La sardenaira dai Romani al Guinness

Il Guinness World Record ha detto no: la sardenaira realizzata a Sanremo ad agosto 2014 non è la più lunga del mondo.
Ma la vera notizia non è il parere negativo, sono le motivazioni, il perché del responso. La sardenaira diSanremo non è la più lunga mai realizzata non perché qualcun altro, in qualche parte del mondo (magari a Badalucco), ne ha cucinato una lunga 1 cm di più. No: quella sardenaira non ha battuto il record perché, semplicemente, per i giudici di Londra, la sardenaira è un tipo di “pizza” e quei 26,8 metri di stesi la scorsa estate in piazza San Siro a Sanremo sono ben lontani dagli 1 km e 141,5 metri del record della pizza più lunga, detenuto dalla città di Tomelloso in Castiglia.

Ora, ci sarebbe molto da discutere sul valore e sul significato del Guinness dei primati, se esso sia solo un lungo elenco del nostro machismo o corrisponda poi ad un reale progresso dell’umanità. Ma lasciamo perdere: viviamo nel marketplace e avercelo più lungo, più grande, più pesante, più largo, più numeroso o più piccolo (a seconda del contest) in qualche modo ci aiuta, sopperisce al bisogno d’esser unici, ci fa godere dei nostri 30 secondi di popolarità.

La questione se la sardenaira sia oppure no da considerarsi una comune “pizza” non può invece essere trascurata e ci permette di parlare, a stomaco vuoto e mente aperta, di questa straordinaria ricetta.

Come la più comune pizza napoletana, la sardenaira, è un “prodotto da forno”. Per ora chiamiamola così, con questa locuzione freddina e un po’ informale con il solo scopo di presentare il prodotto. La ricetta è molto semplice: su una pasta lievitata, comune a quella della focaccia, si stende una coperta dipomodoro, olive taggiasche in salamoia, inframmezzate da spicchi d’aglio crudo, capperi e acciughe sottolio. A seconda della forma della “teglia”, il sottile tegame con cui la si inforna, può essere un disco o un monolite rosso fiammante, il cui spessore varia a seconda delle consuetudini della cucina. Capperi, acciughe e aglio possono anche essere tritati assieme, dipende dai casi.
All’apparenza siamo già abbastanza lontani da una comune pizza. E se l’odore durante la cottura può invece assomigliare a quello di una marinara o una Bella Napoli, con una fragranza di olive, aglio origano e acciughe, chi lo conosce lo distinguerebbe tra mille, fino a riconoscere addirittura il numero civico in cui la assaggiate con il dettaglio di un GPS.

Se la collocazione geografica della sardenaira è abbastanza precisa, la provincia di Imperia (ma nemmeno tutta, a Oneglia già si chiama pissalandrea e oltre capo Berta, a Diano Marina, Cervo, non se ne trova quasi traccia), più difficile è risalire alle sue origini cronologiche: la nascita della sardenaira si perde davvero nella “notte dei tempi”.

Qualche ipotesi però si può fare. Risale certamente al 1500 la suddetta pissalandrea: parente lontana con cipolla e così chiamata, si dice, in onore dell’ammiraglio Andrea Doria. La pissalandrea si fa ancora oggi a Imperia e a Nizza, due località che fino a Napoleone furono possedimenti piemontesi. Nelle zone che invece rimasero sotto il dominio di Genova, e cioè tutta la zona di Sanremo e Ventimiglia, non se ne trova quasi traccia e il dominio incontrastato è uno solo: quello della sardenaira.

Ma come per ogni cosa in Liguria, per scoprire le vere origini della sardenaira dobbiamo lasciare la costa e penetrare nelle valli che s’incuneano tra i monti. L’entroterra è un vero e proprio serbatoio di lingue, usi e costumi: da lì arrivano le olive, lì passano le mulattiere percorse dai mercanti che portavano le acciughe nel vicino Piemonte (vedi Nico Orengo, Il salto dell’acciuga).

In val Nervia, a Dolceacqua e Apricale, su fino a Isolabona, esiste la machetusa, forse la variante primigenia della sardenaira, la sardenara uno punto zero.
La machetusa è focaccia ricoperta di machetu, una pasta di acciughe fatta pestando acciughe, sale, olio e lasciata a macerare tutta l’estate, mescolando quotidianamente per 40 giorni in contenitori alti e sottili in terracotta o vetro chiamati arbanelle. Il tutto va ricoperto con abbondante olio d’oliva e tappato con un sasso di fiume per garantirgli di “respirare”.
Il machetu, anche quando fatto con le sardine, è chiamato “pasta di acciughe”: non esiste tuttora nel dialetto del ponente ligure una seria distinzione tra acciughe e sardine e forse non ci sarà mai.

Ed è ascoltando la lingua che possiamo fare un altro passo indietro nella storia della sardenaira.
Le terre del ponente ligure sono state tra le ultime ad essere assoggettate dai romani. I liguri, allora come oggi tribali, erano eternamente divisi tra Ingauni (centro più importante Albenga) e Intemeli (Ventimiglia): questi si allearono con Magone nelle Guerre Puniche e vendettero cara la pelle. Quando la potenza di Roma li soggiogò definitivamente, l’Imperatore Augusto innalzò il trionfale Trofée des Alpes ancora oggi visibile a La Turbie, sopra Monte Carlo. Gli intemeli, abili nella guerriglia ma disorganizzati, vennero in gran parte deportati o usati come mercenari, perché adattissimi alla guerra di montagna. La città di “Albion Intemelion” (città degli Intemeli) venne romanizzata in Ventimiglia e il ponente ligure divenne terra di confine, da cui, attraverso la val Roya, si potevano far giungere merci oltralpe.

Tutto questo per dire che a Ventimiglia e Albenga arrivavano navi stracariche (qualcuna, inabissatasi, è stata ritrovata vicino alla costa) di anfore con dentro il garum, una speciale pasta di acciughe macerate. Il garum era conservato in anfore di terracotta e, per quanto potesse essere repellente ai gusti di oggi, perché salatissimo e “piccante”, i ricchi romani ne andavano pazzi e adoravano spalmarlo sul pane.

Anche senza far correre molto la fantasia, il passaggio dal garum al machetu è davvero breve. Così sarebbe nata la machetusa. La sardenaira arriva subito dopo, con la scoperta dell’America, quando in Europa cominciò ad arrivare il pomodoro. Il pomodoro rosso, progressivamente, più per un senso di parsimonia tutto ligure che per questioni di gusto, cominciò a soppiantare il machetu sulla focaccia. Ed ecco nata la sardenaira.

Forse la sardenaira da esiste da secoli. Non è questo un record? Non credo che potremo leggerlo sulla prossima edizione del Guinness World Records!

Pubblicato su Papille Clandestine: http://www.papilleclandestine.it/piaceri/prodotti/storia-ricetta-sardenaira/

1 commento

Archiviato in Cose Nostre

Sostiene Pereira, una graphic novel dal romanzo di Tabucchi

http://www.mentelocale.it/62774-sostiene-pereira-graphic-novel-dal-romanzo-tabucchi/

Un fumetto con i testi di Marino Magliani e le tavole di Marco D’Aponte. A vent’anni dal libro, un nuovo modo per rivivere una grande storia


In una Lisbona abbacinante, nell’agosto del 1938, un tranquillo giornalista deluso dalla vita conosce un giovane irrequieto e scopre una possibilità di rivincita in una Europa che puzza di morte. Chi non conosce la storia di Sostiene Pereira?

Il romanzo di Antonio Tabucchi, un grande della nostra letteratura, scomparso troppo presto nel 2012, uscì, nel lontano 1994. Vent’anni fa. Allora vinse il Premio Campiello e attirò le solite polemiche: venne definito un libro bugiardo sul rapporto fra letteratura e potere e allusivo all’allora presente (la discesa in campo di Berlusconi). Ma il tempo ha dimostrato quanto fossero miopi quelle critiche. Sostiene Pereira è sopravvissuto a quella stagione politica ed arriva ancora a noi potente. È una di quelle storie che sanno di assoluto.
Lo conferma la versione grafica del romanzo, appena uscita da Tunuè, con i testi adattati da Marino Magliani e i disegni di Marco D’Aponte. In vent’anni, ciò che una volta si chiamava fumetto ha cambiato nome e ora si chiama graphic novel, ma ciò non toglie nulla, bensì illumina questa grande storia.

Il nitore con cui D’Aponte delinea l’estate di Lisbona, i ritratti dei personaggi, mai abbozzati ma rifiniti nei particolari, lo storyboard, fedele al romanzo, concordano con i testi di Marino Magliani nel rendere i contrasti del romanzo: luce/buio, amore/odio, amore/violenza, vita/morte. Oppure la resa del tempo che passa, come afferma Paolo Di Paolo nella prefazione.

La matita di D’Aponte ricalca l’immaginario di Tabucchi. Ecco rua Rodrigo da Fonseca, la sede della redazione culturale del Lisboa, dove Pereira lavora. Solo. Poi il Cafè Orquidea, dove Pereira beve limonate e cena a base di omelettes. Nonostante sia troppo grasso e il suo cardiologo glielo abbia proibito. Oppure la Iglesia das Mercês, dove Pereira va per parlare con Padre Antonio. Perché Pereira è cattolico, ma non riesce a credere nella risurrezione della carne.
Ma quella del 1938 è anche una Lisbona livida di uomini in divisa, grigia fucili, nera di morte, come era tutta l’Europa alle soglie della Seconda Guerra Mondiale. Anche se, a volte, c’è spazio per qualche azulejo.
Impossibile, invece, rendere graficamente quel Sostiene, una formula troppo potente che rimane un monito, una notifica, con quel tanto di formale, di giuridico che ha del kafkiano: ma a quale processo viene sottoposto Pereira? Quello della letteratura? Quello della storia? Forse solo a quello, inarrestabile, della sua coscienza.
Nessun personaggio è esente da dettagli. E D’Aponte riesce nella difficile operazione di non far rimpiangere il volto che a Pereira diede Roberto Faenza, quello di Marcello Mastroianni.

E se dentro Monteiro Rossi e alla sua fidanzata Marta c’è l’energia che sconvolgerà la vita di Pereira, grotteschi, espressionisti sono i ritratti dei fascisti, che richiamano i quadri di Grosz. Caricaturale la figura di Pietade, la portinaia spiona di Pereira, che causa un persistente odore nel portone con le sue fruttate (chi seguì le lezioni di Letteratura Portoghese di Antonio Tabucchi in via Cairoli a Genova sa che pure lì c’era un odore persistente. Ma era di minestrone…).

Il Pereira di Tabucchi, non è un antieroe, è un eroe a tutti gli effetti. Questo ci dice questo grafic novel, la stessa cosa del romanzo. L’eroe non è solo colui cui che ha un suo angolino nell’epica o una persona dotata di superpoteri. È soprattutto colui che ha il coraggio di incidere con le proprie azioni, per piccole esse siano. Il Pereira di Tabucchi emerge così dalla mediocrità passo dopo passo, scegliendo di distinguersi dai volenterosi carnefici, i burocrati impegnati nel funzionamento della macchina nazifascista, come li chiama Daniel Goldhagen. Tutti i Pereira, loro malgrado, sono degli eroi. Chissà, se ci fosse stato qualche Pereira in più, forse la terribile ecatombe della guerra si sarebbe potuta evitare?

Oggi i critici di vent’anni fa potrebbero dire: da questo romanzo era già stato tratto un film, c’era bisogno di farne un graphic novel? Ancora una volta la risposta è sì. Perché le grandi storie necessitano di più immaginari, di media diversi. E in questo caso il mezzo vale proprio il messaggio.

Giacomo Revelli

Lascia un commento

Archiviato in Da Mentelocale, Letture

In macchina sulla ciclabile Area 24

L’altra sera in tv ho visto qualcosa di davvero assurdo. Non era tardi, era in fascia protetta, alle 20.30,  con i bambini e famiglie davanti allo schermo.
C’era un’auto che correva su libera una pista ciclabile.
Mi sono scosso, stropicciato gli occhi: non poteva essere. Pensavo fosse uno scherzo. Eppure quella nelle immagini era una pista ciclabile, ne ero sicuro. Quella curva, quel parapetto, quel mare, li riconoscevo. Era tutto vero: era la ciclabile Area 24, poco dopo Santo Stefano al Mare.

La Fiat (d’ora in poi dovremmo chiamarla “FCA” – senza la “I”, come dice Crozza) ne ha fatto un’altra: lo spot della nuova Fiat Punto Lounge è stato girato sulla Pista Ciclabile Area 24, esattamente nel tratto tra Santo Stefano al Mare e San Lorenzo.

Nelle immagini, la Punto scorrazza ad alta velocità sulla pista ciclabile deserta, mentre sullo schemo compaiono le dotazioni di serie, Tom Tom Go Live, lettore radio CD/Mp3 con comandi al volante ecc. (Non eccezionali mi sento di dire, le auto giapponesi ce le hanno da anni, Marchionne: svegliati!).
Una musichetta allegra accompagna il tutto. Come uno che mi stia raccontando un segreto: ps…ps… passo di qui, sul mare, tanto non c’è nessuno, che m’importa se è riservato alle bici? Come nella peggiore delle commedia all’italiana.
Guardate lo spot qui: https://www.youtube.com/watch?v=3iDy00Mf-i0&feature=youtu.be

Mi sento particolarmente ferito da questa reclame, forse perchè mi offende due volte, come come ciclista e come ponentino.

Come ciclista e attivista Fiab, perchè così vanno in fumo mobilità sostenibile.  Proprio recentemente ho partecipato ad un convengo (ad Arma di Taggia, a due passi da Area 24), in cui si parlava della pista ciclabile Area 24, definita il fiore all’occhiello delle ciclabili in Italia, e come tale promossa all’estero.
Oggi, anzichè vedere realizzati i buoni propositi di quell’incontro (promozione su canali di turismo “slow” su scala europea, convenzioni con le strutture ricettive ecc), vedo la ciclabile percorsa da un’auto e mi chiedo: ma che penseranno i danesi, i tedeschi, gli inglesi e i norvegesi che vedono tutto su youtube? Che su Area 24 circolano le auto? E’ questa la promozione del territorio tanto desiderata e annunciata?

Il danno d’immagine non è trascurabile. La pista ciclabile Area 24, è da molti considerata la più bella d’Europa e come tale è stata candidata al concorso per la migliore greenway europea. Il tratto tra San Lorenzo e Santo Stefano al Mare, dove lo spot è stato girato, è ormai inconfondibile. Chi lo vedesse, in Italia e all’estero potrebbero credere che sulla ciclabile Area 24 possono correre le automobili.
E non c’è nulla di più sbagliato. Ciò contribuisce alla solita confusione all’italiana, al solito pastrocchio. Consentire riprese del genere è stato a dir poco opportuno: si rischia di vanificare la promozione ecosostenibile del territorio che le amministrazioni perseguono con tanto impegno (come fece qui Sanremo http://adbgenova.it/it/homepage/notizie/sanremo-la-pista-ciclabile-piu-bella-d-europa ).

Come figlio del ponente ligure lo smacco non duole di meno. Quando venne dismessa la ferrovia a mare, ci vollero anni perchè su quel tratto di binari venisse fatto qualcosa. Visti i precedenti in speculazioni edilizie, si sperava nel meno peggio. Molti volevano metterci le mani: industriali, albergatori, costruttori, palazzinari e politici. Qualcuno, l’onorevole a sua insaputa, propose la soluzione a tutti i mali: una metropolitana di cristallo o una corsia supplementare all’Aurelia.
Quando arrivò la notizia che vi sarebbe stata costruita una lunga ciclabile non credetti ai miei occhi:  per una volta si progettava qualcosa di respiro internazionale e non una miope scelta locale; una volta tanto si gettava la provincia di Imperia in Europa. Area 24 è il simbolo di una battaglia vinta contro il degrado (ambientale e culturale) di una parte di Liguria e d’Italia, una cosa che non possiamo permettere venga inquinata dallo spot di FCA, società originata da quella FIAT che ha condizionato e condiziona attualmente la mobilità in Italia.

Ora, mi chiedo, accadrà ancora? Davvero siamo condannati a marcire in un abitacolo con Tom Tom Go Live, lettore radio CD/Mp3 ecc., quando fuori ci sono agavi, mare e gabbiani? Ma davvero riusciamo a godere di quel mare solo dal finestrino di un’auto? Ma la leggerezza e la spensieratezza, quella musichetta allegra di quello spot, sono possibili soltanto in macchina? E, peggio, se qualcuno un giorno ci andasse davvero in macchina, su quella strada, per accorgesi poi che è una pista c-i-c-l-a-b-i-l-e?

Lascia un commento

Archiviato in Cronache del Sol Ponente

Soggiorno a Zeewijk

“I liguri sono di due categorie: – scriveva Italo Calvino (un altro che scriveva di Liguria con la scrivania lontana da Parigi) – quelli attaccati ai propri luoghi come patelle allo scoglio che non riusciresti mai a spostarli; e quelli che per casa hanno il mondo e dovunque siano si trovano come a casa loro. Ma anche i secondi, e io sono dei secondi… tornano regolarmente a casa, restano attaccati al loro paese non meno dei primi”. Lo scritto è del 1962, ma validissimo tuttora.

Soggiorno a Zeewijk, di Marino Magliani, Amos editore, è una bella prova di come si possa scrivere di Liguria da una scrivania lontana da Imperia.
Marino Magliani, è di Dolcedo, ma fa il traduttore e vive in Olanda, a Ijmuiden, vicino Amsterdam, nel quartiere di Zeewijk. E’ un ligure del secondo tipo, uno di quelli che per casa hanno il mondo (ha vissuto a lungo in Spagna) ma torna, “quando gli viene in mente”, in provincia di Imperia. E’ un esule, come lui stesso si definisce, non per motivi politici, culturali o religiosi, ma perché la vita lo ha portato via dai luoghi in cui è nato: gli effetti sono gli stessi, quelli dell’esilio. E lontano dalla propria terra, il filo, il cordone, che lo collega alla terra madre comincia a dolere, diviene un cilicio con cui patisce la malinconia.
E questo sentimento, questa “atra bile” della lontananza, porta marino magliani (scritto minuscolo come lo si trova nel romanzo e chissà quanto corrispondente al Marino Magliani autore) a ricercare analogie e differenze tra Zeewijk, il luogo che lo ospita oggi e Prelà, l’entroterra di Dolcedo, in cui è cresciuto, completando con tratto espressionista il quadro di questi luoghi. Ma è il ritratto di un paesaggio.

Sono più le differenze, è ovvio: pur essendo entrambe zone di mare, uno è il Mar Ligure, l’altro il Mare del Nord. L’analogia più sorprendente arriva a marino per caso. A Zeewijk le strade hanno tutte nomi di stelle e costellazioni: fu un’idea del padre di Piet van Bert, suo amico e compagno di ânerie. Un giorno marino magliani s’accorge che la cartina di Zeewijk è incredibilmente simile a quella del Ponente Ligure. Addirittura, sovrapponendola, ne combacerebbero i contorni. Che strano destino quello dell’autore/protagonista: andare via, lasciare la propria terra e portarsela dietro, come non staccarsene mai. Di più: Marino Magliani, questa volta l’autore, omaggia la sua terra: se le strade di Zeewijk portano i nomi delle stelle e queste combaciano con il Ponente Ligure, allora questa terra è degna del firmamento.

Altra differenza: Zeewijk è un luogo in cui tutto cambia. Gli edifici sono costruiti sulla sabbia e nel giro di vent’anni cambiano, la topografia è irriconoscibile. A Dolcedo invece tutto è immobile da anni, cambia lentamente. Anche in questo possiamo vedere un risvolto laterale della sua flânerie : forse il Ponente-firmamento ha già raggiunto la sua perfezione e fa male chi specula e tenta inutilmente di cambiarlo, di migliorarlo.

Soggiorno a Zeewijk fa venire in mente molte cose, per esempio “La finestra di fronte” di Alfred Hitchcock. Ma in questo libro, lo spaesato voyeur, non sta appostato al balcone come un paparazzo, bensì vaga per una città, inconsapevole di essere spiata (oppure consenziente, ma solo se si sta portando in giro il cane), e, comunque, complice, connivente, perché non usa tende o altro per coprire le grandi finestre. Ma siamo al nord, in Olanda, non a Dolcedo, qui finestroni e balconi significano luce, l’essere spiati è un danno collaterale accettabile.

E’ difficile essere voyeur, se non lo si è di professione. Il passo prima è fare il flâneur, la versione letteraria di questa psicosi. Perché il flâneur, in particolare lo scutuzusu, il curioso, che del voyeur è la varietà ligure, (sottotitolo del libro potrebbe essere Diario di uno scutuzusu) non lo fa per arricchire la propria vita dei particolari di quelle altrui, ma più per allontanare l’umor nero, la malinconia che l’attanaglia per essere lontano dalla sua terra, il Ponente Ligure. Ma allo scutizusu è data in dono una possibilità: quella di essere il punto di vista degli altri, di veder le cose come sono senza esserne parte. Nelle case, dall’altra parte del balcone si sta come i personaggi de “La lezione d’anatomia del dottor Tulp” di Rembrandt, che non s‘accorgono di quella mano dipinta al contrario. E anche marino magliani sta per finire dall’altra parte, tra gli osservati, cade nella trappola più comune, s’innamora…

Bello lo stile di questo libro. Antinarrativo, autofiction, catalogatorio alla Perec quando colleziona gli oggetti in quei soggiorni illuminati. Magliani narra la storia per bagliori, dipinge effettivamente con la scrittura una Zeejiwik città invisibile, in cui la malinconia alla fine ti salva.
Prima di andare a Zeejiwik, fate un salto a Dolcedo.

Lascia un commento

Archiviato in Centroterra, Letture

Nel Tempo dei Lupi – recensione di Pia VIale

Bellissimo, bravo Giacomo.
Ci voleva un bel viaggetto “di ritorno”, in mezzo a questo andare “non si sa dove”. Oddio, ho tribolato un paio di notti, in cui il mio sonno è stato turbato, ma ciò non è altro che un indicatore della capacità di penetrazione delle cose lette nel romanzo, e allora ben vengano.
Penso che in tutte le epoche ci siano stati uomini che hanno avvertito il disagio della vita che erano chiamati a vivere: la conoscenza è sempre stata un percorso irto di difficoltà e di sofferenza, nonché di gioie. Tu, Giacomo, sei stato capace, in quest’epoca di tanto-niente, a riportare la connessione laddove l’umano può ancora “sentire” di essere umano. In particolare, un viaggio nell’esplorazione del maschile e, come donna, lo dico con molta approvazione, perché rappresenta per me una grande attrazione, uno spiccato piacere di conoscere e capire l’uomo in quanto maschio.
Lassù, nella zona di Abenìn, c’erano tre tipologie di maschi: Giusé, Guido e i tre francesi; di femmine c’era solo lei, la lupa. Giusé, il primordiale, capace di affrontare la vita, in qualche modo il maestro; Guido, il moderno, che si risveglia, in men che non si dica, al richiamo ancestrale e i tre francesi, mediocri, ignoranti fino in fondo, senza possibilità di riscatto. Infine la lupa, intelligente, istintiva, insondabile, che “comunica” esclusivamente con il “sentire”.
Diventa sempre più raro inseguire il proprio “sentire”… E sicuramente quest’epoca che dovrebbe favorirlo, grazie all’espandersi indefinito della “comunicazione”, ci sta depistando ogni giorno di più. Anche chi è rimasto più a lungo a contatto con la natura (ahimè, tutto sommato sono rimasta una campagnola!), non è stato agevolato, perché la modernità ha contaminato tutti.
Le contraddizioni, peraltro spassosissime nella prima parte del libro, sono all’ordine del giorno, nel momento in cui ci si sofferma a riflettere sullo stato delle cose e su come ci siamo calati dentro..
La salvezza da questo caos si chiama “sensibilità” che, insieme all’intelligenza narrativa, si percepisce nel libro come elemento sostanziale, dall’inizio alla fine: il protagonista scruta ogni cosa, senza appartenere in realtà a nessuna, al fine di poter percorrere fino in fondo la propria strada. La sensibilità lo rende consapevole, capace, ma al tempo stesso fragile.
In quel “sentire” è la bellezza, il reale, il vero. Ci si sente vivi attraverso il “sentire”. Siamo troppo abituati al “pensare” e all'”agire” e diamo sempre meno spazio al “sentire”, alla sintonia con noi stessi o con altre persone o con gli animali o con la natura o con l’universo. E ciò crea solitudine.
Se l’anima vive, se l’anima sente… lì è la “grande” bellezza.
La storia è bella, scritta bene, divertente nella prima parte e a tratti inquietante: una suspence doverosa (forse quella che ha agitato il mio sonno…) ed infine decisamente seria. Sono rimasta male quando hanno sparato all’antenna, anzi malissimo! Non perché fosse importane Internet a Abenìn, ma… perché mi piace che si possano realizzare le cose (dicesi: Candu in tavagliu l’è fau, l’è fau) e non distruggerle! Non avevo dubbi sulle tue finezze, incastonate come perle preziose in una collana; fresche e scorrevoli le descrizioni del paesaggio e della natura: era come esserci!
Continua, né!
Ciao, anima bella…
Pia

2 commenti

Archiviato in Letture

La zattera di Ginestra

Tutto cominciò senza che nessuno se ne accorgesse. Qualche strada di campagna interrotta, alcuni maxei, i muretti a secco che, come i corsetti di una vecchia signora, da sempre arginano gli anni che avanzano, venuti giù e mai ripristinati, qualche crepa nei solai dei villini in collina ad inquietare i proprietari. Ma era un’abitudine e nessuno se ne lamentò.

Poi i treni cominciarono ad accumulare ritardi e l’autostrada ad aumentare le tariffe, andare nel Ponente Ligure, in provincia di Imperia, diventò sempre più costoso e impegnativo in termini di tempo e denaro. Come se le strade, le vie per raggiungere Imperia e Sanremo, si stessero improvvisamente allungando.

Ma pochi ci credevano: era tanto l’amore per la loro terra che continuavano a pendolare o a tornarvi spesso, ad ogni costo.

I sospetti ebbero la tragica conferma un giorno piovoso di gennaio: un terrazzo probabilmente abusivo, costruito a picco sulla ferrovia è crollato sui binari trascinandosi metà della collina. Un treno è deragliato e s’è sfiorata la tragedia.
L’Aurelia poi, da millenni l’unica via di comunicazione, era interrotta a causa di una frana proprio nei dintorni di Andora. Da allora la ferrovia è chiusa e quel treno giace ancora lì, come un relitto. Fu così che, a Imperia, abbiamo perso il treno e anche la ferrovia. Non resta che la statale, che costringe a lunghe peregrinazioni nelle campagne.

Qualcuno ha detto che se non fosse stato quel terrazzo a crollare, sarebbe successo a qualcos’altro, un villino, un palazzotto edificato negli anni ’60 in prossimità dei binari e la statale prima o poi sarebbe anch’essa venuta giù, dimenticata di fatto dall’ANAS.

Certo che solo allora nella mente di ingegneri, architetti, geometri e in quella dei pendolari, quelli che tutti i giorni vanno  e vengono in questa terra, s’è instillato il dubbio: ma che succede? E se il Ponente si stesse allontanando? E se la provincia di Imperia si stesse separando dal resto della Liguria?

No, apparve a tutti un’idea impossibile. Giornalisti ed esperti ci misero un po’ a convincersene. Poi qualcuno consultando le immagini dal satellite se ne accorse. In realtà, voleva solo vedere le previsioni meteo per il weekend: ma fu proprio allora che, apertosi un grosso buco nelle nuvole proprio in corrispondenza di Sanremo, si ebbe la tremenda conferma: il Ponente Ligure era diventato un’isola, s’era staccato. Non c’erano più dubbi: da Cervo a Ventimiglia la terra s’era allontanata dal resto dell’Italia.
Anzi, dal resto della Liguria, perché un pezzo di questa rimaneva attaccato: la frattura correva lungo il tracciato dell’A 10. Era una linea di confine perfetta, da ricalcare sulle cartine.

Nessuno si spiega come la cosa sia potuta avvenire. Nessun cataclisma, nessun movimento tellurico, nessun terremoto. L’unica piccola faglia, quella che corre sotto Bussana e che tanti lutti aveva causato nel lontano 1887, non è mai stata così tranquilla. La mente corre altrove, in Indonesia, Messico oppure California, dove sta accadendo la stessa cosa: ma a San Francisco sono più attenti, preparati, attendono da anni “the Big One”, il grande terremoto che li staccherà dal resto del continente.

Infine anche i politici, per ultimi, sono stati costretti a prenderne atto: il Ponente, come una zattera, sta allontanandosi, va alla deriva.
La “zattera di Ginestra”, così hanno cominciato a chiamarla, perché la zona dove s’è staccata, ai confini dell’A 10, d’estate, è gialla di ginestre fiorite.

Ma perché è successo? Possibile che nessuno se ne sia accorto? Forse l’incuria di anni, forse troppe speculazioni sul territorio e molte meno sulla gente che lo abitava, pochissimi scrupoli sull’ambiente e molti di più sui conti del Casinò, hanno amputato alla Liguria una delle sue estremità. Ma nei palazzi non hanno pensato a correre ai ripari: hanno invece cominciato il solito balletto delle responsabilità. Una parte accusava l’altra di aver mollato gli ormeggi per i propri tornaconti; l’altra di navigare a vista, senza rotta, da decenni. Qualcuno ha detto che si voleva imitare il vicino esempio monegasco con risultati fallimentari: anche lì, a Montecarlo, infatti, esaurito lo spazio per i palazzi sulla costa, stanno pensando di creare un’isola in mare per costruirne altri.  Ma loro possono farlo.

Un noto politico ha proposto di stendere grandi funi e tirare, tutti insieme, per riattaccare la zattera di Ginestra. Ma, a sua insaputa, dall’Italia nessuno aveva intenzione di tirare per riattaccarsi città e comuni intossicati da infiltrazioni di ‘ndranghetisti, nemmeno durante il famoso Festival: aderì solo qualche massone e una decina di pensionati torinesi.

Ora, ci si chiede dove la zattera di Ginestra stia andando.
Subito s’era avvicinata alla Francia. A bordo si pensava che un buon posto fosse il Golfo di Saint-Tropez: nemmeno troppo lontano, appena dopo Cannes, un posto pieno di palme e Casinò. Ma appena avvistata la zattera, da terra hanno risposto un secco “No”, dicendo essere già stati saccheggiati dagli imprenditori italiani e dalla mafia. Oltre il danno la beffa: proprio così s’erano difesi a Taggia dai pirati che arrivavano proprio da Saint Tropez.

Ora la zattera punta a sud. Ma Corsica e Sardegna hanno già chiuso le capitanerie: i primi sono stanchi dei parigini, i secondi dei milanesi.
L’unico disponibile ad un attracco, seppur temporaneo, è stato il porto di Gioia Tauro, in Calabria. E non costerebbe  nemmeno troppo sforzo: confrontate le coste di quel tratto  e quelle della zattera del Ponente. Combaciano perfettamente.

2 commenti

Archiviato in Contromano, Cronache del Sol Ponente

Furgari ad acqua

(Pubblicato su http://www.laliguriaracconta.it/it)

Immaginate di passare, una notte di metà febbraio, sull’A 10,  a Taggia, sul lungo ponte che sovrasta la Valle Argentina. Oppure di volgervi lo sguardo dal mare, da uno dei grattacieli più alti di Arma di Taggia. Se vedeste il paese in fiamme, le case bruciare, il fuoco salire fin sopra i tetti e una nuvola di fumo galleggiare sopra le case, cosa pensereste? Che tragedia! Una catastrofe! Ma nessuno fa niente?
Il passo successivo sarebbe chiamare il 115, i Vigili del Fuoco, avvertire la Polizia, la Protezione Civile, l’esercito: al fuoco! c’è un paese intero che brucia!

Questo, ancora oggi è l’effetto che fa la notte dei Furgari, lo stesso che deve aver fatto ai pirati saraceni che infestavano le coste liguri nel X secolo d.C.. A quei tempi Taggia si salvò: i saraceni pensarono di averla già saccheggiata e andarono via. L’idea dell’inganno era venuta ad un illustre taggiasco, San Benedetto Revelli, allora vescovo d’Albenga: accendere grandi falò, fare baccano in tutto il paese come se i saraceni se ne fossero appena andati. Funzionò.

Da allora noi taggiaschi ripetiamo l’esperienza: in tutti i Rioni di Taggia (sono 12, ma ne rimangono attivi ancora si e no 6) si accendono grandi falò, si fa baldoria. E ce ne andiamo in giro a sparare furgari, speciali canne di bambù riempite di polvere da sparo, per strada, nei vicoli della città vecchia, di cantina in cantina, a bere, a ballare a incontrare gli amici.

I saraceni se ne andarono. In cambio oggi arriva gente da ogni parte del mondo, persone che si sono innamorate di questa tradizione che mescola sacro e profano, storia e carnevale, paura e divertimento: grazie al nostro santo, noi di Taggia abbiamo imparato a scherzare con il fuoco. Ma solo il 12 di febbraio, il giorno della festa, costruiamo i furgari. In ogni altra data non sarebbero che banali fuochi d’artificio, senza alcuna protezione da parte di San Benedetto, e ci si può far male.

Chi è venuto quest’anno ha assistito a una cosa che può dirsi straordinaria: nonostante la pioggia battente, la festa s’è fatta, il fuoco s’è acceso lo stesso.
L’attendevamo da un anno. Dodici mesi a pensare, sperare che quel giorno, la sera della festa, il tempo fosse clemente. Invece no: come da due mesi a questa parte, pioveva. E’ il riscaldamento globale, la tropicalizzazione del Mediterraneo, il monsone, non so; ma sabato sera a Taggia veniva giù come non s’era mai vista. Erano i vecchi a dirlo. E’ febbraio e piove. Come tutto dicembre, e tutto gennaio. La terra in Liguria  non ne può più, basta fare un giro nell’entroterra per rendersene conto: i muretti a secco non bastano, nelle fasce terrazzate di ulivi le colline vengono giù portandosi pure le reti. La terra sotto l’acqua si sta sciogliendo come cenere, come farina.

Ma a Taggia non ci siam fatti spaventare. Ad un certo punto s’è deciso: la festa s’è fa, the show must go on, soprattutto ora. Abbiamo vinto i saraceni, vinceremo pure la pioggia. Perché Taggia, quel giorno, deve buttarsi nelle piazze e nei carruggi, la gente deve danzare attorno al falò, incontrarsi, scambiare due parole attorno ad un bicchiere: così è e sarà, tanto più quest’anno che piove.

E così è andata. L’inizio dei falò è, come al solito, fissato per le 21. Ma a quell’ora la pioggia batte fortissima, difficile anche uscire di casa. Tutti si rifugiano in cantin. Lì c’è di che consolarsi: la tavola è apparecchiata di sardenara, torta verde, crustoli e vino rosso. Il benvenuto è dato a chiunque. Ma dentro ognuno di noi, c’era una vocina: “Che fai lì? Non senti la minaccia? I saraceni sono alle porte! La tua terra è in pericolo!”.

Così, timidamente, qualcuno ha cominciato a tirar fuori i furgari ed è uscito a spararli. Ma una volta accesi e rivolti in su non si spegnavano, il fuoco sembrava ignorare la pioggia, l’acqua che cadeva dal cielo. Ecco allora arrivare qualcun altro, e  un altro ancora. Poi c’è la cascata di fuoco di via Soleri. I taggiaschi rispondono alle gocce con le faville, alla pioggia che cade fitta oppongono scintille che salgono al cielo.

E’ una battaglia durissima: molti cadono. I furgari, con l’umidità, esplodono. Ma, per fortuna agli sparatori, non succede nulla:  si sente il soffio, poi il botto, le canne bambù s’aprono in un cono di luce, il fuoco litiga con l’acqua, abbraccia finalmente l’uomo e ne rivela l’anima.
Per un attimo, abbiamo paura. Ma sappiamo che il nostro esplosivo spacca taglia brucia solo tutto ciò che non vogliamo, e invece sputa i nostri sogni al cielo. E chi un secondo prima era avvolto dalle fiamme, va ad abbracciare gli amici con solo un po’ di tachicardia.

Chiuse le cateratte del cielo, verso mezzanotte, parte davvero la festa. Si accendono anche i falò e, assieme a loro, i balli, i canti, i sorrisi. Sentiamo di star facendo il nostro dovere. Forse la pioggia, le frane, le alluvioni, sono i nuovi saraceni di oggi. Scherzando con il fuoco, con un po’ di sacrificio, li abbiamo allontanati. La festa ha funzionato ancora.

L’indomani, domenica mattina, Taggia, come un’araba fenice, rinasce dalle sue ceneri. San Benedetto l’ha salvata un’altra volta.

1 commento

Archiviato in ZirichilTaggia