Ricetta per un furgaro

Per preparare un furgaro,
spegni i fornelli.
Non servono: un furgaro a fuoco spento viene meglio.

Per cucinare un bel furgaro,
fatti aiutare da Pinocchio, Francois Truffaut e Fabrizio De André.
Loro sanno la ricetta, nessuno sa perchè.

Per un furgaro con i fiocchi,
devi leggere tutti i giorni il giornale.
Perchè solo così lo stupazzo scende meglio.

Per cuocere un furgaro doc,
devi sottrarre un po’ di zolfo alla vigna,
un po’ di carbone alla befana; la potassa la gratti dal muro.

Per un buon furgaro fatto in casa,
devi metterci un po’ di paura: s’impasta lenta, ci vuole tempo.
Come quando da bambino hai imparato che cos’era il fuoco.

Se vuoi la ricetta del furgaro,
a Taggia la sanno tutti ma non te la dirà nessuno.
Chiedi a tuo padre, a tuo nonno, al nonno del tuo nonno.

Per ottimi furgari ripieni,
usa solo ingredienti di prima qualità.
No a lieviti scaduti, zuccheri o tubi per pescar cavedani.

Per fare un furgaro,
usa solo bambù, riempilo d’esperienza e fantasia.
E un po’ ci devi pure credere.

Per preparare un furgaro come si deve,
non contano le porzioni: per uno, per nessuno, per centomila.
Solo per te sparerà la tua anima con le zemìe.

Per consumare un furgaro eccellente,
aspetta che arrivi il Vescovo d’Albenga.
Che prima, non è un furgaro che farai, ma un volgare petardo.

Servi il furgaro solo in piazza Farini.
In Italia ne han già fatti troppi: a Bologna, sull’Italicus, a Milano in Piazza Fontana.
Un furgaro vanta numerosi di tentativi di imitazione.

Se il tuo furgaro vien gramo,
può darsi che non sia ancora ora.
Allora, porta pazienza e assaggia prima quelli degli altri.

Qualcuno non capirà la luce del furgaro.
Pazienza, conosco pompieri ardenti e piromani spenti.
Il furgaro o si ama o si odia.

Ma se ami una ragazza e non sai dirglielo, il furgaro
è il sistema migliore.
Una donna non si prende per la gola, ma per il cuore.

Se il tuo furgaro poi vien moscio,
beh, con il tempo te ne farai una ragione.
Perchè prima t’avrà donato tante fiamme e calore.

Un furgaro,
è da consumarsi preferibilmente entro il 12 febbraio.
La direzione, lassù, poi non risponde di peccati in pensieri, parole, omissioni.

Annunci

6 commenti

Archiviato in ZirichilTaggia

La ferrovia sotterranea Colson Whitehead

C’è un treno che corre sottoterra. È carico di disperati, diseredati in fuga, schiavi provenienti da zone del mondo in cui l’uomo sfrutta l’uomo e la violenza è la quotidianità. L’unica alternativa a quel treno è una vita spenta, priva della qualità unica della vita stessa: la libertà.
Ma prendere quel treno non è semplice, non è da tutti. Bisogna fuggire da sé, dal proprio orticello coltivato con fatica, dal mondo che si è sempre conosciuto. Un uccello che nasce in gabbia spesso non sa volare. È poi un viaggio in completa solitudine, attraverso deserti aridi d’umanità; c’è poi chi resta bloccato per anni alla stazione a scontare il prezzo della propria libertà con violenze e soprusi.

Non vi ricorda qualcosa? E’ la sensazione che si ha leggendo La ferrovia sotterranea, di Colson Whitehead. Per tutte le 376 pagine questa domanda ronza in mente, fino alla fine, fino all’ultimo scambio ci si chiede se questa storia è realtà o fantasia.
Il libro racconta di una ferrovia sotterranea, costruita chissà da chi e perchè, che nell’America di prima della guerra civile porta gli schiavi dal sud al nord antischiavista. Cora, una ragazza cresciuta nella piantagione dei crudeli Randall, che ha sempre avuto la piantagione come unico orizzonte, viene un giorno a contatto con la Ferrovia sotterranea. Deciderà di cambiare la sua vita attraversando una palude di pentimenti, raggiungendo un giorno una fattoria e poi da li una botola in un fienile per scendere sulla banchina e aspettare quel treno, non comodissimo certo, ma per fortuna, almeno quello c’è. Cora si lascerà dietro mercanti di esseri umani, crudeli cacciatori di schiavi, ciarlatani, politici, imbonitori. Compagni, sorelle, amici, amori che non ce la faranno. Ma anche un mondo senza un briciolo di solidarietà, dove “I bianchi di mangiano viva, ma a volte ti mangiano viva pure i neri”. E dove chi fa la guerra per liberare gli schiavi ha pure lui i suoi interessi.
Forse è anche questo che non suona nuovo. Nessuno fa nulla per nulla. Ma in un’epoca in cui si parla di infrastrutture da fare o no, di treni che attraversano valli, monti e territori, leggere un libro come questo può essere utile a riportarci sul binario giusto. E chissà se esiste una TAV che corre sotto il Mediterraneo, destinata agli esseri umani anzichè alle mozzarelle, come disse qualcuno prima di cambiare idea. L’unica TAV che s’ha davvero da fare. Un treno che unisca una Europa, un’America, che corrono sempre più veloci, (ma verso cosa?) con un’Africa un mondo che rimane indietro prigioniero del proprio enorme potenziale perennemente inespresso.

Forse è colpa della Storia? Viene in mente Eugenio Montale: La storia non è poi/la devastante ruspa che si dice./Lascia sottopassaggi, cripte, buche/e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La Ferrovia sotterranea è uno di questi sottopassaggi. Chissà, forse ce ne saranno altri. E noi, invece, che siamo già arrivati, prima di emettere proclami e giudicare, dovremmo prendere il treno all’incontrario per vedere l’effetto che fa.

https://www.edizionisur.it/catalogo/bigsur/la-ferrovia-sotterranea/

Lascia un commento

Archiviato in Letture

Prima che te lo dicano altri, di Marino Magliani

Un libro scuro, che sa di terra. Come nella foto di copertina, terra che rimane tra le dita di chi legge, terra che resta poco sul comodino e poi passa nell’anima per un bel po’: non è un libro che si chiude come gli altri, “Prima che te lo dicano altri”, di Marino Magliani, ed. Chiarelettere.

Essere un libro “scuro” non vuol dire essere un noir: certo, c’è anche questo lato in quello che molti definiscono il “libro della maturità” di Magliani, ma definire questo romanzo un noir non sarebbe un complimento, forse sarebbe riduttivo.

C’è la terra della Liguria, impastata sapientemente con quella dell’Argentina, a tal punto che a volte poco si riescono a distinguere l’una dall’altra e solo il capovolgersi delle stagioni lo permette. C’è l’antico sapere dell’agricoltura, tramandata di padre in figlio, con gesti, parole dettagli comuni da una parte e dall’altra del mare, come solo l’Internazionale contadina sa fare. C’è la Storia con la “S” maiuscola, quella di Montale, che non è una devastante ruspa ma lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli dove qualcuno sopravvive. C’è la speculazione edilizia, antico male sempre nuovo nella Liguria del Magliani di oggi come in quella, distopica, che lui immagina (e che speriamo non prefiguri) nel 2024.

Leo è un cacciatore – agricoltore, un personaggio tuttofare, come ne esistevano e ne esistono ancora nel ponente ligure, uno che compra olive, vende legname e conigli, è pratico d’orti e frutta e conosce i cicli e le malattie delle piante. Uno con le dita sempre sporche di terra, quando non le ha sul grilletto di una carabina a caccia di cinghiali.
Succede che anche uno così, Leo, cerchi un’identità, perchè non gli basta quella, fortissima, che gli arriva dalla propria terra, ma, soprattutto, se in paese lo chiamavano sensa paie cioè uno cresciuto senza padre. Cerca quell’identità nella villa di un certo Raul Porti, un faccendiere misteriosamente scomparso, forse in Argentina, che però fu l’unico a dargli un’infanzia “normale”, accettando di dargli ripetizioni e insegnandogli l’innesto, l’arte di impiantare i rami migliori di una pianta su un’altra per migliorare la qualità dei frutti. Leo comprerà all’asta quella villa, forse per riappropriarsi degli alberi e delle piante che innestò da bambino, ma non sa che la sua vita, dietro a ciò che vi scoprirà, cambierà per sempre, fino a portarlo dall’altra parte del mondo e metterlo a contatto con l’orrore dei desaparecidos in Argentina.

Forse il nuovo Biamonti si chiama Magliani? Di certo c’è la stessa capacità di incollare il francobollo ligure sul mappamondo di Mercatore, di collegare le piccole vicende personali, gli innesti, le potature, i litigi tra vicini con gli uragani complessi della Storia. Cominci a seguirlo e, dalla borgata Asinelli in Val Prino ti ritrovi, improvvisamente, in un sobborgo di Buenos Aires a bussare a casa di un torturatore.

Quello di questo romanzo è un Magliani che crea ponti: come quello tra il 1974 e il 2024, tra il Leo bambino e quello cinquantenne, quello tra la Liguria e il Nuovo Mondo. Così, il machete in copertina possiamo interpretarlo come un coltello da innesto, strumento altrettanto prezioso alle nostre latitudini.

Ponti tra le occasioni perdute della Storia: quelle del ponente ligure che si rassegna ad essere terra di speculazioni e l’Argentina che ancora oggi non sa fare bene i conti con il suo passato.

Ponti tra le letterature: dall’argentina terriera di Cambaceres, alla Liguria rurale di Biamonti e Calvino. Il titolo del romanzo “Prima che te lo dicano altri” richiama quel “Prima che tu dica pronto” di una raccolta calviniana, restituendo tutto il carico d’attesa e la potenza narrativa di un dialogo tra un padre e un figlio interrotto nel tempo.

Lascia un commento

Archiviato in Letture

Ponti e guai dei paesi tuoi

Dopo il crollo del ponte Morandi, a Genova, si cerca una soluzione. Le pensano davvero tutte.

C’è chi, forse nostalgico dell’Oro alla Patria e di un certo passato, ha proposto che si doni al Comune ogni struttura portante da Voltri a Nervi per impiegarla come ponte.
Ecco che allora ogni palco, ogni trabatello, ogni assale, cavalletto, ogni impalcatura, andrebbero bene e si potrebbero portare in Val Polcevera per superare il tragico gap.

In centro storico, una soluzione si dice ci sia già: basterebbe montare uno sull’altro tutti i ponteggi dei cantieri, da via Prè a Porta Soprana. L’idea non è del tutto balzana se si pensa alla quantità di ristrutturazioni, di facciate e tinteggiamenti che rifanno il trucco della vecchia Zena: collegati un all’altro coprirebbero almeno il greto del Polcevera.

Anche in porto si sono fatti sentire e promettono grandi cose. Sarebbero già parecchie le proposte: oltre a alle tolde e alle tughe delle imbarcazioni più piccole, si parla di utilizzare tutti i ponti dispobibili sulle navi, da quelli di coperta a quelli delle paratie, di stazza, di bordo, ai ponti garage dei traghetti. Preoccupazione soltanto tra gli armatori di Crociere: una sola nave vanta almeno 10 ponti e in porto se ne sono viste che ne contano 18. Basterebbero da sole per il pezzo da Coronata all’Ikea.

Ai più anziani, i pensionati, in attesa del mega cantiere del nuovo ponte (per cui si spera Autostrade non farà pagare il ticket) non resta per ora che il sollievo della toponomastica. Se non c’è più Ponte Morandi, potete consolarli aprendo un elenco del telefono (se ne trovate ancora uno) oppure cliccando su Google Map per trovate via F. Ponte, Pontexelo, Ponte Carrega, via Ponterotto, Ponte Reale, Via Ponte Calvi, Pontedecimo, Ponte Monumentale e, in area portuale Ponte Andrea Doria, Ponte Parodi, Ponte dei mille e così via. Se non vi piace il selfcast, la Stazione Principe offre, ogni oretta, l’intrammontabile annuncio del regionale che non ferma a Pontetto (e Mulinetti).

Ma il guaio, non è solo logistico, dei trasporti.
E’ che anche noi, a Genova abbiamo bisogno di un ponte, di un nostro ponte. Ogni città ne ha uno come si deve, Venezia ne ha da vendere, Firenze ha Ponte Vecchio, Roma ha Ponte Milvio coi suoi lucchetti e Genova? Ne avevamo uno che pareva un robot, forte come Daitarn 3, ma fragile come Goldrake. Ora che non c’è più siamo come le formiche cui hanno pestato il formicaio.
Fatecelo vi prego, un ponte. Di trofie, di cuoio, di cemento, d’acciaio, di microfibra di carbonio avvantaggiato. Perchè altrimenti, tra poco, saremo del gatto, quel micio che passa, tranquillo sopra le macerie dopo il crollo.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Lena per bella Lena

Arriva la Madaena, la Festa di Santa Maria Maddalena del Bosco.
Ripubblico questo post, “In memoria di Renato”, per ricordare i Maddalenanti del passato, quelli che non sono più con noi, tranne nel giorno della festa.
Per chi volesse, qui ci sono le Interviste ai Maddalenanti di oggi che ho realizzato qualche anno fa.

 

 

———————————————————————————————–

Lena per bella Lena. In memoria di Renato

Renato Varese ci ha lasciati. Rilancio un post del 20 lughio 2009 che lo vede protagonista.
Perchè i madaenanti non muoiono mai. Trionfano sempre.

———————–

Renato è lì con la camicia bianca.

Sua moglie, la Enza, ieri sera gliel’ha stirata come meglio non poteva fare. Ed eccolo, lui è lì, in piedi, bello come può esserlo solo lui; per noi è come se fosse sempre esistito, se ci fosse da sempre.
La musica s’è fermata. Dopo Rosamunda, l’orchestrina sa che può suonare ancora uno o due valzerini e poi i Madalenanti cominceranno a desiderare, a chiedere, a invocare la marcetta del Ballo della Morte. E’ un anno che aspettano.

I bambini corrono tra le gambe della gente. Oppure rimangono sul bordo della pista a tenere un cagnolino che punta il bosco. Balla balla saccu de paia, balla balla saccu de fen.

Sono 40 anni che Renato fa “U Masciu”. Prendete il giorno di oggi in un anno qualsiasi da qui al 1969 e lo troverete con la fusciacca a fare il Ballo della Morte assieme alla “Lena”. Ad alzare le mani al cielo, a buttare a terra dalla disperazione il berretto rosso quando lei muore. E sa l’è morta rivegnià.
Le foto degli anni ’70 lo mostrano più giovane, magro, con le basette, che gioisce quando Lena rinasce. Negli anni ’80 ha solo cambiato il colore della camicia. Nel ’91 ne aveva una melange color carta zucchero. Sempre stirata perfetta. Gli anni di piombo. Il compromesso storico. Tangentopoli. Abbiamo vinto due volte i mondiali. Passato tre papi. Lui era lì.

Portano la lavanda. Ci siamo. Ghe semu. La gente fa cerchio attorno al palo, davanti alla chiesetta dell’eremo. Non c’è molto spazio. Per aria c’è odore di caffè, di fumo, di bosco, di piscio di cavallo. Di sudore d’ascella da ballo. Ma la lavanda comincia il suo mestiere. In poco è tutto viola.
Portano il telo rosso. I u fàn! I fàn u ballu! Ma chi? Renato? Davide? Ivan?
Renato si avvicina. E’ successo 40 volte, potrebbe succedere ancora una. Guarda la Enza. Gli ha stirato 40 volte la camicia, ieri sera ha fatto la stessa cosa, come sempre. Glielo legge negli occhi. Anche i suoi diventano umidi. Restano un po’ lì. Arrivano Davide e Ivan. In silenzio. La banda non sa che fare. Poi intona un altro giro di Rosamunda. Si ricomincia a ballare.

Renato e Davide parlano. Uno ha quaranta anni di Ballo della morte, l’altro 40 anni di vita. Uno piange per un addio, l’altro trema per un’eredità. Ti u fai, Scì, au fazu, Stà tranquillu, u gh’è Ivan, Ma l’ho puia, forsci a sun troppu zuenu, Ma va, a l’axevu i toi anni a prima vota. A Madaena triunfeà.
Le donne stanno a guardare. Alcune di loro aspettano questo momento da anni. Eh, Renatu u l’è bravu, ma u cumenza a ese veiu. Davide? Ah, a vieemu. Ma u fa u Masciu o a Lena? Per una settimana in paese non s’è parlato d’altro.

La musica si ferma di nuovo. Il cerchio si stringe. Arriva il Contestabile. Guarda Davide. Lo stringe forte. Stendono il telo. Ivan è già lì pronto con la lavanda infilata nella fusciacca. Sarà lui u Masciu. Renato deglutisce. E’ a un passo dal passato e a un passo dal futuro. Ne fa uno indietro. Resta solo Davide. Il Contestabile chiede la parola. Per un momento così ci vuole un suggello. Non capita sempre di cambiare i “configuranti”. Quando accade spesso è doloroso. Lo è stato quando è morto Mìn u Fodeu. Lo è stato quando è morto u Bazurìn. Solo adesso capiamo il gesto di Renato. La sua camicia bianca, stirata perfettamente. Le sue lacrime. Parte un applauso. Se potessimo gli lanceremmo il cuore.

Parte la musica. Tutti s’inchiodano a guardare. I bambini saltano, le donne battono le mani. Davide sa quel che deve fare, l’ha visto tante volte. E lo fa. Anche per Ivan è la prima volta da Masciu. E’ lui che comanda. Insegue Davide, che si nega, non ne vuole sapere. Poi è Davide che insegue Ivan. Poi s’incontrano. L’amore è così. Vince chi fugge. Ma Davide incomincia a barcollare, sta male, cade. Ivan, lo guarda, lo sostiene, lo regge. Poi lo lascia e l’altro cade sul tappeto rosso. La musica cambia. Da allegretto diventa un lamento da pantomima. Ma non tragedia. C’è sempre dell’attesa in quei fiati, c’è una speranza nascosta anche per quell’amore sfortunato.

Ivan si dispera. Non si spiega. Chiede, guarda il cielo. Nessuno sa dargli una risposta. Prende la testa di Davide. La muove a destra e poi a sinistra. Davide solleva il piede opposto. Ma che vuol dire? E’ morto? E’ vivo? Disperato, Ivan prende la lavanda dalla fusciacca. La strofina addosso a Davide. Sulla pancia. Sulle braccia, sul ventre, sul collo. Sul naso. Ne strappa i fiori e glieli getta addosso. Lena, per bella Lena, la Maddalena, trionferà!
Ivan fa un cenno al’orchestrina. E’ impercettibile, solo chi se ne intende lo vede. Il trombone capisce. Lo seguono la tuba e la tromba. Riparte la marcetta. Balla Balla saccu de paia, balla balla saccu de fen! I due si abbracciano. Volano mazzi di lavanda. La gente batte le mani a tempo.
Era Davide? Era Ivan? Era Renato? Era Enzo? Era Cristò? Era Franco? Era Giacomo? La Madaena siamo stati tutti noi.

Renato e Ivan nel Ballo della morte su Zemiafilm.

12 commenti

Archiviato in Centroterra, ZirichilTaggia

Italo Calvino e gli avi degli antenati

– Tu a che età sei stato bambino?
– Sono stato bambino molto a lungo.
-
Quando eri bambino con che cosa e con chi giocavi?
– Giocavo… con degli spazi, con degli ambienti. I giochi si dividono nei giochi che si fanno in un ambiente delimitato, per esempio un campo di football, e i giochi che si fanno al di fuori di un ambiente… È già un gioco fare un certo percorso. Per esempio: qual è il primo gioco che fa un bambino piccolo di tre, quattro anni quando lo portano al parco? Vede un muretto e vuole camminare sul muretto, tenuto per mano magari. Questa cosa del muretto in fondo mi è sempre rimasta.
– Un po’ da Tom Sawyer?
– Sì, per esempio… andare fino alla punta del molo, saltando da uno scoglio all’altro; oppure percorrere un torrente senza mai passar per le strade, ma da una pietra all’altra del torrente superando i punti difficili, perché ci sono… dei piccoli laghetti.
(Tratto da una intervista di Nico Orengo a Italo Calvino, in “Buonasera con… Calvino”, programma di Lucia Bolzoni, Nico Orengo, Donatella Ziliotto, regia Vittorio Nevano, Rai Due, 5 giugno 1979).

Una volta Nico Orengo chiese a Italo Calvino a che età era stato bambino e lui, con il suo parlare provvisorio, incespicante, con quel suo dire che pareva stesse raccontando una fiaba ad Esopo, gli diede la sua idea di letteratura per l’infanzia. Era una conversazione tra liguri, entrambi conoscevano cosa significava andare alla punta del molo saltellando da uno scoglio all’altro o usare un torrente come sentiero o camminare su un muretto, per cui non c’era da essere molto precisi. Tutti possiamo capire bene a cosa Calvino si stesse riferendo. Credo che, per Italo Calvino, la letteratura per l’infanzia e la letteratura in generale, siano state per lungo tempo proprio questo: spazi, ambienti e percorsi. Muretti, alberi su cui saltare; torrenti, sentieri, boschi in cui nascondersi; scogli, strade, parchi per i giochi di relazione, campi in cui costruirsi un ruolo tra gli altri. Questi suoi giochi sono gli avi degli “antenati”, le prime cose che, da bambino, lo hanno rapportato con il suo territorio. Questa è la sua letteratura per l’infanzia. 

Che cos’è, dunque, la trilogia de “I nostri antenati” se non la trascrizione dei giochi del bimbo Italo? Come ogni bambino, contando sulla propria immaginazione, impersona ora la parte buona ora quella grama del conte Medardo, oppure rifiuta il piatto di lumache di sua sorella e sale testardo su un albero come Cosimo, o, ancora, cerca se stesso tra mille paladini di cui invece biasima i vizi formali, pedante come Agilulfo. Attraversa, regola, determina, spazi, ambienti e ruoli. Come Mark Twain, Calvino sapeva che se non si può rimanere bambini per sempre, lo si può restare a lungo. Ogni età ha il suo gioco e ogni bambino la sua letteratura.

Non c’è bambino che non sogni di salire sugli alberi come Cosimo de “Il Barone Rampante”: Calvino lo avrà visto fare chissà quante volte a Libereso Guglielmi, il botanico da poco scomparso, coetaneo e compagno di giochi di Italo, un folletto che lavorava con suo padre Mario alla stazione sperimentale di floricoltura. Ma il gioco diviene utopica follia quando, a dodici anni, Cosimo sugli alberi decide di passare tutta la vita, saltando da un’avventura ad un’altra, crescendo e affrontando lassù tutti i problemi della vita, da quelli filosofici a quelli pratici. Ricordo una rappresentazione, curata da Nico Orengo, ambientata sull’ontano del Barone Rampante, tra Apricale e Perinaldo, sul torrente Merdanzo, dove appunto Cosimo era solito andare a fare i suoi bisogni. Al gioco di arrampicarsi resterà fedele per tutta la vita, in tutte le sue avventure. Insegnerà la lettura al brigante Gian dei Brughi, amerà Ursula, tornerà a Ombrosa, fino a che, vecchio e stanco, una mongolfiera non lo porterà via e la sua vita da gioco diventerà davvero una favola. Non si fa fatica a vedere in Cosimo il buon selvaggio di Rousseau, o il Voltaire che si batte per il predominio della ragione. Ma un bimbo che ne sa, tutto questo lo vediamo noi, che siamo grandi.

Allo stesso modo, si gioca per capire chi siamo. Per capire chi è, il bimbo deve innanzitutto capire chi non è, dare un perché e un percome a comportamenti, azioni, parole, di cui vede solo la scorza. Fare come l’Agilulfo de “Il cavaliere inesistente”, oltre a fargli indossare una bellissima armatura bianca, gli permette di seguire un percorso, un ruolo, una regola ferrea e riconoscersi nella ricerca di qualcosa: la battaglia, il santo Graal, un amore cortese. Ma dev’essere perfetto, esatto, marziale, qualcosa che non esiste sulla terra. Finché non si rende conto che tutta questa perfezione lo sta trasformando in qualcosa di disumano, d’altro da sé, in un automa. Ogni gioco che si rispetti ha il suo limite. Quello di fare l’Agilulfo è allontanarsi dal mondo, che invece è imperfetto e incompiuto, perdere ogni rapporto con gli altri, con ciò che si ha attorno. Un prezzo troppo alto per chiunque. Così, anche il suo gesto estremo, quello di dissolversi, è vano: essendo lui costituito di puro niente, si risolve in nulla. Un insegnamento buono anche oggi, in tempi affollati di macchine, di computer, cui affidiamo le nostre relazioni.

Ci sono poi giochi che spiegano le differenze. Conoscere la differenza tra bene e male è un altro passo importante: spesso le sfumature non sono così nette come le si pensa. Non è una cosa così facile, occorre molta attenzione. Si comincia da vicino, ci si guarda attorno – tutti hanno uno zio, un cugino, un fratello un po’ matto – si riconoscono gli altri, si imitano i loro comportamenti, si impara a distinguere i sentimenti, le ragioni. Italo Calvino sa bene quanto sia importante questo processo: imparare da che parte stare è forse l’eredità più importante degli anni della Resistenza. E’ proprio ne “Il sentiero dei nidi di ragno” che scrive “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte”. 
Bastava poco, a quei tempi, per divenire la metà cattiva de “Il visconte dimezzato”, un Medardo Gramo, vestito di nero, che taglia, spacca, brucia ogni cosa. Ma sdoppiarsi non si può, bisogna decidere, arriva il Dottor Jekyll e Mister Hyde, anche questo gioco ha il suo limite: non siamo né l’una né l’altra metà, ma l’uomo intero, completo, coi suoi pregi e i suoi difetti. Identificarsi magari “con gli aspetti cattivi dei buoni”, come dichiara Calvino.
Anche noi leggendo oggi “I nostri antenati” possiamo chiederci quanto a lungo siamo stati bambini. Sarebbe bello scoprire che lo siamo ancora. Oppure chiederlo ai nostri bambini, visto che l’infanzia dura sempre meno.

Pubblicato su: https://ilcolophon.it/italo-calvino-e-gli-avi-degli-antenati-62a9070da717

Lascia un commento

Archiviato in Letture

Interviste ai Maddalenanti: Andrea Bracco e Flavia Montanari

Andrea Bracco, 27 anni

 

Massimiliano Borioli e Beatrice Barone passeranno il testimone ad Andrea Bracco e Flavia Montanari. Andrea fa parte della leva più giovane della Compagnia. Nonostante l’età, manifesta già le caratteristiche del Maddalenante perfetto: quel misto di divertimento e senso del dovere che tiene viva la Compagnia da trecento anni.

In lui è avvenuto il passaggio della memoria e, di pari passo con l’attaccamento alla festa e ai suoi luoghi, è arrivato il senso di responsabilità e del dovere che lo ha portato, tra i più giovani, a entrare nell’Amministrazione della Compagnia e, nel 2016, a fare il Contestabile.

 

Andrea, che cos’è per te la Madaena?

Per dirti che cos’è ora, per me, la Madaena, devo dirti che cosa è stata prima e ripercorrere le varie epoche della mia vita. Partiamo da quando, da bambino, i miei genitori mi portavano a vedere la partenza dei Maddalenanti sotto i portici. Poi arrivò la mia prima foto a cavallo in Piazza Cavour, e, di seguito, la prima domenica della festa, la prima volta che mia madre, finalmente, decise di portarmi su, raggiungendo mio padre che era su già dalla sera prima e introdurmi in quel luogo fantastico e sconosciuto che fino ad allora era per me l’Eremo della Madaena. Sarebbe stata una giornata impegnativa fin dall’inizio, dalla partenza, perché il viaggio per arrivare su era una specie di odissea, ricordo che spesso dovevamo scendere e spingere la macchina: ma tutto sembrava già una festa. E quanto arrivai lassù feci un salto nel tempo e mi trovai a passare una giornata come l’avrebbe passata mio padre cinquant’anni fa, a giocare nel bosco con gli amici, immersi nei profumi della natura che si sposavano con quelli del cibo cotto sulla legna o con mio padre che mi portava a cercare il castagno giusto per farmi il bastone. E’ questa la Madaena che ho vissuto da bambino. Arrivò, poi, un momento in cui mi facevo delle domande, mi chiedevo che succederà il sabato sera, perché vedevo partire gli uomini, tuo padre e i grandi, e anche io volevo andare, ma i miei genitori non volevano perché chissà che succedeva lassù, il sabato sera.
Poi con grande entusiasmo salii con mio padre e i Maddalenanti qualche sabato a lavorare all’Eremo e lassù mi resi conto di avere una grande famiglia: tutti, dai più giovani ai più anziani, mi accolsero e sono furono subito disponibili ad aiutarmi in qualsiasi momento. E poi i racconti, gli aneddoti, le usanze, le tradizioni, era facile appassionarsi. E come dimenticare il pan e pumata delle 10 del mattino? Senza dubbio il più buono che abbia mai mangiato.

Il passo successivo è il momento che si sale per la prima volta il sabato sera della festa, ci si prepara, lo zaino, la torcia e tutto il resto – anche se il vero Maddalenante partiva con una coperta sulle spalle e camminare…. – e si parte insieme ai propri amici: un’emozione grandissima, ci si sente parte di un gruppo affiatato. C’è poi il momento in cui ti chiedono di entrare nell’Amministrazione, è allora che arriva la responsabilità. Tutto questo ti porta ad amare questa festa, a dare una mano, a fare volontariato senza altri fini che l’amore per la Madaena…

 

E fare il Contestabile, quindi, è il passo successivo…

Fare il Contestabile è diverso, è qualcosa che arriva quando ti senti, perché non te lo chiede nessuno, ti arriva da dentro e lo fai. Funziona un po’ come per quelle coppie che stanno insieme da anni e improvvisamente decidono di sposarsi e le persone, da fuori, si chiedono il perché. Ma loro sentono il bisogno di farlo. Fare il Contestabile è anche un modo per dare il proprio contributo morale: si può dare un contributo economico facendo una donazione, un contributo manuale salendo a lavorare, ma il contributo morale, per i confratelli e per tutto il paese, non hai altra occasione che fare il Contestabile per offrirlo in modo appropriato.

 

Quando hai deciso di fare il Contestabile? Come è maturata questa decisione?

La mia decisione è maturata grazie a Massimiliano Borioli e Flavio Macciantelli, “u terzu defiziè”, (termine che identifica il Contestabile della precedente edizione, come pure quello di tre anni prima viene detto “Capo Consiglio”) due grandi amici che mi hanno dato il coraggio che forse mi mancava. Io e lui ci siamo prima un po’ fiutati come due cani prima di accoppiarsi. Lui mi mandato dei segnali per vedere come reagivo. Quando, dalle mie reazioni, ha capito che a me avrebbe fatto piacere e che sarei stato pronto, una mattina è arrivata una sua telefonata: voleva vedermi per parlarmi. Alla sua domanda se volevo fare il suo Vice, la mia risposta è stata subito si, seguita da un abbraccio e un mare di pensieri positivi di felicità nei confronti di tutte quelle persone, quei Maddalenanti, mio padre per primo con i suoi amici che mi hanno insegnato ad essere un vero Maddalenante e che presto mi vedranno vestire i panni del loro Contestabile.

 

Senti forte la responsabilità di questa eredità?

Si, molto, forte anche quella dell’anniversario. Penso spesso che è passato così tanto tempo e la Madaena è ancora lì e ora tocca a me, ora ci sono io, un anno di trecento che ne ha. Una piccola parte di qualcosa di grande che continua a crescere.

 

Cosa vorresti fare, per cosa vorresti che fosse ricordato il tuo contestabilato? Che novità vorresti introdurre?

Non vorrei introdurre cose particolari, vorrei semplicemente che noi tutti Maddalenanti ci rendessimo conto che, in realtà, siamo una grande famiglia e che in una famiglia è naturale scontrarsi tra giovani e vecchi. Io, in passato, ho avuto spesso discussioni con le persone più anziane: ma quando si è giovani succede. Crescendo mi sono reso conto che avevano ragione, se non proprio tutte le ragioni, gran parte della ragione era dalla parte loro. I nostri motivi di scontro erano sui comportamenti, sulla goliardia eccessiva durante la festa: io credo fermamente che anche la goliardia abbia una sua sacralità, sostengo che ciò che ha fatto durare trecento anni la Compagna di Santa Maria Maddalena nel Bosco è proprio il fatto che tra di noi non c’è lucro ma divertimento. Questo forse è ciò che vorrei capissero gli anziani e che vorrei trasmettere a tutti. Nella Madaena ci sono mille ruoli e compiti diversi, compiti di fatica che un anziano non riesce proprio più a fare anche se li ha fatti per 30, 40 o 50 anni e che quasi sicuramente un giovane riesce a fare con la massima facilità e serenità, diversamente de altri compiti dove magari è richiesta una buona dose di esperienza, calma e tempo. Un giovane si troverebbe spaesato e in netta difficoltà. Ecco perché ci tengo a ribadire che esperienza e forza, legati direttamente insieme dal divertimento, portano l’ottimo risultato che è la nostra Maddalena.

 

Che cos’è per te il Ballo della morte ? Cosa senti quando lo vedi?

Pelle d’oca! Al Ballo della morte  è legato l’odore della lavanda, quello dei cavalli, il clima della festa. Quello che mi colpisce più di tutti è l’ultimo su, all’Eremo, prima di tornare giù in paese, che, idealmente, conclude la festa all’Eremo. E’ per me il più significativo, perché chiude la festa e ci si ritrova tutti vicini a cantare con persone che non si incontrano spesso, ma amano la Madaena.

 

La Madaena ha una parte sacra e una profana. Tu a quale ti senti più vicino?

Io non sono tra i più devoti, ma in questi anni ho capito che la Madaena insegna il rispetto. Al suo interno ci sono persone molto devote e altre meno credenti, ma tutti hanno un grande rispetto l’uno per l’altro. Capitano dei momenti di preghiera e anche chi non professa abitualmente il culto si avvicina per stare insieme agli altri, senza essere obbligato a pregare. Ad esempio, quando il sabato andiamo a lavorare all’Eremo, prima di mezzogiorno ci raccogliamo tutti assieme, atei e religiosi, credenti e non, a dire una preghiera. Questo è un momento di raccoglimento comune, come il pan e pumata, in cui tutti si ritrovano.

 

Flavia Montanari, 25 anni.

 

Flavia è il punto di arrivo ideale di queste interviste, oppure il punto di partenza, se vogliamo usare la visione ciclica del tempo tipica della Madaena. Perché in questa festa, ogni cosa che si conclude, trae immediatamente dalla fine il proprio inizio e, se la storia, quella generale, dell’Italia e di Taggia, può vedersi come una lunga linea continua di cui si perdono inizio e fine, la memoria popolare, invece, come quella della Madaena, ha un andamento a spirale: si ripete cioè ogni anno, torna su se stessa, ma si sviluppa in altezza, cresce ad ogni volta un pochino.

Flavia è la Contestabilessa che parteciperà ai festeggiamenti dei 300 anni. Anche se prima di lei molte sono state le contestabilesse e la storia di è ripetuta medesima molte volte, tra un anno Flavia avrà una sua storia da raccontare e la Madaena sarà più ricca del tassello lei avrà saputo aggiungere a questo grande mosaico taggiasco.

 

Flavia, che cos’è, per te, la Madaena?

La Madaena per me è la tradizione popolare, qualcosa che c’è da sempre. Ha il potere di radunare attorno a sé tutto il paese, fa da ponte tra i giovani e gli anziani, li mette in contatto, ma attira anche persone molto lontane o estranee alla vita del paese, che durante la Madaena tornano. Così ci troviamo tutti assieme a festeggiare e lanciare la lavanda. Perciò, io, quest’anno, per i trecento anni, sento una grossa responsabilità: cercherò di fare il meglio che posso, non vorrei deludere le aspettative di nessuno…

 

Come è nata l’idea di fare la Contestabilessa?

Tutto è partito da una telefonata di Andrea Bracco. Non posso dire che ci pensavo: da sempre, fin da bambina sognavo di fare la Contestabilessa, ho sempre seguito la Madaena e sapevo di essere in età, sapevo che avrei potuto farla. Ma la telefonata di Andrea e la sua richiesta sono arrivate inaspettate, mi hanno stupito molto. Mi sono emozionata moltissimo e, subito, non ho saputo rispondergli. Ero anche preoccupata per il lavoro: nel mio mestiere, la ristorazione, il mese di luglio è fondamentale, sapevo che avrei dovuto fare i salti mortali. Ma ho accettato. Quando mi sarebbe capitato di nuovo? Amo davvero questa festa. So che non sarà facile, la Madaena dà molte soddisfazioni ma è una festa impegnativa. L’anno scorso da vicecontestabilessa, non so quanti strofinacci ho lavato. Ogni volta arrivava qualcuno a portarmene uno sporco. Per fortuna mi ha aiutato mia zia che lavora in tintoria!

 

Quale sarà il tuo regalo da Contestabilessa?

Farò un regalo per la cucina. Ho parlato con Maria Luigia: servono delle padelle grandi. Fare da mangiare per 500 persone non è una cosa semplice…

 

Come ti senti a essere nella storia della Madaena?

Mio nonno, a Taggia, era il fotografo del paese. Per anni a luglio, alla Madaena, ha ritratto i Maddalenanti e il Ballo della Morte, documentando, di fatto, lo scorrere del tempo in questa festa. Spesso penso che ora ci sarò anche io in quelle foto, da Contestabilessa, anche se sarà mia zia a fotografarmi, che ha ereditato la passione del nonno per la fotografia. Ha già preparato alcuni album digitali per Massimiliano Borioli e Beatrice Barone. I due contestabili dell’anno scorso mi sono stati molto vicini nel passaggio: l’anno da vicecontestabilessa era tutto nuovo ed emozionante, quest’anno avrò più consapevolezza del mio ruolo, ma la partenza del sabato, con la sfilata in paese e l’arrivo sui carri con la lavanda saranno indimenticabili.

 

Che cosa senti durante il Ballo della Morte?

Il Ballo della Morte è un’emozione fortissima che aspettiamo ogni anno e non ci stanchiamo mai di vedere. Quello fatto su, all’Eremo, è emozionante, è il Ballo dei Maddalenanti, ma anche quello dell’arrivo in Piazza Eroi, è una esperienza bellissima, con i mazzi di lavanda che volano e i cavalli, tutta la gente stretta attorno ai configuranti nella piazza: per me resterà per sempre collegato alla mimica straordinaria di Renato che lo ha fatto per tanti anni, ci sono cresciuta.

 

Senti forte l’eredità che ti è stata trasmessa?

Si. Chi vive la festa da fuori non può immaginare quanto lavoro ci sia dietro. Non sono soltanto tre giorni, c’è un anno di preparazione dietro. I giorni della festa sono intensissimi, c’è chi si alza prestissimo per andare a lavorare all’Eremo. Anche in questo modo mi è stata trasmessa l’eredità della Madaena, con il lavoro di tutti, che unisce giovani e anziani.

Lascia un commento

Archiviato in Centroterra, ZirichilTaggia