Interviste ai Maddalenanti: Andrea Bracco e Flavia Montanari

Andrea Bracco, 27 anni

 

Massimiliano Borioli e Beatrice Barone passeranno il testimone ad Andrea Bracco e Flavia Montanari. Andrea fa parte della leva più giovane della Compagnia. Nonostante l’età, manifesta già le caratteristiche del Maddalenante perfetto: quel misto di divertimento e senso del dovere che tiene viva la Compagnia da trecento anni.

In lui è avvenuto il passaggio della memoria e, di pari passo con l’attaccamento alla festa e ai suoi luoghi, è arrivato il senso di responsabilità e del dovere che lo ha portato, tra i più giovani, a entrare nell’Amministrazione della Compagnia e, nel 2016, a fare il Contestabile.

 

Andrea, che cos’è per te la Madaena?

Per dirti che cos’è ora, per me, la Madaena, devo dirti che cosa è stata prima e ripercorrere le varie epoche della mia vita. Partiamo da quando, da bambino, i miei genitori mi portavano a vedere la partenza dei Maddalenanti sotto i portici. Poi arrivò la mia prima foto a cavallo in Piazza Cavour, e, di seguito, la prima domenica della festa, la prima volta che mia madre, finalmente, decise di portarmi su, raggiungendo mio padre che era su già dalla sera prima e introdurmi in quel luogo fantastico e sconosciuto che fino ad allora era per me l’Eremo della Madaena. Sarebbe stata una giornata impegnativa fin dall’inizio, dalla partenza, perché il viaggio per arrivare su era una specie di odissea, ricordo che spesso dovevamo scendere e spingere la macchina: ma tutto sembrava già una festa. E quanto arrivai lassù feci un salto nel tempo e mi trovai a passare una giornata come l’avrebbe passata mio padre cinquant’anni fa, a giocare nel bosco con gli amici, immersi nei profumi della natura che si sposavano con quelli del cibo cotto sulla legna o con mio padre che mi portava a cercare il castagno giusto per farmi il bastone. E’ questa la Madaena che ho vissuto da bambino. Arrivò, poi, un momento in cui mi facevo delle domande, mi chiedevo che succederà il sabato sera, perché vedevo partire gli uomini, tuo padre e i grandi, e anche io volevo andare, ma i miei genitori non volevano perché chissà che succedeva lassù, il sabato sera.
Poi con grande entusiasmo salii con mio padre e i Maddalenanti qualche sabato a lavorare all’Eremo e lassù mi resi conto di avere una grande famiglia: tutti, dai più giovani ai più anziani, mi accolsero e sono furono subito disponibili ad aiutarmi in qualsiasi momento. E poi i racconti, gli aneddoti, le usanze, le tradizioni, era facile appassionarsi. E come dimenticare il pan e pumata delle 10 del mattino? Senza dubbio il più buono che abbia mai mangiato.

Il passo successivo è il momento che si sale per la prima volta il sabato sera della festa, ci si prepara, lo zaino, la torcia e tutto il resto – anche se il vero Maddalenante partiva con una coperta sulle spalle e camminare…. – e si parte insieme ai propri amici: un’emozione grandissima, ci si sente parte di un gruppo affiatato. C’è poi il momento in cui ti chiedono di entrare nell’Amministrazione, è allora che arriva la responsabilità. Tutto questo ti porta ad amare questa festa, a dare una mano, a fare volontariato senza altri fini che l’amore per la Madaena…

 

E fare il Contestabile, quindi, è il passo successivo…

Fare il Contestabile è diverso, è qualcosa che arriva quando ti senti, perché non te lo chiede nessuno, ti arriva da dentro e lo fai. Funziona un po’ come per quelle coppie che stanno insieme da anni e improvvisamente decidono di sposarsi e le persone, da fuori, si chiedono il perché. Ma loro sentono il bisogno di farlo. Fare il Contestabile è anche un modo per dare il proprio contributo morale: si può dare un contributo economico facendo una donazione, un contributo manuale salendo a lavorare, ma il contributo morale, per i confratelli e per tutto il paese, non hai altra occasione che fare il Contestabile per offrirlo in modo appropriato.

 

Quando hai deciso di fare il Contestabile? Come è maturata questa decisione?

La mia decisione è maturata grazie a Massimiliano Borioli e Flavio Macciantelli, “u terzu defiziè”, (termine che identifica il Contestabile della precedente edizione, come pure quello di tre anni prima viene detto “Capo Consiglio”) due grandi amici che mi hanno dato il coraggio che forse mi mancava. Io e lui ci siamo prima un po’ fiutati come due cani prima di accoppiarsi. Lui mi mandato dei segnali per vedere come reagivo. Quando, dalle mie reazioni, ha capito che a me avrebbe fatto piacere e che sarei stato pronto, una mattina è arrivata una sua telefonata: voleva vedermi per parlarmi. Alla sua domanda se volevo fare il suo Vice, la mia risposta è stata subito si, seguita da un abbraccio e un mare di pensieri positivi di felicità nei confronti di tutte quelle persone, quei Maddalenanti, mio padre per primo con i suoi amici che mi hanno insegnato ad essere un vero Maddalenante e che presto mi vedranno vestire i panni del loro Contestabile.

 

Senti forte la responsabilità di questa eredità?

Si, molto, forte anche quella dell’anniversario. Penso spesso che è passato così tanto tempo e la Madaena è ancora lì e ora tocca a me, ora ci sono io, un anno di trecento che ne ha. Una piccola parte di qualcosa di grande che continua a crescere.

 

Cosa vorresti fare, per cosa vorresti che fosse ricordato il tuo contestabilato? Che novità vorresti introdurre?

Non vorrei introdurre cose particolari, vorrei semplicemente che noi tutti Maddalenanti ci rendessimo conto che, in realtà, siamo una grande famiglia e che in una famiglia è naturale scontrarsi tra giovani e vecchi. Io, in passato, ho avuto spesso discussioni con le persone più anziane: ma quando si è giovani succede. Crescendo mi sono reso conto che avevano ragione, se non proprio tutte le ragioni, gran parte della ragione era dalla parte loro. I nostri motivi di scontro erano sui comportamenti, sulla goliardia eccessiva durante la festa: io credo fermamente che anche la goliardia abbia una sua sacralità, sostengo che ciò che ha fatto durare trecento anni la Compagna di Santa Maria Maddalena nel Bosco è proprio il fatto che tra di noi non c’è lucro ma divertimento. Questo forse è ciò che vorrei capissero gli anziani e che vorrei trasmettere a tutti. Nella Madaena ci sono mille ruoli e compiti diversi, compiti di fatica che un anziano non riesce proprio più a fare anche se li ha fatti per 30, 40 o 50 anni e che quasi sicuramente un giovane riesce a fare con la massima facilità e serenità, diversamente de altri compiti dove magari è richiesta una buona dose di esperienza, calma e tempo. Un giovane si troverebbe spaesato e in netta difficoltà. Ecco perché ci tengo a ribadire che esperienza e forza, legati direttamente insieme dal divertimento, portano l’ottimo risultato che è la nostra Maddalena.

 

Che cos’è per te il Ballo della morte ? Cosa senti quando lo vedi?

Pelle d’oca! Al Ballo della morte  è legato l’odore della lavanda, quello dei cavalli, il clima della festa. Quello che mi colpisce più di tutti è l’ultimo su, all’Eremo, prima di tornare giù in paese, che, idealmente, conclude la festa all’Eremo. E’ per me il più significativo, perché chiude la festa e ci si ritrova tutti vicini a cantare con persone che non si incontrano spesso, ma amano la Madaena.

 

La Madaena ha una parte sacra e una profana. Tu a quale ti senti più vicino?

Io non sono tra i più devoti, ma in questi anni ho capito che la Madaena insegna il rispetto. Al suo interno ci sono persone molto devote e altre meno credenti, ma tutti hanno un grande rispetto l’uno per l’altro. Capitano dei momenti di preghiera e anche chi non professa abitualmente il culto si avvicina per stare insieme agli altri, senza essere obbligato a pregare. Ad esempio, quando il sabato andiamo a lavorare all’Eremo, prima di mezzogiorno ci raccogliamo tutti assieme, atei e religiosi, credenti e non, a dire una preghiera. Questo è un momento di raccoglimento comune, come il pan e pumata, in cui tutti si ritrovano.

 

Flavia Montanari, 25 anni.

 

Flavia è il punto di arrivo ideale di queste interviste, oppure il punto di partenza, se vogliamo usare la visione ciclica del tempo tipica della Madaena. Perché in questa festa, ogni cosa che si conclude, trae immediatamente dalla fine il proprio inizio e, se la storia, quella generale, dell’Italia e di Taggia, può vedersi come una lunga linea continua di cui si perdono inizio e fine, la memoria popolare, invece, come quella della Madaena, ha un andamento a spirale: si ripete cioè ogni anno, torna su se stessa, ma si sviluppa in altezza, cresce ad ogni volta un pochino.

Flavia è la Contestabilessa che parteciperà ai festeggiamenti dei 300 anni. Anche se prima di lei molte sono state le contestabilesse e la storia di è ripetuta medesima molte volte, tra un anno Flavia avrà una sua storia da raccontare e la Madaena sarà più ricca del tassello lei avrà saputo aggiungere a questo grande mosaico taggiasco.

 

Flavia, che cos’è, per te, la Madaena?

La Madaena per me è la tradizione popolare, qualcosa che c’è da sempre. Ha il potere di radunare attorno a sé tutto il paese, fa da ponte tra i giovani e gli anziani, li mette in contatto, ma attira anche persone molto lontane o estranee alla vita del paese, che durante la Madaena tornano. Così ci troviamo tutti assieme a festeggiare e lanciare la lavanda. Perciò, io, quest’anno, per i trecento anni, sento una grossa responsabilità: cercherò di fare il meglio che posso, non vorrei deludere le aspettative di nessuno…

 

Come è nata l’idea di fare la Contestabilessa?

Tutto è partito da una telefonata di Andrea Bracco. Non posso dire che ci pensavo: da sempre, fin da bambina sognavo di fare la Contestabilessa, ho sempre seguito la Madaena e sapevo di essere in età, sapevo che avrei potuto farla. Ma la telefonata di Andrea e la sua richiesta sono arrivate inaspettate, mi hanno stupito molto. Mi sono emozionata moltissimo e, subito, non ho saputo rispondergli. Ero anche preoccupata per il lavoro: nel mio mestiere, la ristorazione, il mese di luglio è fondamentale, sapevo che avrei dovuto fare i salti mortali. Ma ho accettato. Quando mi sarebbe capitato di nuovo? Amo davvero questa festa. So che non sarà facile, la Madaena dà molte soddisfazioni ma è una festa impegnativa. L’anno scorso da vicecontestabilessa, non so quanti strofinacci ho lavato. Ogni volta arrivava qualcuno a portarmene uno sporco. Per fortuna mi ha aiutato mia zia che lavora in tintoria!

 

Quale sarà il tuo regalo da Contestabilessa?

Farò un regalo per la cucina. Ho parlato con Maria Luigia: servono delle padelle grandi. Fare da mangiare per 500 persone non è una cosa semplice…

 

Come ti senti a essere nella storia della Madaena?

Mio nonno, a Taggia, era il fotografo del paese. Per anni a luglio, alla Madaena, ha ritratto i Maddalenanti e il Ballo della Morte, documentando, di fatto, lo scorrere del tempo in questa festa. Spesso penso che ora ci sarò anche io in quelle foto, da Contestabilessa, anche se sarà mia zia a fotografarmi, che ha ereditato la passione del nonno per la fotografia. Ha già preparato alcuni album digitali per Massimiliano Borioli e Beatrice Barone. I due contestabili dell’anno scorso mi sono stati molto vicini nel passaggio: l’anno da vicecontestabilessa era tutto nuovo ed emozionante, quest’anno avrò più consapevolezza del mio ruolo, ma la partenza del sabato, con la sfilata in paese e l’arrivo sui carri con la lavanda saranno indimenticabili.

 

Che cosa senti durante il Ballo della Morte?

Il Ballo della Morte è un’emozione fortissima che aspettiamo ogni anno e non ci stanchiamo mai di vedere. Quello fatto su, all’Eremo, è emozionante, è il Ballo dei Maddalenanti, ma anche quello dell’arrivo in Piazza Eroi, è una esperienza bellissima, con i mazzi di lavanda che volano e i cavalli, tutta la gente stretta attorno ai configuranti nella piazza: per me resterà per sempre collegato alla mimica straordinaria di Renato che lo ha fatto per tanti anni, ci sono cresciuta.

 

Senti forte l’eredità che ti è stata trasmessa?

Si. Chi vive la festa da fuori non può immaginare quanto lavoro ci sia dietro. Non sono soltanto tre giorni, c’è un anno di preparazione dietro. I giorni della festa sono intensissimi, c’è chi si alza prestissimo per andare a lavorare all’Eremo. Anche in questo modo mi è stata trasmessa l’eredità della Madaena, con il lavoro di tutti, che unisce giovani e anziani.

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Interviste ai Maddalenanti: Massimiliano Borioli e Beatrice Barone

Massimiliano Borioli, 40 anni,
Beatrice Barone, 23 anni, studentessa

Massimo Borioli è il Contestabile dell’annata 2015 – 2016, ancora in carica al momento dell’intervista. Il nostro incontro avviene nel suo ufficio, in una finestra ricavata in una giornata di impegni di lavoro. Si capisce subito, però, che quei minuti Massimo li ha ritagliati per sé e per la Madaena, e questo serve a fargli pesare un po’ meno il resto della giornata. Ha poi una responsabilità non da poco: Massimo Borioli è il Contestabile dell’anniversario, dei trecento anni, e sa che, come si suole, giunti alla cifra tonda, si fa un po’ il bilancio di una storia, rendiconto per lui non meno importante di quelli che è abituato a fare nel suo lavoro per l’Ospedale di Carità.
Ci raggiunge anche Beatrice Barone, la Contestabilessa: ha 23 anni, studia Giurisprudenza a Imperia e lavora in un bar.
E’ giusto, in questo caso, che l’intervista avvenga alla presenza di entrambi: la loro è stata una esperienza forte, che li ha visti al centro dell’attenzione e coinvolti profondamente. Comunque sarà andata, avranno lasciato una traccia, un segno nella comunità dei Maddalenanti: i loro nomi sono scritti nella bacheca all’eremo e tutti ricorderanno che, nei trecento anni dalla Compagnia, i contestabili sono stati loro.

Massimiliano, che cos’è, per te, la Madaena?

La Maddalena, è un patto di sangue, essere Maddalenante è bellissimo, si sente di far parte di un gruppo straordinariamente unito, in cui tutti puntano alla stessa cosa, la Maddalena, appunto, come in una sorta di patto di sangue.

Ma nella vita di un Maddalenante c’è una differenza sensibile tra prima e dopo aver fatto il Contestabile. Avere l’onere e l’onore di essere Contestabile è gratificante, ci si sente consapevoli del buon andamento della festa, un compito che si svolge per tutti gli altri, non solo per sé. Immancabilmente, poi, si è al centro dell’attenzione: quando si passa in paese tutti ti riconoscono e ti chiamano e, così, alla fine, ti fai vedere, lo fai apposta, è bello entrare al bar e sentir urlare “viva il Contestabile!”, un grido tra l’esaltazione e lo sfottò, perché per noi c’è soprattutto questo valore, quello della responsabilità: “Quest’anno ti tocca…”.

Anche a livello personale, si cresce, c’è una differenza tra la vita prima di essere Contestabile e quella dopo, alcune situazioni cambiano, le vivi con più consapevolezza, gli aspetti organizzativi fanno vedere le cose sotto un punto di vista diverso e si scoprono risorse impensate di persone che si hanno vicino da sempre. Chi ha fatto il Contestabile precedentemente racconta la sua esperienza e fornisce consigli preziosi su come evitare e affrontare le situazioni difficili.

Dopo il Contestabilato, tutto si vede con un occhio diverso, alcuni dettagli che prima si trascuravano assumono importanza, ma manca la fase di distacco, lo scarico della responsabilità tipico di ogni impegno, non c’è nessun allontanamento, bensì un attaccamento maggiore, la voglia di trasmettere la tua esperienza al tuo Vicecontestabile, in una continuità. Tra il Contestabile e il suo Vice si crea un vero rapporto di amicizia, ci si sorregge a vicenda e io vorrei che questo andasse avanti fino alla fine, voglio passare la mia carica braccio a braccio. Se è andato tutto per il verso giusto, lo devo a questo. Mi ritengo fortunato perché quest’anno, in quattro, tra Contestabili, Contestabilesse e i Vicecontestabili abbiamo creato un bel gruppo affiatato, nel bene e nel male, nell’allegria come nel pianto.

Come taggiasco, aver fatto il Contestabile mi ha fatto sentire ancora di più l’importanza della trasmissione del nostro bagaglio culturale, un modo di vivere, una sensibilità cui, vivendo semplicemente la festa da fuori, probabilmente non si arriva.

 

Qual è, secondo te, il ruolo del Contestabile?

Il Contestabile non è a comando della compagnia, il suo vero ruolo, per me è quello di parlare con tutti, ascoltarli, conoscere le esigenze di ognuno se possibile, dei giovani, dei vecchi, e mediare, trovando soluzioni che vadano bene per tutti. Allo stesso modo, il Contestabile deve essere un po’ giullare, guidare il divertimento, è il re della festa. Ma è solo perché hai tante persone attorno che ti sgravano dei compiti più banali e pensano alla festa che puoi lasciarti andare e vivere la festa più intensamente, abbandonandoti alle relazioni personali, agli amici, al bello di questo ruolo. Chi ti aiuta non lo fa per fare una riverenza al Contestabile, ma perché questo è proprio lo spirito della Madaena. Sono persone come Fabiano ad esempio, che ha pensato al mio cavallo e che devo ringraziare molto se sono riuscito a godermi pienamente la festa.

 

Beatrice è un po’ emozionata, ha la sensazione di essere ad un esame all’università. Si sente impreparata, benché lo sia perfettamente. Infatti, proprio, come in aula, davanti ad un professore, dopo la prima domanda, rotto il ghiaccio, si lascia andare. E supera l’esame da Contestabilessa brillantemente.
Beatrice, quale aneddoto di questa Madaena porterai per sempre nel cuore?

Una cosa che mi ha emozionata moltissimo è stato vedere il mio nome impresso sulla targhetta. Ci hanno fatto una sorpresa: una mattina ci hanno portati su, all’Eremo e ce le hanno mostrate. Tra tutte quelle targhette, in fondo, c’era pure quella con il mio nome… è un rituale che, presi come eravamo dall’organizzazione, avevamo dimenticato. E’ stato bellissimo vedere il mio nome insieme a quello di tutti gli altri, essere, di fatto, inseriti nella storia della Madaena.

 

Tu sei di Arma. Si può dire che tu abbia fatto un doppio ingresso a Taggia: sei entrata a far parte effettivamente della comunità, e sei entrata in paese con la lavanda in mano, il giorno della festa, come Contestabilessa…

Per me la Madaena è stata una sorpresa. Arrivo da Arma e vivo a Taggia da pochi anni, e, pur essendo andata spesso a vedere la partenza con il mio fidanzato, non avevo mai vissuto la festa su all’Eremo e non l’avevo mai vissuta in prima persona.

Tanto che quando Massimiliano Borioli e Davide Giuffra vennero al bar dove lavoro a chiedermi di fare la Contestabilessa, subito risposi di no, che non me la sentivo. Pensavo a quante ragazze di Taggia, che frequentano la festa da molto più tempo di me, ne avrebbero avuto più diritto.  Ma quella richiesta, arrivata così, all’improvviso, inattesa, è stata così forte che alla fine mi ha convinto, e quando se ne è parlato sul serio ho accettato.

Entrare invece in paese con la lavanda, sul carro, il giorno della festa è stata un’emozione fortissima, anche se su, all’eremo, per il Ballo della morte, avevamo già speso tutte le nostre lacrime per la commozione…

 

Come è avvenuta, nel tuo caso, la trasmissione dei valori? Come funziona la Madaena?

Sicuramente con i racconti. Vedere, sentire raccontare le cose, le testimonianze dirette, di chi c’era e chi le ha vissute, fa sentire dentro i fatti, parte degli eventi e, allo stesso modo, ci si sentirà poi in dovere, un giorno, di raccontare a propria volta le proprie esperienze.

E’ stata una bellissima occasione per me, per conoscere moltissime persone interessanti, giovani, ma soprattutto anziane: a me non capita così spesso di venire in contatto con loro, invece alla Madaena questo è normale. Del resto, noi siamo arrivati in un momento particolare, in cui il gap generazionale è forte e a volte ci sono scontri tra i giovani e i vecchi: per loro e per Massimiliano è stata una scommessa avere una Contestabilessa così giovane. Per me è stato bellissimo essere accettata. E ora che siamo giunti in fondo mi sento di ringraziare tutti, i giovani per il clima, la gioia e l’umore sempre alto, i vecchi, gli stessi con i quali a volte si è avuto motivo di scontro, per l’esperienza e il sapere che hanno saputo trasmettermi. I vecchi sono la maggioranza e sono loro “che tirano la carretta”, portano avanti la festa anche per noi.

 

Anche Massimiliano è rimasto stupito dalle emozioni legate dal fare il Contestabile

Pensavo che, avendo già fatto alcune esperienze in qualità di Vicencontestabile, l’anno dopo, quando sarei stato in carica io, sarebbe cambiato poco; invece mi sono dovuto ricredere: emozioni diverse, vissute magari per situazioni analoghe, ma con un carico e un approccio completamente diverso. Perché, comunque, da vice sei un passo indietro, ti manca quella tacca sul berretto, solo una volta nominato contestabile vivi davvero a fondo l’essenza della Madaena. Fare il Contestabile è il punto di arrivo di un percorso, probabilmente partire già da Contestabile senza fare prima il Vice non sarebbe la stessa cosa, troppa sarebbe l’ansia e non si avrebbe il tempo di godersi la festa.

 

Com’è nata in te l’idea di fare il Contestabile?

Il mio percorso, nella Madaena, comincia con le “buete”. A tre o quattro anni, il miglior regalo che mi si potesse fare era quello di portarmi, a mezzogiorno della Madaeneta, sul ponte nuovo a vedere Gianni Puè che spara le buete. Tanto che Gianni, quando sono stato più vecchio, a forza di vedermi lì, tutti gli anni, deve essersi mosso a compassione e mi ha chiesto di aiutarlo. Da lì, poi, con Lupi, otto anni fa, sono entrato nell’Amministrazione e occuparmi di quell’aspetto. Il mio tramite per la Madaena dunque, sono state le buette.  Una volta nell’Amministrazione non si vive più, semplicemente, solo l’aspetto goliardico della manifestazione, i due giorni della festa, ma tutto un mondo che attinge al passato, al vissuto personale e della Compagnia e confluisce nella memoria storica. Tra Madalenanti si creano poi delle amicizie, dei veri patti di sangue, per cui ci si affianca nei ruoli di Contestabile e vice, si creano legami che durano per la vita. Capita, a volte, in serate tra amici, davanti ad una bottiglia di vino, di annunciarsi come Contestabile o di seguire un amico in questa avventura per poi innamorarsene e farla propria. E’ così che nascono spesso le cose.

 

Cosa decide il contestabile?

Occorre ascoltare tutti. Il Contestabile non è una figura di potere, di comando. Non può imporre una sua volontà se non è condivisa dagli altri. Su alcune cose la Compagnia è molto rigida, per salvare la festa, ma su alcuni tabù si può intervenire. Il segreto è offrire alla gente l’opportunità di fidarsi e insistere con proposte ragionevoli, di mostrare che la propria idea è o era almeno all’altezza di ciò cui si chiede o si chiedeva di rinunciare. L’imposizione non porta mai a nulla di buono ma genera scontro. L’importante è dimostrare che quella cosa si poteva fare, senza danno per nessuno, tantomeno per le tradizioni.

 

A proposito di tradizioni, chi non conosce la festa, potrebbe pensare che la donna abbia un ruolo marginale e che sia una festa prettamente maschile. Quale è stata la tua sensazione da Contestabilessa?

Non si tratta di una discriminazione, è semplicemente una tradizione. La festa non sarebbe tale se il sabato sera si permettesse alle donne di salire all’Eremo, non c’è una motivazione di fondo. Del resto, senza le donne, la festa non potrebbe essere sostenuta. A me, ad esempio, piace molto quando Rosangela, Maria Luigia e Maria Rina adornano la chiesa, un momento tutto femminile, molto importante della mattinata, perché poi lì si terrà la Santa Messa e tutti si scatteranno le fotografie. La Madaena è una festa in cui ciascuno ha ruoli ben precisi, dall’Economo, al Collettore ai Configuranti e anche quello delle donne è fondamentale e tutte noi, assieme agli uomini, con le nostre azioni stiamo facendo tutti la stessa cosa, stiamo facendo rivivere il passato.

 

Parliamo del Ballo della Morte. Qual è l’emozione che vi dà? Che cosa vi lascia?

Massimiliano Borioli: il ballo ha una forza incredibile, è l’epilogo di tre giorni intensissimi e ne concentra la forza. Il concerto della banda, mercoledì sera, prepara il terreno alle emozioni, con la preparazione della lavanda del e il ricordo dei defunti il sabato mattina, poco prima di partire, con un mazzetto di lavanda per tutti, si entra già nella festa a tutti gli effetti. Il Ballo della Morte la domenica, quando si abbandonano ormai tutti gli impegni e le responsabilità, ti scarica tutta la tensione della festa ed arriva potente a smuoverti dentro.

Beatrice Barone: è il momento in cui sento di più la vicinanza di tutti. In quel momento, soprattutto all’Eremo, quando ti alzi da tavola per vedere il ballo, non sei più Contestabile o Contestabilessa, sei uno come tutti gli altri, e tutti cantano e guardano il ballo felici insieme. Il Ballo fatto all’Eremo io lo sento più nostro, di tutti i Maddalenanti, rispetto a quello fatto giù in paese per tutto il paese.

Massimiliano Borioli: e poi quella musica, così potente, studiata alla perfezione in anni di trasmissione orale, come uno dei “canoni diabolici”, quelle melodie che, ascoltate più volte, inducono una trance o un’estasi di qualche tipo. Come la rinascita a cui è legato, provoca anche dipendenza: a me manca già, non vedo l’ora di sentirlo.

 

Beatrice, raccontami un aneddoto, per te importante di questa esperienza…
Sicuramente, durante l’anno passato da vice, l’anniversario dei 50 anni di Cristò e Adelaide. Un momento bello, per loro come coppia e per tutti. La loro vita è così connaturata con questa festa che davvero con Cristò non si può ragionare per anni solari, ma per Madaene.

Massimiliano Borioli: il mio è legato alla mia passione di cavaliere e alla mia cavalla, la Gigia. In realtà, provenendo da una serie di cavalli quarter, il suo nome sarebbe in inglese, ma tutti a Taggia   la conoscono tutti come Gigia, la Gigia, come la moglie di Govi. E quello è un nome che si addice perfettamente al suo carattere e al suo aspetto: è così buffa che, durante il mio Contestabilato, era quasi più famosa lei di me. Mi sento davvero fortunato ad aver condiviso questa esperienza con lei, è stata una ottima compagna. Per la festa l’ho preparata con una testiera con tutti i nastrini rossi e neri: sembrava il cavallo perfetto da Madaena. Ma l’esperienza più bella con lei l’ho fatta quest’anno, a ottobre, alla Festa della Castagna. Finita la festa, quando già il buio incombeva e tutti erano andati via, sono rimasto ancora un pochino all’Eremo insieme alla Gigia e poi siamo venuti giù insieme fino a Taggia: arrivati in paese siamo passati in via San Dalmazzo, l’ho legata all’anello proprio di fronte alla cantina di Cristò e mi sono fermato a bere un bicchiere con lui. E’ stato bellissimo, scendere al buio, sereni, con la Gigia, dopo aver concluso quest’anno straordinario di feste.

 

Beatrice, ti succederà Flavia Montanari, di 25 anni. Cosa ti senti di dirle?

Di continuare a essere sé stessa, così com’è, in questo ruolo non bisogna strafare, restare al proprio posto e avere rispetto per il proprio ruolo e per quello degli altri, soprattutto per coloro che lavorano per farci vivere bene la festa.

Massimiliano ai contestabili del futuro cosa vuoi dire?

Io, che, assieme a Davide e ad altri, sono stato un elemento di rottura con gli anziani, perché ho dovuto scontrarmi con la corazza dura del conservatorismo, mi sento di dire, per i contestabili del futuro, che non bisogna perdere la volontà di scommettere sulle persone. Se poi si perde, si può sempre rimediare, ma occorre non perdere mai la volontà e la speranza. Perché, e recenti casi ne hanno dato conferma, chi viene investito del ruolo di Contestabile si trasforma e cresce, e, accompagnato dalla Contestabilessa gusta, può dare ottimi risultati. Ai contestabili serve memoria ed entusiasmo, il mix vincente per la Madaena è tradizione storia ed entusiasmo.

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Interviste ai Maddalenanti: Ivan Lombardi

Ivan è una persona scrupolosa. Lo è nel suo mestiere, nella ricerca accurata di ingredienti e ricette, negli abbinamenti di cibi e vini; lo è nella sua attività nell’amministrazione comunale, dove è Consigliere Comunale con delega all’ambiente. E lo è anche all’interno della Compagnia Santa Maria Maddalena del Bosco: Ivan Lombardi è uno dei cuochi – il giorno della festa fa da mangiare per 500 persone – ma anche uno dei due Configuranti, il più esperto, del Ballo della Morte. E’ forse con grande accuratezza che ne parla, senza dimenticare o trascurare il più piccolo dettaglio, nemmeno le proprie memorie personali, in modo da far trasparire l’importanza che questo aspetto ha nella sua vita.

Ivan, com’è cominciata per te questa avventura?

Sono Maddalenante da sempre, ho 47 anni ma sono 44 anni che salgo alla Madaena e partecipo alla festa. Ma la mia “prima volta” è stata da esterno, da fuori.
Andò così: ho sempre vissuto il mondo Scout, e una volta, da ragazzo, a San Romolo di Sanremo, ci fu una riunione di zona in cui ognuno doveva portare qualcosa rappresentativo del proprio paese. Io scelsi di portare il Ballo della Morte. Ricordo che nel gruppo c’erano molte persone che facevano anche parte della banda di Taggia, la Pasquale Anfossi, dunque in molti sapevano cos’era il Ballo della Morte, ne conoscevamo la musica e la coreografia. Quella volta, però, poiché ero Maddalenante, fui destinato io a fare il Ballo. Stranamente ad accompagnarmi fu una donna, Gianna Panizzi. A volte, lontano dalla festa di luglio, è successo che una donna facesse il ballo: mia madre, ad esempio, lo fece con il padre di Renato Varese, proprio il Renato con cui io poi ho fatto il Ballo per anni. Dunque da molto tempo io amo la Madaena e il Ballo della morte.

Così, quando morì Bazurìn e si cercava un sostituto per fare il Ballo assieme a Renato, mi proposi io di farlo. Renato accettò subito entusiasta e decisero di farmi provare. Andammo da lui, al ristorante, la Trattoria Enza: tutti i Maddalenanti si misero intorno, come in un cerchio per vedermi e valutarmi. La prova andò bene e da allora sono io uno dei due che fanno il ballo.

Con quale ruolo sei partito?

Da subito, con Renato, io sono partito facendo il Morto. Ma poi, quando è arrivato Davide, abbiamo deciso di alternare i ruoli: un anno io faccio il Morto e lui fa u Vivu e viceversa l’anno dopo. Siamo i primi a farlo. Diamo anche nomi diversi ai ruoli: u Mortu, il Morto invece che la Lena, u Vivu anziché u Masciu, anche se questo era già stato Renato a farlo.

Come ti trovi con Davide Giuffra?

Con Davide ci siamo subito trovati bene. C’è una sintonia perfetta, un rapporto prima di tutto di amicizia personale, di rispetto, qualcosa che va oltre i ruoli che interpretiamo nel Ballo della Morte. Io e lui siamo cresciuti insieme, vivevamo entrambi nello stesso condominio, siamo amici fin da ragazzi. Era scritto che eravamo destinati a fare il Ballo insieme. Ci vogliamo bene, nessuno dei due vuole prevalere sull’altro ed essere il protagonista. Dunque la decisione di alternarci ogni anno è arrivata serenamente, fa piacere a entrambi.

Ma i vecchi come hanno preso questa decisione di alternarvi?

A dir la verità, non l’abbiamo chiesto a nessuno, è venuta e basta. Ed è stata una delle poche cose accettate subito da tutti, di comune accordo. Forse perché la gente si è accorta che noi il ballo lo sentiamo davvero, ce l’abbiamo dentro.

Che cos’è per te la Madaena? Perché ci tieni così tanto?

La Madaena per me è la festa della morte. La presenza della morte e dalla rinascita è continua in questa festa. Io la amo perché, nella Madaena, facciamo rivivere i nostri vecchi che l’hanno celebrata prima di noi. Perché esistono due tipi di morte. Quella biologica, del corpo, è nulla in confronto a quella dello spirito, all’oblio. Ebbene, noi, alla Madaena festeggiamo i nostri vecchi che ci hanno creduto, li riportiamo in vita. Ogni anno, ritornano nei nostri discorsi: “Te lo ricordi Stin u Cau”, oppure, “Te lo ricordi Renato”, “Marciantelli” e altri. Sono ancora vivi, tra di noi.
Basti questo aneddoto: quando mio padre fece il Contestabile, nel 1963, mio nonno stava morendo e non voleva andare alla festa. Ma mio nonno lo chiamò a sé e gli disse: “Giacomo, tu ci devi andare, perché questo non è il nostro paese” – mio padre era di Terzorio – “devi portare alto il nostro nome. Stai tranquillo, io ti aspetterò”. Mio padre allora va alla festa e fa il suo dovere di Contestabile: la partenza, il ritorno, l’entrata in paese, il lancio della lavanda. Poi, finita la festa, scese da cavallo e salì in auto e tornò a Terziorio. Entrato in casa, trovò suo padre a letto: “Ciao Giacomo, hai visto? Ti ho aspettato”. E morì. Andò così davvero. Ho la pelle d’oca a raccontarlo.
Negli anni successivi, mio padre salì alla Maddalena, oltre che per la festa, per ricordare mio nonno.
Questo è il vero valore della Madaena. Questo è quel che ci porta a trasmetterla e anche ciò che piace così tanto a chi la vede per la prima volta: noi Maddalenanti, in quel momento, abbiamo un’aura che ci fa trasmettere questa sensazione agli altri. La conferma di questo è vedere arrivare sempre nuova gente, persone che non erano di Taggia, come, ad esempio, molti immigrati dal sud, come Micolucci, Antonio Leone, Nino Romeo e altri.

Torniamo al Ballo della morte. Come lo vivi? Come ti prepari alla performance?

Io vivo il Ballo della Morte come una preghiera. Quando lo recito, per me, è come dire un Rosario. Io mi ci immergo, mi ci calo dentro completamente. E’ come se cadessi in una trance, concentrato nel suo sentimento e ciò che devo fare arriva senza neanche pensarlo. Sento forte l’impegno di trasmettere ciò che sto facendo, vorrei che a tutti arrivasse un pochino di quello che sento.
Per questo dico che il Ballo per me è una preghiera: perché c’è una morte, una rinascita e un ringraziamento finale. E’ un cerchio che si chiude e si riapre, come in un infinito. La mia speranza è che coloro che verranno dopo di me facciano lo stesso, per far rivivere la festa. Questo è il nostro impegno, che ci porta a trascurare le tutte interferenze che comunque ci arrivano da fuori o i problemi che abbiamo al nostro interno: perché sappiamo tutti che il valore va oltre noi. Le feste che non hanno valori, alla lunga, muoiono. La Maddalena no. Quel ventisette di luglio muore per noi un anno, ma ne riparte un altro.

Quindi voi due, tu e Davide, sentite questa responsabilità, il peso di questo rito quando ballate?

Il Ballo della Morte non è una semplice farsa di due uomini che mimano l’atto amoroso. Su questo, scherzando, potremmo dire comunque, che noi a Taggia, sulle unioni di genere, siamo sempre stati avanti!
Ma non bisogna banalizzare una cosa che arriva da lontanissimo, nel tempo e nello spazio. Un anno, a febbraio, all’altra festa di Taggia, quella di San Benedetto Revelli, una ragazza spagnola, ascoltando per caso “Balla balla saccu de paia”, la cantilena del Ballo della Morte, la riconobbe come una nenia cantata anche dalle sue parti, sui Pirenei. Per trovare un caso simile al nostro, occorre andare al Carnevale Bianco di Cegni, in provincia di Pavia, nel Ballo della povera donna. Ma il rito di Taggia resta comunque unico.
Nel farlo, io non ho mai ceduto alle movenze più scherzose, all’aspetto più goliardico, partendo dal presupposto che lo intendo come una preghiera. Il Ballo, nel suo valore ufficiale non va banalizzato e va preso sul serio. E’ qualcosa che va capita se non ci si ferma in superficie, non sono semplicemente due uomini che ballano. Dietro c’è una storia, un sentimento.

Ti trovi meglio a fare u Mortu o a Viva?

Mi trovo bene in tutti e due i ruoli. Mi pare di saperlo fare da sempre. Al Morto, che è una figura statica, bisogna a dare un carattere più definito, non da comprimario. E poi, cambiano con i tempi, cambiano le persone, cambia il Ballo della Morte.
A volte penso che il ballo più vero cui potremmo assistere sia quello fatto da due bambini, perché sarebbe il più spontaneo e libero, forse ne uscirebbe la sua essenza più vera.
Non proviamo mai il ballo fuori dalla Madaena. Lo facciamo solo poche volte all’anno. Ogni volta qualcosa viene spontaneo, ci sono situazioni diverse da comunicare.
Il Ballo per noi è un’espressione artistica, di comunicazione.

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Interviste ai Maddalenanti: Davide Giuffra

Davide Giuffra riveste un ruolo duplice. E’ Segretario della Compagnia di Santa Maria Maddalena del Bosco: un ruolo importante, non facile, di responsabilità, che pretende equilibrio, misura e sobrietà, ma anche carisma e fermezza. Ma è anche uno dei due configuranti, gli interpreti del Ballo della Morte. Da lui passano le decisioni, i problemi, i compiti, come l’affiancamento dei vari contestabili che si susseguono ogni anno. Spetta al segretario collaborare con le altre cariche della compagnia, il cassiere e i collettori delle tessere, e dettare i tempi e le tappe il giorno della festa come nell’amministrazione. Ma da lui passano anche le emozioni, il carico, la storia del ballo, quei movimento che si tramandano da anni.
Davide, com’è fare il Segretario?

Sono al completo servizio della Compagnia: ci vuole un impegno quasi quotidiano nei mesi estivi e implica la programmazione lavorativa come di ferie, vacanze e viaggi. Ma il senso del dovere e l’amore per la Madaena compensano di tutti gli sforzi.

All’interno dell’Amministrazione della Compagnia, non si è mai fatto caso a implicazioni politiche o religiose. Quella religiosa non è che un aspetto della nostra missione. Io ho sempre cercato di mantenere una posizione neutra e lontana da ogni estremismo. Ho sempre onorato la memoria dei morti, ma senza esagerare con le preghiere, preferendo la compagnia dei vivi. A volte non è facile evitare i sentimentalismi, ma il mio ruolo è questo: mantenere la Madaena come è sempre stata.

 

Qual è il tuo ruolo? Quanto dura la carica di segretario?

Se il Contestabile e la Contestabilessa durano un anno, il Segretario è come il Ballo della morte, la carica dura finché morte non ci separi, non c’è una scadenza di mandato, lo decide la Compagnia. Tutti i giovedì, da aprile, ci vediamo da Castelìn, che ci offre una delle sue sale per incontrarci. Decidiamo i lavori da fare durante l’anno e la vita della Compagnia. C’è chi lavora e chi è in pensione, chi può venire sempre e chi no, ma di solito siamo sempre una ventina. I lavori da fare si concordano tutti assieme. A volte le discussioni sono infinite. Su una forchetta o un bicchiere riusciamo a discutere per ore, ma è bello partecipare, perché dal confronto tra giovani e vecchi nasce sempre qualcosa: i vecchi tirano fuori le loro nostalgie dei un tempi andati, i giovani la loro freschezza e le idee. Una volta, per entrare nell’amministrazione, bisognava aspettare tre anni di praticantato; oggi, invece, basta farsi vedere operosi e attivi che si viene accettati. A chi dice che siamo troppi, diciamo di pensare che organizziamo un evento una volta l’anno e che non possiamo lasciare indietro i giovani. Così è cominciata anche per me: da ragazzo, salivo con gli altri. Avevo capito quando si alzavano quelli della cucina, verso le cinque e mi facevo trovare lì per aiutarli. Finché, Cicin Testa grossa non mi mise a dormire nei letti delle cucine.
Oggi, per i lavori straordinari, s’è formato un gruppo – io, Cristò, Graziano, Angelo dei mobili e alcuni dei giovani. Ci chiamano simpaticamente i “COBAS”, pronti a intervenire in ogni caso. Anche se abbiamo da lavorare, prendiamo una giornata e saliamo su. Mio compito è raggruppare un po’ di gente per queste necessità. E’ il nostro modo di evadere dal lavoro, dalla quotidianità.

 


Quindi il Segretario si occupa della Compagnia tutto l’anno ma è il Contestabile il vero re della festa…

Il Segretario è quello che aiuta il Contestabile a organizzare la festa, ma è lui, il Contestabile, il vero comandante della festa.

Il Segretario si occupa degli aspetti amministrativi, coltiva i rapporti con le autorità, ma la festa è del Contestabile. Tiene i tempi, detta le tappe ai Maddalenanti anche in senso non figurato: quando partiamo per la Madaena, il sabato, ci sono cinque o sei tappe prima dell’Eremo: senza qualcuno che tenga i tempi si rischia di non arrivare mai. E’ vero che durante il cammino per la Madaena si fa festa, ma è soprattutto vero che la vera festa è lassù, altrimenti ci fermeremmo prima: all’Arbaeu, la sosta classica che si fa da secoli, o a Santa Rita, dove la famiglia Pastorino, per ringraziare di essere sfuggita ai rastrellamenti nazisti, costruì una piccola edicola. Durante quei lavori, passarono di lì i Maddalenanti e offrirono loro da bere. Da allora è rimasta l’usanza: lì si trova vino e focaccia per tutti. Ma prima o poi bisogna ripartire e raggiungere la Maddalena.

Il segretario, lavora per tutti, ma è uno come gli altri della Compagnia. E’ il Contestabile il vero re della festa, tant’è vero che quando ci fu qualcuno che voleva aggiungere un baffo sul cappello al segretario per distinguerlo, io fui tra i primi ad oppormi: i gradi sono solo quelli del Vicecontestabile (un baffo) e del Contestabile (due baffi).

 

 

Davide Giuffra, però, riveste anche un’altra delle figure importanti della festa: assieme a Ivan Lombardi, è uno dei due configuranti, gli interpreti del Ballo della Morte. Quando comincia a raccontarmi del Ballo della Morte, Davide abbandona subito il tono serio e un po’ formale del Segretario e ne adotta uno colloquiale, si abbandona a ricordi intimi, personali, racconta storie che gli stringono il cuore.

Davide, ogni quanto si cambiano i configuranti? Come è successo che hai cominciato a farlo tu?

La famiglia di Renato ha sempre tramandato il ballo di padre in figlio. Quando decisero di fare provare me fu uno strappo alla regola: andammo a casa di suo nipote, Fabio Macarun. C’erano Renato, sua moglie la Enza e i suoi nipoti, Fabio e l’altro, Vittorio. Spostarono i mobili della sala, Renato mise una cassetta con la musica e si mise a dettare i tempi. Cominciarono a fare il Ballo, lì, in casa. Io ero seduto a guardare quando Renato mi chiamò e mi disse di provare a farlo io. Quando cominciai a farlo, tutti, Renato per primo, rimasero stupiti per come ballavo bene. E voleva che i suoi nipoti lo facessero come lo facevo io. Alla fine, Renato decise che dovevo farlo io. Ma un anno dopo l’altro, non mi lasciava mai il posto, rimandava sempre. Dopo 40 anni da configurante, smettere per lui era dura, era come perdere un pezzo della sua vita. Io accettavo, ma continuavo a sperarci. Ricordo che un anno doveva succedere e si diceva lo dovessi fare io. Così mi feci una maglietta con il numero 13, quello che sta in panchina. Ero come un attaccante, che a cinque minuti dalla fine viene mandato a scaldarsi ma poi non entra mai. Infatti, nemmeno quell’anno Renato rinunciò. Tutto rimase incerto fino all’ultimo, finché Renato per le sue condizioni di salute, purtroppo, dovette rinunciare. I suoi nipoti non se la sentivano e, allora, finalmente, toccò a me. In realtà, poi, il Ballo è rimasto in famiglia come voleva Renato. Effettivamente, infatti, siamo parenti: mia nonna Culina è una sua zia, la sorella di suo papà.

 

Davide e Ivan sono i due configuranti. Sono loro il nucleo della festa, su di loro, sul Masciu e sulla Lena, o sul “Vivo” e il “Morto”, come li chiamano loro, si concentra l’attesa di tutti, a loro è affidato il dovere di perpetrare ogni anno il rito. Nella sua qualità di ballo rituale, il Ballo della morte è, apparentemente, una danza codificata, fissa. Dalle parole di Davide, invece, viene fuori un’immagine nuova, quella di una danza regolata da un canovaccio che la rende simile ma non identica a quella dell’anno prima, in cui è possibile inventare. Dalle parole di Davide e, poi, da quelle di Ivan, scopriamo che il Ballo è giunto a noi sempre uguale a sé stesso pur cambiando sempre, ogni volta in modo infinitesimale, in ragione dei tempi e del carattere, della sensibilità dei configuranti.

 

Davide, come vi siete trovati, tu e Ivan, a fare i configuranti?

Né io né Ivan arriviamo da una famiglia di configuranti. Io non sono un parente stretto di Renato e nemmeno Ivan ha zii o nonni che facevano il Ballo della Morte. Suo padre una volta è stato Contestabile. Io e Ivan siamo nati così, è stato il ballo a venire da noi e non noi dei predestinati fare il ballo. E lo facciamo senza chiederci se lo facciamo bene o male. Come accadeva un tempo, perché ogni anno il ballo cambia pur restando uguale. Tanto che per l’anniversario dei trecento anni vorrei si tornasse a farlo per terra, in piazza, senza il palco, con tutta la gente attorno, come un tempo, che un anno si riusciva a vederlo e un anno no.

Altra novità rispetto al passato è che i ruoli non sono fissi, io e Ivan facciamo il Vivo o il Morto una volta per uno. Questo perché, quando morì Renato, nel passaggio del testimone, ci siamo trovati in difficoltà: io dovevo fare il Morto, Renato aveva deciso così, diceva che lo facevo bene. Ivan doveva fare il vivo, u Masciu, ma lui, avendo sempre fatto la Lena, il Morto, non conosceva che cosa fa l’altro: steso sempre per terra, sempre gli occhi chiusi, poteva solo sentirlo raccontare. Così, abbiamo pensato di farlo un anno per uno e imparare entrambi i ruoli, per evitare che, una volta venisse meno uno di noi, chi venisse dopo, si trovasse nella nostra stessa difficoltà.
Allo stesso modo, abbiamo rispettato anche le regole non scritte: il primo anno che ho fatto il morto, quando sono arrivato in Piazza Cavour, mi sono girato verso la Rosa e la Madda, e ho mandato loro un bacio, perché stavo facendo la parte di suo papà, era il mio modo per continuare una tradizione.  Ma non lo facciamo in modo rigido un giorno che non ci sarà più uno dei due, finirà il Ballo della morte di Davide e Ivan e passeremo il testimone al futuro, accettiamo di passare il testimone.
Due anni fa, ad una iniziativa del Centro Culturale Tabiese, Ivan ebbe un problema e non poté farlo. Nemmeno io allora volevo, ma lui mi convinse a farlo con Fabiano, il nipote di Cristò. E il Ballo ebbe luogo. E’ la comunità che conta.

 

Ma qual è il ruolo più difficile?
Il Morto sembra il più facile: si butta a terra e si fa un po’ di scena. Il Vivo, invece, deve recitare un po’ di più e soprattutto deve dettare i tempi e fare un cenno alla banda quando è il momento di ripartire, al risveglio del Morto. Io e Ivan ormai siamo collaudati, non proviamo tranne che durante la festa, ma lo facciamo parecchie volte, alla Madaena e alla Madaeneta, 4 – 5 volte, ormai conosciamo uno i balli dell’altro e allo stesso modo, se uno non può farlo, passa il testimone a Fabiano o ad un altro, senza che il gruppo debba rinunciare al ballo.

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Interviste ai Maddalenanti: Maria Luigia Barla

Maria Luigia Barla, 66 anni

Maria Luigia Barla ha conservato, negli anni, tutti i biglietti, tutti gli scontrini degli acquisti effettuati in almeno vent’anni di gestione, con varie amministrazioni. In un quaderno a quadretti, forse rubato a sua figlia Bianca quando era alle elementari, tiene un rendiconto dettagliatissimo delle spese degli anni della festa all’Eremo di Santa Maria Maddalena del bosco e di quella degli anziani, che si svolge in autunno. C’erano ancora le lire. Tutto è scritto su pezzetti di carta, biglietti vari e scontrini fiscali, foglietti volanti che qualcuno appena strappato per affidarle una commissione per la Compagnia: comprare il pane, le candele, cappelli, grembiuli, o altro, conservati per rendicontare le spese e restituire l’eventuale avanzo al Cassiere. Maria Luigia ha annotato tutto, con precisione da burocrate: ma il suo è più che un obbligo di legge. Se esistesse una Corte dei conti della devozione, con Maria Luigia, i Maddalenanti, potrebbero dormire sogni tranquilli, dovrebbero farle un monumento. La intervisto assieme a Cristò e a suo marito Renato Oddo.
Quando parliamo di conti, inforca degli occhiali da impiegata, ma quando le parlo della Madaena, per poco si commuove.

 

Maria Luigia, che cos’è per te la Madaena?

Solo a parlarne mi viene il magone, perché la Madaena è qualcosa che ho dentro, e l’ho dentro da tanti anni. Da bambina, i miei andavano tutti alla Madaena. Mia zia era nelle donne della Madaena e le mie cugine ci andavano tutte. Non mi avevano mai portato perché si saliva a piedi ed ero troppo piccola. Mio padre diceva che non ce l’avrei mai fatta perché si andava a piedi e io non camminavo. Ma io continuavo a chiedere di salirci. Finché mia madre convinse mio padre a farmi salire con loro. Avevo 9 anni, era il 1959. Prima di partire le parole di mio padre furono: “Parliamoci chiaro, andiamo alla Madaena, ma guarda che io in braccio non ti porto”. Si saliva dall’Oxentina, dove ora si scende. Arriviamo alla scala di Regianco, e troviamo una bambina, Gianna a Puiota, seduta su uno scalino. Mio padre la guarda e le dice:
– Bimba, cosa fai seduta lì?
– Ah, sono stanca – rispose quella. E allora mio padre le disse: – Vieni, ti porto in spalla.

Non immagini come mi arrabbiai a quelle parole. Sono passati tanti anni ma mi brucia ancora ora. Io, se volevo andare con loro dovevo tacere e camminare, senza sentire la fatica e poi, invece, mio papà prendeva in braccio un’altra… Qualche anno fa ho incontrato Gianna a Puiota e abbiamo riso insieme di questo fatto, ma allora mi fece molto arrabbiare.
Ma quando arrivai lassù, mi sembrò di essere arrivata nella pace, in qualcosa di bello, di unico. Eravamo in pochi allora, non c’erano tanto spazio, appena lo scalino che correva sul muro. Lì c’era ancora il sedile per il Contestabile…

E qui sconfiniamo nella memoria storica, il campo di Cristò. Che infatti interviene:

Sì, c’era uno scalino in pietra con al centro una nicchia per il Contestabile e la Contestabilessa. Ma poi, quando hanno rifatto la piazza, il posto del contestabile non lo hanno più rimesso…

 Il racconto di Maria Luigia riprende da quando aveva 18 anni, età in cui ha ricominciato a salire alla Madaena.

Quella volta sono salita assieme a mia zia. Ma non era un giorno festivo, forse dovevamo fare dei lavori. Eravamo pochi. C’era ancora il tavolo dell’amministrazione, verso il vallone, la “tavola dei mulattieri, la chiamavano”. Oltre a mia zia c’era la Giulia, sua madre e altre donne. Si sono messe a scherzare dall’altra parte del cortile, dietro la cucina, E io, allora, mi sono messa a lavare i piatti per loro. E così, Renzo u Capu, che era seduto assieme agli altri al tavolo dell’amministrazione, mi disse: “Ecco: abbiamo trovato un’altra donna della Madaena”. Da quella volta, io ci sono sempre andata.

A quali fatti della tua vita è legata la Madaena?

Ce n’è uno in particolare. Erano nove anni che aspettavo e alla fine sono rimasta incinta l’anno che hanno fatto la strada. Era il 1978. Allora, quando andavamo alla Madaena, il raduno era a casa di Renzo u Capu. Mia zia quell’anno non mi consigliava di salire. La strada era molto sconnessa.  Erano nove anni che aspettavo l’arrivo di un bambino, aveva paura che mi accadesse qualcosa. Ma a me non importava della strada, io volevo andare dalla Santa.
Prima di partire, Renzo avverte tutti: “Mi raccomando andate piano che qui c’è una incinta!”. Dopo tanti anni, a me non ci pensava più nessuno. Così tutti si sono messi a fare i complimenti ad Adelaide, la moglie di Cristò. “Cristò! Complimenti! Stavolta è un maschio!”. Lui, preso alla sprovvista, continuava a dire: “Io non ne so nulla! Io non ne so nulla!”, sembrava un pesce fuor d’acqua. Finché anche Adelaide disse: “Non scherziamo, nemmeno io ne so nulla!”. A quelle sue parole si sono girati tutti da me, che ero la più giovane. Sono diventata di mille colori dalla vergogna. Nel viaggio, per strada, misero la nostra auto in mezzo, casomai avessi avuto problemi. Davanti si misero Mattelìn, Alfrè e Bazurìn. Ogni tanto si fermavano, scendeva uno o l’altro a chiedere come stavo. Io, noi, stavamo bene. Si fermarono parecchie volte. Non so quanto impiegammo per arrivare su, anche se c’era la strada nuova…

Mia figlia Bianca è di febbraio ’79, ricorderò sempre che la portavo dentro di me quando abbiamo fatto la strada per la Madaena. Appena nata, il primo in paese a vederla fu Mattelìn: lo incontrai di ritorno dall’ospedale davanti a casa mia, lavorava come guardia giurata davanti alla banca lì vicino. Appena mi vide con un bambino in braccio mi chiese: “E’ un Constestabile o una Contestabilessa?”.

Sempre, la Madaena nelle nostre vite c’è sempre. E’ di famiglia. Io ci parlo come ad una persona. Quando sono stata operata oppure ho avuto qualche problema, l’ho invocata spesso. E lei m’ha sempre aiutato. La prego come all’altro nostro santo, San Benedetto Revelli: “San Benedetto, Santa Maria Maddalena, non siete Padre Pio, non vi prega nessuno, abbiate un po’ di riguardo per noi che preghiamo per voi!”.

Maria Luigia mi prega di scrivere che lei era floricoltrice, lavorava in campagna. Anche Cristò ora lavora in campagna. Il loro legame con la terra e la natura è molto forte. Cristò tuttora ringrazia la Santa alla fine di un lavoro duro. Raccontano che un tempo, all’Eremo, dietro la chiesa, c’era un orto. Ci coltivavano un po’ di verdura, basilico, pomodori, ma soprattutto i fagioli della Madaena: era Cristò che andava a innaffiarli e raccoglierli. Fagioli che crescevano in un bosco, lontano da tutti. C’è ancora qualcuno a Taggia che può dire di aver mangiato i fagioli della Madaena.

Fuori la chiesa, dal tiglio, si mettevano cavalli e i muli. Al fico, invece, ogni cacciatore aveva il suo chiodo: alla festa delle castagna ci appendevamo il fucile e la mattina dopo andavano a fare la posta. E se qualcuno rubava il chiodo ad un altro, erano guai, nascevano discussioni incredibili.

E la lavanda?

Andavamo a fare la lavanda nel Magazzino di Renzo u Capu, che era molto grande. All’epoca gli uomini andavano a comprarla a Terzorio: durante il viaggio si beveva, era un’occasione per fare baldoria. Partivano la mattina con un camion e tornavano la sera… puoi immaginare come. Arrivati, scaricavano la lavanda nel magazzino di Renzo con il ribaltabile, spingendola dentro a forza, tutta insieme. Ce n’era una montagna. Poi, il venerdì sera, prima della partenza dei Maddalenanti, toccava a noi donne fare i mazzetti, uno ad uno con il filo verde che si usava una volta. Era allora, che, lontane dagli sguardi degli uomini, su un letto di lavanda, noi donne facevamo il Ballo della morte: erano la mamma di Cristò con Tejò. Quella sera poi uscivamo di lì a notte fonda, cantando “Lena per bella Lena”, e magari svegliavamo il padre di Cristò che l’indomani mattina si doveva alzare presto per salire all’Eremo a preparare la festa…

Cristò mi dice che quello spirito un po’ goliardico era comune a tutti i Maddalenanti, agli uomini come alle donne: non hanno mai potuto partecipare all’amministrazione, ma il loro ruolo è sempre stato fondamentale e necessario alla festa. Un ruolo che, in parte, si spiega con la devozione religiosa, come mi racconta Maria Luigia:

Il sabato mattina della festa partivano dalle 12 alle 15 mule cariche, che poi tornavano e risalivano la sera di nuovo cariche, sei ore in totale. Una volta, alla Festa delle Castagne, il tempo era brutto, ma noi decidemmo di salire lo stesso. Eravamo tutte mal messe: Maria a muxicante aveva il bastone perché si era rotta da poco una gamba in più punti, Giulia aveva appena subito una brutta operazione. Il tempo era scuro, nero. Ma decidemmo di partire in filobus fino a Bussana, da lì Bastianone ci avrebbe portato fino all’Arbaeu. Per alleggerirmi, diedi una coperta a Catùn, che assieme agli altri saliva per la strada più corta. Sul filobus, Caisotti, vedendoci armate di zaini, capì e ci chiese se eravamo pazze ad andare lassù con quel brutto tempo. Bastianone invece ci preparò alcuni teli da indossare se pioveva. Arrivammo all’Arbaeu che i teli grondavano già d’acqua.
Lì incontrammo Gianni Scrogna che in quella zona ha le campagne e ci chiese perché volevamo andare con quel tempo: perché c’era stato un grosso incendio e, se la Madaena non si fosse bruciata, avevamo fatto voto che saremmo salite a piedi da quella parte, che era la più lunga. Poi incontrammo anche u Scero e Cristò che salivano a piedi dal tratto più veloce, ma rifiutammo di andare con loro: dovevamo passare dalla strada più lunga e rispettare il nostro voto. Non vi dico che tuoni e che lampi, del resto quel tratto lo chiamano “Camin da tia” proprio per come ci piove. Il sentiero era un fiume ormai, erano usciti anche i “Cai celesti”, le salamandre. Arrivati da Santa Rita, Giulia si rivolge a Santa Rita per chiederle di far smettere la pioggia. Ma i fulmini continuarono ancora più forti e arrivò pure la nebbia. Sentivo l’acqua che mi colava sulla schiena. Ecco che vediamo Nino u Capu, che portava uno zaino strapieno di bottiglie.

Quando incontrammo Renzo u Capu ed Ernesto ci accolsero con un rosario di improperi per quella nostra imprudenza. Arrivati ad un tratto, detto “i punziui” ci aiutarono a superare una buca che s’era riempita d’acqua. L’eremo della Maddalena non arrivava mai, collina dopo collina, non si vedeva ancora. Arrivammo, così, completamente zuppe, e sulla porta trovammo Bedè con una bottiglia di grappa. Me ne fece un bicchiere enorme prima di cena. Ci prepararono una cucina bella calda e ci asciugammo. Mi diedero come gonna la coperta che avevo dato a Catùn. Quella sera, gli uomini scaldarono a tal punto la cucina che si asciugarono tutti i vestiti e il giorno dopo ci rivestimmo. Puzzavamo di fumo, ma eravamo asciutte.
Il giorno dopo ci mettemmo al lavoro: Maria, che aveva ancora male alla gamba, si mise ad impastare, come se non avesse avuto nulla; io l’aiutavo e, siccome dalla sera prima era avanzato del minestrone, Renzo U Capu disse: “Facciamo un antipasto in più?”. E facemmo le frittelle di minestrone. Quel giorno c’erano Don Umberto con gli scout, tutti ne mangiarono, molti volevano la ricetta. C’inventammo che era una ricetta segreta della Madaena.

Anche mia figlia Bianca è entrata subito nello spirito: aveva otto anni e, una volta che eravamo saliti, a luglio, di nascosto andò nelle stanze e mise un pugnetto di sabbia nei letti… Mia nipote comincia già a chiedere quando salire su: quando deve partire con gli scout, mi chiede di “non far fare” la Festa della Maddalena…

 La Madaena a Taggia, è più che una tradizione, è qualcosa che s’ha dentro. Qualcuno l’ha dentro e nemmeno lo sa. Poi, un giorno, viene raggiunto da un refolo di lavanda o da una nenia giocosa in sei ottavi ed ecco che sbuca, viene fuori, è la Madaena. Quegli odori, quei suoni, quel ballo, riscoprono gesti ripetuti prima di noi, è la magia del passato che torna. Gesti che, più che tramandati, sono stati inoculati, trasmessi con il latte materno. E, allora, non si può resistere, ci s’abbandona.
Ma una tradizione è anche qualcosa che viene affidato da chi è venuto prima. La Madaena, depurata del suo valore goliardico e ameno, è anche questo: un impegno, quello preso da tutti i Madalenanti, i componenti della Compagnia. E’ ciò che fanno in molti, e che li fa attaccare ancora di più a questa festa, indipendentemente dalla data e dal luogo di nascita. Da giovani ci si avvicina per divertirsi e intanto, anno dopo anno, si cresce. Per alcuni, i più presenti, la Madaena è un impegno che dura tutto l’anno.

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Interviste ai Maddalenanti: Antonio Micolucci

Antonio Micolucci, classe 1939, è un caso straordinario, ma non insolito, per fortuna. Capita che qualcuno arrivato da fuori, un “fuestu” come si dice a Taggia, si appassioni alle tradizioni e alla cultura del luogo dove si trova a vivere. Ma non accade così spesso che questo fatto avvenga con la forza e la passione che Antonio mette nella Madaena. E’ tale il suo attaccamento a questa festa, che la cosa va oltre l’affannosa ricerca di nuove radici e la necessità di integrazione: originario di Montefino, in provincia di Teramo, della Madaena Antonio ha sentito l’appello evocativo, ne conosce il richiamo ancestrale che giunge dal passato, di quell’eremo perso nel bosco conosce il potere aggregante, oltre che ogni anfratto. Questo lo ha portato a entrare a fare parte attiva della Compagnia e a essere Contestabile nel 1985 e Segretario dal 1999 al 2005.

Antonio, come sei arrivato a diventare un Maddalenante?

Arrivai a Taggia nel 1960 e nel 1964 conobbi mia moglie Maddalena, figlia di uno storico Maddalenante, Cicin Seian. Lavorando io come coltivatore diretto e sapendo usare le macchine, i trattori e le ruspe, nel 1978 venni interpellato per fare la strada carrabile per l’Eremo. Posso dire che la mia passione per la festa sia cominciata da lì. Mi sono messo subito al servizio della compagnia non mi sono mai tirato indietro.

Fu un grande impegno per tutta la Compagnia quella strada, ma, guardandola ora, se ne riconosce pienamente l’importanza, l’utilità…

Non fu facile realizzare quella strada. Purtroppo non fummo fortunati con il tempo. In quell’aprile del ’78 ci furono moltissime piogge che impregnarono il terreno. Ovunque ci furono grosse frane. Una, in particolare, colpì la zona attorno alla strada. La ruspa che usavamo per spianare il sentiero rimase in bilico su uno scoglio e fu davvero un miracolo della Santa se non venne giù. Anche Gianni Puè che mi aiutò molto con la ruspa, rischiò di rimanere travolto mentre stava controllando se c’erano stati danni all’Acquedotto di Vignai. Molti non ci pensano, ma fu davvero un’impresa: nel ’78 ormai le mule non si trovavano più e senza una strada carrabile l’eremo della Madaena sarebbe stato impossibile da raggiungere. Oggi alla festa all’Eremo salgono 500 persone…

Oltre che il Contestabile, tu hai fatto anche un’esperienza da Segretario. Come sono stati quegli anni?

Fu particolarmente difficile. Nei sei anni dal 1999 al 2005 se ne andarono alcuni dei Maddalenanti più importanti. Figure che per noi giovani erano fondamentali, come Renzo u Capu, Niculin da Villetta, Elio da Dora e altri. Scomparse pesanti, difficili da sostituire in tempi brevi. Per noi fu un colpo piuttosto duro: fummo costretti, in un tempo brevissimo, ad abbandonare l’idea giocosa e goliardica della festa, il divertimento, per pensare agli aspetti seri e ricostruire il direttorio della compagnia. Io, personalmente, adottai la scuola di Renzo u Capu, dando importanza al Contestabile: quando si saliva all’Eremo prima doveva venire il Contestabile, poi il vice e subito dopo il Segretario e l’Amministrazione. In sei anni abbiamo anche fatto cose che sono valide tutt’ora, come il museo, un patrimonio collettivo. Dopo tutti questi anni capisco tutto, anche ciò che non mi piace, l’importante è che sia per il bene della Compagnia.

Che cos’è per te il Ballo della Morte?

Conosco bene il Ballo della Morte. Ho rivestito molti ruoli nella Madaena, ho fatto il Segretario, il Collettore, il Contestabile, ero poi quello che toglieva la coperta ai due Configuranti, dunque conosco i tempi e i ritmi del ballo e della musica: ma nonostante questo riesce sempre a emozionarmi moltissimo e ormai lo seguo sempre, ce l’ho nel sangue.

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Interviste ai Maddalenanti: Cristò

Cristoforo Fornara (Cristò), classe 1939, è da tutti riconosciuto come la memoria storica della Madaena.  Un po’ per la sua passione per la storia, un po’ perché ricorda tutto nei dettagli: i vari contestabili che si sono succeduti, gli eventi e i fatti di ogni contestabilato, le modifiche e le migliorie apportate all’eremo ogni anno. E’, poi, il Maddalenante che ha partecipato a più edizioni in assoluto. Infatti compare in moltissime foto: lo troviamo giovane, con il sorriso smagliante e la camicia aperta fino al terzo bottone sporgersi da una motocarozzetta Piaggio all’entrata in paese nei primi anni ’60. Lo vediamo poi brizzolato e già un po’ stempiato in una foto a colori di “appena” 20 anni fa.  Chi meglio di lui può descrivere che cos’è la Madaena?

Vado a trovarlo nella sua cantina. La cantina di Cristò è a Taggia in via S.Dalmazzo. E’ una specie di museo dei lavori contadini: appesi ai muri ci sono vecchi attrezzi: un beriun (una strana amaca per fare le balle di fieno), dei lunghi saracchi (speciali seghe da tronchi), qualche vecchio seghiottu (accetta). All’intervista assiste anche Barbin, il cassiere della compagnia, che mi aiuta a rompere il ghiaccio.

Appena entrati, Cristò mette sul tavolo una bottiglia di vino. E’ un bianco frizzante che fa due dita di schiuma. Lo assaggio, non è male, dice che lo ordina ogni tanto da un commerciante piemontese.

Cristò, che cos’è per te la Madaena?

La Madaena per me è la vita. Ci salgo praticamente da sempre. Cominciai a seguire la festa nel 1956 – ’57, seguendo mio padre mulattiere che era uno storico maddalenante. Ma quella Madaena appartiene ad un altro mondo, lontanissimo da oggi: per andarci bisognava organizzarsi e rinunciare a qualcosa, sacrificare un po’ del proprio tempo. Non c’era la strada e vi si saliva a piedi, in circa tre ore di cammino. Veniva solo chi amava davvero la festa, non chi voleva semplicemente divertirsi. Si era in pochi, sessanta o settanta persone, invece dei cinquecento di oggi. E la lavanda la portavano su, sulla schiena, da Ceriana. Si saliva per devozione, ma anche perché lassù si ritrovavano i propri amici, tutta la propria compagnia, e, lontano dal paese e dal controllo dei propri genitori, ci si concedeva qualche libertà. Soprattutto, c’erano le ragazze. Erano poche, non ne venivano molte, la festa era un tabù in paese perché c’era il bosco, la strada a piedi era lunga e le famiglie non si fidavano a far salire le ragazze da sole, così quel giorno le chiudevano in casa. Ma quello, per noi, era uno dei pochi momenti in cui si poteva dare un bacio ad una ragazza. Finché nel 1964…

Quando hai fatto il contestabile?

Nel 1963, con Giacomo padre di Ivan Lombardi, fui Vice Contestabile e poi, l’anno dopo, nel 1964, ho fatto io il Contestabile. Non lo dimenticherò mai.

Bussano alla porta. A Taggia, tutti sanno dov’è la cantina di Cristò, è praticamente impossibile che nessuno passi a trovarlo. Ma non si tratta di una visita banale: è sua moglie Adelaide. Se non fossimo in una cantina in “Castelu”, il centro storico di Taggia, potrebbe sembrare una cosa preparata, una pantomima da Tv pomeridiana. E, invece, Adelaide è arrivata proprio quando Cristò sta per raccontarmi la parte più interessante della storia:

Quell’anno, era mio padre che doveva fare il Contestabile. Contestabilessa era una ragazza giovane e timida ma che sapeva bene il fatto suo, una che in seguito ho conosciuto molto bene ma che allora non avevo mai visto, avevo altro per la testa…
Lei, però, non se la sentiva: il Contestabile era troppo vecchio e si lamentava della differenza d’età; insomma, voleva vicino un compagno più giovane. Allora, per venirle incontro, mio padre chiese a me di fare il Contestabile. Avevo 24 anni. La ragazza parve apprezzare il cambio.
E in quella fine luglio del ’64, nella festa all’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco e, poi, il lunedì, alla Madaeneta, tra noi sbocciò qualcosa sfociato in 54 anni di matrimonio. Nel 2014 abbiamo festeggiato i 50 anni di contestabilato. Però mi rimarrà sempre un grande cruccio: quell’anno il Contestabile doveva farlo mio padre!

Com’era fare il contestabile nel 1964?

All’epoca c’era ancora l’usanza del bacio della padella: gli anziani facevano baciare ai nuovi contestabili una padella sporca di carbone. Era un rito, una penitenza che bisognava fare. Dopo il pranzo e la festa si scendeva dall’Oxentina, com’è ancora oggi. Il giorno dopo si faceva la Madaeneta, nata come ringraziamento del Contestabile a tutti quelli che lavoravano per fare la festa. Quando c’era Renzo u Capu la facevamo a Palazzo Spinola o a Sant’Orsola, e, per non gravare sule spese della Compagna, si pagava.

Cosa è cambiato da quei tempi?

In questi 54 anni di servizio effettivo ho visto cambiare molte cose: la costruzione della strada, nel ’78, ha migliorato l’accesso all’eremo a chiunque, ora sale tantissima gente, ma forse s’è persa un po’ dell’armonia degli inizi, di quando eravamo in pochi.
Se molte cose sono cambiate, una però è rimasta sempre la stessa: il menu che è quello standard di sempre: cundijun, maccheroni, carne a uccelletto e una pesca. Una volta c’era anche il dolce, regalo della Contestabilessa. Molti si lamentavano, perché avrebbero inserito qualche novità o del cibo più raffinato. Ma c’è un motivo preciso per cui il menu non cambia mai: perché, in questo modo, tutti, sia ricchi che poveri potranno fare il Contestabile e affrontare le spese. Tutto, nella Compagnia, è sempre stato nella massima condivisione: un tempo, tutti pagavano, anche chi saliva a fare qualche lavoro all’eremo o i cuochi che facevano da mangiare. Si prendeva il totale delle spese e si divideva per quanti eravamo. Anche questo un pochino s’è perso. Perché, oggi, molti vanno lassù per mangiare e bere, ma noi andavamo per far festa tutti assieme.

Testimone della storia recente della Madaena, Cristò ha una padronanza assoluta del senso del tempo. Non per nulla è l’autore della meridiana dell’eremo, realizzata nel 1966, che reca l’epigrafe “Festina, non redeo” (Affrettati, non ritorno), postavi sotto consiglio di Domenico Sardo. E’ attivo e rispettato nella compagnia, dove ribadisce con energia le proprie convinzioni. Non per altro, in un momento delicato, fu lui ad accompagnare Franco Boggero, Sovrintendente alle Belle Arti della Liguria, su cui mi racconta un aneddoto:

Da tempo circolavano voci sul crocifisso di legno, su all’Eremo. Si diceva che era prezioso e che bisognava tutelarlo, che sarebbe arrivato qualcuno da Genova per vederlo. Io non so, l’avevo sempre visto lì quel Crocifisso, chissà quanti anni aveva, ma non mi pareva un granché. Ma noi della compagnia l’abbiamo sempre rispettato e protetto in ogni modo. Ora si diceva che volevano metterlo in Parrocchia per difenderlo dai ladri.

Una volta, eravamo nel ’97, Contestabile Rinaldo, mentre sono al lavoro mi chiamano i Maddalenanti: “Cristò, c’è Franco Boggero, il Sovrintendente alle Belle Arti della Liguria che vuole vedere il crocifisso della Madaena”.
Allora lo accompagnai su. Quel viaggio, per lui, dev’essere stato lunghissimo perché io, quel Crocifisso, glielo descrissi per filo e per segno, potevo anche dirgli quanti capelli aveva. Arrivati su, andammo in chiesa. Quando vide il Crocifisso, Boggero ne fu entusiasta: continuava a dire che era straordinario, unico, che non aveva mai visto un pezzo così ben tenuto. Ma io, temendo che ce lo portasse via, colto da un momento di sincerità, dissi schietto in dialetto : “Mai brüttu cu l’è! Ma dove lo vede che è bello, Signor Boggero?”.

Boggero, però, da gran signore, capì la mia ingenuità e mi spiegò che il Crocifisso andava restaurato e messo in Parrocchia a Taggia per proteggerlo dai ladri: anche mettendo un antifurto all’Eremo, chi sarebbe riuscito ad intervenire in tempo se l’avessero rubato? E i furti d’arte sacra sono frequenti ormai. Noi avevamo fatto il possibile per salvarlo. Anzi, doveva ringraziarci, perché l’avevamo involontariamente protetto: ricordo ancora quando avevamo imbiancato la chiesa, ero stato io a dare la calce. Forse non fu un lavoro a regola d’arte, ma un po’ di calce era finita sul Cristo ed era stata abbastanza da proteggerlo dalle tarme per tutti quegli anni. Ora il Cristo della Madaena è in Parrocchia sano e salvo, dopo il restauro.

Questa è la Madaena, sacro e profano insieme. Cristò che salva Cristo. Tutto si tiene. Anche se tutto è cambiato attorno, la Madaena e Cristò sono sempre gli stessi. Cristò guarda le foto di sessant’anni fa e riconosce i suoi amici. Li nomina uno per uno come se fossero lì, come se quel pomeriggio di festa fosse appena terminato. E’ l’eterno ritorno, il cerchio che si chiude il 22 luglio e si riapre nello stesso istante… Cristò riprende a parlare:

Quando vado lassù, torno giovane, come quando ci salivo da ragazzo. Ancora l’anno passato sono andato il sabato pomeriggio e ho dormito in macchina nel bosco assieme agli altri. Se volete trasmettere la Madaena ai giovani, portateceli.

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