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Interviste ai Maddalenanti: Andrea Bracco e Flavia Montanari

Andrea Bracco, 27 anni

 

Massimiliano Borioli e Beatrice Barone passeranno il testimone ad Andrea Bracco e Flavia Montanari. Andrea fa parte della leva più giovane della Compagnia. Nonostante l’età, manifesta già le caratteristiche del Maddalenante perfetto: quel misto di divertimento e senso del dovere che tiene viva la Compagnia da trecento anni.

In lui è avvenuto il passaggio della memoria e, di pari passo con l’attaccamento alla festa e ai suoi luoghi, è arrivato il senso di responsabilità e del dovere che lo ha portato, tra i più giovani, a entrare nell’Amministrazione della Compagnia e, nel 2016, a fare il Contestabile.

 

Andrea, che cos’è per te la Madaena?

Per dirti che cos’è ora, per me, la Madaena, devo dirti che cosa è stata prima e ripercorrere le varie epoche della mia vita. Partiamo da quando, da bambino, i miei genitori mi portavano a vedere la partenza dei Maddalenanti sotto i portici. Poi arrivò la mia prima foto a cavallo in Piazza Cavour, e, di seguito, la prima domenica della festa, la prima volta che mia madre, finalmente, decise di portarmi su, raggiungendo mio padre che era su già dalla sera prima e introdurmi in quel luogo fantastico e sconosciuto che fino ad allora era per me l’Eremo della Madaena. Sarebbe stata una giornata impegnativa fin dall’inizio, dalla partenza, perché il viaggio per arrivare su era una specie di odissea, ricordo che spesso dovevamo scendere e spingere la macchina: ma tutto sembrava già una festa. E quanto arrivai lassù feci un salto nel tempo e mi trovai a passare una giornata come l’avrebbe passata mio padre cinquant’anni fa, a giocare nel bosco con gli amici, immersi nei profumi della natura che si sposavano con quelli del cibo cotto sulla legna o con mio padre che mi portava a cercare il castagno giusto per farmi il bastone. E’ questa la Madaena che ho vissuto da bambino. Arrivò, poi, un momento in cui mi facevo delle domande, mi chiedevo che succederà il sabato sera, perché vedevo partire gli uomini, tuo padre e i grandi, e anche io volevo andare, ma i miei genitori non volevano perché chissà che succedeva lassù, il sabato sera.
Poi con grande entusiasmo salii con mio padre e i Maddalenanti qualche sabato a lavorare all’Eremo e lassù mi resi conto di avere una grande famiglia: tutti, dai più giovani ai più anziani, mi accolsero e sono furono subito disponibili ad aiutarmi in qualsiasi momento. E poi i racconti, gli aneddoti, le usanze, le tradizioni, era facile appassionarsi. E come dimenticare il pan e pumata delle 10 del mattino? Senza dubbio il più buono che abbia mai mangiato.

Il passo successivo è il momento che si sale per la prima volta il sabato sera della festa, ci si prepara, lo zaino, la torcia e tutto il resto – anche se il vero Maddalenante partiva con una coperta sulle spalle e camminare…. – e si parte insieme ai propri amici: un’emozione grandissima, ci si sente parte di un gruppo affiatato. C’è poi il momento in cui ti chiedono di entrare nell’Amministrazione, è allora che arriva la responsabilità. Tutto questo ti porta ad amare questa festa, a dare una mano, a fare volontariato senza altri fini che l’amore per la Madaena…

 

E fare il Contestabile, quindi, è il passo successivo…

Fare il Contestabile è diverso, è qualcosa che arriva quando ti senti, perché non te lo chiede nessuno, ti arriva da dentro e lo fai. Funziona un po’ come per quelle coppie che stanno insieme da anni e improvvisamente decidono di sposarsi e le persone, da fuori, si chiedono il perché. Ma loro sentono il bisogno di farlo. Fare il Contestabile è anche un modo per dare il proprio contributo morale: si può dare un contributo economico facendo una donazione, un contributo manuale salendo a lavorare, ma il contributo morale, per i confratelli e per tutto il paese, non hai altra occasione che fare il Contestabile per offrirlo in modo appropriato.

 

Quando hai deciso di fare il Contestabile? Come è maturata questa decisione?

La mia decisione è maturata grazie a Massimiliano Borioli e Flavio Macciantelli, “u terzu defiziè”, (termine che identifica il Contestabile della precedente edizione, come pure quello di tre anni prima viene detto “Capo Consiglio”) due grandi amici che mi hanno dato il coraggio che forse mi mancava. Io e lui ci siamo prima un po’ fiutati come due cani prima di accoppiarsi. Lui mi mandato dei segnali per vedere come reagivo. Quando, dalle mie reazioni, ha capito che a me avrebbe fatto piacere e che sarei stato pronto, una mattina è arrivata una sua telefonata: voleva vedermi per parlarmi. Alla sua domanda se volevo fare il suo Vice, la mia risposta è stata subito si, seguita da un abbraccio e un mare di pensieri positivi di felicità nei confronti di tutte quelle persone, quei Maddalenanti, mio padre per primo con i suoi amici che mi hanno insegnato ad essere un vero Maddalenante e che presto mi vedranno vestire i panni del loro Contestabile.

 

Senti forte la responsabilità di questa eredità?

Si, molto, forte anche quella dell’anniversario. Penso spesso che è passato così tanto tempo e la Madaena è ancora lì e ora tocca a me, ora ci sono io, un anno di trecento che ne ha. Una piccola parte di qualcosa di grande che continua a crescere.

 

Cosa vorresti fare, per cosa vorresti che fosse ricordato il tuo contestabilato? Che novità vorresti introdurre?

Non vorrei introdurre cose particolari, vorrei semplicemente che noi tutti Maddalenanti ci rendessimo conto che, in realtà, siamo una grande famiglia e che in una famiglia è naturale scontrarsi tra giovani e vecchi. Io, in passato, ho avuto spesso discussioni con le persone più anziane: ma quando si è giovani succede. Crescendo mi sono reso conto che avevano ragione, se non proprio tutte le ragioni, gran parte della ragione era dalla parte loro. I nostri motivi di scontro erano sui comportamenti, sulla goliardia eccessiva durante la festa: io credo fermamente che anche la goliardia abbia una sua sacralità, sostengo che ciò che ha fatto durare trecento anni la Compagna di Santa Maria Maddalena nel Bosco è proprio il fatto che tra di noi non c’è lucro ma divertimento. Questo forse è ciò che vorrei capissero gli anziani e che vorrei trasmettere a tutti. Nella Madaena ci sono mille ruoli e compiti diversi, compiti di fatica che un anziano non riesce proprio più a fare anche se li ha fatti per 30, 40 o 50 anni e che quasi sicuramente un giovane riesce a fare con la massima facilità e serenità, diversamente de altri compiti dove magari è richiesta una buona dose di esperienza, calma e tempo. Un giovane si troverebbe spaesato e in netta difficoltà. Ecco perché ci tengo a ribadire che esperienza e forza, legati direttamente insieme dal divertimento, portano l’ottimo risultato che è la nostra Maddalena.

 

Che cos’è per te il Ballo della morte ? Cosa senti quando lo vedi?

Pelle d’oca! Al Ballo della morte  è legato l’odore della lavanda, quello dei cavalli, il clima della festa. Quello che mi colpisce più di tutti è l’ultimo su, all’Eremo, prima di tornare giù in paese, che, idealmente, conclude la festa all’Eremo. E’ per me il più significativo, perché chiude la festa e ci si ritrova tutti vicini a cantare con persone che non si incontrano spesso, ma amano la Madaena.

 

La Madaena ha una parte sacra e una profana. Tu a quale ti senti più vicino?

Io non sono tra i più devoti, ma in questi anni ho capito che la Madaena insegna il rispetto. Al suo interno ci sono persone molto devote e altre meno credenti, ma tutti hanno un grande rispetto l’uno per l’altro. Capitano dei momenti di preghiera e anche chi non professa abitualmente il culto si avvicina per stare insieme agli altri, senza essere obbligato a pregare. Ad esempio, quando il sabato andiamo a lavorare all’Eremo, prima di mezzogiorno ci raccogliamo tutti assieme, atei e religiosi, credenti e non, a dire una preghiera. Questo è un momento di raccoglimento comune, come il pan e pumata, in cui tutti si ritrovano.

 

Flavia Montanari, 25 anni.

 

Flavia è il punto di arrivo ideale di queste interviste, oppure il punto di partenza, se vogliamo usare la visione ciclica del tempo tipica della Madaena. Perché in questa festa, ogni cosa che si conclude, trae immediatamente dalla fine il proprio inizio e, se la storia, quella generale, dell’Italia e di Taggia, può vedersi come una lunga linea continua di cui si perdono inizio e fine, la memoria popolare, invece, come quella della Madaena, ha un andamento a spirale: si ripete cioè ogni anno, torna su se stessa, ma si sviluppa in altezza, cresce ad ogni volta un pochino.

Flavia è la Contestabilessa che parteciperà ai festeggiamenti dei 300 anni. Anche se prima di lei molte sono state le contestabilesse e la storia di è ripetuta medesima molte volte, tra un anno Flavia avrà una sua storia da raccontare e la Madaena sarà più ricca del tassello lei avrà saputo aggiungere a questo grande mosaico taggiasco.

 

Flavia, che cos’è, per te, la Madaena?

La Madaena per me è la tradizione popolare, qualcosa che c’è da sempre. Ha il potere di radunare attorno a sé tutto il paese, fa da ponte tra i giovani e gli anziani, li mette in contatto, ma attira anche persone molto lontane o estranee alla vita del paese, che durante la Madaena tornano. Così ci troviamo tutti assieme a festeggiare e lanciare la lavanda. Perciò, io, quest’anno, per i trecento anni, sento una grossa responsabilità: cercherò di fare il meglio che posso, non vorrei deludere le aspettative di nessuno…

 

Come è nata l’idea di fare la Contestabilessa?

Tutto è partito da una telefonata di Andrea Bracco. Non posso dire che ci pensavo: da sempre, fin da bambina sognavo di fare la Contestabilessa, ho sempre seguito la Madaena e sapevo di essere in età, sapevo che avrei potuto farla. Ma la telefonata di Andrea e la sua richiesta sono arrivate inaspettate, mi hanno stupito molto. Mi sono emozionata moltissimo e, subito, non ho saputo rispondergli. Ero anche preoccupata per il lavoro: nel mio mestiere, la ristorazione, il mese di luglio è fondamentale, sapevo che avrei dovuto fare i salti mortali. Ma ho accettato. Quando mi sarebbe capitato di nuovo? Amo davvero questa festa. So che non sarà facile, la Madaena dà molte soddisfazioni ma è una festa impegnativa. L’anno scorso da vicecontestabilessa, non so quanti strofinacci ho lavato. Ogni volta arrivava qualcuno a portarmene uno sporco. Per fortuna mi ha aiutato mia zia che lavora in tintoria!

 

Quale sarà il tuo regalo da Contestabilessa?

Farò un regalo per la cucina. Ho parlato con Maria Luigia: servono delle padelle grandi. Fare da mangiare per 500 persone non è una cosa semplice…

 

Come ti senti a essere nella storia della Madaena?

Mio nonno, a Taggia, era il fotografo del paese. Per anni a luglio, alla Madaena, ha ritratto i Maddalenanti e il Ballo della Morte, documentando, di fatto, lo scorrere del tempo in questa festa. Spesso penso che ora ci sarò anche io in quelle foto, da Contestabilessa, anche se sarà mia zia a fotografarmi, che ha ereditato la passione del nonno per la fotografia. Ha già preparato alcuni album digitali per Massimiliano Borioli e Beatrice Barone. I due contestabili dell’anno scorso mi sono stati molto vicini nel passaggio: l’anno da vicecontestabilessa era tutto nuovo ed emozionante, quest’anno avrò più consapevolezza del mio ruolo, ma la partenza del sabato, con la sfilata in paese e l’arrivo sui carri con la lavanda saranno indimenticabili.

 

Che cosa senti durante il Ballo della Morte?

Il Ballo della Morte è un’emozione fortissima che aspettiamo ogni anno e non ci stanchiamo mai di vedere. Quello fatto su, all’Eremo, è emozionante, è il Ballo dei Maddalenanti, ma anche quello dell’arrivo in Piazza Eroi, è una esperienza bellissima, con i mazzi di lavanda che volano e i cavalli, tutta la gente stretta attorno ai configuranti nella piazza: per me resterà per sempre collegato alla mimica straordinaria di Renato che lo ha fatto per tanti anni, ci sono cresciuta.

 

Senti forte l’eredità che ti è stata trasmessa?

Si. Chi vive la festa da fuori non può immaginare quanto lavoro ci sia dietro. Non sono soltanto tre giorni, c’è un anno di preparazione dietro. I giorni della festa sono intensissimi, c’è chi si alza prestissimo per andare a lavorare all’Eremo. Anche in questo modo mi è stata trasmessa l’eredità della Madaena, con il lavoro di tutti, che unisce giovani e anziani.

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Interviste ai Maddalenanti: Ivan Lombardi

Ivan è una persona scrupolosa. Lo è nel suo mestiere, nella ricerca accurata di ingredienti e ricette, negli abbinamenti di cibi e vini; lo è nella sua attività nell’amministrazione comunale, dove è Consigliere Comunale con delega all’ambiente. E lo è anche all’interno della Compagnia Santa Maria Maddalena del Bosco: Ivan Lombardi è uno dei cuochi – il giorno della festa fa da mangiare per 500 persone – ma anche uno dei due Configuranti, il più esperto, del Ballo della Morte. E’ forse con grande accuratezza che ne parla, senza dimenticare o trascurare il più piccolo dettaglio, nemmeno le proprie memorie personali, in modo da far trasparire l’importanza che questo aspetto ha nella sua vita.

Ivan, com’è cominciata per te questa avventura?

Sono Maddalenante da sempre, ho 47 anni ma sono 44 anni che salgo alla Madaena e partecipo alla festa. Ma la mia “prima volta” è stata da esterno, da fuori.
Andò così: ho sempre vissuto il mondo Scout, e una volta, da ragazzo, a San Romolo di Sanremo, ci fu una riunione di zona in cui ognuno doveva portare qualcosa rappresentativo del proprio paese. Io scelsi di portare il Ballo della Morte. Ricordo che nel gruppo c’erano molte persone che facevano anche parte della banda di Taggia, la Pasquale Anfossi, dunque in molti sapevano cos’era il Ballo della Morte, ne conoscevamo la musica e la coreografia. Quella volta, però, poiché ero Maddalenante, fui destinato io a fare il Ballo. Stranamente ad accompagnarmi fu una donna, Gianna Panizzi. A volte, lontano dalla festa di luglio, è successo che una donna facesse il ballo: mia madre, ad esempio, lo fece con il padre di Renato Varese, proprio il Renato con cui io poi ho fatto il Ballo per anni. Dunque da molto tempo io amo la Madaena e il Ballo della morte.

Così, quando morì Bazurìn e si cercava un sostituto per fare il Ballo assieme a Renato, mi proposi io di farlo. Renato accettò subito entusiasta e decisero di farmi provare. Andammo da lui, al ristorante, la Trattoria Enza: tutti i Maddalenanti si misero intorno, come in un cerchio per vedermi e valutarmi. La prova andò bene e da allora sono io uno dei due che fanno il ballo.

Con quale ruolo sei partito?

Da subito, con Renato, io sono partito facendo il Morto. Ma poi, quando è arrivato Davide, abbiamo deciso di alternare i ruoli: un anno io faccio il Morto e lui fa u Vivu e viceversa l’anno dopo. Siamo i primi a farlo. Diamo anche nomi diversi ai ruoli: u Mortu, il Morto invece che la Lena, u Vivu anziché u Masciu, anche se questo era già stato Renato a farlo.

Come ti trovi con Davide Giuffra?

Con Davide ci siamo subito trovati bene. C’è una sintonia perfetta, un rapporto prima di tutto di amicizia personale, di rispetto, qualcosa che va oltre i ruoli che interpretiamo nel Ballo della Morte. Io e lui siamo cresciuti insieme, vivevamo entrambi nello stesso condominio, siamo amici fin da ragazzi. Era scritto che eravamo destinati a fare il Ballo insieme. Ci vogliamo bene, nessuno dei due vuole prevalere sull’altro ed essere il protagonista. Dunque la decisione di alternarci ogni anno è arrivata serenamente, fa piacere a entrambi.

Ma i vecchi come hanno preso questa decisione di alternarvi?

A dir la verità, non l’abbiamo chiesto a nessuno, è venuta e basta. Ed è stata una delle poche cose accettate subito da tutti, di comune accordo. Forse perché la gente si è accorta che noi il ballo lo sentiamo davvero, ce l’abbiamo dentro.

Che cos’è per te la Madaena? Perché ci tieni così tanto?

La Madaena per me è la festa della morte. La presenza della morte e dalla rinascita è continua in questa festa. Io la amo perché, nella Madaena, facciamo rivivere i nostri vecchi che l’hanno celebrata prima di noi. Perché esistono due tipi di morte. Quella biologica, del corpo, è nulla in confronto a quella dello spirito, all’oblio. Ebbene, noi, alla Madaena festeggiamo i nostri vecchi che ci hanno creduto, li riportiamo in vita. Ogni anno, ritornano nei nostri discorsi: “Te lo ricordi Stin u Cau”, oppure, “Te lo ricordi Renato”, “Marciantelli” e altri. Sono ancora vivi, tra di noi.
Basti questo aneddoto: quando mio padre fece il Contestabile, nel 1963, mio nonno stava morendo e non voleva andare alla festa. Ma mio nonno lo chiamò a sé e gli disse: “Giacomo, tu ci devi andare, perché questo non è il nostro paese” – mio padre era di Terzorio – “devi portare alto il nostro nome. Stai tranquillo, io ti aspetterò”. Mio padre allora va alla festa e fa il suo dovere di Contestabile: la partenza, il ritorno, l’entrata in paese, il lancio della lavanda. Poi, finita la festa, scese da cavallo e salì in auto e tornò a Terziorio. Entrato in casa, trovò suo padre a letto: “Ciao Giacomo, hai visto? Ti ho aspettato”. E morì. Andò così davvero. Ho la pelle d’oca a raccontarlo.
Negli anni successivi, mio padre salì alla Maddalena, oltre che per la festa, per ricordare mio nonno.
Questo è il vero valore della Madaena. Questo è quel che ci porta a trasmetterla e anche ciò che piace così tanto a chi la vede per la prima volta: noi Maddalenanti, in quel momento, abbiamo un’aura che ci fa trasmettere questa sensazione agli altri. La conferma di questo è vedere arrivare sempre nuova gente, persone che non erano di Taggia, come, ad esempio, molti immigrati dal sud, come Micolucci, Antonio Leone, Nino Romeo e altri.

Torniamo al Ballo della morte. Come lo vivi? Come ti prepari alla performance?

Io vivo il Ballo della Morte come una preghiera. Quando lo recito, per me, è come dire un Rosario. Io mi ci immergo, mi ci calo dentro completamente. E’ come se cadessi in una trance, concentrato nel suo sentimento e ciò che devo fare arriva senza neanche pensarlo. Sento forte l’impegno di trasmettere ciò che sto facendo, vorrei che a tutti arrivasse un pochino di quello che sento.
Per questo dico che il Ballo per me è una preghiera: perché c’è una morte, una rinascita e un ringraziamento finale. E’ un cerchio che si chiude e si riapre, come in un infinito. La mia speranza è che coloro che verranno dopo di me facciano lo stesso, per far rivivere la festa. Questo è il nostro impegno, che ci porta a trascurare le tutte interferenze che comunque ci arrivano da fuori o i problemi che abbiamo al nostro interno: perché sappiamo tutti che il valore va oltre noi. Le feste che non hanno valori, alla lunga, muoiono. La Maddalena no. Quel ventisette di luglio muore per noi un anno, ma ne riparte un altro.

Quindi voi due, tu e Davide, sentite questa responsabilità, il peso di questo rito quando ballate?

Il Ballo della Morte non è una semplice farsa di due uomini che mimano l’atto amoroso. Su questo, scherzando, potremmo dire comunque, che noi a Taggia, sulle unioni di genere, siamo sempre stati avanti!
Ma non bisogna banalizzare una cosa che arriva da lontanissimo, nel tempo e nello spazio. Un anno, a febbraio, all’altra festa di Taggia, quella di San Benedetto Revelli, una ragazza spagnola, ascoltando per caso “Balla balla saccu de paia”, la cantilena del Ballo della Morte, la riconobbe come una nenia cantata anche dalle sue parti, sui Pirenei. Per trovare un caso simile al nostro, occorre andare al Carnevale Bianco di Cegni, in provincia di Pavia, nel Ballo della povera donna. Ma il rito di Taggia resta comunque unico.
Nel farlo, io non ho mai ceduto alle movenze più scherzose, all’aspetto più goliardico, partendo dal presupposto che lo intendo come una preghiera. Il Ballo, nel suo valore ufficiale non va banalizzato e va preso sul serio. E’ qualcosa che va capita se non ci si ferma in superficie, non sono semplicemente due uomini che ballano. Dietro c’è una storia, un sentimento.

Ti trovi meglio a fare u Mortu o a Viva?

Mi trovo bene in tutti e due i ruoli. Mi pare di saperlo fare da sempre. Al Morto, che è una figura statica, bisogna a dare un carattere più definito, non da comprimario. E poi, cambiano con i tempi, cambiano le persone, cambia il Ballo della Morte.
A volte penso che il ballo più vero cui potremmo assistere sia quello fatto da due bambini, perché sarebbe il più spontaneo e libero, forse ne uscirebbe la sua essenza più vera.
Non proviamo mai il ballo fuori dalla Madaena. Lo facciamo solo poche volte all’anno. Ogni volta qualcosa viene spontaneo, ci sono situazioni diverse da comunicare.
Il Ballo per noi è un’espressione artistica, di comunicazione.

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Interviste ai Maddalenanti: Davide Giuffra

Davide Giuffra riveste un ruolo duplice. E’ Segretario della Compagnia di Santa Maria Maddalena del Bosco: un ruolo importante, non facile, di responsabilità, che pretende equilibrio, misura e sobrietà, ma anche carisma e fermezza. Ma è anche uno dei due configuranti, gli interpreti del Ballo della Morte. Da lui passano le decisioni, i problemi, i compiti, come l’affiancamento dei vari contestabili che si susseguono ogni anno. Spetta al segretario collaborare con le altre cariche della compagnia, il cassiere e i collettori delle tessere, e dettare i tempi e le tappe il giorno della festa come nell’amministrazione. Ma da lui passano anche le emozioni, il carico, la storia del ballo, quei movimento che si tramandano da anni.
Davide, com’è fare il Segretario?

Sono al completo servizio della Compagnia: ci vuole un impegno quasi quotidiano nei mesi estivi e implica la programmazione lavorativa come di ferie, vacanze e viaggi. Ma il senso del dovere e l’amore per la Madaena compensano di tutti gli sforzi.

All’interno dell’Amministrazione della Compagnia, non si è mai fatto caso a implicazioni politiche o religiose. Quella religiosa non è che un aspetto della nostra missione. Io ho sempre cercato di mantenere una posizione neutra e lontana da ogni estremismo. Ho sempre onorato la memoria dei morti, ma senza esagerare con le preghiere, preferendo la compagnia dei vivi. A volte non è facile evitare i sentimentalismi, ma il mio ruolo è questo: mantenere la Madaena come è sempre stata.

 

Qual è il tuo ruolo? Quanto dura la carica di segretario?

Se il Contestabile e la Contestabilessa durano un anno, il Segretario è come il Ballo della morte, la carica dura finché morte non ci separi, non c’è una scadenza di mandato, lo decide la Compagnia. Tutti i giovedì, da aprile, ci vediamo da Castelìn, che ci offre una delle sue sale per incontrarci. Decidiamo i lavori da fare durante l’anno e la vita della Compagnia. C’è chi lavora e chi è in pensione, chi può venire sempre e chi no, ma di solito siamo sempre una ventina. I lavori da fare si concordano tutti assieme. A volte le discussioni sono infinite. Su una forchetta o un bicchiere riusciamo a discutere per ore, ma è bello partecipare, perché dal confronto tra giovani e vecchi nasce sempre qualcosa: i vecchi tirano fuori le loro nostalgie dei un tempi andati, i giovani la loro freschezza e le idee. Una volta, per entrare nell’amministrazione, bisognava aspettare tre anni di praticantato; oggi, invece, basta farsi vedere operosi e attivi che si viene accettati. A chi dice che siamo troppi, diciamo di pensare che organizziamo un evento una volta l’anno e che non possiamo lasciare indietro i giovani. Così è cominciata anche per me: da ragazzo, salivo con gli altri. Avevo capito quando si alzavano quelli della cucina, verso le cinque e mi facevo trovare lì per aiutarli. Finché, Cicin Testa grossa non mi mise a dormire nei letti delle cucine.
Oggi, per i lavori straordinari, s’è formato un gruppo – io, Cristò, Graziano, Angelo dei mobili e alcuni dei giovani. Ci chiamano simpaticamente i “COBAS”, pronti a intervenire in ogni caso. Anche se abbiamo da lavorare, prendiamo una giornata e saliamo su. Mio compito è raggruppare un po’ di gente per queste necessità. E’ il nostro modo di evadere dal lavoro, dalla quotidianità.

 


Quindi il Segretario si occupa della Compagnia tutto l’anno ma è il Contestabile il vero re della festa…

Il Segretario è quello che aiuta il Contestabile a organizzare la festa, ma è lui, il Contestabile, il vero comandante della festa.

Il Segretario si occupa degli aspetti amministrativi, coltiva i rapporti con le autorità, ma la festa è del Contestabile. Tiene i tempi, detta le tappe ai Maddalenanti anche in senso non figurato: quando partiamo per la Madaena, il sabato, ci sono cinque o sei tappe prima dell’Eremo: senza qualcuno che tenga i tempi si rischia di non arrivare mai. E’ vero che durante il cammino per la Madaena si fa festa, ma è soprattutto vero che la vera festa è lassù, altrimenti ci fermeremmo prima: all’Arbaeu, la sosta classica che si fa da secoli, o a Santa Rita, dove la famiglia Pastorino, per ringraziare di essere sfuggita ai rastrellamenti nazisti, costruì una piccola edicola. Durante quei lavori, passarono di lì i Maddalenanti e offrirono loro da bere. Da allora è rimasta l’usanza: lì si trova vino e focaccia per tutti. Ma prima o poi bisogna ripartire e raggiungere la Maddalena.

Il segretario, lavora per tutti, ma è uno come gli altri della Compagnia. E’ il Contestabile il vero re della festa, tant’è vero che quando ci fu qualcuno che voleva aggiungere un baffo sul cappello al segretario per distinguerlo, io fui tra i primi ad oppormi: i gradi sono solo quelli del Vicecontestabile (un baffo) e del Contestabile (due baffi).

 

 

Davide Giuffra, però, riveste anche un’altra delle figure importanti della festa: assieme a Ivan Lombardi, è uno dei due configuranti, gli interpreti del Ballo della Morte. Quando comincia a raccontarmi del Ballo della Morte, Davide abbandona subito il tono serio e un po’ formale del Segretario e ne adotta uno colloquiale, si abbandona a ricordi intimi, personali, racconta storie che gli stringono il cuore.

Davide, ogni quanto si cambiano i configuranti? Come è successo che hai cominciato a farlo tu?

La famiglia di Renato ha sempre tramandato il ballo di padre in figlio. Quando decisero di fare provare me fu uno strappo alla regola: andammo a casa di suo nipote, Fabio Macarun. C’erano Renato, sua moglie la Enza e i suoi nipoti, Fabio e l’altro, Vittorio. Spostarono i mobili della sala, Renato mise una cassetta con la musica e si mise a dettare i tempi. Cominciarono a fare il Ballo, lì, in casa. Io ero seduto a guardare quando Renato mi chiamò e mi disse di provare a farlo io. Quando cominciai a farlo, tutti, Renato per primo, rimasero stupiti per come ballavo bene. E voleva che i suoi nipoti lo facessero come lo facevo io. Alla fine, Renato decise che dovevo farlo io. Ma un anno dopo l’altro, non mi lasciava mai il posto, rimandava sempre. Dopo 40 anni da configurante, smettere per lui era dura, era come perdere un pezzo della sua vita. Io accettavo, ma continuavo a sperarci. Ricordo che un anno doveva succedere e si diceva lo dovessi fare io. Così mi feci una maglietta con il numero 13, quello che sta in panchina. Ero come un attaccante, che a cinque minuti dalla fine viene mandato a scaldarsi ma poi non entra mai. Infatti, nemmeno quell’anno Renato rinunciò. Tutto rimase incerto fino all’ultimo, finché Renato per le sue condizioni di salute, purtroppo, dovette rinunciare. I suoi nipoti non se la sentivano e, allora, finalmente, toccò a me. In realtà, poi, il Ballo è rimasto in famiglia come voleva Renato. Effettivamente, infatti, siamo parenti: mia nonna Culina è una sua zia, la sorella di suo papà.

 

Davide e Ivan sono i due configuranti. Sono loro il nucleo della festa, su di loro, sul Masciu e sulla Lena, o sul “Vivo” e il “Morto”, come li chiamano loro, si concentra l’attesa di tutti, a loro è affidato il dovere di perpetrare ogni anno il rito. Nella sua qualità di ballo rituale, il Ballo della morte è, apparentemente, una danza codificata, fissa. Dalle parole di Davide, invece, viene fuori un’immagine nuova, quella di una danza regolata da un canovaccio che la rende simile ma non identica a quella dell’anno prima, in cui è possibile inventare. Dalle parole di Davide e, poi, da quelle di Ivan, scopriamo che il Ballo è giunto a noi sempre uguale a sé stesso pur cambiando sempre, ogni volta in modo infinitesimale, in ragione dei tempi e del carattere, della sensibilità dei configuranti.

 

Davide, come vi siete trovati, tu e Ivan, a fare i configuranti?

Né io né Ivan arriviamo da una famiglia di configuranti. Io non sono un parente stretto di Renato e nemmeno Ivan ha zii o nonni che facevano il Ballo della Morte. Suo padre una volta è stato Contestabile. Io e Ivan siamo nati così, è stato il ballo a venire da noi e non noi dei predestinati fare il ballo. E lo facciamo senza chiederci se lo facciamo bene o male. Come accadeva un tempo, perché ogni anno il ballo cambia pur restando uguale. Tanto che per l’anniversario dei trecento anni vorrei si tornasse a farlo per terra, in piazza, senza il palco, con tutta la gente attorno, come un tempo, che un anno si riusciva a vederlo e un anno no.

Altra novità rispetto al passato è che i ruoli non sono fissi, io e Ivan facciamo il Vivo o il Morto una volta per uno. Questo perché, quando morì Renato, nel passaggio del testimone, ci siamo trovati in difficoltà: io dovevo fare il Morto, Renato aveva deciso così, diceva che lo facevo bene. Ivan doveva fare il vivo, u Masciu, ma lui, avendo sempre fatto la Lena, il Morto, non conosceva che cosa fa l’altro: steso sempre per terra, sempre gli occhi chiusi, poteva solo sentirlo raccontare. Così, abbiamo pensato di farlo un anno per uno e imparare entrambi i ruoli, per evitare che, una volta venisse meno uno di noi, chi venisse dopo, si trovasse nella nostra stessa difficoltà.
Allo stesso modo, abbiamo rispettato anche le regole non scritte: il primo anno che ho fatto il morto, quando sono arrivato in Piazza Cavour, mi sono girato verso la Rosa e la Madda, e ho mandato loro un bacio, perché stavo facendo la parte di suo papà, era il mio modo per continuare una tradizione.  Ma non lo facciamo in modo rigido un giorno che non ci sarà più uno dei due, finirà il Ballo della morte di Davide e Ivan e passeremo il testimone al futuro, accettiamo di passare il testimone.
Due anni fa, ad una iniziativa del Centro Culturale Tabiese, Ivan ebbe un problema e non poté farlo. Nemmeno io allora volevo, ma lui mi convinse a farlo con Fabiano, il nipote di Cristò. E il Ballo ebbe luogo. E’ la comunità che conta.

 

Ma qual è il ruolo più difficile?
Il Morto sembra il più facile: si butta a terra e si fa un po’ di scena. Il Vivo, invece, deve recitare un po’ di più e soprattutto deve dettare i tempi e fare un cenno alla banda quando è il momento di ripartire, al risveglio del Morto. Io e Ivan ormai siamo collaudati, non proviamo tranne che durante la festa, ma lo facciamo parecchie volte, alla Madaena e alla Madaeneta, 4 – 5 volte, ormai conosciamo uno i balli dell’altro e allo stesso modo, se uno non può farlo, passa il testimone a Fabiano o ad un altro, senza che il gruppo debba rinunciare al ballo.

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L‘estetica del fungo. Tra filosofia e gusto di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte

Recensione pubblicata su: Il colophon

Mio padre, quando andiamo a raccogliere i funghi, sono buoni solo quelli che raccoglie lui.
Mio padre dice che tutti i funghi si possono mangiare. Qualcuno però una volta sola.
Mio padre va per funghi sempre nello stesso posto, anche quando non ne nascono.
Sa dove sono i funghi, come se li conoscesse uno a uno. Da qualche parte, deve avere una mappa di tutti porcini. Ma ora so che non la mostrerà mai a nessuno, tantomeno a me. Prende solo i funghi che gli piacciono; gli altri, anche se sono mangerecci e io li farei al forno o con le patate, li lascia lì, al loro destino.
Perché parlo di mio padre invece di recensire L’estetica del fungo. Tra filosofia e gusto, di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte?
Perché questo libro gli piacerebbe. È uno di quei libri che potrei regalare a mio padre alla festa del papà o per il suo compleanno, magari anche a Natale (qualora non trovassi prima un vino buono o un vecchio Sport Illustrato su Coppi).
Glielo regalerei di certo. Se solo lo leggesse.
Perché papà dei libri non sa che farsene, è già tanto se sfoglia Telesette. Figuriamoci L’estetica del fungo, praticamente una tesina d’estetica filosofica, con dettagli metafisici e tassonomie dettagliate delle forme dei porcini, dei tipi di cercatori, delle calamità cui un cercatore va incontro, tutte cose a papà arcinote e su cui potrebbe scrivere un’enciclopedia. So già che quel libro finirebbe come zeppa al tavolo.
Del resto, perché regalare un manuale di estetica a chi, forse, davvero, conosce a fondo il bello dell’andare a funghi?
Siamo noi intellettuali che abbiamo bisogno di celebrare quanto è bello ciò che facciamo, siamo noi che abbiamo bisogno di esibirlo, decantarlo, sbandierarlo, sminuzzarlo fino a trovarne tutte le implicazioni, le caratteristiche, le peculiarità, i noumeni, le smagliature, i difetti, sviscerarlo fino a demolirlo e scoprire così che, magari, non ci piace più.
E papà, invece, se ne sta seduto dall’altra parte a guardarci arzigogolare. E a mangiare tutti i nostri funghi.
Per recensire questo libro avevo bisogno di un compagno. Si sa, per funghi è meglio andare in due.
Così l’ho prestato al mio amico Giacomo, che da bravo professore di chimica, poteva aiutarmi a chiarire dettagli come il mistero della crescita, del formarsi di quel tessuto miracoloso chiamato micelio. Ma dovevo stare attento. Giacomo è egli stesso un fungaiolo con molti anni di esperienza. Io e lui abbiamo le stesse fungaie: ha una casa nei pressi del Passo della Bocchetta. Un giorno, mentre andavo da lui, trovai un porcino. Quando glielo mostrai, mi guardò con un lampo d’odio negli occhi, come se gli avessi portato via un tesoro. Ora, dopo aver letto il libro, capisco meglio perché. Leggere L’estetica del fungo, se non mi aiuterà a trovare un cesto di prelibati porcini, di certo mi ha aiutato a capire meglio questo mondo un po’ mistico e un po’ perfido dei boleti. E anche certi silenzi di mio padre.
Il punto forte del libro, a mio parere, è questa parte metafisica: andare per funghi non sarebbe che un determinato tipo di indagine filosofica; dietro la ricerca del fungo c’è il segreto della vita. Come tale, quest’attività è trasversale: coinvolge tutti, impiegati, giornalisti, professori di chimica e idraulici in pensione, proprio come Giacomo e mio padre. È la fuga dai problemi contingenti ad alimentare la nostra domanda esistenziale e dunque la voglia di trovare funghi, è un “conatus” spinoziano, una necessità ineluttabile. Quindi si tratta di ben più che un passatempo. Il fungaiolo è un drogato, ma sano, un tossicodipendente dell’indagine, affamato della sua attività teoretica. Ma se così fosse, allora tutti gli uomini dovrebbero andare per funghi; invece (nonostante per Giacomo o papà, siano già troppi quelli “che vanno nei boschi”), andare per i funghi e passeggiare tra gli alberi sono due cose completamente differenti. La prima è un’attività iniziatica, un procedere meditativo: per trovare i funghi, bisogna dimenticare di starli cercando. La seconda invece, andare nei boschi senza consapevolezza, può essere addirittura rischiosa.
Le tassonomie di questo libro sono a tratti spassose: cinque sarebbero le tipologie dei porcini, assunti, tra tutti i boleti — tesi discutibile ma reale — a fungo modello. Il ritrovamento di un porcino di qualsiasi categoria resta, infatti, qualcosa di molto vicino all’estasi. Tutti i fungaioli sono classificabili negli “avidi”: vorrebbero i funghi tutti per sé.
Non ci sono legami di sangue, d’amicizia o, forse, sentimenti, che portino a tradirsi e rivelare una fungaia a qualcuno. Al loro interno, i fungaioli si dividerebbero tra solitari, conviviali, pensatori e professionisti. Ma, oltre a quelle scaturite dalle loro interazioni sono sicuro che se ne potrebbero trovare numerose altre, almeno quanti sono i tipi di ricerca dell’esistenza. Papà è di sicuro un solitario che, quando non ne trova, diventa necessariamente un pensatore. Giacomo è un druido resipiscente, uno che sa dell’esistenza di leggi antichissime non scritte che confronta continuamente con la sua attività teoretica e scientifica, con le leggi del cosmo.
Tra le calamità la più grave (peggio dei vermi, delle lumache e delle muffe) è l’uomo, il suo passaggio reiterato, il suo sfruttamento eccessivo, l’avidità.
Se i funghi sono una ricerca dell’assoluto, i motivi della loro crescita sono misteriosi. Chi, tra i fungaioli, non si è mai chiesto come crescono? Incoscienti e ignari, gli autori del libro tentarono di riprodurli e raccontano nei dettagli il loro tentativo. Forse, per i funghi, non c’è termine più errato che “coltivarli”.
Di tutto il libro, la parte secondo meno efficace, è quella finale, “Dagli alberi ai fornelli”, curata dallo chef siciliano Carmelo Chiaramonte. Forse perché tale argomento vanta decine di imitazioni. Forse perché stona con la vera novità: la precedente parte estetica del libro, perché quello del palato è un gusto meno assoluto che quello dell’occhio che scopre la testa di un fungo e più soggettivo, locale, cambia di luogo in luogo, di persona in persona. Chiaramonte ci dice tuttavia come rispettare un porcino durante la preparazione: sarebbe un peccato rovinare tutto immergendolo, ad esempio, nell’amuchina.
Seguendo i suoi consigli siamo in grado di gustare completamente l’estetica del fungo e distinguerne le tonalità: quello trovato sotto il castagno è sempre diverso da quello nato sotto una quercia.

L‘estetica del fungo. Tra filosofia e gusto di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte

[Edizioni Estemporanee]

Giacomo Revelli

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Narrando Realdo

A Realdo, dal 7 al 9 agosto, si è tenuta la piccola grande manifestazione dedicata alla identità e cultura brigasca

Si può raccontare una cultura, un popolo, una civiltà in tre giorni? Bastano tre giorni – i più caldi d’agosto –  per trasmettere quel che sono e sono stati i brigaschi? E sono sufficienti parole, sapori e suoni per trasmettere l’identità di un luogo?
Sicuramente no, ma da qualche parte occorre cominciare.

E’ quel che abbiamo fatto con Narrando Realdo, la piccola manifestazione dedicata alla cultura e all’identità brigasca, conclusasi ieri a Realdo.
Piccola la manifestazione lo è stata non perchè ci fosse poco da raccontare e poco da dire, ma perchè le risorse che avevamo erano davvero limitate.
Avvicinandosi ai brigaschi si scopre un mondo sempre più sfaccettato, interessante e unico, fatto di usi, tradizioni, della storia e delle storie di quelle genti di montagna.  Per completare il quadro, forse, bisognerebbe fare quel che fece Pierleone Massajoli nel 1982, che si immerse in quella cultura ancora viva per documentarla.

Unico come la loro lingua, il brigasco, che non è francese, non è piemontese, nè ligure, ma riflette pienamente l’identità del popolo che la parla, un vero melange di tutti e tre, una lingua capace di adattarsi ai valloni alle cime dei monti che lo racchiudono.

Venerdì, nel nostro trekking letterario abbiamo attraversato boschi e parole: i primi erano quelli tra Realdo e Borniga, le seconde quelle degli scrittori che hanno raccontato la Liguria, con lo scopo di far uscire per un attimo Realdo e il popolo brigasco dall’Ubago, dall’ombra, per dirla come Italo Calvino, cui la storia lo ha condannato.

La stessa sera, il Coro I Cantauù ha dimostrato come le lingue dei monti siano musicali, fatte apposta da e per chi lavorava nei campi, melodie che favorivano l’unione e la socialità, invece delle attuali suonerie di smartphone che privilegiano il singolo.

Al suo interno, Narrando Realdo è stato anche un piccolo Festival Letterario.
Se nel “Trekking nell’Ubago”, il trekking letterario di venerdì, il contributo critico di Laura Guglielmi ha legato ai passi le parole di Italo Calvino, Francesco Biamonti e di altri scrittori importanti che hanno raccontato la Liguria, proprio in una delle valli rimaste più intatte,  “autentiche”, nella loro parte superiore, la Valle Argentina, la presentazione de “Nel tempo dei lupi”, nel pomeriggio, ha dimostrato che è possibile raccontare un territorio come quello brigasco in modo efficacie con le parole di oggi, facendo passare la sua forte identità.

Marino Magliani, domenica, ha invece parlato di frontiera e del “nostos”, la nostalgia di chi deve abbandonare i luoghi per un esilio volontario o necessario. Cosa che i brigaschi, condannati dalla frontiera del 1947, conoscono bene.

Ma l’esperienza più emozionante è stata ascoltare Nino Lanteri raccontare la nascita di Realdo e di come gli orti proteggevano la popolazioni dal baratro, su un paese costruito su una falesia.
Oppure sentire Eduardo raccontarci la storia dei soldati napoleonici sepolti sotto la chiesa di Sant’Antonio, o Luigi che ci ha parlato di come si viveva sotto il Redentore quando lui era giovane, oggi che ne ha 82.

Non bisogna solo saper narrare, serve un pubblico che sappia ascoltare.
Ora sapppiamo che c’è.

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Soggiorno a Zeewijk

“I liguri sono di due categorie: – scriveva Italo Calvino (un altro che scriveva di Liguria con la scrivania lontana da Parigi) – quelli attaccati ai propri luoghi come patelle allo scoglio che non riusciresti mai a spostarli; e quelli che per casa hanno il mondo e dovunque siano si trovano come a casa loro. Ma anche i secondi, e io sono dei secondi… tornano regolarmente a casa, restano attaccati al loro paese non meno dei primi”. Lo scritto è del 1962, ma validissimo tuttora.

Soggiorno a Zeewijk, di Marino Magliani, Amos editore, è una bella prova di come si possa scrivere di Liguria da una scrivania lontana da Imperia.
Marino Magliani, è di Dolcedo, ma fa il traduttore e vive in Olanda, a Ijmuiden, vicino Amsterdam, nel quartiere di Zeewijk. E’ un ligure del secondo tipo, uno di quelli che per casa hanno il mondo (ha vissuto a lungo in Spagna) ma torna, “quando gli viene in mente”, in provincia di Imperia. E’ un esule, come lui stesso si definisce, non per motivi politici, culturali o religiosi, ma perché la vita lo ha portato via dai luoghi in cui è nato: gli effetti sono gli stessi, quelli dell’esilio. E lontano dalla propria terra, il filo, il cordone, che lo collega alla terra madre comincia a dolere, diviene un cilicio con cui patisce la malinconia.
E questo sentimento, questa “atra bile” della lontananza, porta marino magliani (scritto minuscolo come lo si trova nel romanzo e chissà quanto corrispondente al Marino Magliani autore) a ricercare analogie e differenze tra Zeewijk, il luogo che lo ospita oggi e Prelà, l’entroterra di Dolcedo, in cui è cresciuto, completando con tratto espressionista il quadro di questi luoghi. Ma è il ritratto di un paesaggio.

Sono più le differenze, è ovvio: pur essendo entrambe zone di mare, uno è il Mar Ligure, l’altro il Mare del Nord. L’analogia più sorprendente arriva a marino per caso. A Zeewijk le strade hanno tutte nomi di stelle e costellazioni: fu un’idea del padre di Piet van Bert, suo amico e compagno di ânerie. Un giorno marino magliani s’accorge che la cartina di Zeewijk è incredibilmente simile a quella del Ponente Ligure. Addirittura, sovrapponendola, ne combacerebbero i contorni. Che strano destino quello dell’autore/protagonista: andare via, lasciare la propria terra e portarsela dietro, come non staccarsene mai. Di più: Marino Magliani, questa volta l’autore, omaggia la sua terra: se le strade di Zeewijk portano i nomi delle stelle e queste combaciano con il Ponente Ligure, allora questa terra è degna del firmamento.

Altra differenza: Zeewijk è un luogo in cui tutto cambia. Gli edifici sono costruiti sulla sabbia e nel giro di vent’anni cambiano, la topografia è irriconoscibile. A Dolcedo invece tutto è immobile da anni, cambia lentamente. Anche in questo possiamo vedere un risvolto laterale della sua flânerie : forse il Ponente-firmamento ha già raggiunto la sua perfezione e fa male chi specula e tenta inutilmente di cambiarlo, di migliorarlo.

Soggiorno a Zeewijk fa venire in mente molte cose, per esempio “La finestra di fronte” di Alfred Hitchcock. Ma in questo libro, lo spaesato voyeur, non sta appostato al balcone come un paparazzo, bensì vaga per una città, inconsapevole di essere spiata (oppure consenziente, ma solo se si sta portando in giro il cane), e, comunque, complice, connivente, perché non usa tende o altro per coprire le grandi finestre. Ma siamo al nord, in Olanda, non a Dolcedo, qui finestroni e balconi significano luce, l’essere spiati è un danno collaterale accettabile.

E’ difficile essere voyeur, se non lo si è di professione. Il passo prima è fare il flâneur, la versione letteraria di questa psicosi. Perché il flâneur, in particolare lo scutuzusu, il curioso, che del voyeur è la varietà ligure, (sottotitolo del libro potrebbe essere Diario di uno scutuzusu) non lo fa per arricchire la propria vita dei particolari di quelle altrui, ma più per allontanare l’umor nero, la malinconia che l’attanaglia per essere lontano dalla sua terra, il Ponente Ligure. Ma allo scutizusu è data in dono una possibilità: quella di essere il punto di vista degli altri, di veder le cose come sono senza esserne parte. Nelle case, dall’altra parte del balcone si sta come i personaggi de “La lezione d’anatomia del dottor Tulp” di Rembrandt, che non s‘accorgono di quella mano dipinta al contrario. E anche marino magliani sta per finire dall’altra parte, tra gli osservati, cade nella trappola più comune, s’innamora…

Bello lo stile di questo libro. Antinarrativo, autofiction, catalogatorio alla Perec quando colleziona gli oggetti in quei soggiorni illuminati. Magliani narra la storia per bagliori, dipinge effettivamente con la scrittura una Zeejiwik città invisibile, in cui la malinconia alla fine ti salva.
Prima di andare a Zeejiwik, fate un salto a Dolcedo.

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Nel tempo dei lupi – Recensione di Nicola Farina

Quando Giacomo mi ha proposto di presentare il suo ultimo libro, ho accettato con piacere per quattro ragioni.
La prima, banale e poco interessante, ci conosciamo da 25 anni.
La seconda, per ragioni personali e familiari, entrambi frequentiamo da sempre Realdo e la Valle Argentina.
La terza, il lupo e le sue rappresentazioni sono stati il mio principale soggetto di studio quando ero ricercatore a tempo pieno.
La quarta, l’ultimo film che ho girato si svolge a Realdo ed in Valle Argentina, e verte sulla frontiera, più in generale sulle frontiere esterne – amministrative, politiche – ed interne – psicologiche, culturali – che dividono le persone.

Accettando con preoccupazione questo arduo compito che per la prima volta nella vita mi accingo a svolgere, mi son chiesto in nome di cosa io abbia la legittimità di presentare un libro. Il mio lavoro, autore di documentari, ricercatore o giardiniere, è innanzi tutto quello di osservare il mondo nella maniera più semplice e diretta possibile, almeno rispetto ai miei mezzi di comprendonio, allo scopo di scoprine i contrasti e le prospettive, per metterne in rilievo le vedute che più mi toccano.
Cerchero’ pertanto di esprimere in parole cio’ che ho visto leggendo il libro di Giacomo.

Nel tempo dei lupi ci parla della prima frontiera che l’essere umano ha oltrepassato all’inizio dei tempi, dei nostri tempi. Diventando animale raziocinante, egli, l’umanità, noi, ci siamo definiti in quanto persone.
Se oggi la divisione appare netta, la distinzione tra il mondo del selvatico ed il mondo della civilizzazione, fu assai più sfumata. Umanità e natura non sono sempre stati elementi separati del pianeta.
Dopo 4 secoli di modernità, oggi l’imperialismo dei consumi e dell’edonismo globale ha spazzato via religioni e miti. Ed esso sta ormai togliendo di mezzo anche gli ultimi residui della relazione di scambio che l’umanità intratteneva con la natura e le sue forze.
Nel tempo dei lupi apre una finestra sulla paradossale conseguenza della demarcazione sempre più netta della linea che divide la cosiddetta civiltà e la matrice animale che è principio della nostra esistenza.

Andiamo tutti verso qualcosa, e pur nella nostra contemporanea frammentazione individualistica, probabilmente noi tutti, come massa, procediamo nella stessa direzione senza nemmeno saperlo. L’uso che si fa delle parole è molto importante per spiegare i meccanismi psicologici che funzionano a livello collettivo.
Oza Okup è un collettivo internazionale che inscena performances di strada sui temi delle origini del neo-liberalismo e del senso di parole ed espressioni che descrivono il funzionamento della società e che fanno parte del vocabolario di tutti i giorni.  Nelle vie di Bruxelles, Belgrado, Brazzaville è stata sollevata ai passanti la seguente domanda: il profitto è al servizio dell’umanità o l’umanità è al servizio del profitto ?
La perplessità degli uni si è alternata alla risposta tendenzialmente tragicomica degli altri. Meglio ridersela, dicono gli artisti. Ormai poco altro ci resta da fare per tentare di esorcizzare il cannibalismo culturale e psicologico del “progresso”.
Lascio sospesa la questione sul soggetto che definisce realmente gli attori di tale “progresso”.
Continuo sulle sue principali conseguenze, e sul perché il lupo – la visione che ne abbiamo, la funzione che gli si attribuisce nei diversi momenti storici – sia un eccellente indicatore di quanto sta avvenendo all’umanità.

Incapaci di reagire, presi dall’edonismo di massa, procediamo a grandi passi in direzione di cio’ che la tecnica ci indica senza discussioni. Da una parte economisti e politici ci convincono che calcoli esattissimi ed incomprensibili dovrebbero regolare le nostre esistenze. Dall’altra, compagnie internazionali con sigle e nomi conosciuti ovunque sul Pianeta, definiscono i nostri “life-syles”, sventolandoci davanti al naso esche appetitose quali tablettes, iphones ed altri accattivanti marchingegni stimolanti i nostri nuovi ed insospettati bisogni.
Il segnale binario domina il mondo e l’economia del consumo edonista è la nuova religione.  Con la globalizzazione della comunicazione, la separazione tra uomo e natura – in senso lato, ma anche nel senso di natura umana – sembra ormai disperata.
Saremmo già condannati alla comunicazione istantanea dipendente da supporti sempre più piccoli che già promettono di invadere il nostro corpo ? Siamo definitivamente privati della speranza di sentirci parte di un tutto che esista al di fuori della nostra bolla d’informazioni e di dati, di tutto cio’ che non “esca” dai nostri supporti ? Diventeremo infine noi stessi il supporto fisico-biologico del microchip che definirà la nostra identità tramite la registrazione “intelligente” dei nostri consumi?
Se la nostra intelligenza è già al servizio dei sistemi che essa ha creato, allora abbiamo già dimenticato cosa siamo.
Ecco cosa ci dice Giacomo, descrivendoci lo stupore incomprensibile che Guido prova di fronte alla lupa.
Credendo di semplificarci la vita grazie al progresso, ci siamo creati una prigione sempre più claustrofobica e rumorosa. La nostra unica reazione è quella voluta (da chi ? Dalle società di telefonia mobile ?): una frenesia comunicazionale senza senso, che ormai definisce ogni individuo – moltitudini d’individui, miliardi di protesi comunicanti sempre più connesse, ognuno di noi sempre più ansioso di affermare la propria esistenza tramite immagini, frasette, messaggini, slogans.
Il riduttivo cogito ergo sum, si è trasformato nel terribile comunico ergo sum. Senza più pensare, dovremmo semplicemente reagire per impulsi diretti, comunicare nel tempo istantaneo di un presente dilatato che non segue più né i cicli della natura, né le linee della Storia.
Ed eccolo dunque il rumore di fondo che appiattisce la profondità del mondo, e che Guido riesce a distinguere solo dopo aver oltrepassato la frontiera tra la sua realtà di uomo del XXI secolo, ed il mondo primigenio, potente e misterioso dei lupi.

Perché dunque la lupa che Guido incontra in montagna sembra cosi’ diversa dal lupo dei documentari del National Geographic che lo stesso guarda alla tv con il giovane figlio ?
Abbreviando grossolanamente un processo storico durato quasi due millenni, cito giusto tre tappe fondamentali nella storia dell’umanità, che hanno profondamente e progressivamente modificato il nostro modo di vederci sul Pianeta.
Dapprima la visione antropocentrica dei tre monoteismi ha fornito gli strumenti “intellettuali” per sancire la separazione tra umanità e natura.
In seguito, durante l’epoca moderna, il progresso ha fornito gli strumenti tecnologici per assoggettare in maniera globale la natura.
Infine, nell’Italia contemporanea, in tutta l’Europa occidentale, il boom economico italiano o le trente glorieuses francesi – ogni nazione ha il suo modo per definire il proprio glorioso quanto effimero e distruttivo trionfo della modernità – ha dissolto la civiltà contadina che presentava ancora una certa comunione con le forze naturali del mondo.
Per diletto e per meglio comprendere i nostri tempi, è interessante rileggersi l’articolo sulla scomparsa delle lucciole di Pasolini, vero necrologio della fine di un’epoca iniziata all’alba dei tempi.

Entrando nel tempo dei lupi Guido compie un vero e proprio rito di passaggio. Un rito che è paragonabile alla serie complessa di rituali che avevano come protagonista la figura simbolica del lupo: per es., presso i Kwakiutl, tribù dell’isola di Vancouver, o più in generale presso tanti altri popoli del mondo, ove il lupo è metafora delle forze primigenie che l’essere umano deve riconoscere e sperimentare per trovare il proprio posto nel mondo.
Tra le varie civilizzazioni non si contano i riti che sancivano l’entrata del giovane nella fase dell’età adulta, grazie all’utilizzo della metafora del lupo – tramite tra i due mondi, quello della società e quello delle forze naturali.
Alle radici della nostra civiltà occidentale, si pensi ai lupercalia della Roma classica. Questa complessa cerimonia di morte e rinascita rituale celebrava la fertilità delle donne ed il rinnovarsi del ciclo annuale. Essa fu proibita nel 495 dc dal papa Gelasio, il quale rimproverava al senato la partecipazione di cristiani a tale festa.
Sempre nella cultura europea, le versioni moderne delle favole non sono altro che racconti e miti di antica origine, epurati dei loro elementi precristiani. Tali versioni moderne non lasciano alcun dubbio sulla presunta superiorità dell’umanità sul resto del creato.
All’origine di Cappuccetto rosso, il lupo era tutt’altro che l’incarnazione del male descritta dall’antropocentrismo religioso affermatosi in epoca medievale ed adottato dalla modernità. La sua versione attuale è quella trascritta e reinterpretata da François Perrault in Francia nel XVII secolo e più tardi dai fratelli Grimm in Germania. Il racconto, di cui si hanno testimonianze nella Francia dell’XI secolo, ha quasi certamente un’origine precristiana. Nella sua versione più antica oggi conosciuta, il lupo uccide la nonna ed offre i resti del cadavere alla nipotina, la quale, finito il festino di carne umana, è contenta di raggiungere il lupo a letto, per godere dei suoi primi piaceri, sconosciuti e proibiti. Appare evidente come qui il lupo sia metafora delle forze ineluttabili della natura a cui il genere umano appartiene: forze che definiscono l’inesorabile ciclo della vita ed il passaggio della fertilità da una generazione all’altra di donne.

Ed ora ? Cosa resta del tempo dei lupi ?
Cio’ che è avvenuto in pochi decenni in Europa sta ripetendosi ancor più velocemente altrove nel mondo.
La fine della guerra fredda e l’esplosione d’internet e del mercato globale, hanno “liberato” anche le popolazioni più “arretrate” che oggi chiedono benessere e democrazia. Anch’esse stanno cosi’ imparando a conoscere il “progresso”, dimenticando di far parte di un mondo la cui conoscenza si tramandava da centinaia di generazioni.
E’ una vera e propria ecatombe di memorie di cui siamo protagonisti e testimoni. E non parlo di memorie intellettuali, ma di memorie fisiche, psichiche, di un’alterità che ormai riusciamo a pensare solo in termini di banalizzazione (o di imprigionamento entro gli schemi coi quali siamo abituati ad interpretare).
Quale altro significato hanno i “parchi a lupi” come il Parc Alpha di Saint-Martin-Vésubie citato da Giacomo, dove degli esemplari di lupi dell’Alaska son ben nutriti, ingabbiati in recinti e messi in mostra ai visitatori ? Il lupo, da forza misteriosa e potente della natura da cui l’umanità si è separata, è diventato attrazione turistica. Esso è cosi’ ridotto a due funzioni: risorsa economica e lupo “orsacchiotto”.
Il nostro mondo autoreferenziale ed antropocentrico non solo ci impedisce di vivere e di pensarci altrimenti che degli esseri dediti al consumo ed alla comunicazione. Esso inoltre riduce la natura ormai doma a variabile economica, trasformando tutto cio’ che è “altro” in elemento ludico.
Per tornare ad esempi più banali e vicini alla nostra esperienza, si pensi alla popolarità del volto di Che Guevara, onnipresente su t-shirts e tatuaggi sfoggiati fin negli angoli più impensabili del Pianeta. Il volto del medico argentino rivoluzionario non sembra la versione “cool” dei volti dei terrificanti licantropi raffigurati nelle incisioni dei trattati di fisionomica del XIX secolo ?

Nel tempo dei lupi ci dice che il rumore di fondo della nostra società ci stordisce e ci rende incapaci di sentire quel mondo a cui la specie umana sapeva appartenere e sapeva ritrovarsi. Un mondo che l’essere umano, nel corso di millenni di storia, aveva saputo interpretare senza dividersene. Un mondo che le innumerevoli civiltà susseguitesi sulla Terra hanno strutturato, appreso, rimesso in scena tramite miti e riti che coinvolgevano “anima e corpo” le persone.
Un mondo ed una dimensione che il consumo, la comunicazione, il profitto e l’edonismo stanno riducendo a spese dell’umanità stessa, persa negli inganni delle parole e delle immagini che la comunicazione di massa svuota del proprio senso.
La gerarchia genera potere, ed il potere altre nuove e bizzarre gerarchie, per mezzo di sempre nuovi sofisticati strumenti adatti alla propria epoca.
Il prezzo, ovvio, é l’abituarsi a credere di essere cio’ che questo “progresso” vuol che noi siamo.

E allora, le lucciole sono definitivamente scomparse ?

La finzione di Guido ci dice che ritornare ad una dimensione più umana e profonda della vita è forse ancora possibile: una dimensione più silenziosa e vicina a cio’ che non sappiamo più essere, per riconoscere il lupo che è in noi stessi e trovare nell’altro l’essere umano che noi siamo.
Tuttavia la storia parallela di Giusé Burrasca ci dice anche che gli ultimi esseri umani che ancora portavano qualche traccia dei mondi delle nostre origini, stanno per scomparire, definitivamente.
Probabilmente à già troppo tardi per cambiare rotta, lo era già 40 anni fa, diceva Pasolini.

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