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Italo Calvino e gli avi degli antenati

– Tu a che età sei stato bambino?
– Sono stato bambino molto a lungo.
-
Quando eri bambino con che cosa e con chi giocavi?
– Giocavo… con degli spazi, con degli ambienti. I giochi si dividono nei giochi che si fanno in un ambiente delimitato, per esempio un campo di football, e i giochi che si fanno al di fuori di un ambiente… È già un gioco fare un certo percorso. Per esempio: qual è il primo gioco che fa un bambino piccolo di tre, quattro anni quando lo portano al parco? Vede un muretto e vuole camminare sul muretto, tenuto per mano magari. Questa cosa del muretto in fondo mi è sempre rimasta.
– Un po’ da Tom Sawyer?
– Sì, per esempio… andare fino alla punta del molo, saltando da uno scoglio all’altro; oppure percorrere un torrente senza mai passar per le strade, ma da una pietra all’altra del torrente superando i punti difficili, perché ci sono… dei piccoli laghetti.
(Tratto da una intervista di Nico Orengo a Italo Calvino, in “Buonasera con… Calvino”, programma di Lucia Bolzoni, Nico Orengo, Donatella Ziliotto, regia Vittorio Nevano, Rai Due, 5 giugno 1979).

Una volta Nico Orengo chiese a Italo Calvino a che età era stato bambino e lui, con il suo parlare provvisorio, incespicante, con quel suo dire che pareva stesse raccontando una fiaba ad Esopo, gli diede la sua idea di letteratura per l’infanzia. Era una conversazione tra liguri, entrambi conoscevano cosa significava andare alla punta del molo saltellando da uno scoglio all’altro o usare un torrente come sentiero o camminare su un muretto, per cui non c’era da essere molto precisi. Tutti possiamo capire bene a cosa Calvino si stesse riferendo. Credo che, per Italo Calvino, la letteratura per l’infanzia e la letteratura in generale, siano state per lungo tempo proprio questo: spazi, ambienti e percorsi. Muretti, alberi su cui saltare; torrenti, sentieri, boschi in cui nascondersi; scogli, strade, parchi per i giochi di relazione, campi in cui costruirsi un ruolo tra gli altri. Questi suoi giochi sono gli avi degli “antenati”, le prime cose che, da bambino, lo hanno rapportato con il suo territorio. Questa è la sua letteratura per l’infanzia. 

Che cos’è, dunque, la trilogia de “I nostri antenati” se non la trascrizione dei giochi del bimbo Italo? Come ogni bambino, contando sulla propria immaginazione, impersona ora la parte buona ora quella grama del conte Medardo, oppure rifiuta il piatto di lumache di sua sorella e sale testardo su un albero come Cosimo, o, ancora, cerca se stesso tra mille paladini di cui invece biasima i vizi formali, pedante come Agilulfo. Attraversa, regola, determina, spazi, ambienti e ruoli. Come Mark Twain, Calvino sapeva che se non si può rimanere bambini per sempre, lo si può restare a lungo. Ogni età ha il suo gioco e ogni bambino la sua letteratura.

Non c’è bambino che non sogni di salire sugli alberi come Cosimo de “Il Barone Rampante”: Calvino lo avrà visto fare chissà quante volte a Libereso Guglielmi, il botanico da poco scomparso, coetaneo e compagno di giochi di Italo, un folletto che lavorava con suo padre Mario alla stazione sperimentale di floricoltura. Ma il gioco diviene utopica follia quando, a dodici anni, Cosimo sugli alberi decide di passare tutta la vita, saltando da un’avventura ad un’altra, crescendo e affrontando lassù tutti i problemi della vita, da quelli filosofici a quelli pratici. Ricordo una rappresentazione, curata da Nico Orengo, ambientata sull’ontano del Barone Rampante, tra Apricale e Perinaldo, sul torrente Merdanzo, dove appunto Cosimo era solito andare a fare i suoi bisogni. Al gioco di arrampicarsi resterà fedele per tutta la vita, in tutte le sue avventure. Insegnerà la lettura al brigante Gian dei Brughi, amerà Ursula, tornerà a Ombrosa, fino a che, vecchio e stanco, una mongolfiera non lo porterà via e la sua vita da gioco diventerà davvero una favola. Non si fa fatica a vedere in Cosimo il buon selvaggio di Rousseau, o il Voltaire che si batte per il predominio della ragione. Ma un bimbo che ne sa, tutto questo lo vediamo noi, che siamo grandi.

Allo stesso modo, si gioca per capire chi siamo. Per capire chi è, il bimbo deve innanzitutto capire chi non è, dare un perché e un percome a comportamenti, azioni, parole, di cui vede solo la scorza. Fare come l’Agilulfo de “Il cavaliere inesistente”, oltre a fargli indossare una bellissima armatura bianca, gli permette di seguire un percorso, un ruolo, una regola ferrea e riconoscersi nella ricerca di qualcosa: la battaglia, il santo Graal, un amore cortese. Ma dev’essere perfetto, esatto, marziale, qualcosa che non esiste sulla terra. Finché non si rende conto che tutta questa perfezione lo sta trasformando in qualcosa di disumano, d’altro da sé, in un automa. Ogni gioco che si rispetti ha il suo limite. Quello di fare l’Agilulfo è allontanarsi dal mondo, che invece è imperfetto e incompiuto, perdere ogni rapporto con gli altri, con ciò che si ha attorno. Un prezzo troppo alto per chiunque. Così, anche il suo gesto estremo, quello di dissolversi, è vano: essendo lui costituito di puro niente, si risolve in nulla. Un insegnamento buono anche oggi, in tempi affollati di macchine, di computer, cui affidiamo le nostre relazioni.

Ci sono poi giochi che spiegano le differenze. Conoscere la differenza tra bene e male è un altro passo importante: spesso le sfumature non sono così nette come le si pensa. Non è una cosa così facile, occorre molta attenzione. Si comincia da vicino, ci si guarda attorno – tutti hanno uno zio, un cugino, un fratello un po’ matto – si riconoscono gli altri, si imitano i loro comportamenti, si impara a distinguere i sentimenti, le ragioni. Italo Calvino sa bene quanto sia importante questo processo: imparare da che parte stare è forse l’eredità più importante degli anni della Resistenza. E’ proprio ne “Il sentiero dei nidi di ragno” che scrive “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte”. 
Bastava poco, a quei tempi, per divenire la metà cattiva de “Il visconte dimezzato”, un Medardo Gramo, vestito di nero, che taglia, spacca, brucia ogni cosa. Ma sdoppiarsi non si può, bisogna decidere, arriva il Dottor Jekyll e Mister Hyde, anche questo gioco ha il suo limite: non siamo né l’una né l’altra metà, ma l’uomo intero, completo, coi suoi pregi e i suoi difetti. Identificarsi magari “con gli aspetti cattivi dei buoni”, come dichiara Calvino.
Anche noi leggendo oggi “I nostri antenati” possiamo chiederci quanto a lungo siamo stati bambini. Sarebbe bello scoprire che lo siamo ancora. Oppure chiederlo ai nostri bambini, visto che l’infanzia dura sempre meno.

Pubblicato su: https://ilcolophon.it/italo-calvino-e-gli-avi-degli-antenati-62a9070da717

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Confini senza frontiere

Venerdì 20 novembre 2015 alle ore 18 presso la libreria L’Amico Ritrovato di Genova, Donald Datti, con la parteciparzione del prof. Antonio Gibelli, presenterà il mio romanzo “Confini senza frontiere”, Ultima Spiaggia edizioni.

Ecco, il primo capitolo in anteprima.

Confini senza frontiere
1.
Grotte del Pozzillo, Isola di Ventotene, agosto 1943
Nel ’39, quando al giornale mi dissero che mi avrebbero mandato qui, feci un salto sulla sedia. Stavo scrivendo un articolo sul commendator Ennio Tartaglia, un piccolo sarto che aveva inaugurato un’altra merceria e si avviava a ricevere il Littoriale del lavoro.
– Dalmasso, ti vogliono di là, dal direttore – mi dissero. Ma perché, mi domandai, chissà perché, che avrò fatto, ormai ho imparato a stare attento con la battitura, errori nell’ultimo articolo ce n’erano pochi davvero e poi sono più veloce che all’inizio, l’aveva detto anche Valenti, il caporedattore.

Invece, quando entrai nell’ufficio del direttore:
– Si accomodi, Dalmasso, si accomodi.
La scrivania di Ermanno Amicucci, il direttore de “La Gazzetta del Popolo” era la più bella, forse, che si potesse avere a Torino. S’era preso la stanza migliore di uno di quei palazzotti Liberty di via Cernaia, coi balconi che davano a sud. Anche d’inverno ci si stava in maniche di camicia e la luce restava fino a tardi la sera. La foto del Duce l’avevano messa sopra un piccolo ma retorico trespolino con pianale in marmo, su cui stavano anche la radio e, da poco, un busto d’alabastro. Il soggetto era lo stesso della foto, ma con il mento più prominente. Ma era lì da poco, ne sono sicuro; quando fui assunto, nemmeno un anno prima, ve n’era uno di Garibaldi, ne sono certo.
– Bene, Dalmasso – mi disse il direttore, pronunciando il mio cognome un po’ affievolito, non come chi sta chiamando qualcuno ma come chi ha paura di dire una parolaccia (del resto Amicucci è romano e non sa che “Dalmasso” è un cognome tipico piemontese, d’intorno a Cuneo) – ho letto con molto piacere il vostro articolo su Learco Guerra , bravo, “Learco Guerra non corre per la ricchezza, corre per l’onore. Non ha fama di ricchezze ma di storia. E’ come l’Italia…”.
– Come? Ma io… – Non ricordavo davvero d’aver scritto quelle frasi.
– Ah, devo dire che è scritto molto bene. Continui così!

Infine decisi di incassare i complimenti del direttore senza pormi domande. Così avrebbe fatto ogni redattore alle prime armi. (Poi andai a controllare: non avevo mai scritto quelle parole, il mio articolo era stato completamente cambiato. Forse era stato Valenti, senza dirmi nulla.)
– Grazie Signor Direttore, grazie.
– Voi avete delle qualità, sapete?
– Beh, se me lo dite voi ci credo, Signore.
– Come no, pochi sanno descrivere così d’imprese epiche, che onorano l’Italia.
– Ma Learco Guerra è un campione….
– Non siate modesto. Credo che le vostre doti siano sprecate nella cronaca locale.
– Beh…- non sapevo che dire.
– Dalmasso, ho un progetto per voi – disse lui.

Immaginate la mia sorpresa a sentire queste parole. Io che pensavo mi sarei trovato di fronte ad un rimprovero.
– Ascoltate bene. Come voi ben sapete, il governo manda i pericolosi sovversivi al confino in alcune isole del Mediterraneo. Lipari, le Tremiti, Ponza e altre. Vengono tradotti lì e mantenuti con vitto e alloggio a spese dello stato e lasciati nella più totale libertà. Pensate un po’: coloro che cospirano, che si riuniscono sediziosamente, che tramano contro lo stato e addirittura contro il Duce, in cambio noi li mandiamo in villeggiatura, come ebbe a dire il Duce in persona. Ora: la stampa anglosassone dice che i confinati di Ventotene vengono maltrattati. Vogliono sollevare l’opinione pubblica internazionale contro di noi. Dobbiamo smentire questa falsità. Capite?
– Certo…
– Bene. Da Roma ci chiedono di raccontare la verità, la vita dei confinati a Ventotene. Vogliono che si descriva come sono sistemati, che si racconti la loro vita quotidiana, che fuori d’Italia non si dica che noi non siamo clementi con i reati d’opinione. Bene, io ho pensato a voi.
– Beh.. Signor Direttore… grazie…, ma io…
– Ma voi cosa? Non mi dite che non vi interessa, che non vi piacerebbe…
– No…, sì che mi interessa e molto, ma…
– Si tratta di passare laggiù qualche giorno, una settimana, al massimo. E scrivere una serie di articoli: su come i confinati vengono trattati bene, su come là possono ripensare ai loro errori, su come ogni cittadino deviato può essere recuperato.
– Beh, ma, io…
– E se poi il vostro articolo piace, potremmo venderlo anche al Corriere della Sera e mandarlo in tiratura nazionale.- …
– E poi, al vostro ritorno, dopo questa esperienza importante, chissà… potrei anche proporvi come caposervizio…
Come poteva non interessarmi quella proposta? Come negare che per la mia carriera sarebbe stata un lancio inaspettato, dopo appena un anno passato a scrivere necrologi o articoli sulle mercerie del Cavalier Tartaglia? Ma come facevo a dirgli che a breve mi sarei sposato e quella decisione mi pesava? Come facevo a dirgli che l’articolo su Learco Guerra lui l’aveva totalmente travisato?
– Dalmasso, intendiamoci: voi andate lì per quattro giorni, in vacanza, a tutti gli effetti, nel migliore albergo dell’isola. Visitate il confino, vi guardate un po’ in giro, parlate con qualcuno, osservate tutto. E poi scrivere un articolo. Ma dev’essere bello, onesto, sincero, allineato, in chiara prosa littoria, ci siamo capiti?
– Certo. Scriverò la verità.
– Certamente, voi dovete scrivere la verità. I confinati stanno benissimo. Altro che maltrattamenti e propaganda inglese. So di chiedere molto. Non sarà facile. Certo non vi mando tra gente raccomandabile: su quell’isola c’è la peggior feccia che le ultime generazioni abbiano prodotto in Italia. Ci sono attentatori, insurrezionalisti, sovversivi, agitatori, anarchici, gente con ideali eversivi, testimoni di Geova e facinorosi comuni. Ah, attento, eh, dicono ci sia pure qualche pederasta. Ma tanto voi state per sposarvi no?
– Proprio per questo… Signore… mi dispiace…
– Ah! Ma di cosa vi preoccupate? Della vostra futura mogliettina? Pensa che una volta partito da qui si dimenticherà di voi?
– No… ma…
– Ma non si preoccupi! Le farà bene! Voi sapete come son fatte le donne…
– E come?
– Beh… siate fedele, siate sempre con lei, soddisfatela in tutto e per tutto… e proprio allora, lei vi tradirà. Invece voi partite, andate, siate ligio al vostro dovere e vedrà che la vostra futura mogliettina non farà che aspettare il vostro ritorno…

Povera Caterina. Quando glielo dissi, scoppiò a piangere, nemmeno le avessi detto che partivo per il fronte. Se mi avessero arrestato e confinato a Ventotene per qualche motivo, sarebbe stato più facile accettare tutto, oh povera ragazza mia. Ma questo è un altro discorso, ve ne parlerò strada facendo.

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L‘estetica del fungo. Tra filosofia e gusto di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte

Recensione pubblicata su: Il colophon

Mio padre, quando andiamo a raccogliere i funghi, sono buoni solo quelli che raccoglie lui.
Mio padre dice che tutti i funghi si possono mangiare. Qualcuno però una volta sola.
Mio padre va per funghi sempre nello stesso posto, anche quando non ne nascono.
Sa dove sono i funghi, come se li conoscesse uno a uno. Da qualche parte, deve avere una mappa di tutti porcini. Ma ora so che non la mostrerà mai a nessuno, tantomeno a me. Prende solo i funghi che gli piacciono; gli altri, anche se sono mangerecci e io li farei al forno o con le patate, li lascia lì, al loro destino.
Perché parlo di mio padre invece di recensire L’estetica del fungo. Tra filosofia e gusto, di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte?
Perché questo libro gli piacerebbe. È uno di quei libri che potrei regalare a mio padre alla festa del papà o per il suo compleanno, magari anche a Natale (qualora non trovassi prima un vino buono o un vecchio Sport Illustrato su Coppi).
Glielo regalerei di certo. Se solo lo leggesse.
Perché papà dei libri non sa che farsene, è già tanto se sfoglia Telesette. Figuriamoci L’estetica del fungo, praticamente una tesina d’estetica filosofica, con dettagli metafisici e tassonomie dettagliate delle forme dei porcini, dei tipi di cercatori, delle calamità cui un cercatore va incontro, tutte cose a papà arcinote e su cui potrebbe scrivere un’enciclopedia. So già che quel libro finirebbe come zeppa al tavolo.
Del resto, perché regalare un manuale di estetica a chi, forse, davvero, conosce a fondo il bello dell’andare a funghi?
Siamo noi intellettuali che abbiamo bisogno di celebrare quanto è bello ciò che facciamo, siamo noi che abbiamo bisogno di esibirlo, decantarlo, sbandierarlo, sminuzzarlo fino a trovarne tutte le implicazioni, le caratteristiche, le peculiarità, i noumeni, le smagliature, i difetti, sviscerarlo fino a demolirlo e scoprire così che, magari, non ci piace più.
E papà, invece, se ne sta seduto dall’altra parte a guardarci arzigogolare. E a mangiare tutti i nostri funghi.
Per recensire questo libro avevo bisogno di un compagno. Si sa, per funghi è meglio andare in due.
Così l’ho prestato al mio amico Giacomo, che da bravo professore di chimica, poteva aiutarmi a chiarire dettagli come il mistero della crescita, del formarsi di quel tessuto miracoloso chiamato micelio. Ma dovevo stare attento. Giacomo è egli stesso un fungaiolo con molti anni di esperienza. Io e lui abbiamo le stesse fungaie: ha una casa nei pressi del Passo della Bocchetta. Un giorno, mentre andavo da lui, trovai un porcino. Quando glielo mostrai, mi guardò con un lampo d’odio negli occhi, come se gli avessi portato via un tesoro. Ora, dopo aver letto il libro, capisco meglio perché. Leggere L’estetica del fungo, se non mi aiuterà a trovare un cesto di prelibati porcini, di certo mi ha aiutato a capire meglio questo mondo un po’ mistico e un po’ perfido dei boleti. E anche certi silenzi di mio padre.
Il punto forte del libro, a mio parere, è questa parte metafisica: andare per funghi non sarebbe che un determinato tipo di indagine filosofica; dietro la ricerca del fungo c’è il segreto della vita. Come tale, quest’attività è trasversale: coinvolge tutti, impiegati, giornalisti, professori di chimica e idraulici in pensione, proprio come Giacomo e mio padre. È la fuga dai problemi contingenti ad alimentare la nostra domanda esistenziale e dunque la voglia di trovare funghi, è un “conatus” spinoziano, una necessità ineluttabile. Quindi si tratta di ben più che un passatempo. Il fungaiolo è un drogato, ma sano, un tossicodipendente dell’indagine, affamato della sua attività teoretica. Ma se così fosse, allora tutti gli uomini dovrebbero andare per funghi; invece (nonostante per Giacomo o papà, siano già troppi quelli “che vanno nei boschi”), andare per i funghi e passeggiare tra gli alberi sono due cose completamente differenti. La prima è un’attività iniziatica, un procedere meditativo: per trovare i funghi, bisogna dimenticare di starli cercando. La seconda invece, andare nei boschi senza consapevolezza, può essere addirittura rischiosa.
Le tassonomie di questo libro sono a tratti spassose: cinque sarebbero le tipologie dei porcini, assunti, tra tutti i boleti — tesi discutibile ma reale — a fungo modello. Il ritrovamento di un porcino di qualsiasi categoria resta, infatti, qualcosa di molto vicino all’estasi. Tutti i fungaioli sono classificabili negli “avidi”: vorrebbero i funghi tutti per sé.
Non ci sono legami di sangue, d’amicizia o, forse, sentimenti, che portino a tradirsi e rivelare una fungaia a qualcuno. Al loro interno, i fungaioli si dividerebbero tra solitari, conviviali, pensatori e professionisti. Ma, oltre a quelle scaturite dalle loro interazioni sono sicuro che se ne potrebbero trovare numerose altre, almeno quanti sono i tipi di ricerca dell’esistenza. Papà è di sicuro un solitario che, quando non ne trova, diventa necessariamente un pensatore. Giacomo è un druido resipiscente, uno che sa dell’esistenza di leggi antichissime non scritte che confronta continuamente con la sua attività teoretica e scientifica, con le leggi del cosmo.
Tra le calamità la più grave (peggio dei vermi, delle lumache e delle muffe) è l’uomo, il suo passaggio reiterato, il suo sfruttamento eccessivo, l’avidità.
Se i funghi sono una ricerca dell’assoluto, i motivi della loro crescita sono misteriosi. Chi, tra i fungaioli, non si è mai chiesto come crescono? Incoscienti e ignari, gli autori del libro tentarono di riprodurli e raccontano nei dettagli il loro tentativo. Forse, per i funghi, non c’è termine più errato che “coltivarli”.
Di tutto il libro, la parte secondo meno efficace, è quella finale, “Dagli alberi ai fornelli”, curata dallo chef siciliano Carmelo Chiaramonte. Forse perché tale argomento vanta decine di imitazioni. Forse perché stona con la vera novità: la precedente parte estetica del libro, perché quello del palato è un gusto meno assoluto che quello dell’occhio che scopre la testa di un fungo e più soggettivo, locale, cambia di luogo in luogo, di persona in persona. Chiaramonte ci dice tuttavia come rispettare un porcino durante la preparazione: sarebbe un peccato rovinare tutto immergendolo, ad esempio, nell’amuchina.
Seguendo i suoi consigli siamo in grado di gustare completamente l’estetica del fungo e distinguerne le tonalità: quello trovato sotto il castagno è sempre diverso da quello nato sotto una quercia.

L‘estetica del fungo. Tra filosofia e gusto di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte

[Edizioni Estemporanee]

Giacomo Revelli

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Ventotene. Confini senza frontiere

Ora che s’allontana, Ventotene si rivela quel che è.
Fino a poco fa, nemmeno dieci minuti, era uno scoglio, un tocco di vulcano, una virgola in mezzo al mare. E Santo Stefano il suo punto. Ora, da più lontano, da qui, traghettati su questa terra, ferma in tanti sensi, sembra più un luogo in cui il pensiero poteva fare ginnastica liberamente, senza argini, senza confini, senza frontiere.

Perchè restarci anche solo per 5 giorni, significa confinarsi a tutti gli effetti, anche se  stavolta, per nostra fortuna, il confino è volontario, e non come capitò ai personaggi del mio romanzo “Confini senza frontiere”, che furono mandati qui dal regime fascista.
Il protagonista, chissà, forse è esistito davvero. Amedeo Dalmasso, oggi forse avrebbe fatto il mio lavoro. E’ un’apprendista, un giornalista alle prime armi che viene mandato sull’isola per raccontare il confino politico, ma dal punto di vista del regime, non da quello oggettivo di uno scrittore. La stampa inglese aveva pubblicato articoli che ipotizzavano maltrattamenti ai confinati: Mussolini non voleva che fosse detto e spedì alcune delle migliori penne nelle colonie di confino con lo scopo di convincere l’opinione pubblica europea ed evitare sanzioni.
Amedeo ci finì perchè era alle prime armi e manipolabile. Tuttavia resta fedele al principio per cui ha scelto di fare quel lavoro: raccontare la verità. Ma presto si accorge che la verità che vogliono i suoi principali non è quella che nota lui, che la verità del Fascismo è altra cosa dalla verità della Storia.

Non si capisce perchè Amedeo resti confinato. Non l’ho mai capito, nemmeno rileggendo più volte il romanzo per correggere le bozze (e voi non confinate me se trovate qualche refuso!).
Credo che sia per il suo eccesso di zelo nel raccontare la verità. Ma gliel’avevano ordinato, non è colpa sua.
O, forse, per aver parlato con più di tre persone contemporaneamente: lì su quell’isola era vietato, era considerata “adunata sediziosa”.
Infine, forse per aver imparato che cos’è la libertà, oltre che la verità, in quella facoltà universitaria ch’era Ventotene in quegli anni.

“Ciò che abbiamo fatto su quest’isoletta, in questi anni, forse non potevamo farlo altrimenti e in nessun altro luogo – dirà ad un certo punto – Dobbiamo ringraziare Mussolini: d’aver raccolto tutti assieme chi non la pensava come lui, di non aver fatto altro che concentrare
l’antifascismo in un solo luogo, d’averne creato un ateneo, un’università. Quando mai si sarebbero riuniti, tutti insieme, anarchici e comunisti, militanti di Giustizia e Libertà e stalinisti slavi, reduci della Spagna, ebrei, arditi del popolo e testimoni di Geova?
Mentre l’Italia marciava a passo d’oca e salutava romanamente, a Ventotene se ne progettava il futuro; mentre a Roma si festeggiava il Patto d’acciaio, in mezzo al Mediterraneo abbattevamo le frontiere dell’Europa.”

Vengono in mente le parole di “Concrete jungle”, una canzone di Bob Marley che ho sentito cantata da Valerio, proprio in un localino sull’isola, l’Hobo.
“…
Concrete jungle…/ Man you got to do your best.
Whoa, yeah. / No chains around my feet,
But I’m not free, oh-ooh!
I know I am bound here in captivity…”

Di sicuro Amedeo si iscrisse, volente o nolente, a quell’università, non si sa se alla facoltà di comunismo, anarchismo, liberalismo, azionismo o europeismo (ma qualche sospetto l’abbiamo). Di sicuro seguì tutti i corsi: marxismo, totalitarismo, anarchismo e autogestione,
egualitarismo, e, come ogni buon italiano, un corso base per fottere lo stato e sopravvivere. Ai tempi era più necessario di oggi.

E allora, che avrà fatto uno così, come Amedeo, per essere rimasto confinato su quell’isoletta? Qualsiasi cosa sia, possiamo perdonarglielo, perchè lì, a Ventotene,  qualcosa ti rubano le sirene, qualcos’altro lo lasci impigliato nelle agavi ma, qualcosa, sempre di più, lo confini lì per sempre. E, ogni tanto, torni dal continente e ti vai a trovare.

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“Il canale bracco” di Marino Magliani

Pubblicato su: http://www.mentelocale.it/66257-magazine-marino-magliani-scrittore-girovago-dall-olanda-prela/

“Il canale bracco”, la biografia di un canale. Sospeso tra Italia e Olanda, Magliani ci racconta di questo singolare viaggio accompagnando le acque. Gli spazi del Nord e la luce della Liguria

Non si sa mai davvero dove abita uno scrittore.
E Marino Magliani è uno scrittore dislocato. Non sai dov’è. Se la sua scrivania è a Ijmuiden, nel quartiere di Zeewijk, la sua penna sta in Val Prino, a Prelà, tra i tornanti del torrente o in qualche fascia d’orti. Quando cammini con lui in “centro” a Prelà, tutti lo salutano come se fosse appena arrivato. Qualche amico anzi, era pure salito fino a casa sua, aveva trovato chiuso e aveva pensato che fosse ancora in Olanda.

Magliani non si capisce se è un italiano che vive in Olanda, o un olandese che torna a Prelà. E’ un caso tutto particolare della consuetudine che vede tedeschi, inglesi o olandesi innamorarsi dell’entroterra ligure, comprare a due lire una casetta e stabilirvisi all’ubago della città e della vita di Riviera.
Lui però uno è di Prelà che è andato a vivere in Olanda. Ma lì ha preso il morbo che prendono prima o poi tutti quelli del nord. Una sindrome che li porta a puntare a sud, non troppo, la Liguria di Ponente va bene, e ad addentrarsi nell’entroterra, oltre l’A 10, per trovare una nuova patria – in tedesco sarebbe una nuova “Heimat”, in olandese non so – fino a creare tra quei carrugi un’ambasciata di lanzichenecchi, un piccolo consolato di birkenstock o, semplicemente, una tribù di indigeni sturm und drang.

E’ uno speciale tipo di esilio quello di Marino Magliani. Non abita più a Prelà da tempo, ma vive lì da sempre. Vive, parla, traduce, mangia in olandese, ma si esprime, comunica, dimora in Liguria. Quando parte da Ijmuiden, porta con sé quei giorni di bruma e di gelo, con un mare duro davanti e poche di sole al giorno. E torna in Olanda con ben più che qualche oliva in salamoia e un pezzo di sardenara o pissalandrea.

Io e lui dobbiamo vederci una calda sera d’estate a Prelà. Dobbiamo parlare del suo nuovo libro, “Il canale bracco” (Fusta editore) e di altri progetti che abbiamo insieme. Ci siamo scambiati un appuntamento via sms Italia – Olanda. Ma quando arrivo non lo trovo. Prendo il cellulare. Chiamo. Richiamo. Irraggiungibile.
C’è una festa in paese, un mercatino delle pulci. In giro solo “foresti”: teste bionde, tedeschi, olandesi con una birretta. Di “noialtri”, i liguri, a parte i gestori dei bar, nemmeno l’ombra. Mi concedo un quarto d’ora, poi andrò via. Parte la musica, due ragazze con le lentiggini cominciano a ballare. Sto per andare via quando lo vedo. Passeggia con un suo amico. Vestito in pantaloncini corti e sandali, la camicia aperta. Parlano in dialetto del Prino, di campagne, di innaffiature. Quando mi vede, sorpreso, mi fa un sorriso, “Oh… Giacomo!” mi dice. “E il telefono, Marino? Ti ho chiamato un sacco di volte…”, gli dico. “Ah… è in Olanda”, mi risponde.

E’ così Marino Magliani. E’ uno che si siede con te alle otto e mezza di sera e invece che una birra, ordina cappuccino e brioche. Però, prima passa dalla sua cantinetta nel borgo. Sull’uscio c’è una bella agave. E mi regala dei libri, uno è un romanzo di uno scrittore di Cuba che ha appena tradotto, “La moglie del colonnello”, di Carlos Alberto Montainer, Celebrés Ineditos.

“Il canale bracco” è un libro non immediato. Trama scarna, pieno di complicati nomi olandesi, di moli, di canali, di dune. Non succede nulla. Magliani racconta un canale, come ce ne sono tanti nei Paesi Bassi. Però non riesco a staccare gli occhi dalle sue pagine, non riesco a mollare la sua scrittura. Un po’ perché è il sequel di “Soggiorno a Zeewijk”, scritto l’anno prima, la bella storia di un flaneur, uno che gira per i canali e sbircia nelle case degli altri. Un po’ perché, cercando di capire che olandese sia Marino Magliani, capisco meglio che ligure sia io.

Anche qui c’è un girovagare, una flanerie: ma stavolta con un senso, quello del canale. Anche qui c’è Piet, l’amico olandese del protagonista: un po’ arrabbiato perché citato nel libro precedente, come lo sarebbe un vero ligure.

Se recensendo “Soggiorno a Zeewijk”, avevo cercato di appurare se Magliani fosse un ligure del primo o del secondo tipo (di quelli attaccati come patelle ai propri luoghi o di quelli che partono ma tornano regolarmente a casa, secondo la classificazione di Calvino nel 1962), ora, scrivendo de “Il canale bracco” cerco di capire che cosa lo spinga a migrare, a lasciare le dune, i moli, i lunghi tramonti, i canali del nord per le anse del Prino che si tuffano in mare nei pressi di Imperia Porto Maurizio.

Un po’ è la vita, e anche in questo libro ce n’è molta, il peregrinare inquieto per lavoro, l’incomunicabilità con i locali, che rispondono “Zegt mij niets”, “Non mi dice nulla”, se uno gli parla di Porto Maurizio. Un po’ è questo cercare la frontiera, “l’incontro fortuito con una specie anfibia che vive in due mondi distinti”.

E, poi, forse perché quelli come Magliani, pur nella loro specie d’esilio, si “godono” di più i nostri luoghi. “Godono” detto con una sfumatura erotica, la stessa che, nel libro, usa la vicina di casa del protagonista, dicendo che s’è “goduta” il sole di Fuerteventura. Voglio imparare a farlo anch’io, come tanti, dalle nostre parti.

E allora seguo Magliani nel suo canale salmastro. Lo seguo quando passa tra acciaierie, disturba pescatori, quando cerca di inutilmente di salvare le stelle marine. Lo seguo come una capramuta, un insetto acquatico, segue, a Prelà come in Olanda, il suo torrente di parole.

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Sostiene Pereira, una graphic novel dal romanzo di Tabucchi

http://www.mentelocale.it/62774-sostiene-pereira-graphic-novel-dal-romanzo-tabucchi/

Un fumetto con i testi di Marino Magliani e le tavole di Marco D’Aponte. A vent’anni dal libro, un nuovo modo per rivivere una grande storia


In una Lisbona abbacinante, nell’agosto del 1938, un tranquillo giornalista deluso dalla vita conosce un giovane irrequieto e scopre una possibilità di rivincita in una Europa che puzza di morte. Chi non conosce la storia di Sostiene Pereira?

Il romanzo di Antonio Tabucchi, un grande della nostra letteratura, scomparso troppo presto nel 2012, uscì, nel lontano 1994. Vent’anni fa. Allora vinse il Premio Campiello e attirò le solite polemiche: venne definito un libro bugiardo sul rapporto fra letteratura e potere e allusivo all’allora presente (la discesa in campo di Berlusconi). Ma il tempo ha dimostrato quanto fossero miopi quelle critiche. Sostiene Pereira è sopravvissuto a quella stagione politica ed arriva ancora a noi potente. È una di quelle storie che sanno di assoluto.
Lo conferma la versione grafica del romanzo, appena uscita da Tunuè, con i testi adattati da Marino Magliani e i disegni di Marco D’Aponte. In vent’anni, ciò che una volta si chiamava fumetto ha cambiato nome e ora si chiama graphic novel, ma ciò non toglie nulla, bensì illumina questa grande storia.

Il nitore con cui D’Aponte delinea l’estate di Lisbona, i ritratti dei personaggi, mai abbozzati ma rifiniti nei particolari, lo storyboard, fedele al romanzo, concordano con i testi di Marino Magliani nel rendere i contrasti del romanzo: luce/buio, amore/odio, amore/violenza, vita/morte. Oppure la resa del tempo che passa, come afferma Paolo Di Paolo nella prefazione.

La matita di D’Aponte ricalca l’immaginario di Tabucchi. Ecco rua Rodrigo da Fonseca, la sede della redazione culturale del Lisboa, dove Pereira lavora. Solo. Poi il Cafè Orquidea, dove Pereira beve limonate e cena a base di omelettes. Nonostante sia troppo grasso e il suo cardiologo glielo abbia proibito. Oppure la Iglesia das Mercês, dove Pereira va per parlare con Padre Antonio. Perché Pereira è cattolico, ma non riesce a credere nella risurrezione della carne.
Ma quella del 1938 è anche una Lisbona livida di uomini in divisa, grigia fucili, nera di morte, come era tutta l’Europa alle soglie della Seconda Guerra Mondiale. Anche se, a volte, c’è spazio per qualche azulejo.
Impossibile, invece, rendere graficamente quel Sostiene, una formula troppo potente che rimane un monito, una notifica, con quel tanto di formale, di giuridico che ha del kafkiano: ma a quale processo viene sottoposto Pereira? Quello della letteratura? Quello della storia? Forse solo a quello, inarrestabile, della sua coscienza.
Nessun personaggio è esente da dettagli. E D’Aponte riesce nella difficile operazione di non far rimpiangere il volto che a Pereira diede Roberto Faenza, quello di Marcello Mastroianni.

E se dentro Monteiro Rossi e alla sua fidanzata Marta c’è l’energia che sconvolgerà la vita di Pereira, grotteschi, espressionisti sono i ritratti dei fascisti, che richiamano i quadri di Grosz. Caricaturale la figura di Pietade, la portinaia spiona di Pereira, che causa un persistente odore nel portone con le sue fruttate (chi seguì le lezioni di Letteratura Portoghese di Antonio Tabucchi in via Cairoli a Genova sa che pure lì c’era un odore persistente. Ma era di minestrone…).

Il Pereira di Tabucchi, non è un antieroe, è un eroe a tutti gli effetti. Questo ci dice questo grafic novel, la stessa cosa del romanzo. L’eroe non è solo colui cui che ha un suo angolino nell’epica o una persona dotata di superpoteri. È soprattutto colui che ha il coraggio di incidere con le proprie azioni, per piccole esse siano. Il Pereira di Tabucchi emerge così dalla mediocrità passo dopo passo, scegliendo di distinguersi dai volenterosi carnefici, i burocrati impegnati nel funzionamento della macchina nazifascista, come li chiama Daniel Goldhagen. Tutti i Pereira, loro malgrado, sono degli eroi. Chissà, se ci fosse stato qualche Pereira in più, forse la terribile ecatombe della guerra si sarebbe potuta evitare?

Oggi i critici di vent’anni fa potrebbero dire: da questo romanzo era già stato tratto un film, c’era bisogno di farne un graphic novel? Ancora una volta la risposta è sì. Perché le grandi storie necessitano di più immaginari, di media diversi. E in questo caso il mezzo vale proprio il messaggio.

Giacomo Revelli

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Soggiorno a Zeewijk

“I liguri sono di due categorie: – scriveva Italo Calvino (un altro che scriveva di Liguria con la scrivania lontana da Parigi) – quelli attaccati ai propri luoghi come patelle allo scoglio che non riusciresti mai a spostarli; e quelli che per casa hanno il mondo e dovunque siano si trovano come a casa loro. Ma anche i secondi, e io sono dei secondi… tornano regolarmente a casa, restano attaccati al loro paese non meno dei primi”. Lo scritto è del 1962, ma validissimo tuttora.

Soggiorno a Zeewijk, di Marino Magliani, Amos editore, è una bella prova di come si possa scrivere di Liguria da una scrivania lontana da Imperia.
Marino Magliani, è di Dolcedo, ma fa il traduttore e vive in Olanda, a Ijmuiden, vicino Amsterdam, nel quartiere di Zeewijk. E’ un ligure del secondo tipo, uno di quelli che per casa hanno il mondo (ha vissuto a lungo in Spagna) ma torna, “quando gli viene in mente”, in provincia di Imperia. E’ un esule, come lui stesso si definisce, non per motivi politici, culturali o religiosi, ma perché la vita lo ha portato via dai luoghi in cui è nato: gli effetti sono gli stessi, quelli dell’esilio. E lontano dalla propria terra, il filo, il cordone, che lo collega alla terra madre comincia a dolere, diviene un cilicio con cui patisce la malinconia.
E questo sentimento, questa “atra bile” della lontananza, porta marino magliani (scritto minuscolo come lo si trova nel romanzo e chissà quanto corrispondente al Marino Magliani autore) a ricercare analogie e differenze tra Zeewijk, il luogo che lo ospita oggi e Prelà, l’entroterra di Dolcedo, in cui è cresciuto, completando con tratto espressionista il quadro di questi luoghi. Ma è il ritratto di un paesaggio.

Sono più le differenze, è ovvio: pur essendo entrambe zone di mare, uno è il Mar Ligure, l’altro il Mare del Nord. L’analogia più sorprendente arriva a marino per caso. A Zeewijk le strade hanno tutte nomi di stelle e costellazioni: fu un’idea del padre di Piet van Bert, suo amico e compagno di ânerie. Un giorno marino magliani s’accorge che la cartina di Zeewijk è incredibilmente simile a quella del Ponente Ligure. Addirittura, sovrapponendola, ne combacerebbero i contorni. Che strano destino quello dell’autore/protagonista: andare via, lasciare la propria terra e portarsela dietro, come non staccarsene mai. Di più: Marino Magliani, questa volta l’autore, omaggia la sua terra: se le strade di Zeewijk portano i nomi delle stelle e queste combaciano con il Ponente Ligure, allora questa terra è degna del firmamento.

Altra differenza: Zeewijk è un luogo in cui tutto cambia. Gli edifici sono costruiti sulla sabbia e nel giro di vent’anni cambiano, la topografia è irriconoscibile. A Dolcedo invece tutto è immobile da anni, cambia lentamente. Anche in questo possiamo vedere un risvolto laterale della sua flânerie : forse il Ponente-firmamento ha già raggiunto la sua perfezione e fa male chi specula e tenta inutilmente di cambiarlo, di migliorarlo.

Soggiorno a Zeewijk fa venire in mente molte cose, per esempio “La finestra di fronte” di Alfred Hitchcock. Ma in questo libro, lo spaesato voyeur, non sta appostato al balcone come un paparazzo, bensì vaga per una città, inconsapevole di essere spiata (oppure consenziente, ma solo se si sta portando in giro il cane), e, comunque, complice, connivente, perché non usa tende o altro per coprire le grandi finestre. Ma siamo al nord, in Olanda, non a Dolcedo, qui finestroni e balconi significano luce, l’essere spiati è un danno collaterale accettabile.

E’ difficile essere voyeur, se non lo si è di professione. Il passo prima è fare il flâneur, la versione letteraria di questa psicosi. Perché il flâneur, in particolare lo scutuzusu, il curioso, che del voyeur è la varietà ligure, (sottotitolo del libro potrebbe essere Diario di uno scutuzusu) non lo fa per arricchire la propria vita dei particolari di quelle altrui, ma più per allontanare l’umor nero, la malinconia che l’attanaglia per essere lontano dalla sua terra, il Ponente Ligure. Ma allo scutizusu è data in dono una possibilità: quella di essere il punto di vista degli altri, di veder le cose come sono senza esserne parte. Nelle case, dall’altra parte del balcone si sta come i personaggi de “La lezione d’anatomia del dottor Tulp” di Rembrandt, che non s‘accorgono di quella mano dipinta al contrario. E anche marino magliani sta per finire dall’altra parte, tra gli osservati, cade nella trappola più comune, s’innamora…

Bello lo stile di questo libro. Antinarrativo, autofiction, catalogatorio alla Perec quando colleziona gli oggetti in quei soggiorni illuminati. Magliani narra la storia per bagliori, dipinge effettivamente con la scrittura una Zeejiwik città invisibile, in cui la malinconia alla fine ti salva.
Prima di andare a Zeejiwik, fate un salto a Dolcedo.

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