Prima che te lo dicano altri, di Marino Magliani

Un libro scuro, che sa di terra. Come nella foto di copertina, terra che rimane tra le dita di chi legge, terra che resta poco sul comodino e poi passa nell’anima per un bel po’: non è un libro che si chiude come gli altri, “Prima che te lo dicano altri”, di Marino Magliani, ed. Chiarelettere.

Essere un libro “scuro” non vuol dire essere un noir: certo, c’è anche questo lato in quello che molti definiscono il “libro della maturità” di Magliani, ma definire questo romanzo un noir non sarebbe un complimento, forse sarebbe riduttivo.

C’è la terra della Liguria, impastata sapientemente con quella dell’Argentina, a tal punto che a volte poco si riescono a distinguere l’una dall’altra e solo il capovolgersi delle stagioni lo permette. C’è l’antico sapere dell’agricoltura, tramandata di padre in figlio, con gesti, parole dettagli comuni da una parte e dall’altra del mare, come solo l’Internazionale contadina sa fare. C’è la Storia con la “S” maiuscola, quella di Montale, che non è una devastante ruspa ma lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli dove qualcuno sopravvive. C’è la speculazione edilizia, antico male sempre nuovo nella Liguria del Magliani di oggi come in quella, distopica, che lui immagina (e che speriamo non prefiguri) nel 2024.

Leo è un cacciatore – agricoltore, un personaggio tuttofare, come ne esistevano e ne esistono ancora nel ponente ligure, uno che compra olive, vende legname e conigli, è pratico d’orti e frutta e conosce i cicli e le malattie delle piante. Uno con le dita sempre sporche di terra, quando non le ha sul grilletto di una carabina a caccia di cinghiali.
Succede che anche uno così, Leo, cerchi un’identità, perchè non gli basta quella, fortissima, che gli arriva dalla propria terra, ma, soprattutto, se in paese lo chiamavano sensa paie cioè uno cresciuto senza padre. Cerca quell’identità nella villa di un certo Raul Porti, un faccendiere misteriosamente scomparso, forse in Argentina, che però fu l’unico a dargli un’infanzia “normale”, accettando di dargli ripetizioni e insegnandogli l’innesto, l’arte di impiantare i rami migliori di una pianta su un’altra per migliorare la qualità dei frutti. Leo comprerà all’asta quella villa, forse per riappropriarsi degli alberi e delle piante che innestò da bambino, ma non sa che la sua vita, dietro a ciò che vi scoprirà, cambierà per sempre, fino a portarlo dall’altra parte del mondo e metterlo a contatto con l’orrore dei desaparecidos in Argentina.

Forse il nuovo Biamonti si chiama Magliani? Di certo c’è la stessa capacità di incollare il francobollo ligure sul mappamondo di Mercatore, di collegare le piccole vicende personali, gli innesti, le potature, i litigi tra vicini con gli uragani complessi della Storia. Cominci a seguirlo e, dalla borgata Asinelli in Val Prino ti ritrovi, improvvisamente, in un sobborgo di Buenos Aires a bussare a casa di un torturatore.

Quello di questo romanzo è un Magliani che crea ponti: come quello tra il 1974 e il 2024, tra il Leo bambino e quello cinquantenne, quello tra la Liguria e il Nuovo Mondo. Così, il machete in copertina possiamo interpretarlo come un coltello da innesto, strumento altrettanto prezioso alle nostre latitudini.

Ponti tra le occasioni perdute della Storia: quelle del ponente ligure che si rassegna ad essere terra di speculazioni e l’Argentina che ancora oggi non sa fare bene i conti con il suo passato.

Ponti tra le letterature: dall’argentina terriera di Cambaceres, alla Liguria rurale di Biamonti e Calvino. Il titolo del romanzo “Prima che te lo dicano altri” richiama quel “Prima che tu dica pronto” di una raccolta calviniana, restituendo tutto il carico d’attesa e la potenza narrativa di un dialogo tra un padre e un figlio interrotto nel tempo.

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Ponti e guai dei paesi tuoi

Dopo il crollo del ponte Morandi, a Genova, si cerca una soluzione. Le pensano davvero tutte.

C’è chi, forse nostalgico dell’Oro alla Patria e di un certo passato, ha proposto che si doni al Comune ogni struttura portante da Voltri a Nervi per impiegarla come ponte.
Ecco che allora ogni palco, ogni trabatello, ogni assale, cavalletto, ogni impalcatura, andrebbero bene e si potrebbero portare in Val Polcevera per superare il tragico gap.

In centro storico, una soluzione si dice ci sia già: basterebbe montare uno sull’altro tutti i ponteggi dei cantieri, da via Prè a Porta Soprana. L’idea non è del tutto balzana se si pensa alla quantità di ristrutturazioni, di facciate e tinteggiamenti che rifanno il trucco della vecchia Zena: collegati un all’altro coprirebbero almeno il greto del Polcevera.

Anche in porto si sono fatti sentire e promettono grandi cose. Sarebbero già parecchie le proposte: oltre a alle tolde e alle tughe delle imbarcazioni più piccole, si parla di utilizzare tutti i ponti dispobibili sulle navi, da quelli di coperta a quelli delle paratie, di stazza, di bordo, ai ponti garage dei traghetti. Preoccupazione soltanto tra gli armatori di Crociere: una sola nave vanta almeno 10 ponti e in porto se ne sono viste che ne contano 18. Basterebbero da sole per il pezzo da Coronata all’Ikea.

Ai più anziani, i pensionati, in attesa del mega cantiere del nuovo ponte (per cui si spera Autostrade non farà pagare il ticket) non resta per ora che il sollievo della toponomastica. Se non c’è più Ponte Morandi, potete consolarli aprendo un elenco del telefono (se ne trovate ancora uno) oppure cliccando su Google Map per trovate via F. Ponte, Pontexelo, Ponte Carrega, via Ponterotto, Ponte Reale, Via Ponte Calvi, Pontedecimo, Ponte Monumentale e, in area portuale Ponte Andrea Doria, Ponte Parodi, Ponte dei mille e così via. Se non vi piace il selfcast, la Stazione Principe offre, ogni oretta, l’intrammontabile annuncio del regionale che non ferma a Pontetto (e Mulinetti).

Ma il guaio, non è solo logistico, dei trasporti.
E’ che anche noi, a Genova abbiamo bisogno di un ponte, di un nostro ponte. Ogni città ne ha uno come si deve, Venezia ne ha da vendere, Firenze ha Ponte Vecchio, Roma ha Ponte Milvio coi suoi lucchetti e Genova? Ne avevamo uno che pareva un robot, forte come Daitarn 3, ma fragile come Goldrake. Ora che non c’è più siamo come le formiche cui hanno pestato il formicaio.
Fatecelo vi prego, un ponte. Di trofie, di cuoio, di cemento, d’acciaio, di microfibra di carbonio avvantaggiato. Perchè altrimenti, tra poco, saremo del gatto, quel micio che passa, tranquillo sopra le macerie dopo il crollo.

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Lena per bella Lena

Arriva la Madaena, la Festa di Santa Maria Maddalena del Bosco.
Ripubblico questo post, “In memoria di Renato”, per ricordare i Maddalenanti del passato, quelli che non sono più con noi, tranne nel giorno della festa.
Per chi volesse, qui ci sono le Interviste ai Maddalenanti di oggi che ho realizzato qualche anno fa.

 

 

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Lena per bella Lena. In memoria di Renato

Renato Varese ci ha lasciati. Rilancio un post del 20 lughio 2009 che lo vede protagonista.
Perchè i madaenanti non muoiono mai. Trionfano sempre.

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Renato è lì con la camicia bianca.

Sua moglie, la Enza, ieri sera gliel’ha stirata come meglio non poteva fare. Ed eccolo, lui è lì, in piedi, bello come può esserlo solo lui; per noi è come se fosse sempre esistito, se ci fosse da sempre.
La musica s’è fermata. Dopo Rosamunda, l’orchestrina sa che può suonare ancora uno o due valzerini e poi i Madalenanti cominceranno a desiderare, a chiedere, a invocare la marcetta del Ballo della Morte. E’ un anno che aspettano.

I bambini corrono tra le gambe della gente. Oppure rimangono sul bordo della pista a tenere un cagnolino che punta il bosco. Balla balla saccu de paia, balla balla saccu de fen.

Sono 40 anni che Renato fa “U Masciu”. Prendete il giorno di oggi in un anno qualsiasi da qui al 1969 e lo troverete con la fusciacca a fare il Ballo della Morte assieme alla “Lena”. Ad alzare le mani al cielo, a buttare a terra dalla disperazione il berretto rosso quando lei muore. E sa l’è morta rivegnià.
Le foto degli anni ’70 lo mostrano più giovane, magro, con le basette, che gioisce quando Lena rinasce. Negli anni ’80 ha solo cambiato il colore della camicia. Nel ’91 ne aveva una melange color carta zucchero. Sempre stirata perfetta. Gli anni di piombo. Il compromesso storico. Tangentopoli. Abbiamo vinto due volte i mondiali. Passato tre papi. Lui era lì.

Portano la lavanda. Ci siamo. Ghe semu. La gente fa cerchio attorno al palo, davanti alla chiesetta dell’eremo. Non c’è molto spazio. Per aria c’è odore di caffè, di fumo, di bosco, di piscio di cavallo. Di sudore d’ascella da ballo. Ma la lavanda comincia il suo mestiere. In poco è tutto viola.
Portano il telo rosso. I u fàn! I fàn u ballu! Ma chi? Renato? Davide? Ivan?
Renato si avvicina. E’ successo 40 volte, potrebbe succedere ancora una. Guarda la Enza. Gli ha stirato 40 volte la camicia, ieri sera ha fatto la stessa cosa, come sempre. Glielo legge negli occhi. Anche i suoi diventano umidi. Restano un po’ lì. Arrivano Davide e Ivan. In silenzio. La banda non sa che fare. Poi intona un altro giro di Rosamunda. Si ricomincia a ballare.

Renato e Davide parlano. Uno ha quaranta anni di Ballo della morte, l’altro 40 anni di vita. Uno piange per un addio, l’altro trema per un’eredità. Ti u fai, Scì, au fazu, Stà tranquillu, u gh’è Ivan, Ma l’ho puia, forsci a sun troppu zuenu, Ma va, a l’axevu i toi anni a prima vota. A Madaena triunfeà.
Le donne stanno a guardare. Alcune di loro aspettano questo momento da anni. Eh, Renatu u l’è bravu, ma u cumenza a ese veiu. Davide? Ah, a vieemu. Ma u fa u Masciu o a Lena? Per una settimana in paese non s’è parlato d’altro.

La musica si ferma di nuovo. Il cerchio si stringe. Arriva il Contestabile. Guarda Davide. Lo stringe forte. Stendono il telo. Ivan è già lì pronto con la lavanda infilata nella fusciacca. Sarà lui u Masciu. Renato deglutisce. E’ a un passo dal passato e a un passo dal futuro. Ne fa uno indietro. Resta solo Davide. Il Contestabile chiede la parola. Per un momento così ci vuole un suggello. Non capita sempre di cambiare i “configuranti”. Quando accade spesso è doloroso. Lo è stato quando è morto Mìn u Fodeu. Lo è stato quando è morto u Bazurìn. Solo adesso capiamo il gesto di Renato. La sua camicia bianca, stirata perfettamente. Le sue lacrime. Parte un applauso. Se potessimo gli lanceremmo il cuore.

Parte la musica. Tutti s’inchiodano a guardare. I bambini saltano, le donne battono le mani. Davide sa quel che deve fare, l’ha visto tante volte. E lo fa. Anche per Ivan è la prima volta da Masciu. E’ lui che comanda. Insegue Davide, che si nega, non ne vuole sapere. Poi è Davide che insegue Ivan. Poi s’incontrano. L’amore è così. Vince chi fugge. Ma Davide incomincia a barcollare, sta male, cade. Ivan, lo guarda, lo sostiene, lo regge. Poi lo lascia e l’altro cade sul tappeto rosso. La musica cambia. Da allegretto diventa un lamento da pantomima. Ma non tragedia. C’è sempre dell’attesa in quei fiati, c’è una speranza nascosta anche per quell’amore sfortunato.

Ivan si dispera. Non si spiega. Chiede, guarda il cielo. Nessuno sa dargli una risposta. Prende la testa di Davide. La muove a destra e poi a sinistra. Davide solleva il piede opposto. Ma che vuol dire? E’ morto? E’ vivo? Disperato, Ivan prende la lavanda dalla fusciacca. La strofina addosso a Davide. Sulla pancia. Sulle braccia, sul ventre, sul collo. Sul naso. Ne strappa i fiori e glieli getta addosso. Lena, per bella Lena, la Maddalena, trionferà!
Ivan fa un cenno al’orchestrina. E’ impercettibile, solo chi se ne intende lo vede. Il trombone capisce. Lo seguono la tuba e la tromba. Riparte la marcetta. Balla Balla saccu de paia, balla balla saccu de fen! I due si abbracciano. Volano mazzi di lavanda. La gente batte le mani a tempo.
Era Davide? Era Ivan? Era Renato? Era Enzo? Era Cristò? Era Franco? Era Giacomo? La Madaena siamo stati tutti noi.

Renato e Ivan nel Ballo della morte su Zemiafilm.

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Italo Calvino e gli avi degli antenati

– Tu a che età sei stato bambino?
– Sono stato bambino molto a lungo.
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Quando eri bambino con che cosa e con chi giocavi?
– Giocavo… con degli spazi, con degli ambienti. I giochi si dividono nei giochi che si fanno in un ambiente delimitato, per esempio un campo di football, e i giochi che si fanno al di fuori di un ambiente… È già un gioco fare un certo percorso. Per esempio: qual è il primo gioco che fa un bambino piccolo di tre, quattro anni quando lo portano al parco? Vede un muretto e vuole camminare sul muretto, tenuto per mano magari. Questa cosa del muretto in fondo mi è sempre rimasta.
– Un po’ da Tom Sawyer?
– Sì, per esempio… andare fino alla punta del molo, saltando da uno scoglio all’altro; oppure percorrere un torrente senza mai passar per le strade, ma da una pietra all’altra del torrente superando i punti difficili, perché ci sono… dei piccoli laghetti.
(Tratto da una intervista di Nico Orengo a Italo Calvino, in “Buonasera con… Calvino”, programma di Lucia Bolzoni, Nico Orengo, Donatella Ziliotto, regia Vittorio Nevano, Rai Due, 5 giugno 1979).

Una volta Nico Orengo chiese a Italo Calvino a che età era stato bambino e lui, con il suo parlare provvisorio, incespicante, con quel suo dire che pareva stesse raccontando una fiaba ad Esopo, gli diede la sua idea di letteratura per l’infanzia. Era una conversazione tra liguri, entrambi conoscevano cosa significava andare alla punta del molo saltellando da uno scoglio all’altro o usare un torrente come sentiero o camminare su un muretto, per cui non c’era da essere molto precisi. Tutti possiamo capire bene a cosa Calvino si stesse riferendo. Credo che, per Italo Calvino, la letteratura per l’infanzia e la letteratura in generale, siano state per lungo tempo proprio questo: spazi, ambienti e percorsi. Muretti, alberi su cui saltare; torrenti, sentieri, boschi in cui nascondersi; scogli, strade, parchi per i giochi di relazione, campi in cui costruirsi un ruolo tra gli altri. Questi suoi giochi sono gli avi degli “antenati”, le prime cose che, da bambino, lo hanno rapportato con il suo territorio. Questa è la sua letteratura per l’infanzia. 

Che cos’è, dunque, la trilogia de “I nostri antenati” se non la trascrizione dei giochi del bimbo Italo? Come ogni bambino, contando sulla propria immaginazione, impersona ora la parte buona ora quella grama del conte Medardo, oppure rifiuta il piatto di lumache di sua sorella e sale testardo su un albero come Cosimo, o, ancora, cerca se stesso tra mille paladini di cui invece biasima i vizi formali, pedante come Agilulfo. Attraversa, regola, determina, spazi, ambienti e ruoli. Come Mark Twain, Calvino sapeva che se non si può rimanere bambini per sempre, lo si può restare a lungo. Ogni età ha il suo gioco e ogni bambino la sua letteratura.

Non c’è bambino che non sogni di salire sugli alberi come Cosimo de “Il Barone Rampante”: Calvino lo avrà visto fare chissà quante volte a Libereso Guglielmi, il botanico da poco scomparso, coetaneo e compagno di giochi di Italo, un folletto che lavorava con suo padre Mario alla stazione sperimentale di floricoltura. Ma il gioco diviene utopica follia quando, a dodici anni, Cosimo sugli alberi decide di passare tutta la vita, saltando da un’avventura ad un’altra, crescendo e affrontando lassù tutti i problemi della vita, da quelli filosofici a quelli pratici. Ricordo una rappresentazione, curata da Nico Orengo, ambientata sull’ontano del Barone Rampante, tra Apricale e Perinaldo, sul torrente Merdanzo, dove appunto Cosimo era solito andare a fare i suoi bisogni. Al gioco di arrampicarsi resterà fedele per tutta la vita, in tutte le sue avventure. Insegnerà la lettura al brigante Gian dei Brughi, amerà Ursula, tornerà a Ombrosa, fino a che, vecchio e stanco, una mongolfiera non lo porterà via e la sua vita da gioco diventerà davvero una favola. Non si fa fatica a vedere in Cosimo il buon selvaggio di Rousseau, o il Voltaire che si batte per il predominio della ragione. Ma un bimbo che ne sa, tutto questo lo vediamo noi, che siamo grandi.

Allo stesso modo, si gioca per capire chi siamo. Per capire chi è, il bimbo deve innanzitutto capire chi non è, dare un perché e un percome a comportamenti, azioni, parole, di cui vede solo la scorza. Fare come l’Agilulfo de “Il cavaliere inesistente”, oltre a fargli indossare una bellissima armatura bianca, gli permette di seguire un percorso, un ruolo, una regola ferrea e riconoscersi nella ricerca di qualcosa: la battaglia, il santo Graal, un amore cortese. Ma dev’essere perfetto, esatto, marziale, qualcosa che non esiste sulla terra. Finché non si rende conto che tutta questa perfezione lo sta trasformando in qualcosa di disumano, d’altro da sé, in un automa. Ogni gioco che si rispetti ha il suo limite. Quello di fare l’Agilulfo è allontanarsi dal mondo, che invece è imperfetto e incompiuto, perdere ogni rapporto con gli altri, con ciò che si ha attorno. Un prezzo troppo alto per chiunque. Così, anche il suo gesto estremo, quello di dissolversi, è vano: essendo lui costituito di puro niente, si risolve in nulla. Un insegnamento buono anche oggi, in tempi affollati di macchine, di computer, cui affidiamo le nostre relazioni.

Ci sono poi giochi che spiegano le differenze. Conoscere la differenza tra bene e male è un altro passo importante: spesso le sfumature non sono così nette come le si pensa. Non è una cosa così facile, occorre molta attenzione. Si comincia da vicino, ci si guarda attorno – tutti hanno uno zio, un cugino, un fratello un po’ matto – si riconoscono gli altri, si imitano i loro comportamenti, si impara a distinguere i sentimenti, le ragioni. Italo Calvino sa bene quanto sia importante questo processo: imparare da che parte stare è forse l’eredità più importante degli anni della Resistenza. E’ proprio ne “Il sentiero dei nidi di ragno” che scrive “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte”. 
Bastava poco, a quei tempi, per divenire la metà cattiva de “Il visconte dimezzato”, un Medardo Gramo, vestito di nero, che taglia, spacca, brucia ogni cosa. Ma sdoppiarsi non si può, bisogna decidere, arriva il Dottor Jekyll e Mister Hyde, anche questo gioco ha il suo limite: non siamo né l’una né l’altra metà, ma l’uomo intero, completo, coi suoi pregi e i suoi difetti. Identificarsi magari “con gli aspetti cattivi dei buoni”, come dichiara Calvino.
Anche noi leggendo oggi “I nostri antenati” possiamo chiederci quanto a lungo siamo stati bambini. Sarebbe bello scoprire che lo siamo ancora. Oppure chiederlo ai nostri bambini, visto che l’infanzia dura sempre meno.

Pubblicato su: https://ilcolophon.it/italo-calvino-e-gli-avi-degli-antenati-62a9070da717

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Interviste ai Maddalenanti: Andrea Bracco e Flavia Montanari

Andrea Bracco, 27 anni

 

Massimiliano Borioli e Beatrice Barone passeranno il testimone ad Andrea Bracco e Flavia Montanari. Andrea fa parte della leva più giovane della Compagnia. Nonostante l’età, manifesta già le caratteristiche del Maddalenante perfetto: quel misto di divertimento e senso del dovere che tiene viva la Compagnia da trecento anni.

In lui è avvenuto il passaggio della memoria e, di pari passo con l’attaccamento alla festa e ai suoi luoghi, è arrivato il senso di responsabilità e del dovere che lo ha portato, tra i più giovani, a entrare nell’Amministrazione della Compagnia e, nel 2016, a fare il Contestabile.

 

Andrea, che cos’è per te la Madaena?

Per dirti che cos’è ora, per me, la Madaena, devo dirti che cosa è stata prima e ripercorrere le varie epoche della mia vita. Partiamo da quando, da bambino, i miei genitori mi portavano a vedere la partenza dei Maddalenanti sotto i portici. Poi arrivò la mia prima foto a cavallo in Piazza Cavour, e, di seguito, la prima domenica della festa, la prima volta che mia madre, finalmente, decise di portarmi su, raggiungendo mio padre che era su già dalla sera prima e introdurmi in quel luogo fantastico e sconosciuto che fino ad allora era per me l’Eremo della Madaena. Sarebbe stata una giornata impegnativa fin dall’inizio, dalla partenza, perché il viaggio per arrivare su era una specie di odissea, ricordo che spesso dovevamo scendere e spingere la macchina: ma tutto sembrava già una festa. E quanto arrivai lassù feci un salto nel tempo e mi trovai a passare una giornata come l’avrebbe passata mio padre cinquant’anni fa, a giocare nel bosco con gli amici, immersi nei profumi della natura che si sposavano con quelli del cibo cotto sulla legna o con mio padre che mi portava a cercare il castagno giusto per farmi il bastone. E’ questa la Madaena che ho vissuto da bambino. Arrivò, poi, un momento in cui mi facevo delle domande, mi chiedevo che succederà il sabato sera, perché vedevo partire gli uomini, tuo padre e i grandi, e anche io volevo andare, ma i miei genitori non volevano perché chissà che succedeva lassù, il sabato sera.
Poi con grande entusiasmo salii con mio padre e i Maddalenanti qualche sabato a lavorare all’Eremo e lassù mi resi conto di avere una grande famiglia: tutti, dai più giovani ai più anziani, mi accolsero e sono furono subito disponibili ad aiutarmi in qualsiasi momento. E poi i racconti, gli aneddoti, le usanze, le tradizioni, era facile appassionarsi. E come dimenticare il pan e pumata delle 10 del mattino? Senza dubbio il più buono che abbia mai mangiato.

Il passo successivo è il momento che si sale per la prima volta il sabato sera della festa, ci si prepara, lo zaino, la torcia e tutto il resto – anche se il vero Maddalenante partiva con una coperta sulle spalle e camminare…. – e si parte insieme ai propri amici: un’emozione grandissima, ci si sente parte di un gruppo affiatato. C’è poi il momento in cui ti chiedono di entrare nell’Amministrazione, è allora che arriva la responsabilità. Tutto questo ti porta ad amare questa festa, a dare una mano, a fare volontariato senza altri fini che l’amore per la Madaena…

 

E fare il Contestabile, quindi, è il passo successivo…

Fare il Contestabile è diverso, è qualcosa che arriva quando ti senti, perché non te lo chiede nessuno, ti arriva da dentro e lo fai. Funziona un po’ come per quelle coppie che stanno insieme da anni e improvvisamente decidono di sposarsi e le persone, da fuori, si chiedono il perché. Ma loro sentono il bisogno di farlo. Fare il Contestabile è anche un modo per dare il proprio contributo morale: si può dare un contributo economico facendo una donazione, un contributo manuale salendo a lavorare, ma il contributo morale, per i confratelli e per tutto il paese, non hai altra occasione che fare il Contestabile per offrirlo in modo appropriato.

 

Quando hai deciso di fare il Contestabile? Come è maturata questa decisione?

La mia decisione è maturata grazie a Massimiliano Borioli e Flavio Macciantelli, “u terzu defiziè”, (termine che identifica il Contestabile della precedente edizione, come pure quello di tre anni prima viene detto “Capo Consiglio”) due grandi amici che mi hanno dato il coraggio che forse mi mancava. Io e lui ci siamo prima un po’ fiutati come due cani prima di accoppiarsi. Lui mi mandato dei segnali per vedere come reagivo. Quando, dalle mie reazioni, ha capito che a me avrebbe fatto piacere e che sarei stato pronto, una mattina è arrivata una sua telefonata: voleva vedermi per parlarmi. Alla sua domanda se volevo fare il suo Vice, la mia risposta è stata subito si, seguita da un abbraccio e un mare di pensieri positivi di felicità nei confronti di tutte quelle persone, quei Maddalenanti, mio padre per primo con i suoi amici che mi hanno insegnato ad essere un vero Maddalenante e che presto mi vedranno vestire i panni del loro Contestabile.

 

Senti forte la responsabilità di questa eredità?

Si, molto, forte anche quella dell’anniversario. Penso spesso che è passato così tanto tempo e la Madaena è ancora lì e ora tocca a me, ora ci sono io, un anno di trecento che ne ha. Una piccola parte di qualcosa di grande che continua a crescere.

 

Cosa vorresti fare, per cosa vorresti che fosse ricordato il tuo contestabilato? Che novità vorresti introdurre?

Non vorrei introdurre cose particolari, vorrei semplicemente che noi tutti Maddalenanti ci rendessimo conto che, in realtà, siamo una grande famiglia e che in una famiglia è naturale scontrarsi tra giovani e vecchi. Io, in passato, ho avuto spesso discussioni con le persone più anziane: ma quando si è giovani succede. Crescendo mi sono reso conto che avevano ragione, se non proprio tutte le ragioni, gran parte della ragione era dalla parte loro. I nostri motivi di scontro erano sui comportamenti, sulla goliardia eccessiva durante la festa: io credo fermamente che anche la goliardia abbia una sua sacralità, sostengo che ciò che ha fatto durare trecento anni la Compagna di Santa Maria Maddalena nel Bosco è proprio il fatto che tra di noi non c’è lucro ma divertimento. Questo forse è ciò che vorrei capissero gli anziani e che vorrei trasmettere a tutti. Nella Madaena ci sono mille ruoli e compiti diversi, compiti di fatica che un anziano non riesce proprio più a fare anche se li ha fatti per 30, 40 o 50 anni e che quasi sicuramente un giovane riesce a fare con la massima facilità e serenità, diversamente de altri compiti dove magari è richiesta una buona dose di esperienza, calma e tempo. Un giovane si troverebbe spaesato e in netta difficoltà. Ecco perché ci tengo a ribadire che esperienza e forza, legati direttamente insieme dal divertimento, portano l’ottimo risultato che è la nostra Maddalena.

 

Che cos’è per te il Ballo della morte ? Cosa senti quando lo vedi?

Pelle d’oca! Al Ballo della morte  è legato l’odore della lavanda, quello dei cavalli, il clima della festa. Quello che mi colpisce più di tutti è l’ultimo su, all’Eremo, prima di tornare giù in paese, che, idealmente, conclude la festa all’Eremo. E’ per me il più significativo, perché chiude la festa e ci si ritrova tutti vicini a cantare con persone che non si incontrano spesso, ma amano la Madaena.

 

La Madaena ha una parte sacra e una profana. Tu a quale ti senti più vicino?

Io non sono tra i più devoti, ma in questi anni ho capito che la Madaena insegna il rispetto. Al suo interno ci sono persone molto devote e altre meno credenti, ma tutti hanno un grande rispetto l’uno per l’altro. Capitano dei momenti di preghiera e anche chi non professa abitualmente il culto si avvicina per stare insieme agli altri, senza essere obbligato a pregare. Ad esempio, quando il sabato andiamo a lavorare all’Eremo, prima di mezzogiorno ci raccogliamo tutti assieme, atei e religiosi, credenti e non, a dire una preghiera. Questo è un momento di raccoglimento comune, come il pan e pumata, in cui tutti si ritrovano.

 

Flavia Montanari, 25 anni.

 

Flavia è il punto di arrivo ideale di queste interviste, oppure il punto di partenza, se vogliamo usare la visione ciclica del tempo tipica della Madaena. Perché in questa festa, ogni cosa che si conclude, trae immediatamente dalla fine il proprio inizio e, se la storia, quella generale, dell’Italia e di Taggia, può vedersi come una lunga linea continua di cui si perdono inizio e fine, la memoria popolare, invece, come quella della Madaena, ha un andamento a spirale: si ripete cioè ogni anno, torna su se stessa, ma si sviluppa in altezza, cresce ad ogni volta un pochino.

Flavia è la Contestabilessa che parteciperà ai festeggiamenti dei 300 anni. Anche se prima di lei molte sono state le contestabilesse e la storia di è ripetuta medesima molte volte, tra un anno Flavia avrà una sua storia da raccontare e la Madaena sarà più ricca del tassello lei avrà saputo aggiungere a questo grande mosaico taggiasco.

 

Flavia, che cos’è, per te, la Madaena?

La Madaena per me è la tradizione popolare, qualcosa che c’è da sempre. Ha il potere di radunare attorno a sé tutto il paese, fa da ponte tra i giovani e gli anziani, li mette in contatto, ma attira anche persone molto lontane o estranee alla vita del paese, che durante la Madaena tornano. Così ci troviamo tutti assieme a festeggiare e lanciare la lavanda. Perciò, io, quest’anno, per i trecento anni, sento una grossa responsabilità: cercherò di fare il meglio che posso, non vorrei deludere le aspettative di nessuno…

 

Come è nata l’idea di fare la Contestabilessa?

Tutto è partito da una telefonata di Andrea Bracco. Non posso dire che ci pensavo: da sempre, fin da bambina sognavo di fare la Contestabilessa, ho sempre seguito la Madaena e sapevo di essere in età, sapevo che avrei potuto farla. Ma la telefonata di Andrea e la sua richiesta sono arrivate inaspettate, mi hanno stupito molto. Mi sono emozionata moltissimo e, subito, non ho saputo rispondergli. Ero anche preoccupata per il lavoro: nel mio mestiere, la ristorazione, il mese di luglio è fondamentale, sapevo che avrei dovuto fare i salti mortali. Ma ho accettato. Quando mi sarebbe capitato di nuovo? Amo davvero questa festa. So che non sarà facile, la Madaena dà molte soddisfazioni ma è una festa impegnativa. L’anno scorso da vicecontestabilessa, non so quanti strofinacci ho lavato. Ogni volta arrivava qualcuno a portarmene uno sporco. Per fortuna mi ha aiutato mia zia che lavora in tintoria!

 

Quale sarà il tuo regalo da Contestabilessa?

Farò un regalo per la cucina. Ho parlato con Maria Luigia: servono delle padelle grandi. Fare da mangiare per 500 persone non è una cosa semplice…

 

Come ti senti a essere nella storia della Madaena?

Mio nonno, a Taggia, era il fotografo del paese. Per anni a luglio, alla Madaena, ha ritratto i Maddalenanti e il Ballo della Morte, documentando, di fatto, lo scorrere del tempo in questa festa. Spesso penso che ora ci sarò anche io in quelle foto, da Contestabilessa, anche se sarà mia zia a fotografarmi, che ha ereditato la passione del nonno per la fotografia. Ha già preparato alcuni album digitali per Massimiliano Borioli e Beatrice Barone. I due contestabili dell’anno scorso mi sono stati molto vicini nel passaggio: l’anno da vicecontestabilessa era tutto nuovo ed emozionante, quest’anno avrò più consapevolezza del mio ruolo, ma la partenza del sabato, con la sfilata in paese e l’arrivo sui carri con la lavanda saranno indimenticabili.

 

Che cosa senti durante il Ballo della Morte?

Il Ballo della Morte è un’emozione fortissima che aspettiamo ogni anno e non ci stanchiamo mai di vedere. Quello fatto su, all’Eremo, è emozionante, è il Ballo dei Maddalenanti, ma anche quello dell’arrivo in Piazza Eroi, è una esperienza bellissima, con i mazzi di lavanda che volano e i cavalli, tutta la gente stretta attorno ai configuranti nella piazza: per me resterà per sempre collegato alla mimica straordinaria di Renato che lo ha fatto per tanti anni, ci sono cresciuta.

 

Senti forte l’eredità che ti è stata trasmessa?

Si. Chi vive la festa da fuori non può immaginare quanto lavoro ci sia dietro. Non sono soltanto tre giorni, c’è un anno di preparazione dietro. I giorni della festa sono intensissimi, c’è chi si alza prestissimo per andare a lavorare all’Eremo. Anche in questo modo mi è stata trasmessa l’eredità della Madaena, con il lavoro di tutti, che unisce giovani e anziani.

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Interviste ai Maddalenanti: Massimiliano Borioli e Beatrice Barone

Massimiliano Borioli, 40 anni,
Beatrice Barone, 23 anni, studentessa

Massimo Borioli è il Contestabile dell’annata 2015 – 2016, ancora in carica al momento dell’intervista. Il nostro incontro avviene nel suo ufficio, in una finestra ricavata in una giornata di impegni di lavoro. Si capisce subito, però, che quei minuti Massimo li ha ritagliati per sé e per la Madaena, e questo serve a fargli pesare un po’ meno il resto della giornata. Ha poi una responsabilità non da poco: Massimo Borioli è il Contestabile dell’anniversario, dei trecento anni, e sa che, come si suole, giunti alla cifra tonda, si fa un po’ il bilancio di una storia, rendiconto per lui non meno importante di quelli che è abituato a fare nel suo lavoro per l’Ospedale di Carità.
Ci raggiunge anche Beatrice Barone, la Contestabilessa: ha 23 anni, studia Giurisprudenza a Imperia e lavora in un bar.
E’ giusto, in questo caso, che l’intervista avvenga alla presenza di entrambi: la loro è stata una esperienza forte, che li ha visti al centro dell’attenzione e coinvolti profondamente. Comunque sarà andata, avranno lasciato una traccia, un segno nella comunità dei Maddalenanti: i loro nomi sono scritti nella bacheca all’eremo e tutti ricorderanno che, nei trecento anni dalla Compagnia, i contestabili sono stati loro.

Massimiliano, che cos’è, per te, la Madaena?

La Maddalena, è un patto di sangue, essere Maddalenante è bellissimo, si sente di far parte di un gruppo straordinariamente unito, in cui tutti puntano alla stessa cosa, la Maddalena, appunto, come in una sorta di patto di sangue.

Ma nella vita di un Maddalenante c’è una differenza sensibile tra prima e dopo aver fatto il Contestabile. Avere l’onere e l’onore di essere Contestabile è gratificante, ci si sente consapevoli del buon andamento della festa, un compito che si svolge per tutti gli altri, non solo per sé. Immancabilmente, poi, si è al centro dell’attenzione: quando si passa in paese tutti ti riconoscono e ti chiamano e, così, alla fine, ti fai vedere, lo fai apposta, è bello entrare al bar e sentir urlare “viva il Contestabile!”, un grido tra l’esaltazione e lo sfottò, perché per noi c’è soprattutto questo valore, quello della responsabilità: “Quest’anno ti tocca…”.

Anche a livello personale, si cresce, c’è una differenza tra la vita prima di essere Contestabile e quella dopo, alcune situazioni cambiano, le vivi con più consapevolezza, gli aspetti organizzativi fanno vedere le cose sotto un punto di vista diverso e si scoprono risorse impensate di persone che si hanno vicino da sempre. Chi ha fatto il Contestabile precedentemente racconta la sua esperienza e fornisce consigli preziosi su come evitare e affrontare le situazioni difficili.

Dopo il Contestabilato, tutto si vede con un occhio diverso, alcuni dettagli che prima si trascuravano assumono importanza, ma manca la fase di distacco, lo scarico della responsabilità tipico di ogni impegno, non c’è nessun allontanamento, bensì un attaccamento maggiore, la voglia di trasmettere la tua esperienza al tuo Vicecontestabile, in una continuità. Tra il Contestabile e il suo Vice si crea un vero rapporto di amicizia, ci si sorregge a vicenda e io vorrei che questo andasse avanti fino alla fine, voglio passare la mia carica braccio a braccio. Se è andato tutto per il verso giusto, lo devo a questo. Mi ritengo fortunato perché quest’anno, in quattro, tra Contestabili, Contestabilesse e i Vicecontestabili abbiamo creato un bel gruppo affiatato, nel bene e nel male, nell’allegria come nel pianto.

Come taggiasco, aver fatto il Contestabile mi ha fatto sentire ancora di più l’importanza della trasmissione del nostro bagaglio culturale, un modo di vivere, una sensibilità cui, vivendo semplicemente la festa da fuori, probabilmente non si arriva.

 

Qual è, secondo te, il ruolo del Contestabile?

Il Contestabile non è a comando della compagnia, il suo vero ruolo, per me è quello di parlare con tutti, ascoltarli, conoscere le esigenze di ognuno se possibile, dei giovani, dei vecchi, e mediare, trovando soluzioni che vadano bene per tutti. Allo stesso modo, il Contestabile deve essere un po’ giullare, guidare il divertimento, è il re della festa. Ma è solo perché hai tante persone attorno che ti sgravano dei compiti più banali e pensano alla festa che puoi lasciarti andare e vivere la festa più intensamente, abbandonandoti alle relazioni personali, agli amici, al bello di questo ruolo. Chi ti aiuta non lo fa per fare una riverenza al Contestabile, ma perché questo è proprio lo spirito della Madaena. Sono persone come Fabiano ad esempio, che ha pensato al mio cavallo e che devo ringraziare molto se sono riuscito a godermi pienamente la festa.

 

Beatrice è un po’ emozionata, ha la sensazione di essere ad un esame all’università. Si sente impreparata, benché lo sia perfettamente. Infatti, proprio, come in aula, davanti ad un professore, dopo la prima domanda, rotto il ghiaccio, si lascia andare. E supera l’esame da Contestabilessa brillantemente.
Beatrice, quale aneddoto di questa Madaena porterai per sempre nel cuore?

Una cosa che mi ha emozionata moltissimo è stato vedere il mio nome impresso sulla targhetta. Ci hanno fatto una sorpresa: una mattina ci hanno portati su, all’Eremo e ce le hanno mostrate. Tra tutte quelle targhette, in fondo, c’era pure quella con il mio nome… è un rituale che, presi come eravamo dall’organizzazione, avevamo dimenticato. E’ stato bellissimo vedere il mio nome insieme a quello di tutti gli altri, essere, di fatto, inseriti nella storia della Madaena.

 

Tu sei di Arma. Si può dire che tu abbia fatto un doppio ingresso a Taggia: sei entrata a far parte effettivamente della comunità, e sei entrata in paese con la lavanda in mano, il giorno della festa, come Contestabilessa…

Per me la Madaena è stata una sorpresa. Arrivo da Arma e vivo a Taggia da pochi anni, e, pur essendo andata spesso a vedere la partenza con il mio fidanzato, non avevo mai vissuto la festa su all’Eremo e non l’avevo mai vissuta in prima persona.

Tanto che quando Massimiliano Borioli e Davide Giuffra vennero al bar dove lavoro a chiedermi di fare la Contestabilessa, subito risposi di no, che non me la sentivo. Pensavo a quante ragazze di Taggia, che frequentano la festa da molto più tempo di me, ne avrebbero avuto più diritto.  Ma quella richiesta, arrivata così, all’improvviso, inattesa, è stata così forte che alla fine mi ha convinto, e quando se ne è parlato sul serio ho accettato.

Entrare invece in paese con la lavanda, sul carro, il giorno della festa è stata un’emozione fortissima, anche se su, all’eremo, per il Ballo della morte, avevamo già speso tutte le nostre lacrime per la commozione…

 

Come è avvenuta, nel tuo caso, la trasmissione dei valori? Come funziona la Madaena?

Sicuramente con i racconti. Vedere, sentire raccontare le cose, le testimonianze dirette, di chi c’era e chi le ha vissute, fa sentire dentro i fatti, parte degli eventi e, allo stesso modo, ci si sentirà poi in dovere, un giorno, di raccontare a propria volta le proprie esperienze.

E’ stata una bellissima occasione per me, per conoscere moltissime persone interessanti, giovani, ma soprattutto anziane: a me non capita così spesso di venire in contatto con loro, invece alla Madaena questo è normale. Del resto, noi siamo arrivati in un momento particolare, in cui il gap generazionale è forte e a volte ci sono scontri tra i giovani e i vecchi: per loro e per Massimiliano è stata una scommessa avere una Contestabilessa così giovane. Per me è stato bellissimo essere accettata. E ora che siamo giunti in fondo mi sento di ringraziare tutti, i giovani per il clima, la gioia e l’umore sempre alto, i vecchi, gli stessi con i quali a volte si è avuto motivo di scontro, per l’esperienza e il sapere che hanno saputo trasmettermi. I vecchi sono la maggioranza e sono loro “che tirano la carretta”, portano avanti la festa anche per noi.

 

Anche Massimiliano è rimasto stupito dalle emozioni legate dal fare il Contestabile

Pensavo che, avendo già fatto alcune esperienze in qualità di Vicencontestabile, l’anno dopo, quando sarei stato in carica io, sarebbe cambiato poco; invece mi sono dovuto ricredere: emozioni diverse, vissute magari per situazioni analoghe, ma con un carico e un approccio completamente diverso. Perché, comunque, da vice sei un passo indietro, ti manca quella tacca sul berretto, solo una volta nominato contestabile vivi davvero a fondo l’essenza della Madaena. Fare il Contestabile è il punto di arrivo di un percorso, probabilmente partire già da Contestabile senza fare prima il Vice non sarebbe la stessa cosa, troppa sarebbe l’ansia e non si avrebbe il tempo di godersi la festa.

 

Com’è nata in te l’idea di fare il Contestabile?

Il mio percorso, nella Madaena, comincia con le “buete”. A tre o quattro anni, il miglior regalo che mi si potesse fare era quello di portarmi, a mezzogiorno della Madaeneta, sul ponte nuovo a vedere Gianni Puè che spara le buete. Tanto che Gianni, quando sono stato più vecchio, a forza di vedermi lì, tutti gli anni, deve essersi mosso a compassione e mi ha chiesto di aiutarlo. Da lì, poi, con Lupi, otto anni fa, sono entrato nell’Amministrazione e occuparmi di quell’aspetto. Il mio tramite per la Madaena dunque, sono state le buette.  Una volta nell’Amministrazione non si vive più, semplicemente, solo l’aspetto goliardico della manifestazione, i due giorni della festa, ma tutto un mondo che attinge al passato, al vissuto personale e della Compagnia e confluisce nella memoria storica. Tra Madalenanti si creano poi delle amicizie, dei veri patti di sangue, per cui ci si affianca nei ruoli di Contestabile e vice, si creano legami che durano per la vita. Capita, a volte, in serate tra amici, davanti ad una bottiglia di vino, di annunciarsi come Contestabile o di seguire un amico in questa avventura per poi innamorarsene e farla propria. E’ così che nascono spesso le cose.

 

Cosa decide il contestabile?

Occorre ascoltare tutti. Il Contestabile non è una figura di potere, di comando. Non può imporre una sua volontà se non è condivisa dagli altri. Su alcune cose la Compagnia è molto rigida, per salvare la festa, ma su alcuni tabù si può intervenire. Il segreto è offrire alla gente l’opportunità di fidarsi e insistere con proposte ragionevoli, di mostrare che la propria idea è o era almeno all’altezza di ciò cui si chiede o si chiedeva di rinunciare. L’imposizione non porta mai a nulla di buono ma genera scontro. L’importante è dimostrare che quella cosa si poteva fare, senza danno per nessuno, tantomeno per le tradizioni.

 

A proposito di tradizioni, chi non conosce la festa, potrebbe pensare che la donna abbia un ruolo marginale e che sia una festa prettamente maschile. Quale è stata la tua sensazione da Contestabilessa?

Non si tratta di una discriminazione, è semplicemente una tradizione. La festa non sarebbe tale se il sabato sera si permettesse alle donne di salire all’Eremo, non c’è una motivazione di fondo. Del resto, senza le donne, la festa non potrebbe essere sostenuta. A me, ad esempio, piace molto quando Rosangela, Maria Luigia e Maria Rina adornano la chiesa, un momento tutto femminile, molto importante della mattinata, perché poi lì si terrà la Santa Messa e tutti si scatteranno le fotografie. La Madaena è una festa in cui ciascuno ha ruoli ben precisi, dall’Economo, al Collettore ai Configuranti e anche quello delle donne è fondamentale e tutte noi, assieme agli uomini, con le nostre azioni stiamo facendo tutti la stessa cosa, stiamo facendo rivivere il passato.

 

Parliamo del Ballo della Morte. Qual è l’emozione che vi dà? Che cosa vi lascia?

Massimiliano Borioli: il ballo ha una forza incredibile, è l’epilogo di tre giorni intensissimi e ne concentra la forza. Il concerto della banda, mercoledì sera, prepara il terreno alle emozioni, con la preparazione della lavanda del e il ricordo dei defunti il sabato mattina, poco prima di partire, con un mazzetto di lavanda per tutti, si entra già nella festa a tutti gli effetti. Il Ballo della Morte la domenica, quando si abbandonano ormai tutti gli impegni e le responsabilità, ti scarica tutta la tensione della festa ed arriva potente a smuoverti dentro.

Beatrice Barone: è il momento in cui sento di più la vicinanza di tutti. In quel momento, soprattutto all’Eremo, quando ti alzi da tavola per vedere il ballo, non sei più Contestabile o Contestabilessa, sei uno come tutti gli altri, e tutti cantano e guardano il ballo felici insieme. Il Ballo fatto all’Eremo io lo sento più nostro, di tutti i Maddalenanti, rispetto a quello fatto giù in paese per tutto il paese.

Massimiliano Borioli: e poi quella musica, così potente, studiata alla perfezione in anni di trasmissione orale, come uno dei “canoni diabolici”, quelle melodie che, ascoltate più volte, inducono una trance o un’estasi di qualche tipo. Come la rinascita a cui è legato, provoca anche dipendenza: a me manca già, non vedo l’ora di sentirlo.

 

Beatrice, raccontami un aneddoto, per te importante di questa esperienza…
Sicuramente, durante l’anno passato da vice, l’anniversario dei 50 anni di Cristò e Adelaide. Un momento bello, per loro come coppia e per tutti. La loro vita è così connaturata con questa festa che davvero con Cristò non si può ragionare per anni solari, ma per Madaene.

Massimiliano Borioli: il mio è legato alla mia passione di cavaliere e alla mia cavalla, la Gigia. In realtà, provenendo da una serie di cavalli quarter, il suo nome sarebbe in inglese, ma tutti a Taggia   la conoscono tutti come Gigia, la Gigia, come la moglie di Govi. E quello è un nome che si addice perfettamente al suo carattere e al suo aspetto: è così buffa che, durante il mio Contestabilato, era quasi più famosa lei di me. Mi sento davvero fortunato ad aver condiviso questa esperienza con lei, è stata una ottima compagna. Per la festa l’ho preparata con una testiera con tutti i nastrini rossi e neri: sembrava il cavallo perfetto da Madaena. Ma l’esperienza più bella con lei l’ho fatta quest’anno, a ottobre, alla Festa della Castagna. Finita la festa, quando già il buio incombeva e tutti erano andati via, sono rimasto ancora un pochino all’Eremo insieme alla Gigia e poi siamo venuti giù insieme fino a Taggia: arrivati in paese siamo passati in via San Dalmazzo, l’ho legata all’anello proprio di fronte alla cantina di Cristò e mi sono fermato a bere un bicchiere con lui. E’ stato bellissimo, scendere al buio, sereni, con la Gigia, dopo aver concluso quest’anno straordinario di feste.

 

Beatrice, ti succederà Flavia Montanari, di 25 anni. Cosa ti senti di dirle?

Di continuare a essere sé stessa, così com’è, in questo ruolo non bisogna strafare, restare al proprio posto e avere rispetto per il proprio ruolo e per quello degli altri, soprattutto per coloro che lavorano per farci vivere bene la festa.

Massimiliano ai contestabili del futuro cosa vuoi dire?

Io, che, assieme a Davide e ad altri, sono stato un elemento di rottura con gli anziani, perché ho dovuto scontrarmi con la corazza dura del conservatorismo, mi sento di dire, per i contestabili del futuro, che non bisogna perdere la volontà di scommettere sulle persone. Se poi si perde, si può sempre rimediare, ma occorre non perdere mai la volontà e la speranza. Perché, e recenti casi ne hanno dato conferma, chi viene investito del ruolo di Contestabile si trasforma e cresce, e, accompagnato dalla Contestabilessa gusta, può dare ottimi risultati. Ai contestabili serve memoria ed entusiasmo, il mix vincente per la Madaena è tradizione storia ed entusiasmo.

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Interviste ai Maddalenanti: Ivan Lombardi

Ivan è una persona scrupolosa. Lo è nel suo mestiere, nella ricerca accurata di ingredienti e ricette, negli abbinamenti di cibi e vini; lo è nella sua attività nell’amministrazione comunale, dove è Consigliere Comunale con delega all’ambiente. E lo è anche all’interno della Compagnia Santa Maria Maddalena del Bosco: Ivan Lombardi è uno dei cuochi – il giorno della festa fa da mangiare per 500 persone – ma anche uno dei due Configuranti, il più esperto, del Ballo della Morte. E’ forse con grande accuratezza che ne parla, senza dimenticare o trascurare il più piccolo dettaglio, nemmeno le proprie memorie personali, in modo da far trasparire l’importanza che questo aspetto ha nella sua vita.

Ivan, com’è cominciata per te questa avventura?

Sono Maddalenante da sempre, ho 47 anni ma sono 44 anni che salgo alla Madaena e partecipo alla festa. Ma la mia “prima volta” è stata da esterno, da fuori.
Andò così: ho sempre vissuto il mondo Scout, e una volta, da ragazzo, a San Romolo di Sanremo, ci fu una riunione di zona in cui ognuno doveva portare qualcosa rappresentativo del proprio paese. Io scelsi di portare il Ballo della Morte. Ricordo che nel gruppo c’erano molte persone che facevano anche parte della banda di Taggia, la Pasquale Anfossi, dunque in molti sapevano cos’era il Ballo della Morte, ne conoscevamo la musica e la coreografia. Quella volta, però, poiché ero Maddalenante, fui destinato io a fare il Ballo. Stranamente ad accompagnarmi fu una donna, Gianna Panizzi. A volte, lontano dalla festa di luglio, è successo che una donna facesse il ballo: mia madre, ad esempio, lo fece con il padre di Renato Varese, proprio il Renato con cui io poi ho fatto il Ballo per anni. Dunque da molto tempo io amo la Madaena e il Ballo della morte.

Così, quando morì Bazurìn e si cercava un sostituto per fare il Ballo assieme a Renato, mi proposi io di farlo. Renato accettò subito entusiasta e decisero di farmi provare. Andammo da lui, al ristorante, la Trattoria Enza: tutti i Maddalenanti si misero intorno, come in un cerchio per vedermi e valutarmi. La prova andò bene e da allora sono io uno dei due che fanno il ballo.

Con quale ruolo sei partito?

Da subito, con Renato, io sono partito facendo il Morto. Ma poi, quando è arrivato Davide, abbiamo deciso di alternare i ruoli: un anno io faccio il Morto e lui fa u Vivu e viceversa l’anno dopo. Siamo i primi a farlo. Diamo anche nomi diversi ai ruoli: u Mortu, il Morto invece che la Lena, u Vivu anziché u Masciu, anche se questo era già stato Renato a farlo.

Come ti trovi con Davide Giuffra?

Con Davide ci siamo subito trovati bene. C’è una sintonia perfetta, un rapporto prima di tutto di amicizia personale, di rispetto, qualcosa che va oltre i ruoli che interpretiamo nel Ballo della Morte. Io e lui siamo cresciuti insieme, vivevamo entrambi nello stesso condominio, siamo amici fin da ragazzi. Era scritto che eravamo destinati a fare il Ballo insieme. Ci vogliamo bene, nessuno dei due vuole prevalere sull’altro ed essere il protagonista. Dunque la decisione di alternarci ogni anno è arrivata serenamente, fa piacere a entrambi.

Ma i vecchi come hanno preso questa decisione di alternarvi?

A dir la verità, non l’abbiamo chiesto a nessuno, è venuta e basta. Ed è stata una delle poche cose accettate subito da tutti, di comune accordo. Forse perché la gente si è accorta che noi il ballo lo sentiamo davvero, ce l’abbiamo dentro.

Che cos’è per te la Madaena? Perché ci tieni così tanto?

La Madaena per me è la festa della morte. La presenza della morte e dalla rinascita è continua in questa festa. Io la amo perché, nella Madaena, facciamo rivivere i nostri vecchi che l’hanno celebrata prima di noi. Perché esistono due tipi di morte. Quella biologica, del corpo, è nulla in confronto a quella dello spirito, all’oblio. Ebbene, noi, alla Madaena festeggiamo i nostri vecchi che ci hanno creduto, li riportiamo in vita. Ogni anno, ritornano nei nostri discorsi: “Te lo ricordi Stin u Cau”, oppure, “Te lo ricordi Renato”, “Marciantelli” e altri. Sono ancora vivi, tra di noi.
Basti questo aneddoto: quando mio padre fece il Contestabile, nel 1963, mio nonno stava morendo e non voleva andare alla festa. Ma mio nonno lo chiamò a sé e gli disse: “Giacomo, tu ci devi andare, perché questo non è il nostro paese” – mio padre era di Terzorio – “devi portare alto il nostro nome. Stai tranquillo, io ti aspetterò”. Mio padre allora va alla festa e fa il suo dovere di Contestabile: la partenza, il ritorno, l’entrata in paese, il lancio della lavanda. Poi, finita la festa, scese da cavallo e salì in auto e tornò a Terziorio. Entrato in casa, trovò suo padre a letto: “Ciao Giacomo, hai visto? Ti ho aspettato”. E morì. Andò così davvero. Ho la pelle d’oca a raccontarlo.
Negli anni successivi, mio padre salì alla Maddalena, oltre che per la festa, per ricordare mio nonno.
Questo è il vero valore della Madaena. Questo è quel che ci porta a trasmetterla e anche ciò che piace così tanto a chi la vede per la prima volta: noi Maddalenanti, in quel momento, abbiamo un’aura che ci fa trasmettere questa sensazione agli altri. La conferma di questo è vedere arrivare sempre nuova gente, persone che non erano di Taggia, come, ad esempio, molti immigrati dal sud, come Micolucci, Antonio Leone, Nino Romeo e altri.

Torniamo al Ballo della morte. Come lo vivi? Come ti prepari alla performance?

Io vivo il Ballo della Morte come una preghiera. Quando lo recito, per me, è come dire un Rosario. Io mi ci immergo, mi ci calo dentro completamente. E’ come se cadessi in una trance, concentrato nel suo sentimento e ciò che devo fare arriva senza neanche pensarlo. Sento forte l’impegno di trasmettere ciò che sto facendo, vorrei che a tutti arrivasse un pochino di quello che sento.
Per questo dico che il Ballo per me è una preghiera: perché c’è una morte, una rinascita e un ringraziamento finale. E’ un cerchio che si chiude e si riapre, come in un infinito. La mia speranza è che coloro che verranno dopo di me facciano lo stesso, per far rivivere la festa. Questo è il nostro impegno, che ci porta a trascurare le tutte interferenze che comunque ci arrivano da fuori o i problemi che abbiamo al nostro interno: perché sappiamo tutti che il valore va oltre noi. Le feste che non hanno valori, alla lunga, muoiono. La Maddalena no. Quel ventisette di luglio muore per noi un anno, ma ne riparte un altro.

Quindi voi due, tu e Davide, sentite questa responsabilità, il peso di questo rito quando ballate?

Il Ballo della Morte non è una semplice farsa di due uomini che mimano l’atto amoroso. Su questo, scherzando, potremmo dire comunque, che noi a Taggia, sulle unioni di genere, siamo sempre stati avanti!
Ma non bisogna banalizzare una cosa che arriva da lontanissimo, nel tempo e nello spazio. Un anno, a febbraio, all’altra festa di Taggia, quella di San Benedetto Revelli, una ragazza spagnola, ascoltando per caso “Balla balla saccu de paia”, la cantilena del Ballo della Morte, la riconobbe come una nenia cantata anche dalle sue parti, sui Pirenei. Per trovare un caso simile al nostro, occorre andare al Carnevale Bianco di Cegni, in provincia di Pavia, nel Ballo della povera donna. Ma il rito di Taggia resta comunque unico.
Nel farlo, io non ho mai ceduto alle movenze più scherzose, all’aspetto più goliardico, partendo dal presupposto che lo intendo come una preghiera. Il Ballo, nel suo valore ufficiale non va banalizzato e va preso sul serio. E’ qualcosa che va capita se non ci si ferma in superficie, non sono semplicemente due uomini che ballano. Dietro c’è una storia, un sentimento.

Ti trovi meglio a fare u Mortu o a Viva?

Mi trovo bene in tutti e due i ruoli. Mi pare di saperlo fare da sempre. Al Morto, che è una figura statica, bisogna a dare un carattere più definito, non da comprimario. E poi, cambiano con i tempi, cambiano le persone, cambia il Ballo della Morte.
A volte penso che il ballo più vero cui potremmo assistere sia quello fatto da due bambini, perché sarebbe il più spontaneo e libero, forse ne uscirebbe la sua essenza più vera.
Non proviamo mai il ballo fuori dalla Madaena. Lo facciamo solo poche volte all’anno. Ogni volta qualcosa viene spontaneo, ci sono situazioni diverse da comunicare.
Il Ballo per noi è un’espressione artistica, di comunicazione.

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