Compagnia dei Maddalenanti: 300 anni e non sentirli

Sembra esistere da sempre. Invece, la compagnia di Santa Maria Maddalena del Bosco ha “solo” 300 anni.
Il il 12 luglio 1716 veniva infatti fondata con un atto del notaio Giò Valentino Anfossi.
Abbiamo provato a raccontare che cos’è la Maddalena oggi, partendo, ovviamente da chi la compone. Non si può parlare della Madaena senza parlare dei Maddalenanti. Dentro ognuno di loro c’è un misto di devozione e superstizione, di edonismo e senso del dovere, di goliardia ed austerità. Sono mattacchioni e servitori devoti, gioviali burloni e paladini delle regole, vogliono cambiare il presente e conservare il passato. Il loro tratto distintivo è mantenere entrambi questi aspetti senza farsi contagiare completamente dall’una o dall’altra inclinazione, sono entrambe le facce della stessa medaglia.

Altra caratteristica dei Maddalenanti è un particolare sentimento del tempo. Per un Maddalenante, esiste un solo tempo, quello della Madaena, che si avvita su sé stesso e s’intreccia a suo modo con la storia: sono molti i Maddalenanti a contare gli anni per Madaene, a considerare il loro Capodanno non a dicembre ma a luglio, a ricordare gli eventi in base ai contestabilati. Da lì, il detto: “ne ha fatte di Madaene”. E’ curioso, nei loro discorsi, sentir raccontare fatti accaduti trent’anni prima come se fossero appena accaduti e non è strano sentirli nominare compagni scomparsi da anni come se fossero ancora in vita. Ogni fine luglio, l’Eremo nel bosco si popola di decine, centinaia di persone. Ma ancor più sono i partecipanti alla festa che arrivano dal passato, suscitati dalla memoria. E’ così che i Maddalentanti fanno rivivere i loro morti, rispettando l’eccezionale convivenza che vita e morte hanno in questa festa.

I Maddalenanti di ieri sono gli antenati: vanno riportati in vita con un mazzo di lavanda, al suono di una filastrocca euforica.
I Maddalenanti di oggi sono i loro eredi: a loro spetta il piacere e il dovere di tramandare la festa, ha l’onore di goderne e l’onere di prepararla, curarla, rispettarla.

Le interviste che seguono non sono che un piccolo campione, senza alcuna volontà di esclusione e hanno il solo scopo di rendere un immagine della comunità in un momento importante della sua storia. Come se il tempo, dopo 300 anni, si fermasse un attimo e potessimo vederci tutti assieme, e riconoscerci.

 

Giovanna Revelli, classe 1931.

Giovanna Revelli è tra le più anziane contestabilesse. Il suo contestabilato risale, infatti, al 1950, quando, appena finita una devastante guerra mondiale e civile, si cercavano soluzioni per ricostruire il paese. Taggia poteva contare sulle sue antiche tradizioni popolari per ritrovarsi. La Madaena con il suo spirito di aggregazione, il senso di comunità e di bene collettivo, funse da collante tra le persone e contribuì alla ricostruzione di un clima di pace. E’ in quel momento, che, a 19 anni appena, Giovanna si trova a fare la Contestabilessa.

Giovanna, perché hai fatto la Contestabilessa? Come è andata?

Mio padre Giacomo, era uno storico maddalenante. Amava tantissimo questa festa ed era anche uno dei due configuranti. Fu lui che me lo chiese e capii che gli avrebbe fatto molto piacere. Io, ovviamente risposi di sì, a patto di fare tutto ciò che una Contestabilessa deve fare. All’epoca la Contestabilessa doveva fare un regalo: io regalai alla Compagnia degli inginocchiatoi per l’Eremo, su cui venne scritto il mio nome. L’anno dopo regalai anche due cuscini, mentre Vally Palladini, la vice contestabilessa regalò dei seggiolini. Mio padre era felicissimo. Quell’anno addirittura mia madre, che non è mai stata portata per questa festa, mi accompagnò fino all’Arbaeu e da lì noi raggiungemmo l’Eremo. Papà, che era già salito la sera prima, mi venne incontro all’Entrà per accogliermi. Arrivati all’Eremo incontrammo tre personaggi: il padre di Cristò, il Pin de Venanziu e qualcuno uno con una coperta addosso che ci fecero baciare la padella, un rito ben diverso da quello religioso, infatti il Parroco arrivava poco dopo per la Messa. Quando sono stata Contestabilessa c’erano addirittura due frati, uno Cappuccino e un Domenicano. Allora la festa era molto più contenuta di adesso. Prima di darci da bere e la cioccolata entrammo in Chiesa. Mi accorsi che mio padre stava piangendo. Piangeva di felicità, pianse tutta la festa, dall’inizio alla fine. Sempre prima della Messa ci accompagnarono dal Bauzu da Lena, a vedere dove la Maddalena stava in penitenza. Al pranzo, la Contestabilessa offriva la frutta e il dolce. Poi c’era il Ballo e dopo tutti scendevamo a piedi in paese dall’Oxentina. Si faceva il Ballo in paese e si andava a casa. Il giorno dopo la Madaenetta si faceva in casa: con la Naida la Contestabilessa dell’anno prima, andammo tutti in Piazza Grande da Varese, Piè u Mè, che faceva il Ballo della Morte con mio padre e che quell’anno fece il Contestabile. Sulla targhetta sarebbero rimaste le stesse iniziali, “R.G.”, di mio padre e di mio nonno, Revelli Giovanni.

Com’era avere un papà che faceva il Ballo della Morte?

Mio padre era una persona timida, riservata. Non era certo il tipo da mettersi in mostra. Ma quando arrivava la Madaena si trasformava e diventava il protagonista della festa e tutti lo amavano per questo. Anche i suoi colleghi, che lo conoscevano bene, venivano a vederlo fare il Ballo e non potevano crederci. Quando stava male, prima di morire, tutti i Maddalenanti vennero a trovarlo. E quando morì, furono i Maddalenanti a portarlo, a spalla, fino al cimitero da dove abitavamo, in Castelu, nella parte alta del paese. Lo ricordano ancora in tanti, tutti gli anni un rametto di lavanda compare sulla sua tomba. Mi hanno chiesto il mio cappello da Contestabilessa: ma non ce l’ho. Non l’ho perso. L’ho messo a mio padre quando è morto.

Cosa provi davanti al Ballo della Morte?

Nel ’31, quando sono nata, mio padre faceva già il Configurante da tempo. La prima volta che glielo vidi fare, in piazza Cavour, davanti alla chiesa di San Sebastiano, ero bambina e mi spaventati tantissimo. Gli corsi incontro gridando: “Il mio papà è morto! Il mio papà è morto!”. Dovettero interrompere la danza e aspettare che mi calmassi. Anche mia figlia Mariangela ebbe la stessa reazione, su all’Eremo, credendo che suo nonno fosse morto e lui dovette farle un cenno con la mano.

Mio padre era molto portato per la Madaena. Quando era ricoverato a Genova, era luglio e stava molto male: decidemmo di non dirgli nulla per non agitarlo. Ma lui, ad un certo punto, mi chiese di andare a telefonare a casa. Così, per farlo contento andai, e telefonai a mia cognata Giuanina: mi disse che, proprio in quel momento, mio marito e mia figlia stavano piangendo. Capii il perché quando tese la cornetta per farmi ascoltare: c’era il Ballo della Morte in piazza, sentivo la musica. Tornai su e lo dissi a mio padre: aveva partecipato al suo ultimo Ballo della Morte, morì il 19 ottobre del 1969. Oggi, a guardare il Ballo, non vedo chi lo fa: io vedo solo mio padre e Piè u Mè.

E’ molto tempo che non vai su, all’Eremo?

Sì, molti anni, dal 2000. E mi manca molto. L’ultima volta sono andata alla Festa degli Anziani. Erano troppi i ricordi e per salvarmi andai subito in chiesa. Ma arrivò la Rinetta della Sö Nanò e mi chiese di aiutarla ad asciugare i cucchiai, poi arrivò Niculin da Villetta a dirmi che a breve avrebbero fatto il Ballo della Morte, e voleva che lo guardassi per sapere se lo facevano bene. Vedevo mio padre ovunque. Lui aveva fatto il Ballo prima e dopo la guerra. Anche andare a messa a Santa Lucia, mi manca, ma purtroppo ho dei problemi a camminare e non riesco mai ad andare.
Quest’anno ci hanno invitati, spero di star bene e riuscire ad andare. Renato Oddo ha promesso di portarmi su in macchina fin sulla chiesa, ma lui avrà tanto da fare in quel momento, troverò qualcuno lo stesso che mi porterà su.

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La Festa dei Furgari a Taggia

Articolo pupplicato su www.culturainliguria.it

Per la festa di San Benedetto Revelli a Taggia si accendono grandi falò e si percorre il paese armati di furgari, canne di bambù ripiene di polvere da sparo. Tra sacro e profano, storia e antropologia di una festa popolare le cui origini si perdono nella notte dei tempi

Amata o odiata, spettacolare e dionisiaca, attesa e anche temuta, straordinariamente complessa ma anche semplice, come tutte le tradizioni popolari, la “Festa dei Furgari” di Taggia è una di quelle che dividono, a cui non si può partecipare a metà, senza viverla completamente.

E’ celebrata a Taggia la notte del sabato più vicino al 12 di febbraio, ricorrenza di San Benedetto Revelli, patrono della città, in memoria dello scampato pericolo di un’invasione saracena.
Le vicende, la leggenda, narrano che nel 900 dopo Cristo, quando sulla costa ligure imperversavano i pirati Saraceni, ai tempi in cui i califfati islamici Ommyyadi avevano conquistato grande parte del Mediterraneo, San Benedetto Revelli, eremita acclamato vescovo d’Albenga, consigliò, alla notizia dell’avvistamento delle navi saracene all’orizzonte, di accendere grandi fuochi e peregrinare in tutto il paese durante la notte con torce accese. I pirati, in questo modo, ingannati dalle fiamme, avrebbero così cambiato destinazione, credendo Taggia già distrutta e saccheggiata da una banda che li aveva preceduti. Così fu, e Taggia si salvò.
Il Santo avrebbe poi protetto la sua città natale anche in un’altra occasione, nel 1625, quando, durante la Guerra dei Trent’anni, la  Liguria di ponente era interessata dalla lotta tra il Ducato di Savoia e la Repubblica di Genova: i taggiaschi, per voto, avrebbero festeggiato “in perpetuum” la ricorrenza del santo e costruito un oratorio a lui dedicato se il paese fosse stato risparmiato. Come accadde.

Ancora oggi, dunque, a Taggia si celebra lo scampato pericolo accendendo grandi fuochi nelle piazze e percorrendo i “caruggi” del centro storico armati di “furgari“, speciali ordigni, simili a torce, ma fatti di canne di bambù riempite di polvere nera, che vengono sparati in aria o a terra, a seconda delle dimensioni e della potenza, emettendo lunghe faville di luce.

Questa la storia di una festa popolare, capace di trasformarsi e seguire il passo dei tempi come poche in Italia. In realtà, molto probabilmente, questa festa, come altre, è il risultato di un sincretismo, un collage di elementi storici e reminiscenze pagane, riti antichi che sopravvivono nel tempo assumendo nuove forme e significati. In provincia di Imperia e in valle Argentina, le tradizioni popolari e i riti religiosi sono tuttora molto forti. La zona, per motivi geografici, storici e politici è sempre stata una “sacca” di paganesimo: vi si  trovano ancora oggi credenze, usi, echi di tradizioni antichissime.

Fortissima è la prossimità dei Furgari con i riti di purificazione tipici di tutto il Mediterraneo nel periodo di febbraio, che prevedevano l’utilizzo di fuochi e falò. I romani li chiamavano Februales, celebrazioni in onore di Februa, dea della purificazione. Erano destinati a ricondurre le anime nell’oltretomba ed evitare alla comunità e alle messi pericolose contaminazioni con i morti. Nella zona, tali celebrazioni si mescolarono a quelle di origine celtica che certamente già esistevano, come la festa di Imbolc, durante la quale si accendevano fuochi in onore di Brigit, la dea splendente.  Il Cristianesimo fece propri questi riti con la celebrazione della Candelora e la processione con le fiaccole.
A Taggia anche il periodo dell’anno è propizio ai falò. A  febbraio, infatti, Il “carburante” non manca: i fuochi s’alimentano con le frasche degli olivi appena potati, mentre nelle cantine gli animi si scaldano con i novelli risultati delle vendemmie autunnali.
E’ una festa che mescola componenti carnascialesche, mimetiche, apotropaiche ed erotiche.
Questi suoi ingredienti, mescolati alla sua natura euforica, al fuoco e agli esplosivi, la rivestono di un fascino incredibile. Lo spettacolo reso nella notte dai furgari,  “Pinocchi fragili / parenti artigianali / di ordigni costruiti / su scala industriale” come canta Fabrizio De André ne “Il bombarolo”, attira da anni migliaia di persone, tanto da destare spesso preoccupazioni sulla sicurezza della manifestazione i cui rapporti con l’autorità, hanno, da sempre, difficoltà di ogni tipo. In molte occasioni consoli, regi prefetti, podestà, questori, sindaci e carabinieri, ne hanno vietato e osteggiato la realizzazione, motivati anche da qualche grave fatto di cronaca.

Ma, nel buio delle loro cantine, o, meglio, nell’aria secca dei solai, i taggiaschi continuano a costruire i loro pinocchi artigianali, che spareranno la notte per festeggiare il loro santo.
E salvarsi un’altra volta.

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Confini senza frontiere

Venerdì 20 novembre 2015 alle ore 18 presso la libreria L’Amico Ritrovato di Genova, Donald Datti, con la parteciparzione del prof. Antonio Gibelli, presenterà il mio romanzo “Confini senza frontiere”, Ultima Spiaggia edizioni.

Ecco, il primo capitolo in anteprima.

Confini senza frontiere
1.
Grotte del Pozzillo, Isola di Ventotene, agosto 1943
Nel ’39, quando al giornale mi dissero che mi avrebbero mandato qui, feci un salto sulla sedia. Stavo scrivendo un articolo sul commendator Ennio Tartaglia, un piccolo sarto che aveva inaugurato un’altra merceria e si avviava a ricevere il Littoriale del lavoro.
– Dalmasso, ti vogliono di là, dal direttore – mi dissero. Ma perché, mi domandai, chissà perché, che avrò fatto, ormai ho imparato a stare attento con la battitura, errori nell’ultimo articolo ce n’erano pochi davvero e poi sono più veloce che all’inizio, l’aveva detto anche Valenti, il caporedattore.

Invece, quando entrai nell’ufficio del direttore:
– Si accomodi, Dalmasso, si accomodi.
La scrivania di Ermanno Amicucci, il direttore de “La Gazzetta del Popolo” era la più bella, forse, che si potesse avere a Torino. S’era preso la stanza migliore di uno di quei palazzotti Liberty di via Cernaia, coi balconi che davano a sud. Anche d’inverno ci si stava in maniche di camicia e la luce restava fino a tardi la sera. La foto del Duce l’avevano messa sopra un piccolo ma retorico trespolino con pianale in marmo, su cui stavano anche la radio e, da poco, un busto d’alabastro. Il soggetto era lo stesso della foto, ma con il mento più prominente. Ma era lì da poco, ne sono sicuro; quando fui assunto, nemmeno un anno prima, ve n’era uno di Garibaldi, ne sono certo.
– Bene, Dalmasso – mi disse il direttore, pronunciando il mio cognome un po’ affievolito, non come chi sta chiamando qualcuno ma come chi ha paura di dire una parolaccia (del resto Amicucci è romano e non sa che “Dalmasso” è un cognome tipico piemontese, d’intorno a Cuneo) – ho letto con molto piacere il vostro articolo su Learco Guerra , bravo, “Learco Guerra non corre per la ricchezza, corre per l’onore. Non ha fama di ricchezze ma di storia. E’ come l’Italia…”.
– Come? Ma io… – Non ricordavo davvero d’aver scritto quelle frasi.
– Ah, devo dire che è scritto molto bene. Continui così!

Infine decisi di incassare i complimenti del direttore senza pormi domande. Così avrebbe fatto ogni redattore alle prime armi. (Poi andai a controllare: non avevo mai scritto quelle parole, il mio articolo era stato completamente cambiato. Forse era stato Valenti, senza dirmi nulla.)
– Grazie Signor Direttore, grazie.
– Voi avete delle qualità, sapete?
– Beh, se me lo dite voi ci credo, Signore.
– Come no, pochi sanno descrivere così d’imprese epiche, che onorano l’Italia.
– Ma Learco Guerra è un campione….
– Non siate modesto. Credo che le vostre doti siano sprecate nella cronaca locale.
– Beh…- non sapevo che dire.
– Dalmasso, ho un progetto per voi – disse lui.

Immaginate la mia sorpresa a sentire queste parole. Io che pensavo mi sarei trovato di fronte ad un rimprovero.
– Ascoltate bene. Come voi ben sapete, il governo manda i pericolosi sovversivi al confino in alcune isole del Mediterraneo. Lipari, le Tremiti, Ponza e altre. Vengono tradotti lì e mantenuti con vitto e alloggio a spese dello stato e lasciati nella più totale libertà. Pensate un po’: coloro che cospirano, che si riuniscono sediziosamente, che tramano contro lo stato e addirittura contro il Duce, in cambio noi li mandiamo in villeggiatura, come ebbe a dire il Duce in persona. Ora: la stampa anglosassone dice che i confinati di Ventotene vengono maltrattati. Vogliono sollevare l’opinione pubblica internazionale contro di noi. Dobbiamo smentire questa falsità. Capite?
– Certo…
– Bene. Da Roma ci chiedono di raccontare la verità, la vita dei confinati a Ventotene. Vogliono che si descriva come sono sistemati, che si racconti la loro vita quotidiana, che fuori d’Italia non si dica che noi non siamo clementi con i reati d’opinione. Bene, io ho pensato a voi.
– Beh.. Signor Direttore… grazie…, ma io…
– Ma voi cosa? Non mi dite che non vi interessa, che non vi piacerebbe…
– No…, sì che mi interessa e molto, ma…
– Si tratta di passare laggiù qualche giorno, una settimana, al massimo. E scrivere una serie di articoli: su come i confinati vengono trattati bene, su come là possono ripensare ai loro errori, su come ogni cittadino deviato può essere recuperato.
– Beh, ma, io…
– E se poi il vostro articolo piace, potremmo venderlo anche al Corriere della Sera e mandarlo in tiratura nazionale.- …
– E poi, al vostro ritorno, dopo questa esperienza importante, chissà… potrei anche proporvi come caposervizio…
Come poteva non interessarmi quella proposta? Come negare che per la mia carriera sarebbe stata un lancio inaspettato, dopo appena un anno passato a scrivere necrologi o articoli sulle mercerie del Cavalier Tartaglia? Ma come facevo a dirgli che a breve mi sarei sposato e quella decisione mi pesava? Come facevo a dirgli che l’articolo su Learco Guerra lui l’aveva totalmente travisato?
– Dalmasso, intendiamoci: voi andate lì per quattro giorni, in vacanza, a tutti gli effetti, nel migliore albergo dell’isola. Visitate il confino, vi guardate un po’ in giro, parlate con qualcuno, osservate tutto. E poi scrivere un articolo. Ma dev’essere bello, onesto, sincero, allineato, in chiara prosa littoria, ci siamo capiti?
– Certo. Scriverò la verità.
– Certamente, voi dovete scrivere la verità. I confinati stanno benissimo. Altro che maltrattamenti e propaganda inglese. So di chiedere molto. Non sarà facile. Certo non vi mando tra gente raccomandabile: su quell’isola c’è la peggior feccia che le ultime generazioni abbiano prodotto in Italia. Ci sono attentatori, insurrezionalisti, sovversivi, agitatori, anarchici, gente con ideali eversivi, testimoni di Geova e facinorosi comuni. Ah, attento, eh, dicono ci sia pure qualche pederasta. Ma tanto voi state per sposarvi no?
– Proprio per questo… Signore… mi dispiace…
– Ah! Ma di cosa vi preoccupate? Della vostra futura mogliettina? Pensa che una volta partito da qui si dimenticherà di voi?
– No… ma…
– Ma non si preoccupi! Le farà bene! Voi sapete come son fatte le donne…
– E come?
– Beh… siate fedele, siate sempre con lei, soddisfatela in tutto e per tutto… e proprio allora, lei vi tradirà. Invece voi partite, andate, siate ligio al vostro dovere e vedrà che la vostra futura mogliettina non farà che aspettare il vostro ritorno…

Povera Caterina. Quando glielo dissi, scoppiò a piangere, nemmeno le avessi detto che partivo per il fronte. Se mi avessero arrestato e confinato a Ventotene per qualche motivo, sarebbe stato più facile accettare tutto, oh povera ragazza mia. Ma questo è un altro discorso, ve ne parlerò strada facendo.

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L‘estetica del fungo. Tra filosofia e gusto di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte

Recensione pubblicata su: Il colophon

Mio padre, quando andiamo a raccogliere i funghi, sono buoni solo quelli che raccoglie lui.
Mio padre dice che tutti i funghi si possono mangiare. Qualcuno però una volta sola.
Mio padre va per funghi sempre nello stesso posto, anche quando non ne nascono.
Sa dove sono i funghi, come se li conoscesse uno a uno. Da qualche parte, deve avere una mappa di tutti porcini. Ma ora so che non la mostrerà mai a nessuno, tantomeno a me. Prende solo i funghi che gli piacciono; gli altri, anche se sono mangerecci e io li farei al forno o con le patate, li lascia lì, al loro destino.
Perché parlo di mio padre invece di recensire L’estetica del fungo. Tra filosofia e gusto, di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte?
Perché questo libro gli piacerebbe. È uno di quei libri che potrei regalare a mio padre alla festa del papà o per il suo compleanno, magari anche a Natale (qualora non trovassi prima un vino buono o un vecchio Sport Illustrato su Coppi).
Glielo regalerei di certo. Se solo lo leggesse.
Perché papà dei libri non sa che farsene, è già tanto se sfoglia Telesette. Figuriamoci L’estetica del fungo, praticamente una tesina d’estetica filosofica, con dettagli metafisici e tassonomie dettagliate delle forme dei porcini, dei tipi di cercatori, delle calamità cui un cercatore va incontro, tutte cose a papà arcinote e su cui potrebbe scrivere un’enciclopedia. So già che quel libro finirebbe come zeppa al tavolo.
Del resto, perché regalare un manuale di estetica a chi, forse, davvero, conosce a fondo il bello dell’andare a funghi?
Siamo noi intellettuali che abbiamo bisogno di celebrare quanto è bello ciò che facciamo, siamo noi che abbiamo bisogno di esibirlo, decantarlo, sbandierarlo, sminuzzarlo fino a trovarne tutte le implicazioni, le caratteristiche, le peculiarità, i noumeni, le smagliature, i difetti, sviscerarlo fino a demolirlo e scoprire così che, magari, non ci piace più.
E papà, invece, se ne sta seduto dall’altra parte a guardarci arzigogolare. E a mangiare tutti i nostri funghi.
Per recensire questo libro avevo bisogno di un compagno. Si sa, per funghi è meglio andare in due.
Così l’ho prestato al mio amico Giacomo, che da bravo professore di chimica, poteva aiutarmi a chiarire dettagli come il mistero della crescita, del formarsi di quel tessuto miracoloso chiamato micelio. Ma dovevo stare attento. Giacomo è egli stesso un fungaiolo con molti anni di esperienza. Io e lui abbiamo le stesse fungaie: ha una casa nei pressi del Passo della Bocchetta. Un giorno, mentre andavo da lui, trovai un porcino. Quando glielo mostrai, mi guardò con un lampo d’odio negli occhi, come se gli avessi portato via un tesoro. Ora, dopo aver letto il libro, capisco meglio perché. Leggere L’estetica del fungo, se non mi aiuterà a trovare un cesto di prelibati porcini, di certo mi ha aiutato a capire meglio questo mondo un po’ mistico e un po’ perfido dei boleti. E anche certi silenzi di mio padre.
Il punto forte del libro, a mio parere, è questa parte metafisica: andare per funghi non sarebbe che un determinato tipo di indagine filosofica; dietro la ricerca del fungo c’è il segreto della vita. Come tale, quest’attività è trasversale: coinvolge tutti, impiegati, giornalisti, professori di chimica e idraulici in pensione, proprio come Giacomo e mio padre. È la fuga dai problemi contingenti ad alimentare la nostra domanda esistenziale e dunque la voglia di trovare funghi, è un “conatus” spinoziano, una necessità ineluttabile. Quindi si tratta di ben più che un passatempo. Il fungaiolo è un drogato, ma sano, un tossicodipendente dell’indagine, affamato della sua attività teoretica. Ma se così fosse, allora tutti gli uomini dovrebbero andare per funghi; invece (nonostante per Giacomo o papà, siano già troppi quelli “che vanno nei boschi”), andare per i funghi e passeggiare tra gli alberi sono due cose completamente differenti. La prima è un’attività iniziatica, un procedere meditativo: per trovare i funghi, bisogna dimenticare di starli cercando. La seconda invece, andare nei boschi senza consapevolezza, può essere addirittura rischiosa.
Le tassonomie di questo libro sono a tratti spassose: cinque sarebbero le tipologie dei porcini, assunti, tra tutti i boleti — tesi discutibile ma reale — a fungo modello. Il ritrovamento di un porcino di qualsiasi categoria resta, infatti, qualcosa di molto vicino all’estasi. Tutti i fungaioli sono classificabili negli “avidi”: vorrebbero i funghi tutti per sé.
Non ci sono legami di sangue, d’amicizia o, forse, sentimenti, che portino a tradirsi e rivelare una fungaia a qualcuno. Al loro interno, i fungaioli si dividerebbero tra solitari, conviviali, pensatori e professionisti. Ma, oltre a quelle scaturite dalle loro interazioni sono sicuro che se ne potrebbero trovare numerose altre, almeno quanti sono i tipi di ricerca dell’esistenza. Papà è di sicuro un solitario che, quando non ne trova, diventa necessariamente un pensatore. Giacomo è un druido resipiscente, uno che sa dell’esistenza di leggi antichissime non scritte che confronta continuamente con la sua attività teoretica e scientifica, con le leggi del cosmo.
Tra le calamità la più grave (peggio dei vermi, delle lumache e delle muffe) è l’uomo, il suo passaggio reiterato, il suo sfruttamento eccessivo, l’avidità.
Se i funghi sono una ricerca dell’assoluto, i motivi della loro crescita sono misteriosi. Chi, tra i fungaioli, non si è mai chiesto come crescono? Incoscienti e ignari, gli autori del libro tentarono di riprodurli e raccontano nei dettagli il loro tentativo. Forse, per i funghi, non c’è termine più errato che “coltivarli”.
Di tutto il libro, la parte secondo meno efficace, è quella finale, “Dagli alberi ai fornelli”, curata dallo chef siciliano Carmelo Chiaramonte. Forse perché tale argomento vanta decine di imitazioni. Forse perché stona con la vera novità: la precedente parte estetica del libro, perché quello del palato è un gusto meno assoluto che quello dell’occhio che scopre la testa di un fungo e più soggettivo, locale, cambia di luogo in luogo, di persona in persona. Chiaramonte ci dice tuttavia come rispettare un porcino durante la preparazione: sarebbe un peccato rovinare tutto immergendolo, ad esempio, nell’amuchina.
Seguendo i suoi consigli siamo in grado di gustare completamente l’estetica del fungo e distinguerne le tonalità: quello trovato sotto il castagno è sempre diverso da quello nato sotto una quercia.

L‘estetica del fungo. Tra filosofia e gusto di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte

[Edizioni Estemporanee]

Giacomo Revelli

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Ventotene. Confini senza frontiere

Ora che s’allontana, Ventotene si rivela quel che è.
Fino a poco fa, nemmeno dieci minuti, era uno scoglio, un tocco di vulcano, una virgola in mezzo al mare. E Santo Stefano il suo punto. Ora, da più lontano, da qui, traghettati su questa terra, ferma in tanti sensi, sembra più un luogo in cui il pensiero poteva fare ginnastica liberamente, senza argini, senza confini, senza frontiere.

Perchè restarci anche solo per 5 giorni, significa confinarsi a tutti gli effetti, anche se  stavolta, per nostra fortuna, il confino è volontario, e non come capitò ai personaggi del mio romanzo “Confini senza frontiere”, che furono mandati qui dal regime fascista.
Il protagonista, chissà, forse è esistito davvero. Amedeo Dalmasso, oggi forse avrebbe fatto il mio lavoro. E’ un’apprendista, un giornalista alle prime armi che viene mandato sull’isola per raccontare il confino politico, ma dal punto di vista del regime, non da quello oggettivo di uno scrittore. La stampa inglese aveva pubblicato articoli che ipotizzavano maltrattamenti ai confinati: Mussolini non voleva che fosse detto e spedì alcune delle migliori penne nelle colonie di confino con lo scopo di convincere l’opinione pubblica europea ed evitare sanzioni.
Amedeo ci finì perchè era alle prime armi e manipolabile. Tuttavia resta fedele al principio per cui ha scelto di fare quel lavoro: raccontare la verità. Ma presto si accorge che la verità che vogliono i suoi principali non è quella che nota lui, che la verità del Fascismo è altra cosa dalla verità della Storia.

Non si capisce perchè Amedeo resti confinato. Non l’ho mai capito, nemmeno rileggendo più volte il romanzo per correggere le bozze (e voi non confinate me se trovate qualche refuso!).
Credo che sia per il suo eccesso di zelo nel raccontare la verità. Ma gliel’avevano ordinato, non è colpa sua.
O, forse, per aver parlato con più di tre persone contemporaneamente: lì su quell’isola era vietato, era considerata “adunata sediziosa”.
Infine, forse per aver imparato che cos’è la libertà, oltre che la verità, in quella facoltà universitaria ch’era Ventotene in quegli anni.

“Ciò che abbiamo fatto su quest’isoletta, in questi anni, forse non potevamo farlo altrimenti e in nessun altro luogo – dirà ad un certo punto – Dobbiamo ringraziare Mussolini: d’aver raccolto tutti assieme chi non la pensava come lui, di non aver fatto altro che concentrare
l’antifascismo in un solo luogo, d’averne creato un ateneo, un’università. Quando mai si sarebbero riuniti, tutti insieme, anarchici e comunisti, militanti di Giustizia e Libertà e stalinisti slavi, reduci della Spagna, ebrei, arditi del popolo e testimoni di Geova?
Mentre l’Italia marciava a passo d’oca e salutava romanamente, a Ventotene se ne progettava il futuro; mentre a Roma si festeggiava il Patto d’acciaio, in mezzo al Mediterraneo abbattevamo le frontiere dell’Europa.”

Vengono in mente le parole di “Concrete jungle”, una canzone di Bob Marley che ho sentito cantata da Valerio, proprio in un localino sull’isola, l’Hobo.
“…
Concrete jungle…/ Man you got to do your best.
Whoa, yeah. / No chains around my feet,
But I’m not free, oh-ooh!
I know I am bound here in captivity…”

Di sicuro Amedeo si iscrisse, volente o nolente, a quell’università, non si sa se alla facoltà di comunismo, anarchismo, liberalismo, azionismo o europeismo (ma qualche sospetto l’abbiamo). Di sicuro seguì tutti i corsi: marxismo, totalitarismo, anarchismo e autogestione,
egualitarismo, e, come ogni buon italiano, un corso base per fottere lo stato e sopravvivere. Ai tempi era più necessario di oggi.

E allora, che avrà fatto uno così, come Amedeo, per essere rimasto confinato su quell’isoletta? Qualsiasi cosa sia, possiamo perdonarglielo, perchè lì, a Ventotene,  qualcosa ti rubano le sirene, qualcos’altro lo lasci impigliato nelle agavi ma, qualcosa, sempre di più, lo confini lì per sempre. E, ogni tanto, torni dal continente e ti vai a trovare.

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Ceci est la frontière, cheri

Che noia questa estate.
Al mare, in Riviera, si sbuffa. Sempre sole, sempre caldo, c’è sempre sto Caronte e i suoi fratelli nordafricani, bel tempo ovunque. Nemmeno un piccolo nubifragio, una “bomba d’acqua” che sventri qualche casone disabitato nel giro di 50 km da leggere sul giornale o ascoltare dal Tg.
Abbiamo tutti sfogliato tutte e 50 le sfumature di grigio e ora rimpiangiamo i film con la Fenech e la Bouchet: Rete 4, da quando Toti è stato eletto Presidente della Regione Liguria non li trasmette più.

Non ci sono nemmeno più i vacanzieri di una volta. Quei milanesi, quei torinesi, quei veneti che c’invadevano per due mesi e si portavano da casa anche la carta igienica. (Già, con le megaofferte ai centri commerciali a Taggia abbiamo tolto loro pure questo sfizio). Ora solo visite mordi e fuggi.

E allora? E allora dagli col razzismo. Dagli col clandestino, con il “magrebino di m…”, dagli con il “neger” di turno. E dagli con la patria, il “noi” e “loro” e compagnia bella. E’ il tormentone dell’estate.

Così ha fatto la sig.ra Elena Donazzan, Assessore all’Istruzione, alla Formazione, al Lavoro e alle Pari Opportunità della Regione Veneto.

In vacanza a Sanremo, la Donazzan ha subito il furto delle bicicletta. E’ un fatto purtroppo ricorrente dalle nostre parti. Con l’arrivo della ciclabile sono arrivati anche i ladri di biciclette.

Se, stanchi di sfumature o di sole cercate una lettura spassosa, leggetevi il post che la Donazzan ha fatto su Facebook: https://www.facebook.com/DonazzanElena?fref=nf
Lo copioincollo qui perchè tra un annetto non se lo ricorderà più nessuno:

Ore 2345. Io e Vittorio usciamo dal ristorante in centro a San Remo. Amarissima sorpresa! Ci hanno rubato le mountainbike che avevamo chiuso per bene col lucchetto. Troviamo solo uno dei due lucchetti. Dopo qualche secondo di sconforto ci monta la rabbia e iniziamo a ragionare. Ci viene in mente di chiedere a quelli che affittano le bici sulla più bella ciclabile d’Italia. Vittorio spiega ai più prossimi noleggiatori, che ci danno qualche indicazione , quanto ci fossero care affettivamente le nostre bici – la mia è vecchia ma me l’ha regalata il papà e quella di Vittorio é la sua fidanzata!!!- e si inoltra a cercare le due biciclette in mezzo ai magrebini ( cosa non semplice e piuttosto pericolosa a quest’ora…) in zona stazione . Nel frattempo io riconosco la mia bici con sopra un magrebino di m…..la MIA bicicletta. Lo blocco, questo scappa e io come una pazza urlo che il bastardo l’avevo individuato. A quel punto é guerra. Il patriota Vittorio inforca la mia bici e a seguito di segnalazioni di una ragazza di Perugia che si ferma con la sua auto – certamente una Patriota in questa guerra tra stranieri ladri,malviventi e noi italiani – si mette a caccia della sua Specialized e dell’altro bastardo.In mezzo al buio in una zona distante dal centro becca tre magrebini, si fa giustizia da solo e riporta a casa l bici tra lo stupore dei noleggiatori autoctoni ….risultato : Magreb 0 Italia 2 ( le nostre bici tornate a casa) 1 in fuga….diciamo che i magrebini non avranno più tanta voglia di rubare le nostre bici se avranno il dubbio che vi sia un Patriota Camerata pronto a farsi giustizia.
Viva l’Italia e gli italiani che non piegano la testa.

Il resoconto è dettagliato come un cinegiornale dell’Istituto Luce. Il “Patriota Vittorio” ha fatto giustizia. I “magrebini di m.” dovranno cercarsi un’altra occupazione: finchè Vittorio sarà in giro nessuno ruberà più una bicicletta.
Chissà se il Patriota Camerata riuscirà anche a risolvere il problemi del ponente ligure, che so, il lavoro, gli incendi, il lotto 6 di Collette Ozotto.
Ma meglio non provare: tentammo già questa strada 80 anni fa e sappiamo tutti com’è andata a finire.

Sarà per questo che poi la Donazzan nel post successivo s’è scusata? Per un errore di mira politica? Oppure per la marea di insulti a sfondo razziale? O perchè qualcuno nei commenti successivi le ha fatto “gentilmente” notare, con lo stesso tono e linguaggio che stava scrivendo delle cavolate? Chi di facebook ferisce di facebook perisce. Ecco le scuse della Donazzan:

Alle anime belle che si sono scandalizzate per il linguaggio, voglio solo dire che ero molto, ma molto arrabbiata. Insomma, trovarsi di sera tardi in mezzo a della gente dedita a spaccio e furti e dal coltello facile,non rasserena di certo.
Tanti sono stati coloro che mi hanno raccontato episodi analoghi, insicurezza crescente dovuta quasi sempre alla presenza non ordinata nè controllata di stranieri. Mi chiedo se il linguaggio sia stato troppo forte per questa situazione insostenibile, non solo per me, ma per tutte le persone che vogliono vivere tranquille.

Sarà, ma le scuse sono ancora peggio del post. Le  sue scuse sono il solito modulo di moda in questi tempi, del tipo: “Sono stato frainteso”, “Ero molto arrabbiato”. Nessuna retromarcia per aver collegato ad un fatto di cronaca degli insulti razzisti, nessuna scusa per aver incitato l’odio razziale.

Da “patriota” del ponente ligure questo posso dire alla Donazzan: it’s the border baby. Ceci est la frontière cheri. Questa è la frontiera, cara.
Se invece che sedere tranquilla in un bel ristorante di Sanremo scendessi per strada a Ventimiglia, ti accorgeresti di come brucia. Qui non si scherza, qui parole che senti ronzare come Schengen, Dublino 2003, sans papier, passeurs, sono realtà.
Anche quando vai in vacanza a Sanremo, non smetti di essere assessore. Per di più. all’Istruzione.

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Narrando Realdo

A Realdo, dal 7 al 9 agosto, si è tenuta la piccola grande manifestazione dedicata alla identità e cultura brigasca

Si può raccontare una cultura, un popolo, una civiltà in tre giorni? Bastano tre giorni – i più caldi d’agosto –  per trasmettere quel che sono e sono stati i brigaschi? E sono sufficienti parole, sapori e suoni per trasmettere l’identità di un luogo?
Sicuramente no, ma da qualche parte occorre cominciare.

E’ quel che abbiamo fatto con Narrando Realdo, la piccola manifestazione dedicata alla cultura e all’identità brigasca, conclusasi ieri a Realdo.
Piccola la manifestazione lo è stata non perchè ci fosse poco da raccontare e poco da dire, ma perchè le risorse che avevamo erano davvero limitate.
Avvicinandosi ai brigaschi si scopre un mondo sempre più sfaccettato, interessante e unico, fatto di usi, tradizioni, della storia e delle storie di quelle genti di montagna.  Per completare il quadro, forse, bisognerebbe fare quel che fece Pierleone Massajoli nel 1982, che si immerse in quella cultura ancora viva per documentarla.

Unico come la loro lingua, il brigasco, che non è francese, non è piemontese, nè ligure, ma riflette pienamente l’identità del popolo che la parla, un vero melange di tutti e tre, una lingua capace di adattarsi ai valloni alle cime dei monti che lo racchiudono.

Venerdì, nel nostro trekking letterario abbiamo attraversato boschi e parole: i primi erano quelli tra Realdo e Borniga, le seconde quelle degli scrittori che hanno raccontato la Liguria, con lo scopo di far uscire per un attimo Realdo e il popolo brigasco dall’Ubago, dall’ombra, per dirla come Italo Calvino, cui la storia lo ha condannato.

La stessa sera, il Coro I Cantauù ha dimostrato come le lingue dei monti siano musicali, fatte apposta da e per chi lavorava nei campi, melodie che favorivano l’unione e la socialità, invece delle attuali suonerie di smartphone che privilegiano il singolo.

Al suo interno, Narrando Realdo è stato anche un piccolo Festival Letterario.
Se nel “Trekking nell’Ubago”, il trekking letterario di venerdì, il contributo critico di Laura Guglielmi ha legato ai passi le parole di Italo Calvino, Francesco Biamonti e di altri scrittori importanti che hanno raccontato la Liguria, proprio in una delle valli rimaste più intatte,  “autentiche”, nella loro parte superiore, la Valle Argentina, la presentazione de “Nel tempo dei lupi”, nel pomeriggio, ha dimostrato che è possibile raccontare un territorio come quello brigasco in modo efficacie con le parole di oggi, facendo passare la sua forte identità.

Marino Magliani, domenica, ha invece parlato di frontiera e del “nostos”, la nostalgia di chi deve abbandonare i luoghi per un esilio volontario o necessario. Cosa che i brigaschi, condannati dalla frontiera del 1947, conoscono bene.

Ma l’esperienza più emozionante è stata ascoltare Nino Lanteri raccontare la nascita di Realdo e di come gli orti proteggevano la popolazioni dal baratro, su un paese costruito su una falesia.
Oppure sentire Eduardo raccontarci la storia dei soldati napoleonici sepolti sotto la chiesa di Sant’Antonio, o Luigi che ci ha parlato di come si viveva sotto il Redentore quando lui era giovane, oggi che ne ha 82.

Non bisogna solo saper narrare, serve un pubblico che sappia ascoltare.
Ora sapppiamo che c’è.

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