Interviste ai Maddalenanti: Davide Giuffra

Davide Giuffra riveste un ruolo duplice. E’ Segretario della Compagnia di Santa Maria Maddalena del Bosco: un ruolo importante, non facile, di responsabilità, che pretende equilibrio, misura e sobrietà, ma anche carisma e fermezza. Ma è anche uno dei due configuranti, gli interpreti del Ballo della Morte. Da lui passano le decisioni, i problemi, i compiti, come l’affiancamento dei vari contestabili che si susseguono ogni anno. Spetta al segretario collaborare con le altre cariche della compagnia, il cassiere e i collettori delle tessere, e dettare i tempi e le tappe il giorno della festa come nell’amministrazione. Ma da lui passano anche le emozioni, il carico, la storia del ballo, quei movimento che si tramandano da anni.
Davide, com’è fare il Segretario?

Sono al completo servizio della Compagnia: ci vuole un impegno quasi quotidiano nei mesi estivi e implica la programmazione lavorativa come di ferie, vacanze e viaggi. Ma il senso del dovere e l’amore per la Madaena compensano di tutti gli sforzi.

All’interno dell’Amministrazione della Compagnia, non si è mai fatto caso a implicazioni politiche o religiose. Quella religiosa non è che un aspetto della nostra missione. Io ho sempre cercato di mantenere una posizione neutra e lontana da ogni estremismo. Ho sempre onorato la memoria dei morti, ma senza esagerare con le preghiere, preferendo la compagnia dei vivi. A volte non è facile evitare i sentimentalismi, ma il mio ruolo è questo: mantenere la Madaena come è sempre stata.

 

Qual è il tuo ruolo? Quanto dura la carica di segretario?

Se il Contestabile e la Contestabilessa durano un anno, il Segretario è come il Ballo della morte, la carica dura finché morte non ci separi, non c’è una scadenza di mandato, lo decide la Compagnia. Tutti i giovedì, da aprile, ci vediamo da Castelìn, che ci offre una delle sue sale per incontrarci. Decidiamo i lavori da fare durante l’anno e la vita della Compagnia. C’è chi lavora e chi è in pensione, chi può venire sempre e chi no, ma di solito siamo sempre una ventina. I lavori da fare si concordano tutti assieme. A volte le discussioni sono infinite. Su una forchetta o un bicchiere riusciamo a discutere per ore, ma è bello partecipare, perché dal confronto tra giovani e vecchi nasce sempre qualcosa: i vecchi tirano fuori le loro nostalgie dei un tempi andati, i giovani la loro freschezza e le idee. Una volta, per entrare nell’amministrazione, bisognava aspettare tre anni di praticantato; oggi, invece, basta farsi vedere operosi e attivi che si viene accettati. A chi dice che siamo troppi, diciamo di pensare che organizziamo un evento una volta l’anno e che non possiamo lasciare indietro i giovani. Così è cominciata anche per me: da ragazzo, salivo con gli altri. Avevo capito quando si alzavano quelli della cucina, verso le cinque e mi facevo trovare lì per aiutarli. Finché, Cicin Testa grossa non mi mise a dormire nei letti delle cucine.
Oggi, per i lavori straordinari, s’è formato un gruppo – io, Cristò, Graziano, Angelo dei mobili e alcuni dei giovani. Ci chiamano simpaticamente i “COBAS”, pronti a intervenire in ogni caso. Anche se abbiamo da lavorare, prendiamo una giornata e saliamo su. Mio compito è raggruppare un po’ di gente per queste necessità. E’ il nostro modo di evadere dal lavoro, dalla quotidianità.

 


Quindi il Segretario si occupa della Compagnia tutto l’anno ma è il Contestabile il vero re della festa…

Il Segretario è quello che aiuta il Contestabile a organizzare la festa, ma è lui, il Contestabile, il vero comandante della festa.

Il Segretario si occupa degli aspetti amministrativi, coltiva i rapporti con le autorità, ma la festa è del Contestabile. Tiene i tempi, detta le tappe ai Maddalenanti anche in senso non figurato: quando partiamo per la Madaena, il sabato, ci sono cinque o sei tappe prima dell’Eremo: senza qualcuno che tenga i tempi si rischia di non arrivare mai. E’ vero che durante il cammino per la Madaena si fa festa, ma è soprattutto vero che la vera festa è lassù, altrimenti ci fermeremmo prima: all’Arbaeu, la sosta classica che si fa da secoli, o a Santa Rita, dove la famiglia Pastorino, per ringraziare di essere sfuggita ai rastrellamenti nazisti, costruì una piccola edicola. Durante quei lavori, passarono di lì i Maddalenanti e offrirono loro da bere. Da allora è rimasta l’usanza: lì si trova vino e focaccia per tutti. Ma prima o poi bisogna ripartire e raggiungere la Maddalena.

Il segretario, lavora per tutti, ma è uno come gli altri della Compagnia. E’ il Contestabile il vero re della festa, tant’è vero che quando ci fu qualcuno che voleva aggiungere un baffo sul cappello al segretario per distinguerlo, io fui tra i primi ad oppormi: i gradi sono solo quelli del Vicecontestabile (un baffo) e del Contestabile (due baffi).

 

 

Davide Giuffra, però, riveste anche un’altra delle figure importanti della festa: assieme a Ivan Lombardi, è uno dei due configuranti, gli interpreti del Ballo della Morte. Quando comincia a raccontarmi del Ballo della Morte, Davide abbandona subito il tono serio e un po’ formale del Segretario e ne adotta uno colloquiale, si abbandona a ricordi intimi, personali, racconta storie che gli stringono il cuore.

Davide, ogni quanto si cambiano i configuranti? Come è successo che hai cominciato a farlo tu?

La famiglia di Renato ha sempre tramandato il ballo di padre in figlio. Quando decisero di fare provare me fu uno strappo alla regola: andammo a casa di suo nipote, Fabio Macarun. C’erano Renato, sua moglie la Enza e i suoi nipoti, Fabio e l’altro, Vittorio. Spostarono i mobili della sala, Renato mise una cassetta con la musica e si mise a dettare i tempi. Cominciarono a fare il Ballo, lì, in casa. Io ero seduto a guardare quando Renato mi chiamò e mi disse di provare a farlo io. Quando cominciai a farlo, tutti, Renato per primo, rimasero stupiti per come ballavo bene. E voleva che i suoi nipoti lo facessero come lo facevo io. Alla fine, Renato decise che dovevo farlo io. Ma un anno dopo l’altro, non mi lasciava mai il posto, rimandava sempre. Dopo 40 anni da configurante, smettere per lui era dura, era come perdere un pezzo della sua vita. Io accettavo, ma continuavo a sperarci. Ricordo che un anno doveva succedere e si diceva lo dovessi fare io. Così mi feci una maglietta con il numero 13, quello che sta in panchina. Ero come un attaccante, che a cinque minuti dalla fine viene mandato a scaldarsi ma poi non entra mai. Infatti, nemmeno quell’anno Renato rinunciò. Tutto rimase incerto fino all’ultimo, finché Renato per le sue condizioni di salute, purtroppo, dovette rinunciare. I suoi nipoti non se la sentivano e, allora, finalmente, toccò a me. In realtà, poi, il Ballo è rimasto in famiglia come voleva Renato. Effettivamente, infatti, siamo parenti: mia nonna Culina è una sua zia, la sorella di suo papà.

 

Davide e Ivan sono i due configuranti. Sono loro il nucleo della festa, su di loro, sul Masciu e sulla Lena, o sul “Vivo” e il “Morto”, come li chiamano loro, si concentra l’attesa di tutti, a loro è affidato il dovere di perpetrare ogni anno il rito. Nella sua qualità di ballo rituale, il Ballo della morte è, apparentemente, una danza codificata, fissa. Dalle parole di Davide, invece, viene fuori un’immagine nuova, quella di una danza regolata da un canovaccio che la rende simile ma non identica a quella dell’anno prima, in cui è possibile inventare. Dalle parole di Davide e, poi, da quelle di Ivan, scopriamo che il Ballo è giunto a noi sempre uguale a sé stesso pur cambiando sempre, ogni volta in modo infinitesimale, in ragione dei tempi e del carattere, della sensibilità dei configuranti.

 

Davide, come vi siete trovati, tu e Ivan, a fare i configuranti?

Né io né Ivan arriviamo da una famiglia di configuranti. Io non sono un parente stretto di Renato e nemmeno Ivan ha zii o nonni che facevano il Ballo della Morte. Suo padre una volta è stato Contestabile. Io e Ivan siamo nati così, è stato il ballo a venire da noi e non noi dei predestinati fare il ballo. E lo facciamo senza chiederci se lo facciamo bene o male. Come accadeva un tempo, perché ogni anno il ballo cambia pur restando uguale. Tanto che per l’anniversario dei trecento anni vorrei si tornasse a farlo per terra, in piazza, senza il palco, con tutta la gente attorno, come un tempo, che un anno si riusciva a vederlo e un anno no.

Altra novità rispetto al passato è che i ruoli non sono fissi, io e Ivan facciamo il Vivo o il Morto una volta per uno. Questo perché, quando morì Renato, nel passaggio del testimone, ci siamo trovati in difficoltà: io dovevo fare il Morto, Renato aveva deciso così, diceva che lo facevo bene. Ivan doveva fare il vivo, u Masciu, ma lui, avendo sempre fatto la Lena, il Morto, non conosceva che cosa fa l’altro: steso sempre per terra, sempre gli occhi chiusi, poteva solo sentirlo raccontare. Così, abbiamo pensato di farlo un anno per uno e imparare entrambi i ruoli, per evitare che, una volta venisse meno uno di noi, chi venisse dopo, si trovasse nella nostra stessa difficoltà.
Allo stesso modo, abbiamo rispettato anche le regole non scritte: il primo anno che ho fatto il morto, quando sono arrivato in Piazza Cavour, mi sono girato verso la Rosa e la Madda, e ho mandato loro un bacio, perché stavo facendo la parte di suo papà, era il mio modo per continuare una tradizione.  Ma non lo facciamo in modo rigido un giorno che non ci sarà più uno dei due, finirà il Ballo della morte di Davide e Ivan e passeremo il testimone al futuro, accettiamo di passare il testimone.
Due anni fa, ad una iniziativa del Centro Culturale Tabiese, Ivan ebbe un problema e non poté farlo. Nemmeno io allora volevo, ma lui mi convinse a farlo con Fabiano, il nipote di Cristò. E il Ballo ebbe luogo. E’ la comunità che conta.

 

Ma qual è il ruolo più difficile?
Il Morto sembra il più facile: si butta a terra e si fa un po’ di scena. Il Vivo, invece, deve recitare un po’ di più e soprattutto deve dettare i tempi e fare un cenno alla banda quando è il momento di ripartire, al risveglio del Morto. Io e Ivan ormai siamo collaudati, non proviamo tranne che durante la festa, ma lo facciamo parecchie volte, alla Madaena e alla Madaeneta, 4 – 5 volte, ormai conosciamo uno i balli dell’altro e allo stesso modo, se uno non può farlo, passa il testimone a Fabiano o ad un altro, senza che il gruppo debba rinunciare al ballo.

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