Interviste ai Maddalenanti: Maria Luigia Barla

Maria Luigia Barla, 66 anni

Maria Luigia Barla ha conservato, negli anni, tutti i biglietti, tutti gli scontrini degli acquisti effettuati in almeno vent’anni di gestione, con varie amministrazioni. In un quaderno a quadretti, forse rubato a sua figlia Bianca quando era alle elementari, tiene un rendiconto dettagliatissimo delle spese degli anni della festa all’Eremo di Santa Maria Maddalena del bosco e di quella degli anziani, che si svolge in autunno. C’erano ancora le lire. Tutto è scritto su pezzetti di carta, biglietti vari e scontrini fiscali, foglietti volanti che qualcuno appena strappato per affidarle una commissione per la Compagnia: comprare il pane, le candele, cappelli, grembiuli, o altro, conservati per rendicontare le spese e restituire l’eventuale avanzo al Cassiere. Maria Luigia ha annotato tutto, con precisione da burocrate: ma il suo è più che un obbligo di legge. Se esistesse una Corte dei conti della devozione, con Maria Luigia, i Maddalenanti, potrebbero dormire sogni tranquilli, dovrebbero farle un monumento. La intervisto assieme a Cristò e a suo marito Renato Oddo.
Quando parliamo di conti, inforca degli occhiali da impiegata, ma quando le parlo della Madaena, per poco si commuove.

 

Maria Luigia, che cos’è per te la Madaena?

Solo a parlarne mi viene il magone, perché la Madaena è qualcosa che ho dentro, e l’ho dentro da tanti anni. Da bambina, i miei andavano tutti alla Madaena. Mia zia era nelle donne della Madaena e le mie cugine ci andavano tutte. Non mi avevano mai portato perché si saliva a piedi ed ero troppo piccola. Mio padre diceva che non ce l’avrei mai fatta perché si andava a piedi e io non camminavo. Ma io continuavo a chiedere di salirci. Finché mia madre convinse mio padre a farmi salire con loro. Avevo 9 anni, era il 1959. Prima di partire le parole di mio padre furono: “Parliamoci chiaro, andiamo alla Madaena, ma guarda che io in braccio non ti porto”. Si saliva dall’Oxentina, dove ora si scende. Arriviamo alla scala di Regianco, e troviamo una bambina, Gianna a Puiota, seduta su uno scalino. Mio padre la guarda e le dice:
– Bimba, cosa fai seduta lì?
– Ah, sono stanca – rispose quella. E allora mio padre le disse: – Vieni, ti porto in spalla.

Non immagini come mi arrabbiai a quelle parole. Sono passati tanti anni ma mi brucia ancora ora. Io, se volevo andare con loro dovevo tacere e camminare, senza sentire la fatica e poi, invece, mio papà prendeva in braccio un’altra… Qualche anno fa ho incontrato Gianna a Puiota e abbiamo riso insieme di questo fatto, ma allora mi fece molto arrabbiare.
Ma quando arrivai lassù, mi sembrò di essere arrivata nella pace, in qualcosa di bello, di unico. Eravamo in pochi allora, non c’erano tanto spazio, appena lo scalino che correva sul muro. Lì c’era ancora il sedile per il Contestabile…

E qui sconfiniamo nella memoria storica, il campo di Cristò. Che infatti interviene:

Sì, c’era uno scalino in pietra con al centro una nicchia per il Contestabile e la Contestabilessa. Ma poi, quando hanno rifatto la piazza, il posto del contestabile non lo hanno più rimesso…

 Il racconto di Maria Luigia riprende da quando aveva 18 anni, età in cui ha ricominciato a salire alla Madaena.

Quella volta sono salita assieme a mia zia. Ma non era un giorno festivo, forse dovevamo fare dei lavori. Eravamo pochi. C’era ancora il tavolo dell’amministrazione, verso il vallone, la “tavola dei mulattieri, la chiamavano”. Oltre a mia zia c’era la Giulia, sua madre e altre donne. Si sono messe a scherzare dall’altra parte del cortile, dietro la cucina, E io, allora, mi sono messa a lavare i piatti per loro. E così, Renzo u Capu, che era seduto assieme agli altri al tavolo dell’amministrazione, mi disse: “Ecco: abbiamo trovato un’altra donna della Madaena”. Da quella volta, io ci sono sempre andata.

A quali fatti della tua vita è legata la Madaena?

Ce n’è uno in particolare. Erano nove anni che aspettavo e alla fine sono rimasta incinta l’anno che hanno fatto la strada. Era il 1978. Allora, quando andavamo alla Madaena, il raduno era a casa di Renzo u Capu. Mia zia quell’anno non mi consigliava di salire. La strada era molto sconnessa.  Erano nove anni che aspettavo l’arrivo di un bambino, aveva paura che mi accadesse qualcosa. Ma a me non importava della strada, io volevo andare dalla Santa.
Prima di partire, Renzo avverte tutti: “Mi raccomando andate piano che qui c’è una incinta!”. Dopo tanti anni, a me non ci pensava più nessuno. Così tutti si sono messi a fare i complimenti ad Adelaide, la moglie di Cristò. “Cristò! Complimenti! Stavolta è un maschio!”. Lui, preso alla sprovvista, continuava a dire: “Io non ne so nulla! Io non ne so nulla!”, sembrava un pesce fuor d’acqua. Finché anche Adelaide disse: “Non scherziamo, nemmeno io ne so nulla!”. A quelle sue parole si sono girati tutti da me, che ero la più giovane. Sono diventata di mille colori dalla vergogna. Nel viaggio, per strada, misero la nostra auto in mezzo, casomai avessi avuto problemi. Davanti si misero Mattelìn, Alfrè e Bazurìn. Ogni tanto si fermavano, scendeva uno o l’altro a chiedere come stavo. Io, noi, stavamo bene. Si fermarono parecchie volte. Non so quanto impiegammo per arrivare su, anche se c’era la strada nuova…

Mia figlia Bianca è di febbraio ’79, ricorderò sempre che la portavo dentro di me quando abbiamo fatto la strada per la Madaena. Appena nata, il primo in paese a vederla fu Mattelìn: lo incontrai di ritorno dall’ospedale davanti a casa mia, lavorava come guardia giurata davanti alla banca lì vicino. Appena mi vide con un bambino in braccio mi chiese: “E’ un Constestabile o una Contestabilessa?”.

Sempre, la Madaena nelle nostre vite c’è sempre. E’ di famiglia. Io ci parlo come ad una persona. Quando sono stata operata oppure ho avuto qualche problema, l’ho invocata spesso. E lei m’ha sempre aiutato. La prego come all’altro nostro santo, San Benedetto Revelli: “San Benedetto, Santa Maria Maddalena, non siete Padre Pio, non vi prega nessuno, abbiate un po’ di riguardo per noi che preghiamo per voi!”.

Maria Luigia mi prega di scrivere che lei era floricoltrice, lavorava in campagna. Anche Cristò ora lavora in campagna. Il loro legame con la terra e la natura è molto forte. Cristò tuttora ringrazia la Santa alla fine di un lavoro duro. Raccontano che un tempo, all’Eremo, dietro la chiesa, c’era un orto. Ci coltivavano un po’ di verdura, basilico, pomodori, ma soprattutto i fagioli della Madaena: era Cristò che andava a innaffiarli e raccoglierli. Fagioli che crescevano in un bosco, lontano da tutti. C’è ancora qualcuno a Taggia che può dire di aver mangiato i fagioli della Madaena.

Fuori la chiesa, dal tiglio, si mettevano cavalli e i muli. Al fico, invece, ogni cacciatore aveva il suo chiodo: alla festa delle castagna ci appendevamo il fucile e la mattina dopo andavano a fare la posta. E se qualcuno rubava il chiodo ad un altro, erano guai, nascevano discussioni incredibili.

E la lavanda?

Andavamo a fare la lavanda nel Magazzino di Renzo u Capu, che era molto grande. All’epoca gli uomini andavano a comprarla a Terzorio: durante il viaggio si beveva, era un’occasione per fare baldoria. Partivano la mattina con un camion e tornavano la sera… puoi immaginare come. Arrivati, scaricavano la lavanda nel magazzino di Renzo con il ribaltabile, spingendola dentro a forza, tutta insieme. Ce n’era una montagna. Poi, il venerdì sera, prima della partenza dei Maddalenanti, toccava a noi donne fare i mazzetti, uno ad uno con il filo verde che si usava una volta. Era allora, che, lontane dagli sguardi degli uomini, su un letto di lavanda, noi donne facevamo il Ballo della morte: erano la mamma di Cristò con Tejò. Quella sera poi uscivamo di lì a notte fonda, cantando “Lena per bella Lena”, e magari svegliavamo il padre di Cristò che l’indomani mattina si doveva alzare presto per salire all’Eremo a preparare la festa…

Cristò mi dice che quello spirito un po’ goliardico era comune a tutti i Maddalenanti, agli uomini come alle donne: non hanno mai potuto partecipare all’amministrazione, ma il loro ruolo è sempre stato fondamentale e necessario alla festa. Un ruolo che, in parte, si spiega con la devozione religiosa, come mi racconta Maria Luigia:

Il sabato mattina della festa partivano dalle 12 alle 15 mule cariche, che poi tornavano e risalivano la sera di nuovo cariche, sei ore in totale. Una volta, alla Festa delle Castagne, il tempo era brutto, ma noi decidemmo di salire lo stesso. Eravamo tutte mal messe: Maria a muxicante aveva il bastone perché si era rotta da poco una gamba in più punti, Giulia aveva appena subito una brutta operazione. Il tempo era scuro, nero. Ma decidemmo di partire in filobus fino a Bussana, da lì Bastianone ci avrebbe portato fino all’Arbaeu. Per alleggerirmi, diedi una coperta a Catùn, che assieme agli altri saliva per la strada più corta. Sul filobus, Caisotti, vedendoci armate di zaini, capì e ci chiese se eravamo pazze ad andare lassù con quel brutto tempo. Bastianone invece ci preparò alcuni teli da indossare se pioveva. Arrivammo all’Arbaeu che i teli grondavano già d’acqua.
Lì incontrammo Gianni Scrogna che in quella zona ha le campagne e ci chiese perché volevamo andare con quel tempo: perché c’era stato un grosso incendio e, se la Madaena non si fosse bruciata, avevamo fatto voto che saremmo salite a piedi da quella parte, che era la più lunga. Poi incontrammo anche u Scero e Cristò che salivano a piedi dal tratto più veloce, ma rifiutammo di andare con loro: dovevamo passare dalla strada più lunga e rispettare il nostro voto. Non vi dico che tuoni e che lampi, del resto quel tratto lo chiamano “Camin da tia” proprio per come ci piove. Il sentiero era un fiume ormai, erano usciti anche i “Cai celesti”, le salamandre. Arrivati da Santa Rita, Giulia si rivolge a Santa Rita per chiederle di far smettere la pioggia. Ma i fulmini continuarono ancora più forti e arrivò pure la nebbia. Sentivo l’acqua che mi colava sulla schiena. Ecco che vediamo Nino u Capu, che portava uno zaino strapieno di bottiglie.

Quando incontrammo Renzo u Capu ed Ernesto ci accolsero con un rosario di improperi per quella nostra imprudenza. Arrivati ad un tratto, detto “i punziui” ci aiutarono a superare una buca che s’era riempita d’acqua. L’eremo della Maddalena non arrivava mai, collina dopo collina, non si vedeva ancora. Arrivammo, così, completamente zuppe, e sulla porta trovammo Bedè con una bottiglia di grappa. Me ne fece un bicchiere enorme prima di cena. Ci prepararono una cucina bella calda e ci asciugammo. Mi diedero come gonna la coperta che avevo dato a Catùn. Quella sera, gli uomini scaldarono a tal punto la cucina che si asciugarono tutti i vestiti e il giorno dopo ci rivestimmo. Puzzavamo di fumo, ma eravamo asciutte.
Il giorno dopo ci mettemmo al lavoro: Maria, che aveva ancora male alla gamba, si mise ad impastare, come se non avesse avuto nulla; io l’aiutavo e, siccome dalla sera prima era avanzato del minestrone, Renzo U Capu disse: “Facciamo un antipasto in più?”. E facemmo le frittelle di minestrone. Quel giorno c’erano Don Umberto con gli scout, tutti ne mangiarono, molti volevano la ricetta. C’inventammo che era una ricetta segreta della Madaena.

Anche mia figlia Bianca è entrata subito nello spirito: aveva otto anni e, una volta che eravamo saliti, a luglio, di nascosto andò nelle stanze e mise un pugnetto di sabbia nei letti… Mia nipote comincia già a chiedere quando salire su: quando deve partire con gli scout, mi chiede di “non far fare” la Festa della Maddalena…

 La Madaena a Taggia, è più che una tradizione, è qualcosa che s’ha dentro. Qualcuno l’ha dentro e nemmeno lo sa. Poi, un giorno, viene raggiunto da un refolo di lavanda o da una nenia giocosa in sei ottavi ed ecco che sbuca, viene fuori, è la Madaena. Quegli odori, quei suoni, quel ballo, riscoprono gesti ripetuti prima di noi, è la magia del passato che torna. Gesti che, più che tramandati, sono stati inoculati, trasmessi con il latte materno. E, allora, non si può resistere, ci s’abbandona.
Ma una tradizione è anche qualcosa che viene affidato da chi è venuto prima. La Madaena, depurata del suo valore goliardico e ameno, è anche questo: un impegno, quello preso da tutti i Madalenanti, i componenti della Compagnia. E’ ciò che fanno in molti, e che li fa attaccare ancora di più a questa festa, indipendentemente dalla data e dal luogo di nascita. Da giovani ci si avvicina per divertirsi e intanto, anno dopo anno, si cresce. Per alcuni, i più presenti, la Madaena è un impegno che dura tutto l’anno.

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