depuratore. Si cavilla sulle concessioni, si arzigogola sulle leggi.
E in provincia di Imperia tutto avviene sotto la luce del sole, con il benestare di una amministrazione conciliante: il consiglio comunale ha già costituito una commissione “bipartizan” (parola che i politici usano per dire che qualcosa si farà senza consultare i cittadini). La commissione è presieduta da Elio Bossi, composta dall’Alessandro Dolzan, entrambi del Pdl (non Popolo, ma Porti delle libertà). Per pulirsi un po’ la coscienza si fa realizzare il progetto al solito pool di tecnici-carnefici: stavolta tocca all’architetto Paolo Bandini di Genova. Ecco fatto, se non è un porticciuolo, come vogliamo chiamarlo?
Santa Maria dei Porticciuoli benedice.

Il lifting del territorio continua, qualcuno insiste a fargli iniezioni di botulino perché non invecchi naturalmente. Come una donna che un giorno, svegliandosi e guardandosi allo specchio, si accorga improvvisamente di aver messo su qualche ruga e corra inutilmente ai ripari.
Tutti partecipano alla chirurgia estetica, sindaci, assessori, architetti, giornalisti. Nell’articolo, l’autore, Claudio Donzella, con indulgenza da pennivendolo, dice che si tratta di “Un’operazione articolata e delicata, chiamata a cambiare il volto di una vasta area costiera oggi già in parte dedicata alla cantieristica, e in parte degradata”: è come dire “commissione bipartizan”. E, ancora “un’operazione che ha ancora maggiore valenza proprio perché siamo in un periodo di crisi, in cui invece che comprare imbarcazioni nuove molti proprietari preferiscono investire nella manutenzione di quelle vecchie”.
La frase suona un po’ ironica. Come se invece che la nuova ICI la preoccupazione della gente fosse rifarsi la barca. Come se tra Imperia e Ventimiglia tutti ne avessero una. Come se in provincia di Imperia si vivesse tutti di cantieri navali. Eh, già: storicamente quelli di Bussana, di Taggia, di Ospedaletti, Ventimiglia sono predoni dei mari.
Ma non c’è la crisi? Ma il governo Monti non ha appena annunciato tasse su yatch e imbarcazioni? Aveva ragione Berlusconi? I ristoranti e gli (aero)porti sono pieni di gente?

Nell’articolo c’è poi la solita elaborazione grafica, la solita anteprima che tanto piace ai politici e ai realizzatori: si vede la zona dall’alto, dall’Aurelia, da dove gran parte di noi non la vedranno mai perché non volano. E anche rappresentata livello strada la farebbero superfica: si promette di mantenere l’altezza dei manufatti (a scanso di equivoci, saranno capannoni, come a Imperia, le barche mica stanno in garage) e di valorizzare la pista ciclabile con un parco di 10 mila metri quadrati. Ma come abbiamo fatto a non pensarci prima?

A tutti coloro che non hanno una barca, in provincia di Imperia, non resta che una grossa, enorme, colossale insalata di posidonia. Chi lo sa che nei centri commerciali di Shopville tra qualche mese non comincino a venderla. Dev’essere buonissima.

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L’evoluzione degli ultracorpi

Sono indistruttibili. Ormai hanno conquistato il pianeta Terra e non se ne andranno prima di 1000 anni. I più infestano parcheggi, stazioni, strade e autostrade, ma non è difficile trovarne anche in montagna, nelle aree di sosta o nei parchi, tantopiù se vicini alle città. In mare, poi, hanno formato un’isola gigantesca, si dice addirittura 3,5 milioni di tonnellate disperse su 2500 chilometri: è il Pacific Trash Vortex, il vortice di spazzatura dell’Oceano Pacifico.
Sono loro, gli oggetti di plastica, i veri extraterrestri.

Solo ora, purtroppo, s’è corso ai ripari. Ci voleva il decreto mille proroghe: dal 1° gennaio 2011 l’Italia aderisce alla Direttiva europea 94/62 che prevede di immettere sul mercato soltanto imballaggi compostabili o biodegradabili, eliminando l’uso dei sacchetti per la spesa in plastica. L’amministrazione provinciale di Imperia ha subito aderito al progetto “Senza plastica Liguria più bella” della Regione Liguria.
Certo, per l’approvazione del nuovo piano provinciale dei rifiuti, il presidente della Provincia, Luigi Sappa, e l’assessore all’ambiente, Giovanni Ballestra, devono aver avuto il sonno abbastanza tormentato, così si sono immediatamente resi conto che cominciare dai sacchetti di plastica è un buon modo per iniziare a ridurre i rifiuti.

Ma noialtri, in provincia di Imperia, sulla plastica la sappiamo lunga e potremmo fare di più. Non solo per i 74 milioni di sacchetti che ogni anno aggiungiamo alla montagna già prodotta in Italia. Ci spetta un primato, infatti, spesso dimenticato: Giulio Natta, Premio Nobel per la Chimica 1963, che fu il primo a sintetizzare il Moplen, il polipropilene, nacque a Porto Maurizio nel 1903.
Come per molte delle invenzioni che hanno cambiato il mondo, anche dell’inventore della plastica non si sa quasi nulla. Molto si trova qui.
Giulio Natta era un uomo dedito al lavoro e alla scienza: 4000 i suoi brevetti, raggruppati in 333 famiglie. Studiò  in Germania, a Friburgo, con il gruppo di lavoro di Hermann Staudinger che si occupava dello studio delle macromolecole. Insegnò alla La Sapienza di Roma e poi al Politecnico di Milano. Nel 1963, per la “messa a punto di catalizzatori stereospecifici per la polimerizzazione stereochimica selettiva delle alfa-olefine”, gli venne conferito il premio Nobel.

Ecco, perchè allora, in memoria di questo grande chimico, non fare della nostra provincia il simbolo, il baluardo della raccolta differenziata della plastica?

Quella dei sacchetti, non è che una delle plastiche in giro nel mondo. Dopo il Moplen, brevettato dall’allora Montecatini, l’industria s’è sbizzarrita nel produrre molti tipi di plastica.
Quelle riciclabili sono 7, ognuna indicata da un codice riportato anche sulla confezione del prodotto: PET, HDPE, PVC, LDPE, PP, PS, più altri meno comuni.
I primi due sono i più riciclabili quindi vengono utilizzati per la produzione di imballaggi destinati ad alimentari di largo consumo. In particolare, il PET (polietilene tereftalato), utilizzato per le bottiglie di plastica, può essere riciclato con il metodo meccanico o quello chimico, ma la migliore soluzione è evitare di comprare acqua in bottiglia e bere quella del rubinetto (anche a causa dei pericolosi “flatati” che il PET rilascerebbe, come s’è scoperto recentemnte).
Le altre plastiche a volte, sono insidie nascoste: in una confezione di latte, la bottiglia può essere di una plastica, il tappo di un’altra; nel tetrapak se ne utilizzano molte insieme; alcuni yougurt faranno sì, bene al cuore, ma diffondono tre plastiche diverse con gli imballaggi. Dunque il miglior modo per riciclare la plastica e impedire che si disperda, è cercare di non utilizzarla proprio. Ma quella che c’è occorre riciclarla per evitare che si disperda nei mari, nei laghi e nei fiumi.

I sacchetti per la spesa, conosciuti come “shoppers”, sono, statistiche alla mano, gli oggetti meno usati del mondo, visto che il loro tempo medio di utilizzo non supera i 20 minuti. La loro vita, invece, rasenta i 500 anni. Verranno sostituiti da sacchetti in Mater-Bi, un materiale simile e biodegradabile creato a partire all’amido di mais. Ma solo in casi di emergenza: quando si dimentica la borsa a casa.
Ma allora, per non correre il rischio che lasciare la borsa della spera a casa diventi un’abitudine e il Mater-Bi, considerato come l’evoluzione naturale del Moplen, venga prodotto su economia di mercato mondiale sottraendo, come i bio-combustibili, alimenti a una parte del mondo che ne ha bisogno, occorre cambiare mentalità: basta con l’usa e getta e spazio all’usa e ri-usa.

Nel Ponente ligure esiste già una florida rete di distribuzione commerciale e si sta cercando una soluzione al “problema” rifiuti. Quale luogo più adatto per sperimentare idee e sistemi per il futuro?
Perchè allora non usare lo stesso materiale per i piatti e le posate nelle mense di scuole e ospedali? Perchè non cercare sponsor privati che con il loro logo sul Mater-Bi avrebbero la giusta promozione e aiuterebbero anche lo smaltimento dei rifiuti? Perchè non destinare parte o tutti quei 30 mila euro previsti per borse di tela dalla campagna regionale, in iniziative di questo tipo? Più che comunicazione, in questo caso serve ri-educazione. Qualcuno, Legambiente, si sta già muovendo in questo senso.

Siamo certi che anche Giulio Natta sarebbe d’accordo. Natta era un chimico, lavorava su formule e modelli di molecole che descrivevano la natura, ma quando poteva cercava la natura vera, amava l’ambiente.
Sulla strada che scende da Monte Ceppo, poco sopra Sanremo, in uno dei boschi più antichi della Liguria, c’è un castagno vecchio di 800 anni. Chi vi arriva trova una lapide a lui dedicata con la formula del polipropilene.
La formula soltanto, perchè quella parte di bosco, per fortuna, è pulita. Gli ultracorpi lì non sono ancora arrivati.

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Chi trova una discarica trova un tesoro

Attenzione: il seguente articolo è stato pubblicato per errore. Era stato programmato per il 25 gennaio 2026, in uno speciale previsto dalla rubrica Contromano sulla questione rifiuti. Invece, non se ne capisce ancora il motivo, il computer lo ha pubblicato oggi. Ci scusiamo per il disguido.
La redazione, dopo una lunga e sofferta riuninone ha deciso tuttavia di lasciarlo.
Vista l’importanza e l’attualità dell’argomento rifiuti per la provincia di Imperia e per il comune di Taggia in particolare, c’era il timore che la sua lettura fornisse informazioni sbagliate, false speranze o interpretazioni tendenziose.
Del resto, anche oggettivamente, non sono questi i pezzi che fanno vendere i giornali o fanno aumentare i click e quindi le inserzioni pubblicitarie sui portali. Quando si tratta di rifiuti, meglio pubblicare articoli contrari alle discariche e raccogliere allarmismi, diffondere timori, sparare sui sindaci senza proporre alternative. E’, ad esempio, ciò che fa “L’Eco della Riviera”. Quello sì che è un giornale. Ma non è giornalismo.
Dunque, contro ogni regola editoriale e ogni logica di profitto, abbiamo deciso di lasciare questo articolo perchè crediamo possa dare un contributo alla questione. E poi anche altri giornali, come Repubblica presentano casi virtuosi, non sempre si deve protestare.
Anche se è possibile, come molti affermeranno, che tutto ciò che dice verrà smentito, contraddetto, disatteso, resta la registrazione di un parere fuori dal coro, diverso, contrario, a suo modo “Contromano”. Come dal titolo di questa rubrica.
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Taggia, 25 gennaio 2026

Chi trova una discarica trova un tesoro.

Approvato tra mille polemiche 15 anni fa, l’impianto di Colli a Taggia è oggi un modello per la soluzione del disastro rifiuti. Mentre altre città italiane, come vulcani in eruzione, si circondano di discariche e veleni, Taggia sembra aver risolto il problema da tempo.
Deciso dall’amministrazione provinciale, lungamente discusso e prefezionato dall’allora sindaco di Taggia Genduso, l’accordo tra Provincia di Imperia e Comune di Taggia prevedeva che per ogni tonnelata di rifiuto solido urbano, il comune incassasse 13 euro e una royalty di un milione e mezzo.
Con la collaborazione dei comitati locali, l’amministrazione di Taggia aveva chiesto precise condizioni: che venissero comminate sanzioni ai comuni che non facevano raccolta porta a porta nelle percentuali previste e che l’impianto non producesse combustibile da rifiuti (CDR) buono per un inceneritore. Era l’unica via per accettare l’impianto sul proprio territorio. Dopo lunga trattativa si trovò un accordo.
In questo modo la proposta di referendum avanzata dai comitati fu ritirata e si passò dall’opposizione all’impianto ad una migliore informazione per i cittadini. E mentre c’era chi, per interesse o ignoranza della situazione, proponeva di realizzare una discarica in luoghi protetti o incontaminati o addirittura di riaprire Ponticelli che per anni aveva servito la provincia, ma, ormai satura, è una vera e propria bomba ecologica, l’impianto è entrato in funzione. Poco a poco tutte le città limitrofe si sono adeguate. Anche Sanremo, dopo una pesante sanzione e l’aumento vertiginoso delle tasse, ha dovuto cedere e allestire la raccolta differenziata porta a porta per rientrare nei margini obbligatori.

Oggi, dopo 15 anni, a Taggia, i risultati di quel momento difficile sono evidenti. Mentre i vicini comuni sono quasi alla bancarotta, Taggia – che nel frattempo non ha cambiato nome per non produrre ulteriore spazzatura – naviga in buone acque. Abbiamo intervistato l’attuale sindaco. Vincenzo Genduso, dopo la battaglia della rumenta, non fu ovviamente riconfermato nelle successive elezioni, ma molti oggi capiscono quella scelta e ne apprezzano le qualità. L’allora opposizione, legata a doppio filo al PDL, con l’atteggiamento servile che aveva sempre dimostrato nei confronti dell’amministrazione provinciale, non avrebbe fatto di meglio e ceduto a condizioni peggiori.

“Che sia rumenta di Taggia o di Arma, o proveniente da Sanremo, Imperia, addirittura anche Badalucco, non facciamo distinzioni – dice il primo cittadino di Taggia – A Taggia, come a Vedelago e altre località, s’è pensato al futuro e messo da parte per un attimo la politica. La spazzatura, qui, paradossalmente, da problema, è diventata una risorsa.
Molti soldi ci arrivano dall’energia elettrica prodotta dal biogas. Grazie ad una viabilità migliorata e alla vicina autostrada, i compattatori arrivano e scaricano senza disturbare la popolazione. I rifiuti in attesa di essere trattati, in particolare la frazione umida, vengono subito coperti di argilla: in questo modo si evitano cattivi odori e gabbiani.
Prima il bilancio del comune era risicato, ma adesso possiamo fare cose importanti, che nessuno era mai riuscito a fare prima: nessuna Tarsu, l’Ici è scomparsa (appena al 4 per mille, qualcuno l’aveva promesso, ma da noi è una realtà). Niente Irpef. Le coppie che hanno il primo figlio ricevono 500 euro. Per il secondo, 1000 a testa. Quando i figli vanno a scuola arriva un contributo di 500 euro all’anno. Asilo nido, scuola materna, costano pochissimo: per la mensa si paga la metà di Sanremo e un terzo di Imperia -.

Nelle parole del primo cittadino più invidiato del ponente, s’intuisce un po’ d’orgoglio.
E ha ragione. Taggia sembra rinata. L’area ex Caserme Revelli, una volta fatiscente, oggi ospita una piscina e un complesso sportivo. La stazione, costruita con un progetto che non teneva conto delle esigenze del paese, è oggi ricca di uffici e servizi. Addirittura, i treni Intercity preferiscono fermare qui piuttosto che a Sanremo. L’area commerciale, la maggiore della provincia e quindi responsabile della produzione della maggior parte dei rifiuti, ha aderito alla politica Rifiuti Zero eliminando gli imballaggi ed è attenta al riuso e al riciclo.

“In questi casi bisogna usare la testa – continua il sindaco – allontanare gli eccesi umorali, le sindromi NYMBY o i banali fini politici. A quei tempi fu difficile, ma bisognava cambiare testa. Questo è stato fatto. Non si poteva continuare a dire: “I rifiuti da qualche parte bisogna mandarli, ma non qui da noi”. Oppure: “Noi abbiamo già dato”. O: “Siamo una città a vocazione turistica”. Perchè? I turisti forse non producono rifiuti? O la loro rumenta è più pregiata della nostra?
A volte ci vuole coraggio, non difendere solo il proprio orticello. Altrimenti, l’alternativa è il caos.”

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