Interviste ai Maddalenanti: Andrea Bracco e Flavia Montanari

Andrea Bracco, 27 anni

 

Massimiliano Borioli e Beatrice Barone passeranno il testimone ad Andrea Bracco e Flavia Montanari. Andrea fa parte della leva più giovane della Compagnia. Nonostante l’età, manifesta già le caratteristiche del Maddalenante perfetto: quel misto di divertimento e senso del dovere che tiene viva la Compagnia da trecento anni.

In lui è avvenuto il passaggio della memoria e, di pari passo con l’attaccamento alla festa e ai suoi luoghi, è arrivato il senso di responsabilità e del dovere che lo ha portato, tra i più giovani, a entrare nell’Amministrazione della Compagnia e, nel 2016, a fare il Contestabile.

 

Andrea, che cos’è per te la Madaena?

Per dirti che cos’è ora, per me, la Madaena, devo dirti che cosa è stata prima e ripercorrere le varie epoche della mia vita. Partiamo da quando, da bambino, i miei genitori mi portavano a vedere la partenza dei Maddalenanti sotto i portici. Poi arrivò la mia prima foto a cavallo in Piazza Cavour, e, di seguito, la prima domenica della festa, la prima volta che mia madre, finalmente, decise di portarmi su, raggiungendo mio padre che era su già dalla sera prima e introdurmi in quel luogo fantastico e sconosciuto che fino ad allora era per me l’Eremo della Madaena. Sarebbe stata una giornata impegnativa fin dall’inizio, dalla partenza, perché il viaggio per arrivare su era una specie di odissea, ricordo che spesso dovevamo scendere e spingere la macchina: ma tutto sembrava già una festa. E quanto arrivai lassù feci un salto nel tempo e mi trovai a passare una giornata come l’avrebbe passata mio padre cinquant’anni fa, a giocare nel bosco con gli amici, immersi nei profumi della natura che si sposavano con quelli del cibo cotto sulla legna o con mio padre che mi portava a cercare il castagno giusto per farmi il bastone. E’ questa la Madaena che ho vissuto da bambino. Arrivò, poi, un momento in cui mi facevo delle domande, mi chiedevo che succederà il sabato sera, perché vedevo partire gli uomini, tuo padre e i grandi, e anche io volevo andare, ma i miei genitori non volevano perché chissà che succedeva lassù, il sabato sera.
Poi con grande entusiasmo salii con mio padre e i Maddalenanti qualche sabato a lavorare all’Eremo e lassù mi resi conto di avere una grande famiglia: tutti, dai più giovani ai più anziani, mi accolsero e sono furono subito disponibili ad aiutarmi in qualsiasi momento. E poi i racconti, gli aneddoti, le usanze, le tradizioni, era facile appassionarsi. E come dimenticare il pan e pumata delle 10 del mattino? Senza dubbio il più buono che abbia mai mangiato.

Il passo successivo è il momento che si sale per la prima volta il sabato sera della festa, ci si prepara, lo zaino, la torcia e tutto il resto – anche se il vero Maddalenante partiva con una coperta sulle spalle e camminare…. – e si parte insieme ai propri amici: un’emozione grandissima, ci si sente parte di un gruppo affiatato. C’è poi il momento in cui ti chiedono di entrare nell’Amministrazione, è allora che arriva la responsabilità. Tutto questo ti porta ad amare questa festa, a dare una mano, a fare volontariato senza altri fini che l’amore per la Madaena…

 

E fare il Contestabile, quindi, è il passo successivo…

Fare il Contestabile è diverso, è qualcosa che arriva quando ti senti, perché non te lo chiede nessuno, ti arriva da dentro e lo fai. Funziona un po’ come per quelle coppie che stanno insieme da anni e improvvisamente decidono di sposarsi e le persone, da fuori, si chiedono il perché. Ma loro sentono il bisogno di farlo. Fare il Contestabile è anche un modo per dare il proprio contributo morale: si può dare un contributo economico facendo una donazione, un contributo manuale salendo a lavorare, ma il contributo morale, per i confratelli e per tutto il paese, non hai altra occasione che fare il Contestabile per offrirlo in modo appropriato.

 

Quando hai deciso di fare il Contestabile? Come è maturata questa decisione?

La mia decisione è maturata grazie a Massimiliano Borioli e Flavio Macciantelli, “u terzu defiziè”, (termine che identifica il Contestabile della precedente edizione, come pure quello di tre anni prima viene detto “Capo Consiglio”) due grandi amici che mi hanno dato il coraggio che forse mi mancava. Io e lui ci siamo prima un po’ fiutati come due cani prima di accoppiarsi. Lui mi mandato dei segnali per vedere come reagivo. Quando, dalle mie reazioni, ha capito che a me avrebbe fatto piacere e che sarei stato pronto, una mattina è arrivata una sua telefonata: voleva vedermi per parlarmi. Alla sua domanda se volevo fare il suo Vice, la mia risposta è stata subito si, seguita da un abbraccio e un mare di pensieri positivi di felicità nei confronti di tutte quelle persone, quei Maddalenanti, mio padre per primo con i suoi amici che mi hanno insegnato ad essere un vero Maddalenante e che presto mi vedranno vestire i panni del loro Contestabile.

 

Senti forte la responsabilità di questa eredità?

Si, molto, forte anche quella dell’anniversario. Penso spesso che è passato così tanto tempo e la Madaena è ancora lì e ora tocca a me, ora ci sono io, un anno di trecento che ne ha. Una piccola parte di qualcosa di grande che continua a crescere.

 

Cosa vorresti fare, per cosa vorresti che fosse ricordato il tuo contestabilato? Che novità vorresti introdurre?

Non vorrei introdurre cose particolari, vorrei semplicemente che noi tutti Maddalenanti ci rendessimo conto che, in realtà, siamo una grande famiglia e che in una famiglia è naturale scontrarsi tra giovani e vecchi. Io, in passato, ho avuto spesso discussioni con le persone più anziane: ma quando si è giovani succede. Crescendo mi sono reso conto che avevano ragione, se non proprio tutte le ragioni, gran parte della ragione era dalla parte loro. I nostri motivi di scontro erano sui comportamenti, sulla goliardia eccessiva durante la festa: io credo fermamente che anche la goliardia abbia una sua sacralità, sostengo che ciò che ha fatto durare trecento anni la Compagna di Santa Maria Maddalena nel Bosco è proprio il fatto che tra di noi non c’è lucro ma divertimento. Questo forse è ciò che vorrei capissero gli anziani e che vorrei trasmettere a tutti. Nella Madaena ci sono mille ruoli e compiti diversi, compiti di fatica che un anziano non riesce proprio più a fare anche se li ha fatti per 30, 40 o 50 anni e che quasi sicuramente un giovane riesce a fare con la massima facilità e serenità, diversamente de altri compiti dove magari è richiesta una buona dose di esperienza, calma e tempo. Un giovane si troverebbe spaesato e in netta difficoltà. Ecco perché ci tengo a ribadire che esperienza e forza, legati direttamente insieme dal divertimento, portano l’ottimo risultato che è la nostra Maddalena.

 

Che cos’è per te il Ballo della morte ? Cosa senti quando lo vedi?

Pelle d’oca! Al Ballo della morte  è legato l’odore della lavanda, quello dei cavalli, il clima della festa. Quello che mi colpisce più di tutti è l’ultimo su, all’Eremo, prima di tornare giù in paese, che, idealmente, conclude la festa all’Eremo. E’ per me il più significativo, perché chiude la festa e ci si ritrova tutti vicini a cantare con persone che non si incontrano spesso, ma amano la Madaena.

 

La Madaena ha una parte sacra e una profana. Tu a quale ti senti più vicino?

Io non sono tra i più devoti, ma in questi anni ho capito che la Madaena insegna il rispetto. Al suo interno ci sono persone molto devote e altre meno credenti, ma tutti hanno un grande rispetto l’uno per l’altro. Capitano dei momenti di preghiera e anche chi non professa abitualmente il culto si avvicina per stare insieme agli altri, senza essere obbligato a pregare. Ad esempio, quando il sabato andiamo a lavorare all’Eremo, prima di mezzogiorno ci raccogliamo tutti assieme, atei e religiosi, credenti e non, a dire una preghiera. Questo è un momento di raccoglimento comune, come il pan e pumata, in cui tutti si ritrovano.

 

Flavia Montanari, 25 anni.

 

Flavia è il punto di arrivo ideale di queste interviste, oppure il punto di partenza, se vogliamo usare la visione ciclica del tempo tipica della Madaena. Perché in questa festa, ogni cosa che si conclude, trae immediatamente dalla fine il proprio inizio e, se la storia, quella generale, dell’Italia e di Taggia, può vedersi come una lunga linea continua di cui si perdono inizio e fine, la memoria popolare, invece, come quella della Madaena, ha un andamento a spirale: si ripete cioè ogni anno, torna su se stessa, ma si sviluppa in altezza, cresce ad ogni volta un pochino.

Flavia è la Contestabilessa che parteciperà ai festeggiamenti dei 300 anni. Anche se prima di lei molte sono state le contestabilesse e la storia di è ripetuta medesima molte volte, tra un anno Flavia avrà una sua storia da raccontare e la Madaena sarà più ricca del tassello lei avrà saputo aggiungere a questo grande mosaico taggiasco.

 

Flavia, che cos’è, per te, la Madaena?

La Madaena per me è la tradizione popolare, qualcosa che c’è da sempre. Ha il potere di radunare attorno a sé tutto il paese, fa da ponte tra i giovani e gli anziani, li mette in contatto, ma attira anche persone molto lontane o estranee alla vita del paese, che durante la Madaena tornano. Così ci troviamo tutti assieme a festeggiare e lanciare la lavanda. Perciò, io, quest’anno, per i trecento anni, sento una grossa responsabilità: cercherò di fare il meglio che posso, non vorrei deludere le aspettative di nessuno…

 

Come è nata l’idea di fare la Contestabilessa?

Tutto è partito da una telefonata di Andrea Bracco. Non posso dire che ci pensavo: da sempre, fin da bambina sognavo di fare la Contestabilessa, ho sempre seguito la Madaena e sapevo di essere in età, sapevo che avrei potuto farla. Ma la telefonata di Andrea e la sua richiesta sono arrivate inaspettate, mi hanno stupito molto. Mi sono emozionata moltissimo e, subito, non ho saputo rispondergli. Ero anche preoccupata per il lavoro: nel mio mestiere, la ristorazione, il mese di luglio è fondamentale, sapevo che avrei dovuto fare i salti mortali. Ma ho accettato. Quando mi sarebbe capitato di nuovo? Amo davvero questa festa. So che non sarà facile, la Madaena dà molte soddisfazioni ma è una festa impegnativa. L’anno scorso da vicecontestabilessa, non so quanti strofinacci ho lavato. Ogni volta arrivava qualcuno a portarmene uno sporco. Per fortuna mi ha aiutato mia zia che lavora in tintoria!

 

Quale sarà il tuo regalo da Contestabilessa?

Farò un regalo per la cucina. Ho parlato con Maria Luigia: servono delle padelle grandi. Fare da mangiare per 500 persone non è una cosa semplice…

 

Come ti senti a essere nella storia della Madaena?

Mio nonno, a Taggia, era il fotografo del paese. Per anni a luglio, alla Madaena, ha ritratto i Maddalenanti e il Ballo della Morte, documentando, di fatto, lo scorrere del tempo in questa festa. Spesso penso che ora ci sarò anche io in quelle foto, da Contestabilessa, anche se sarà mia zia a fotografarmi, che ha ereditato la passione del nonno per la fotografia. Ha già preparato alcuni album digitali per Massimiliano Borioli e Beatrice Barone. I due contestabili dell’anno scorso mi sono stati molto vicini nel passaggio: l’anno da vicecontestabilessa era tutto nuovo ed emozionante, quest’anno avrò più consapevolezza del mio ruolo, ma la partenza del sabato, con la sfilata in paese e l’arrivo sui carri con la lavanda saranno indimenticabili.

 

Che cosa senti durante il Ballo della Morte?

Il Ballo della Morte è un’emozione fortissima che aspettiamo ogni anno e non ci stanchiamo mai di vedere. Quello fatto su, all’Eremo, è emozionante, è il Ballo dei Maddalenanti, ma anche quello dell’arrivo in Piazza Eroi, è una esperienza bellissima, con i mazzi di lavanda che volano e i cavalli, tutta la gente stretta attorno ai configuranti nella piazza: per me resterà per sempre collegato alla mimica straordinaria di Renato che lo ha fatto per tanti anni, ci sono cresciuta.

 

Senti forte l’eredità che ti è stata trasmessa?

Si. Chi vive la festa da fuori non può immaginare quanto lavoro ci sia dietro. Non sono soltanto tre giorni, c’è un anno di preparazione dietro. I giorni della festa sono intensissimi, c’è chi si alza prestissimo per andare a lavorare all’Eremo. Anche in questo modo mi è stata trasmessa l’eredità della Madaena, con il lavoro di tutti, che unisce giovani e anziani.

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