Salviamo il leviatano

Da Repubblica di sabato 22 agosto 2020

Taggia, avvistata una balenottera. “E’ Codamozza”

Una balenottera mutilata, con parte della coda mancante, è stata avvistata dai ricercatori dell’Istituto Tethys, a circa un miglio dalla costa di Arma di Taggia, in provincia di Imperia. Potrebbe trattarsi di Codamozza, già avvistata sul versante genovese del Santuario dei Cetacei. I segni di stress sono inequivocabili: manca, infatti, il lobo destro della coda e c’è un taglio profondo sul peduncolo caudale, dopo la pinna dorsale, che fa pensare a una ferita causata dall’elica di una nave. […]
– Era emaciata e carica di parassiti. L’abbiamo scortata per evitare che le barche si avvicinassero troppo acuendone lo stress – spiega Caterina Lanfredi, vicedirettore del Cetacean Sanctuary Research di Tethys l’associazione no profit che ha sede a Portosole a Sanremo – questo nuovo avvistamento è uno choc anche per noi.


Quando ho letto quell’annuncio di lavoro pensavo fosse uno scherzo.
“Cercasi psicologo per balene. Astenersi perditempo”. Cosa vuoi che abbia una balena in mezzo al mare, pensai, che soffra di solitudine? Poi decisi di mandare il curriculum: la laurea l’avevo, ma la specializzazione no, tantomeno in cetacei. Bisognava solo saper nuotare e aver letto cose come Pinocchio, il libro di Giona o Moby Dick. Il nuoto m’è sempre stato antipatico, ma con gli amici alla boa d’estate ci sono sempre arrivato. Sulle letture me la sono cavata scaricando un podcast poco prima del colloquio.

Capii tutto il primo giorno di lavoro. Altro che scherzi. Non siamo più ai tempi di Achab e dei balenieri: ore di attesa, vedette sui pennoni a scrutare l’orizzonte per scovare spruzzi e pinne. E Pinocchio e Giona non correrebbero nessun rischio di finire nella pancia di una povera balena. Al giorno d’oggi, trovare una balena, nel Mediterraneo, tra Sardegna e Liguria, nell’area che hanno chiamato “Santuario dei cetacei”, non è poi così difficile.

Ma, vedete, non bisogna confondere ciò che succede sopra il livello del mare con ciò che accade sotto. Giù, sotto la superficie, le cose vanno diversamente. Non c’è nulla per miglia, tutto è un muro blu. Ma poi, incontrare qualcosa o qualcuno non è così difficile. Le balene si trovano scambiandosi segnali sonori. Canti, click, suoni con cui si indicano i banchi di pesci per i mangiare e con cui dialogano o si corteggiano. Una balena è in grado di percepire questi rumori a parecchie miglia di distanza. Oggi però il fondo del mare è tutt’altro che muto. In mare c’è un po’ di tutto. Motori fuoribordo, acquascooter, sonar, eliche di portacontainer: un silenzio assordante. Per una balena dev’essere come avere un’autostrada trafficata sulla porta di casa.
E poi, loro malgrado, anche se sono mammiferi, le balene sono diventate dei veri VIF (Veri Important Fish): tutti le vogliono, tutti le cercano, tutti le fotografano. Questi poveri cetacei non hanno più un momento tranquillo. Nemmeno il tempo di venir su a respirare, che arrivano barche scoperte cariche di whale-watcher e turisti armati di macchine fotografiche e smartphone a caccia di un trofeo come in un safari. Figuriamoci se possono corteggiarsi e accoppiarsi. Potete ben capire che le balene non ne possono più. Gli effetti dello stress sono un po’ gli stessi dell’uomo, ma ventimila leghe sotto il mare. In tanti anni di attività ne ho viste di tanti tipi: orche bipolari che un momento prima fanno capriole a Marineland e un momento dopo precipitano negli abissi; delfini narcisisti; megattere anoressiche, beluga bulimici. Sono animali intelligenti e sensibilissimi, spesso come e più dei loro antenati sulla terra.

Io come curarle non so. Non esistere un lettino abbastanza grande su cui ascoltarli e nessuno ha ancora inventato il whalium. Noi ricercatori ci limitiamo, tuttalpiù, a qualche carezzina e a un’acciuga, quando è possibile. Ma è una goccia in mezzo al mare.

Più di tutte è Codamozza a preoccuparci. Il mare dei nostri tempi non è stato gentile con lei: le manca il lobo destro della coda e ha sulla pinna dorsale un taglio profondo provocato dal contatto con un’elica.
L’abbiamo incontrata nelle acque davanti a Genova: il suo canto era basso e lamentoso, quasi un mugugno. Sarà l’influenza della zona, ci siamo detti.
Ma dopo l’ultima volta che l’abbiamo vista ci stiamo preoccupando per lei. Era davanti ad Arma di Taggia, nemmeno troppo al largo, un miglio circa dalle coste piene di bagnanti e ombrelloni. Di certo, una cosa l’ho capita in questi anni: quando una balena si avvicina troppo alla costa, le cose non vanno molto bene. La costa, il confine tra le acque e la terra, sono per loro come il confine tra la vita e la morte. Per molte la terra, la costa, sono un richiamo irresistibile, alcune non riescono a sfuggirvi e vi s’avvicinano sempre di più, finché non restano spiaggiate.
Codamozza non stava bene: magra, perdeva pezzi di pelle e aveva molti parassiti. Non abbiamo potuto far altro che scortarla al largo per evitare che qualcuno le desse fastidio.

Ma ciò che non è accaduto oggi può succedere domani. Se non è Codamozza sarà Pinnarotta o Petrodoglio. Forse esiste un Achab in ogni essere umano. Come faremo allora a evitare che da santuario dei cetacei questo mare si trasformi in cimitero?

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