Ventotene. Confini senza frontiere

Ora che s’allontana, Ventotene si rivela quel che è.
Fino a poco fa, nemmeno dieci minuti, era uno scoglio, un tocco di vulcano, una virgola in mezzo al mare. E Santo Stefano il suo punto. Ora, da più lontano, da qui, traghettati su questa terra, ferma in tanti sensi, sembra più un luogo in cui il pensiero poteva fare ginnastica liberamente, senza argini, senza confini, senza frontiere.

Perchè restarci anche solo per 5 giorni, significa confinarsi a tutti gli effetti, anche se  stavolta, per nostra fortuna, il confino è volontario, e non come capitò ai personaggi del mio romanzo “Confini senza frontiere”, che furono mandati qui dal regime fascista.
Il protagonista, chissà, forse è esistito davvero. Amedeo Dalmasso, oggi forse avrebbe fatto il mio lavoro. E’ un’apprendista, un giornalista alle prime armi che viene mandato sull’isola per raccontare il confino politico, ma dal punto di vista del regime, non da quello oggettivo di uno scrittore. La stampa inglese aveva pubblicato articoli che ipotizzavano maltrattamenti ai confinati: Mussolini non voleva che fosse detto e spedì alcune delle migliori penne nelle colonie di confino con lo scopo di convincere l’opinione pubblica europea ed evitare sanzioni.
Amedeo ci finì perchè era alle prime armi e manipolabile. Tuttavia resta fedele al principio per cui ha scelto di fare quel lavoro: raccontare la verità. Ma presto si accorge che la verità che vogliono i suoi principali non è quella che nota lui, che la verità del Fascismo è altra cosa dalla verità della Storia.

Non si capisce perchè Amedeo resti confinato. Non l’ho mai capito, nemmeno rileggendo più volte il romanzo per correggere le bozze (e voi non confinate me se trovate qualche refuso!).
Credo che sia per il suo eccesso di zelo nel raccontare la verità. Ma gliel’avevano ordinato, non è colpa sua.
O, forse, per aver parlato con più di tre persone contemporaneamente: lì su quell’isola era vietato, era considerata “adunata sediziosa”.
Infine, forse per aver imparato che cos’è la libertà, oltre che la verità, in quella facoltà universitaria ch’era Ventotene in quegli anni.

“Ciò che abbiamo fatto su quest’isoletta, in questi anni, forse non potevamo farlo altrimenti e in nessun altro luogo – dirà ad un certo punto – Dobbiamo ringraziare Mussolini: d’aver raccolto tutti assieme chi non la pensava come lui, di non aver fatto altro che concentrare
l’antifascismo in un solo luogo, d’averne creato un ateneo, un’università. Quando mai si sarebbero riuniti, tutti insieme, anarchici e comunisti, militanti di Giustizia e Libertà e stalinisti slavi, reduci della Spagna, ebrei, arditi del popolo e testimoni di Geova?
Mentre l’Italia marciava a passo d’oca e salutava romanamente, a Ventotene se ne progettava il futuro; mentre a Roma si festeggiava il Patto d’acciaio, in mezzo al Mediterraneo abbattevamo le frontiere dell’Europa.”

Vengono in mente le parole di “Concrete jungle”, una canzone di Bob Marley che ho sentito cantata da Valerio, proprio in un localino sull’isola, l’Hobo.
“…
Concrete jungle…/ Man you got to do your best.
Whoa, yeah. / No chains around my feet,
But I’m not free, oh-ooh!
I know I am bound here in captivity…”

Di sicuro Amedeo si iscrisse, volente o nolente, a quell’università, non si sa se alla facoltà di comunismo, anarchismo, liberalismo, azionismo o europeismo (ma qualche sospetto l’abbiamo). Di sicuro seguì tutti i corsi: marxismo, totalitarismo, anarchismo e autogestione,
egualitarismo, e, come ogni buon italiano, un corso base per fottere lo stato e sopravvivere. Ai tempi era più necessario di oggi.

E allora, che avrà fatto uno così, come Amedeo, per essere rimasto confinato su quell’isoletta? Qualsiasi cosa sia, possiamo perdonarglielo, perchè lì, a Ventotene,  qualcosa ti rubano le sirene, qualcos’altro lo lasci impigliato nelle agavi ma, qualcosa, sempre di più, lo confini lì per sempre. E, ogni tanto, torni dal continente e ti vai a trovare.

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Ceci est la frontière, cheri

Che noia questa estate.
Al mare, in Riviera, si sbuffa. Sempre sole, sempre caldo, c’è sempre sto Caronte e i suoi fratelli nordafricani, bel tempo ovunque. Nemmeno un piccolo nubifragio, una “bomba d’acqua” che sventri qualche casone disabitato nel giro di 50 km da leggere sul giornale o ascoltare dal Tg.
Abbiamo tutti sfogliato tutte e 50 le sfumature di grigio e ora rimpiangiamo i film con la Fenech e la Bouchet: Rete 4, da quando Toti è stato eletto Presidente della Regione Liguria non li trasmette più.

Non ci sono nemmeno più i vacanzieri di una volta. Quei milanesi, quei torinesi, quei veneti che c’invadevano per due mesi e si portavano da casa anche la carta igienica. (Già, con le megaofferte ai centri commerciali a Taggia abbiamo tolto loro pure questo sfizio). Ora solo visite mordi e fuggi.

E allora? E allora dagli col razzismo. Dagli col clandestino, con il “magrebino di m…”, dagli con il “neger” di turno. E dagli con la patria, il “noi” e “loro” e compagnia bella. E’ il tormentone dell’estate.

Così ha fatto la sig.ra Elena Donazzan, Assessore all’Istruzione, alla Formazione, al Lavoro e alle Pari Opportunità della Regione Veneto.

In vacanza a Sanremo, la Donazzan ha subito il furto delle bicicletta. E’ un fatto purtroppo ricorrente dalle nostre parti. Con l’arrivo della ciclabile sono arrivati anche i ladri di biciclette.

Se, stanchi di sfumature o di sole cercate una lettura spassosa, leggetevi il post che la Donazzan ha fatto su Facebook: https://www.facebook.com/DonazzanElena?fref=nf
Lo copioincollo qui perchè tra un annetto non se lo ricorderà più nessuno:

Ore 2345. Io e Vittorio usciamo dal ristorante in centro a San Remo. Amarissima sorpresa! Ci hanno rubato le mountainbike che avevamo chiuso per bene col lucchetto. Troviamo solo uno dei due lucchetti. Dopo qualche secondo di sconforto ci monta la rabbia e iniziamo a ragionare. Ci viene in mente di chiedere a quelli che affittano le bici sulla più bella ciclabile d’Italia. Vittorio spiega ai più prossimi noleggiatori, che ci danno qualche indicazione , quanto ci fossero care affettivamente le nostre bici – la mia è vecchia ma me l’ha regalata il papà e quella di Vittorio é la sua fidanzata!!!- e si inoltra a cercare le due biciclette in mezzo ai magrebini ( cosa non semplice e piuttosto pericolosa a quest’ora…) in zona stazione . Nel frattempo io riconosco la mia bici con sopra un magrebino di m…..la MIA bicicletta. Lo blocco, questo scappa e io come una pazza urlo che il bastardo l’avevo individuato. A quel punto é guerra. Il patriota Vittorio inforca la mia bici e a seguito di segnalazioni di una ragazza di Perugia che si ferma con la sua auto – certamente una Patriota in questa guerra tra stranieri ladri,malviventi e noi italiani – si mette a caccia della sua Specialized e dell’altro bastardo.In mezzo al buio in una zona distante dal centro becca tre magrebini, si fa giustizia da solo e riporta a casa l bici tra lo stupore dei noleggiatori autoctoni ….risultato : Magreb 0 Italia 2 ( le nostre bici tornate a casa) 1 in fuga….diciamo che i magrebini non avranno più tanta voglia di rubare le nostre bici se avranno il dubbio che vi sia un Patriota Camerata pronto a farsi giustizia.
Viva l’Italia e gli italiani che non piegano la testa.

Il resoconto è dettagliato come un cinegiornale dell’Istituto Luce. Il “Patriota Vittorio” ha fatto giustizia. I “magrebini di m.” dovranno cercarsi un’altra occupazione: finchè Vittorio sarà in giro nessuno ruberà più una bicicletta.
Chissà se il Patriota Camerata riuscirà anche a risolvere il problemi del ponente ligure, che so, il lavoro, gli incendi, il lotto 6 di Collette Ozotto.
Ma meglio non provare: tentammo già questa strada 80 anni fa e sappiamo tutti com’è andata a finire.

Sarà per questo che poi la Donazzan nel post successivo s’è scusata? Per un errore di mira politica? Oppure per la marea di insulti a sfondo razziale? O perchè qualcuno nei commenti successivi le ha fatto “gentilmente” notare, con lo stesso tono e linguaggio che stava scrivendo delle cavolate? Chi di facebook ferisce di facebook perisce. Ecco le scuse della Donazzan:

Alle anime belle che si sono scandalizzate per il linguaggio, voglio solo dire che ero molto, ma molto arrabbiata. Insomma, trovarsi di sera tardi in mezzo a della gente dedita a spaccio e furti e dal coltello facile,non rasserena di certo.
Tanti sono stati coloro che mi hanno raccontato episodi analoghi, insicurezza crescente dovuta quasi sempre alla presenza non ordinata nè controllata di stranieri. Mi chiedo se il linguaggio sia stato troppo forte per questa situazione insostenibile, non solo per me, ma per tutte le persone che vogliono vivere tranquille.

Sarà, ma le scuse sono ancora peggio del post. Le  sue scuse sono il solito modulo di moda in questi tempi, del tipo: “Sono stato frainteso”, “Ero molto arrabbiato”. Nessuna retromarcia per aver collegato ad un fatto di cronaca degli insulti razzisti, nessuna scusa per aver incitato l’odio razziale.

Da “patriota” del ponente ligure questo posso dire alla Donazzan: it’s the border baby. Ceci est la frontière cheri. Questa è la frontiera, cara.
Se invece che sedere tranquilla in un bel ristorante di Sanremo scendessi per strada a Ventimiglia, ti accorgeresti di come brucia. Qui non si scherza, qui parole che senti ronzare come Schengen, Dublino 2003, sans papier, passeurs, sono realtà.
Anche quando vai in vacanza a Sanremo, non smetti di essere assessore. Per di più. all’Istruzione.

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Narrando Realdo

A Realdo, dal 7 al 9 agosto, si è tenuta la piccola grande manifestazione dedicata alla identità e cultura brigasca

Si può raccontare una cultura, un popolo, una civiltà in tre giorni? Bastano tre giorni – i più caldi d’agosto –  per trasmettere quel che sono e sono stati i brigaschi? E sono sufficienti parole, sapori e suoni per trasmettere l’identità di un luogo?
Sicuramente no, ma da qualche parte occorre cominciare.

E’ quel che abbiamo fatto con Narrando Realdo, la piccola manifestazione dedicata alla cultura e all’identità brigasca, conclusasi ieri a Realdo.
Piccola la manifestazione lo è stata non perchè ci fosse poco da raccontare e poco da dire, ma perchè le risorse che avevamo erano davvero limitate.
Avvicinandosi ai brigaschi si scopre un mondo sempre più sfaccettato, interessante e unico, fatto di usi, tradizioni, della storia e delle storie di quelle genti di montagna.  Per completare il quadro, forse, bisognerebbe fare quel che fece Pierleone Massajoli nel 1982, che si immerse in quella cultura ancora viva per documentarla.

Unico come la loro lingua, il brigasco, che non è francese, non è piemontese, nè ligure, ma riflette pienamente l’identità del popolo che la parla, un vero melange di tutti e tre, una lingua capace di adattarsi ai valloni alle cime dei monti che lo racchiudono.

Venerdì, nel nostro trekking letterario abbiamo attraversato boschi e parole: i primi erano quelli tra Realdo e Borniga, le seconde quelle degli scrittori che hanno raccontato la Liguria, con lo scopo di far uscire per un attimo Realdo e il popolo brigasco dall’Ubago, dall’ombra, per dirla come Italo Calvino, cui la storia lo ha condannato.

La stessa sera, il Coro I Cantauù ha dimostrato come le lingue dei monti siano musicali, fatte apposta da e per chi lavorava nei campi, melodie che favorivano l’unione e la socialità, invece delle attuali suonerie di smartphone che privilegiano il singolo.

Al suo interno, Narrando Realdo è stato anche un piccolo Festival Letterario.
Se nel “Trekking nell’Ubago”, il trekking letterario di venerdì, il contributo critico di Laura Guglielmi ha legato ai passi le parole di Italo Calvino, Francesco Biamonti e di altri scrittori importanti che hanno raccontato la Liguria, proprio in una delle valli rimaste più intatte,  “autentiche”, nella loro parte superiore, la Valle Argentina, la presentazione de “Nel tempo dei lupi”, nel pomeriggio, ha dimostrato che è possibile raccontare un territorio come quello brigasco in modo efficacie con le parole di oggi, facendo passare la sua forte identità.

Marino Magliani, domenica, ha invece parlato di frontiera e del “nostos”, la nostalgia di chi deve abbandonare i luoghi per un esilio volontario o necessario. Cosa che i brigaschi, condannati dalla frontiera del 1947, conoscono bene.

Ma l’esperienza più emozionante è stata ascoltare Nino Lanteri raccontare la nascita di Realdo e di come gli orti proteggevano la popolazioni dal baratro, su un paese costruito su una falesia.
Oppure sentire Eduardo raccontarci la storia dei soldati napoleonici sepolti sotto la chiesa di Sant’Antonio, o Luigi che ci ha parlato di come si viveva sotto il Redentore quando lui era giovane, oggi che ne ha 82.

Non bisogna solo saper narrare, serve un pubblico che sappia ascoltare.
Ora sapppiamo che c’è.

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Narrando Realdo: 6 – 9 agosto 2015

Pubblicato su:
http://imperia.mentelocale.it/66175-imperia-narrando-realdo-alla-scoperta-cultura-brigasca/

Tre giorni per raccontare la cultura brigasca. A Realdo, piccolo borgo a pochi chilometri da Triora, dal 7 al 9 agosto, cori, trekking, libri e racconti per parlare la cultura brigasca.

I brigaschi sono un popolo diffuso, che la storia ha sparso tra Italia e Francia, tra Piemonte, Liguria e Provenza, ma con una sua specificità culturale, un’identità da riscoprire.

Se volete incontrarli, ascoltare la loro lingua, assaggiare la loro cucina e sentirli raccontare le loro storie, dovete andare a Realdo, vicino Triora, d’estate, quando il paese rivive. Ogni estate, da Briga, da Nizza, da Imperia come da Bordighera o da Torino, molti brigaschi realdesi tornano nei luoghi dove sono cresciuti, rinsaldano il legame con la loro terra.

Quest’anno c’è un motivo in più per venire a Realdo dal 7 al 9 agosto. E’ “Narrando Realdo“, l’evento che racconterà la cività brigasca, per innescare la sua trasmissione, la sua conservazione.

Popolo a forte vocazione pastorale, la tradizione dei brigaschi è prevalentemente orale. Sono sempre stati presenti quindi i racconti, tramandati di padre in figlio, narrazioni che risalgono alla Seconda Guerra Mondiale (il territorio è stato protagonista della lotta di Resistenza e mutilato dai nuovi confini del 1947), alla Prima Guerra Mondiale e anche oltre, fino al periodo Napoleonico. Tutto è tramandato oralmente dagli anziani durante le veglie, i momenti serali di incontro tipici delle civiltà pastorali.

Ma oggi, con l’estinzione della cultura pastorale, questi racconti rischiano di perdersi e venire dimenticati per sempre. “Narrando Realdo” vuole ricreare le condizioni e l’atmosfera delle veglie, perché le narrazioni continuino a trasmettersi, di padre in figlio.

Organizzato da A VAŠTÉRA – Üniun de tradisiun brigašche, Narrando Realdo attraverso trekking, concerti corali, presentazioni di libri, conferenze e soprattutto dal racconto degli anziani del paese, racconterà i brigaschi, cercherà di far emergere la loro identità, forte un tempo ma resistentissima anche oggi, dopo che la storia, l’economia e le attività umane hanno portato questo popolo a frammentarsi e dividersi tra Italia e Francia.

Nei tre giorni della prima settimana di agosto il borgo risuonerà di racconti, musiche, cori e storie. Storie e Storia, frontiera, sapori, vita, esperienze: nulla è escluso nell’identità di un popolo.

Si comincerà con un trekking, in cui Laura Guglielmi e Giacomo Revelli racconteranno della loro terra, il ponente ligure, attraverso le parole degli scrittori che li hanno influenzati. Poi concerti corali, incontri come quello con l’antropologo Marco Aime, quello con gli scrittori Giacomo Revelli e Marino Magliani e racconti, quelli degli anziani del paese, alla ricerca o alla riscoperta di un’identità collettiva.

Questo il programma della manifestazione

venerdi’ 7 agosto 2015

– ore 10

Trekking nell’ubago

Trekking letterario a cura di Laura Guglielmi e Giacomo Revelli col supporto di una guida della Compagnia delle Guide Ambientali Escursionistiche (MY)

Un percorso sui confini. Camminando, ci fermeremo a leggere, raccontare, appuntare. I colori, gli odori, i gusti. Tutto ciò che ci arriva dall’ubago.

Al termine, per i partecipanti Merenda Sinoira al Rifugio di Realdo

– ore 18:00

Voci brigasche si incontrano: Concerto corale

Il coro dei “Cantaùu” di Realdo incontra “I Cantori” di La Brigue

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sabato 8 agosto 2015

– ore 10

Partenza dalla piazza della fontana

Due passi ne Ër Carùgë Sutàn, con Nino Lanteri

E’ la strada che corre sulla roccia tutta recintata da orti, dove è stato aperto un punto panoramico che consente di ammirare dall’alto lo strapiombo sul quale si erge il paese, con Nino Lanteri

– ore 11

Ër Carùgë

Chi siamo. Francesi, italiani, brigaschi. Il rattachement e altre storie.

– ore 17.30: Piazza della fontana

Il lato narrativo del tempo

Incontro con Marco Aime

Intervista di Laura Guglielmi

Racconti delle montagne. Il lato narrativo del tempo, sottratto alla fretta, ai media, regalato alla forza poetica della narrazione per recuperare luoghi, eventi e persone altrimenti ineluttabilmente perduti.

Antropologo e scrittore, Marco Aime ha esplorato il mondo delle culture e tradizioni alpine.

– ore 18.30 Piazza della Fontana

Presentazione di “Nel tempo dei lupi”, Giacomo Revelli

Intervengono Laura Guglielmi, Nino Lanteri.

– ore 20

Borniga, Festa della Madonna della Neve

Eduardo racconta.

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Domenica 9 agosto

– ore 12 Piazza della Fontana

Luigi: storie della Resistenza

– ore 16: Museo Ca’ de’ Brigaschi

La frontiera: lo scrittore Marino Magliani legge i suoi brani sull’entroterra e la frontiera

Su facebook: https://www.facebook.com/NarrandoRealdo

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“Il canale bracco” di Marino Magliani

Pubblicato su: http://www.mentelocale.it/66257-magazine-marino-magliani-scrittore-girovago-dall-olanda-prela/

“Il canale bracco”, la biografia di un canale. Sospeso tra Italia e Olanda, Magliani ci racconta di questo singolare viaggio accompagnando le acque. Gli spazi del Nord e la luce della Liguria

Non si sa mai davvero dove abita uno scrittore.
E Marino Magliani è uno scrittore dislocato. Non sai dov’è. Se la sua scrivania è a Ijmuiden, nel quartiere di Zeewijk, la sua penna sta in Val Prino, a Prelà, tra i tornanti del torrente o in qualche fascia d’orti. Quando cammini con lui in “centro” a Prelà, tutti lo salutano come se fosse appena arrivato. Qualche amico anzi, era pure salito fino a casa sua, aveva trovato chiuso e aveva pensato che fosse ancora in Olanda.

Magliani non si capisce se è un italiano che vive in Olanda, o un olandese che torna a Prelà. E’ un caso tutto particolare della consuetudine che vede tedeschi, inglesi o olandesi innamorarsi dell’entroterra ligure, comprare a due lire una casetta e stabilirvisi all’ubago della città e della vita di Riviera.
Lui però uno è di Prelà che è andato a vivere in Olanda. Ma lì ha preso il morbo che prendono prima o poi tutti quelli del nord. Una sindrome che li porta a puntare a sud, non troppo, la Liguria di Ponente va bene, e ad addentrarsi nell’entroterra, oltre l’A 10, per trovare una nuova patria – in tedesco sarebbe una nuova “Heimat”, in olandese non so – fino a creare tra quei carrugi un’ambasciata di lanzichenecchi, un piccolo consolato di birkenstock o, semplicemente, una tribù di indigeni sturm und drang.

E’ uno speciale tipo di esilio quello di Marino Magliani. Non abita più a Prelà da tempo, ma vive lì da sempre. Vive, parla, traduce, mangia in olandese, ma si esprime, comunica, dimora in Liguria. Quando parte da Ijmuiden, porta con sé quei giorni di bruma e di gelo, con un mare duro davanti e poche di sole al giorno. E torna in Olanda con ben più che qualche oliva in salamoia e un pezzo di sardenara o pissalandrea.

Io e lui dobbiamo vederci una calda sera d’estate a Prelà. Dobbiamo parlare del suo nuovo libro, “Il canale bracco” (Fusta editore) e di altri progetti che abbiamo insieme. Ci siamo scambiati un appuntamento via sms Italia – Olanda. Ma quando arrivo non lo trovo. Prendo il cellulare. Chiamo. Richiamo. Irraggiungibile.
C’è una festa in paese, un mercatino delle pulci. In giro solo “foresti”: teste bionde, tedeschi, olandesi con una birretta. Di “noialtri”, i liguri, a parte i gestori dei bar, nemmeno l’ombra. Mi concedo un quarto d’ora, poi andrò via. Parte la musica, due ragazze con le lentiggini cominciano a ballare. Sto per andare via quando lo vedo. Passeggia con un suo amico. Vestito in pantaloncini corti e sandali, la camicia aperta. Parlano in dialetto del Prino, di campagne, di innaffiature. Quando mi vede, sorpreso, mi fa un sorriso, “Oh… Giacomo!” mi dice. “E il telefono, Marino? Ti ho chiamato un sacco di volte…”, gli dico. “Ah… è in Olanda”, mi risponde.

E’ così Marino Magliani. E’ uno che si siede con te alle otto e mezza di sera e invece che una birra, ordina cappuccino e brioche. Però, prima passa dalla sua cantinetta nel borgo. Sull’uscio c’è una bella agave. E mi regala dei libri, uno è un romanzo di uno scrittore di Cuba che ha appena tradotto, “La moglie del colonnello”, di Carlos Alberto Montainer, Celebrés Ineditos.

“Il canale bracco” è un libro non immediato. Trama scarna, pieno di complicati nomi olandesi, di moli, di canali, di dune. Non succede nulla. Magliani racconta un canale, come ce ne sono tanti nei Paesi Bassi. Però non riesco a staccare gli occhi dalle sue pagine, non riesco a mollare la sua scrittura. Un po’ perché è il sequel di “Soggiorno a Zeewijk”, scritto l’anno prima, la bella storia di un flaneur, uno che gira per i canali e sbircia nelle case degli altri. Un po’ perché, cercando di capire che olandese sia Marino Magliani, capisco meglio che ligure sia io.

Anche qui c’è un girovagare, una flanerie: ma stavolta con un senso, quello del canale. Anche qui c’è Piet, l’amico olandese del protagonista: un po’ arrabbiato perché citato nel libro precedente, come lo sarebbe un vero ligure.

Se recensendo “Soggiorno a Zeewijk”, avevo cercato di appurare se Magliani fosse un ligure del primo o del secondo tipo (di quelli attaccati come patelle ai propri luoghi o di quelli che partono ma tornano regolarmente a casa, secondo la classificazione di Calvino nel 1962), ora, scrivendo de “Il canale bracco” cerco di capire che cosa lo spinga a migrare, a lasciare le dune, i moli, i lunghi tramonti, i canali del nord per le anse del Prino che si tuffano in mare nei pressi di Imperia Porto Maurizio.

Un po’ è la vita, e anche in questo libro ce n’è molta, il peregrinare inquieto per lavoro, l’incomunicabilità con i locali, che rispondono “Zegt mij niets”, “Non mi dice nulla”, se uno gli parla di Porto Maurizio. Un po’ è questo cercare la frontiera, “l’incontro fortuito con una specie anfibia che vive in due mondi distinti”.

E, poi, forse perché quelli come Magliani, pur nella loro specie d’esilio, si “godono” di più i nostri luoghi. “Godono” detto con una sfumatura erotica, la stessa che, nel libro, usa la vicina di casa del protagonista, dicendo che s’è “goduta” il sole di Fuerteventura. Voglio imparare a farlo anch’io, come tanti, dalle nostre parti.

E allora seguo Magliani nel suo canale salmastro. Lo seguo quando passa tra acciaierie, disturba pescatori, quando cerca di inutilmente di salvare le stelle marine. Lo seguo come una capramuta, un insetto acquatico, segue, a Prelà come in Olanda, il suo torrente di parole.

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La sardenaira dai Romani al Guinness

Il Guinness World Record ha detto no: la sardenaira realizzata a Sanremo ad agosto 2014 non è la più lunga del mondo.
Ma la vera notizia non è il parere negativo, sono le motivazioni, il perché del responso. La sardenaira diSanremo non è la più lunga mai realizzata non perché qualcun altro, in qualche parte del mondo (magari a Badalucco), ne ha cucinato una lunga 1 cm di più. No: quella sardenaira non ha battuto il record perché, semplicemente, per i giudici di Londra, la sardenaira è un tipo di “pizza” e quei 26,8 metri di stesi la scorsa estate in piazza San Siro a Sanremo sono ben lontani dagli 1 km e 141,5 metri del record della pizza più lunga, detenuto dalla città di Tomelloso in Castiglia.

Ora, ci sarebbe molto da discutere sul valore e sul significato del Guinness dei primati, se esso sia solo un lungo elenco del nostro machismo o corrisponda poi ad un reale progresso dell’umanità. Ma lasciamo perdere: viviamo nel marketplace e avercelo più lungo, più grande, più pesante, più largo, più numeroso o più piccolo (a seconda del contest) in qualche modo ci aiuta, sopperisce al bisogno d’esser unici, ci fa godere dei nostri 30 secondi di popolarità.

La questione se la sardenaira sia oppure no da considerarsi una comune “pizza” non può invece essere trascurata e ci permette di parlare, a stomaco vuoto e mente aperta, di questa straordinaria ricetta.

Come la più comune pizza napoletana, la sardenaira, è un “prodotto da forno”. Per ora chiamiamola così, con questa locuzione freddina e un po’ informale con il solo scopo di presentare il prodotto. La ricetta è molto semplice: su una pasta lievitata, comune a quella della focaccia, si stende una coperta dipomodoro, olive taggiasche in salamoia, inframmezzate da spicchi d’aglio crudo, capperi e acciughe sottolio. A seconda della forma della “teglia”, il sottile tegame con cui la si inforna, può essere un disco o un monolite rosso fiammante, il cui spessore varia a seconda delle consuetudini della cucina. Capperi, acciughe e aglio possono anche essere tritati assieme, dipende dai casi.
All’apparenza siamo già abbastanza lontani da una comune pizza. E se l’odore durante la cottura può invece assomigliare a quello di una marinara o una Bella Napoli, con una fragranza di olive, aglio origano e acciughe, chi lo conosce lo distinguerebbe tra mille, fino a riconoscere addirittura il numero civico in cui la assaggiate con il dettaglio di un GPS.

Se la collocazione geografica della sardenaira è abbastanza precisa, la provincia di Imperia (ma nemmeno tutta, a Oneglia già si chiama pissalandrea e oltre capo Berta, a Diano Marina, Cervo, non se ne trova quasi traccia), più difficile è risalire alle sue origini cronologiche: la nascita della sardenaira si perde davvero nella “notte dei tempi”.

Qualche ipotesi però si può fare. Risale certamente al 1500 la suddetta pissalandrea: parente lontana con cipolla e così chiamata, si dice, in onore dell’ammiraglio Andrea Doria. La pissalandrea si fa ancora oggi a Imperia e a Nizza, due località che fino a Napoleone furono possedimenti piemontesi. Nelle zone che invece rimasero sotto il dominio di Genova, e cioè tutta la zona di Sanremo e Ventimiglia, non se ne trova quasi traccia e il dominio incontrastato è uno solo: quello della sardenaira.

Ma come per ogni cosa in Liguria, per scoprire le vere origini della sardenaira dobbiamo lasciare la costa e penetrare nelle valli che s’incuneano tra i monti. L’entroterra è un vero e proprio serbatoio di lingue, usi e costumi: da lì arrivano le olive, lì passano le mulattiere percorse dai mercanti che portavano le acciughe nel vicino Piemonte (vedi Nico Orengo, Il salto dell’acciuga).

In val Nervia, a Dolceacqua e Apricale, su fino a Isolabona, esiste la machetusa, forse la variante primigenia della sardenaira, la sardenara uno punto zero.
La machetusa è focaccia ricoperta di machetu, una pasta di acciughe fatta pestando acciughe, sale, olio e lasciata a macerare tutta l’estate, mescolando quotidianamente per 40 giorni in contenitori alti e sottili in terracotta o vetro chiamati arbanelle. Il tutto va ricoperto con abbondante olio d’oliva e tappato con un sasso di fiume per garantirgli di “respirare”.
Il machetu, anche quando fatto con le sardine, è chiamato “pasta di acciughe”: non esiste tuttora nel dialetto del ponente ligure una seria distinzione tra acciughe e sardine e forse non ci sarà mai.

Ed è ascoltando la lingua che possiamo fare un altro passo indietro nella storia della sardenaira.
Le terre del ponente ligure sono state tra le ultime ad essere assoggettate dai romani. I liguri, allora come oggi tribali, erano eternamente divisi tra Ingauni (centro più importante Albenga) e Intemeli (Ventimiglia): questi si allearono con Magone nelle Guerre Puniche e vendettero cara la pelle. Quando la potenza di Roma li soggiogò definitivamente, l’Imperatore Augusto innalzò il trionfale Trofée des Alpes ancora oggi visibile a La Turbie, sopra Monte Carlo. Gli intemeli, abili nella guerriglia ma disorganizzati, vennero in gran parte deportati o usati come mercenari, perché adattissimi alla guerra di montagna. La città di “Albion Intemelion” (città degli Intemeli) venne romanizzata in Ventimiglia e il ponente ligure divenne terra di confine, da cui, attraverso la val Roya, si potevano far giungere merci oltralpe.

Tutto questo per dire che a Ventimiglia e Albenga arrivavano navi stracariche (qualcuna, inabissatasi, è stata ritrovata vicino alla costa) di anfore con dentro il garum, una speciale pasta di acciughe macerate. Il garum era conservato in anfore di terracotta e, per quanto potesse essere repellente ai gusti di oggi, perché salatissimo e “piccante”, i ricchi romani ne andavano pazzi e adoravano spalmarlo sul pane.

Anche senza far correre molto la fantasia, il passaggio dal garum al machetu è davvero breve. Così sarebbe nata la machetusa. La sardenaira arriva subito dopo, con la scoperta dell’America, quando in Europa cominciò ad arrivare il pomodoro. Il pomodoro rosso, progressivamente, più per un senso di parsimonia tutto ligure che per questioni di gusto, cominciò a soppiantare il machetu sulla focaccia. Ed ecco nata la sardenaira.

Forse la sardenaira da esiste da secoli. Non è questo un record? Non credo che potremo leggerlo sulla prossima edizione del Guinness World Records!

Pubblicato su Papille Clandestine: http://www.papilleclandestine.it/piaceri/prodotti/storia-ricetta-sardenaira/

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Sostiene Pereira, una graphic novel dal romanzo di Tabucchi

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Un fumetto con i testi di Marino Magliani e le tavole di Marco D’Aponte. A vent’anni dal libro, un nuovo modo per rivivere una grande storia


In una Lisbona abbacinante, nell’agosto del 1938, un tranquillo giornalista deluso dalla vita conosce un giovane irrequieto e scopre una possibilità di rivincita in una Europa che puzza di morte. Chi non conosce la storia di Sostiene Pereira?

Il romanzo di Antonio Tabucchi, un grande della nostra letteratura, scomparso troppo presto nel 2012, uscì, nel lontano 1994. Vent’anni fa. Allora vinse il Premio Campiello e attirò le solite polemiche: venne definito un libro bugiardo sul rapporto fra letteratura e potere e allusivo all’allora presente (la discesa in campo di Berlusconi). Ma il tempo ha dimostrato quanto fossero miopi quelle critiche. Sostiene Pereira è sopravvissuto a quella stagione politica ed arriva ancora a noi potente. È una di quelle storie che sanno di assoluto.
Lo conferma la versione grafica del romanzo, appena uscita da Tunuè, con i testi adattati da Marino Magliani e i disegni di Marco D’Aponte. In vent’anni, ciò che una volta si chiamava fumetto ha cambiato nome e ora si chiama graphic novel, ma ciò non toglie nulla, bensì illumina questa grande storia.

Il nitore con cui D’Aponte delinea l’estate di Lisbona, i ritratti dei personaggi, mai abbozzati ma rifiniti nei particolari, lo storyboard, fedele al romanzo, concordano con i testi di Marino Magliani nel rendere i contrasti del romanzo: luce/buio, amore/odio, amore/violenza, vita/morte. Oppure la resa del tempo che passa, come afferma Paolo Di Paolo nella prefazione.

La matita di D’Aponte ricalca l’immaginario di Tabucchi. Ecco rua Rodrigo da Fonseca, la sede della redazione culturale del Lisboa, dove Pereira lavora. Solo. Poi il Cafè Orquidea, dove Pereira beve limonate e cena a base di omelettes. Nonostante sia troppo grasso e il suo cardiologo glielo abbia proibito. Oppure la Iglesia das Mercês, dove Pereira va per parlare con Padre Antonio. Perché Pereira è cattolico, ma non riesce a credere nella risurrezione della carne.
Ma quella del 1938 è anche una Lisbona livida di uomini in divisa, grigia fucili, nera di morte, come era tutta l’Europa alle soglie della Seconda Guerra Mondiale. Anche se, a volte, c’è spazio per qualche azulejo.
Impossibile, invece, rendere graficamente quel Sostiene, una formula troppo potente che rimane un monito, una notifica, con quel tanto di formale, di giuridico che ha del kafkiano: ma a quale processo viene sottoposto Pereira? Quello della letteratura? Quello della storia? Forse solo a quello, inarrestabile, della sua coscienza.
Nessun personaggio è esente da dettagli. E D’Aponte riesce nella difficile operazione di non far rimpiangere il volto che a Pereira diede Roberto Faenza, quello di Marcello Mastroianni.

E se dentro Monteiro Rossi e alla sua fidanzata Marta c’è l’energia che sconvolgerà la vita di Pereira, grotteschi, espressionisti sono i ritratti dei fascisti, che richiamano i quadri di Grosz. Caricaturale la figura di Pietade, la portinaia spiona di Pereira, che causa un persistente odore nel portone con le sue fruttate (chi seguì le lezioni di Letteratura Portoghese di Antonio Tabucchi in via Cairoli a Genova sa che pure lì c’era un odore persistente. Ma era di minestrone…).

Il Pereira di Tabucchi, non è un antieroe, è un eroe a tutti gli effetti. Questo ci dice questo grafic novel, la stessa cosa del romanzo. L’eroe non è solo colui cui che ha un suo angolino nell’epica o una persona dotata di superpoteri. È soprattutto colui che ha il coraggio di incidere con le proprie azioni, per piccole esse siano. Il Pereira di Tabucchi emerge così dalla mediocrità passo dopo passo, scegliendo di distinguersi dai volenterosi carnefici, i burocrati impegnati nel funzionamento della macchina nazifascista, come li chiama Daniel Goldhagen. Tutti i Pereira, loro malgrado, sono degli eroi. Chissà, se ci fosse stato qualche Pereira in più, forse la terribile ecatombe della guerra si sarebbe potuta evitare?

Oggi i critici di vent’anni fa potrebbero dire: da questo romanzo era già stato tratto un film, c’era bisogno di farne un graphic novel? Ancora una volta la risposta è sì. Perché le grandi storie necessitano di più immaginari, di media diversi. E in questo caso il mezzo vale proprio il messaggio.

Giacomo Revelli

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