Prima che te lo dicano altri, di Marino Magliani

Un libro scuro, che sa di terra. Come nella foto di copertina, terra che rimane tra le dita di chi legge, terra che resta poco sul comodino e poi passa nell’anima per un bel po’: non è un libro che si chiude come gli altri, “Prima che te lo dicano altri”, di Marino Magliani, ed. Chiarelettere.

Essere un libro “scuro” non vuol dire essere un noir: certo, c’è anche questo lato in quello che molti definiscono il “libro della maturità” di Magliani, ma definire questo romanzo un noir non sarebbe un complimento, forse sarebbe riduttivo.

C’è la terra della Liguria, impastata sapientemente con quella dell’Argentina, a tal punto che a volte poco si riescono a distinguere l’una dall’altra e solo il capovolgersi delle stagioni lo permette. C’è l’antico sapere dell’agricoltura, tramandata di padre in figlio, con gesti, parole dettagli comuni da una parte e dall’altra del mare, come solo l’Internazionale contadina sa fare. C’è la Storia con la “S” maiuscola, quella di Montale, che non è una devastante ruspa ma lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli dove qualcuno sopravvive. C’è la speculazione edilizia, antico male sempre nuovo nella Liguria del Magliani di oggi come in quella, distopica, che lui immagina (e che speriamo non prefiguri) nel 2024.

Leo è un cacciatore – agricoltore, un personaggio tuttofare, come ne esistevano e ne esistono ancora nel ponente ligure, uno che compra olive, vende legname e conigli, è pratico d’orti e frutta e conosce i cicli e le malattie delle piante. Uno con le dita sempre sporche di terra, quando non le ha sul grilletto di una carabina a caccia di cinghiali.
Succede che anche uno così, Leo, cerchi un’identità, perchè non gli basta quella, fortissima, che gli arriva dalla propria terra, ma, soprattutto, se in paese lo chiamavano sensa paie cioè uno cresciuto senza padre. Cerca quell’identità nella villa di un certo Raul Porti, un faccendiere misteriosamente scomparso, forse in Argentina, che però fu l’unico a dargli un’infanzia “normale”, accettando di dargli ripetizioni e insegnandogli l’innesto, l’arte di impiantare i rami migliori di una pianta su un’altra per migliorare la qualità dei frutti. Leo comprerà all’asta quella villa, forse per riappropriarsi degli alberi e delle piante che innestò da bambino, ma non sa che la sua vita, dietro a ciò che vi scoprirà, cambierà per sempre, fino a portarlo dall’altra parte del mondo e metterlo a contatto con l’orrore dei desaparecidos in Argentina.

Forse il nuovo Biamonti si chiama Magliani? Di certo c’è la stessa capacità di incollare il francobollo ligure sul mappamondo di Mercatore, di collegare le piccole vicende personali, gli innesti, le potature, i litigi tra vicini con gli uragani complessi della Storia. Cominci a seguirlo e, dalla borgata Asinelli in Val Prino ti ritrovi, improvvisamente, in un sobborgo di Buenos Aires a bussare a casa di un torturatore.

Quello di questo romanzo è un Magliani che crea ponti: come quello tra il 1974 e il 2024, tra il Leo bambino e quello cinquantenne, quello tra la Liguria e il Nuovo Mondo. Così, il machete in copertina possiamo interpretarlo come un coltello da innesto, strumento altrettanto prezioso alle nostre latitudini.

Ponti tra le occasioni perdute della Storia: quelle del ponente ligure che si rassegna ad essere terra di speculazioni e l’Argentina che ancora oggi non sa fare bene i conti con il suo passato.

Ponti tra le letterature: dall’argentina terriera di Cambaceres, alla Liguria rurale di Biamonti e Calvino. Il titolo del romanzo “Prima che te lo dicano altri” richiama quel “Prima che tu dica pronto” di una raccolta calviniana, restituendo tutto il carico d’attesa e la potenza narrativa di un dialogo tra un padre e un figlio interrotto nel tempo.

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