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La scoperta dell’acqua bollente

E’ gravissimo. Inaudito. Mai sentita una cosa simile.
Gli agenti della polizia municipale di Sanremo, agli ordini del comandante Claudio Frattarola, hanno fatto una scoperta terribile.
Sulla nostra bella pista ciclabile, vanto turistico e paesaggistico del ponente ligure, dell’intera Liguria, ma che dico, della nazione, dell’Europa, del Mondo intiero, c’era un dormitorio clandestino.
Insospettiti dalla porta malchiusa di un locale dismesso, un vecchio deposito appartenente prima alle Ferrovie dello Stato ed ora ad Area 24, i vigili hanno fatto irruzione e scoperto il giaciglio clandestino.
All’interno hanno trovato indiscutibili prove di reato: cartoni usati come branda, lattine di birra e succo di frutta, uno zainetto vuoto, un kitekat già addentato (e quindi non più utilizzabile), un giornale (sulle prime s’è parlato dell'”Osservatore Romano”, ma, poi con successive smentite, s’è arrivati a “Il fatto quotidiano”). Addirittura è stata rinvenuta una candela.
Tutto è stato subito chiaro agli inquirenti. Qualcuno deve esservisi introdotto – dopo aver sfondato la solida porta di compensato da 5 mm – con l’intenzione manifesta di passarvi la notte e proteggersi quindi un pochino dal freddo intenso di questa fine di dicembre.
I due principali media locali sanremonews e Riviera 24 danno la notizia con dovizia di particolari.

Grande lo sgomento tra i sanremesi. Da giorni l’opinione pubblica rivierasca è sconvolta dalla notizia.
Subito s’è pensato che il giaciglio potesse risalire ad altri tempi, al medioevo, che fosse stato usato dai pirati saraceni (clandestini pure loro).
Ma il fatto che la candela fosse ancora accesa, non lascia margine a dubbi. Addirittura s’è ipotizzato che il colpevole della tremenda violazione abbia mancato di poco il rendez-vous con le autorità. O che alcuni complici lo avessero avvertito della retata. Insomma, per quache ora, s’è creduto che da qualche parte ci fosse una banda del buco intenta a occupare i casolari inutilizzati di Area 24 prima che, come da progetto, diventino bar, depandances, chioschetti.

Ma la gente non ci sta. Non riesce a credere che a due passi dalla pista ciclabile su cui la domenica transitano tranquillamente migliaia di famiglie, bimbi e sportivi, potesse dormire un individuo così, un clandestino. Magari forse un immigrato, di nazionalità sconosciuta, arabo, cinese, zingaro, addirittura qualcuno fuori-Schengen.
Uno che sicuramente passa le giornate a vendere accendini, rose, fazzoletti, falsi di D&G e quant’altro, o a chiedere l’elemosina, si sa.
Le cose si fanno ancor più gravi se poi si considera che il casolare in questione è sito in via Nino Bixio, a due passi dalle centralissime Piazza Colombo e via Matteotti. Data la sua posizione e l’affitto pagato da molti sanremesi per il proprio appartamento, quel giaciglio poteva considerarsi una suite 5 stelle, un residence d’oro, un monolocale di lusso.

I vigili, intervenuti prontamente, hanno fatto il loro mestiere. Registrato, fotografato e catalogato tutto, apposto i sigilli alla porta, al giaciglio, al kitekat.
Ma la cosa non passerà senza ripercussioni. Qualcuno è ancora sconvolto. Ora si attendono le reazioni della politica.
Proprio adesso, che tutti sono impegnati nello shopping pre-natalizio, non ci voleva.
Ci siamo improvvisamente accorti di una cosa comunissima ovunque: nella nostra bella provincia, ancora intatta, indenne, immune ad altre piaghe come il precariato, la prostituzione, il lavoro nero e l’evasione fiscale, c’è chi non ce la fa. Anche da noi esistono i poveri.

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La possibilità di una giungla

Dicesi “Giungla”, una vasta zona di terreno basso e umido, tipica dei paesi equatoriali e tropicali; interamente coperta di vegetazione, asilo di belve e serpenti velenosi. (Devoto-Oli, Dizionario della Lingua Italiana).

Secondo questa definizione, Sanremo, comodamente adagiato sul 43° parallelo, non potrebbe assolutamente ospitare una giungla. Piuttosto, viste come vanno le cose, sempra terreno buono per una delle chiose della definizione: “g. di asfalto: la città come teatro di corruzione e di lotte spietate per il predominio o la sopravvivenza” (Devoto-Oli, cit.).

Invece, proprio a Sanremo, una giungla c’è. E senza belve e serpenti velenosi, ma con tanto di indirizo e numero civico. E’ a casa di Libereso Guglielmi, in via Dante Alighieri 103.
Proprio lì, superato il traffico della sottostante via San Francesco, c’è il giardino di uno dei botanici più conosciuti in Italia e nel mondo, ex aiutante di Mario Calvino, uno degli ultimi a conservare intatta l’esperienza della stazione sperimentale che quest’ultimo aveva impiantato nella ormai ex città dei fiori.

Sabato 13 dicembre, Libereso Guglielmi è stato premiato dall’Associazione Red Century per il suo impegno nella conservazione e salvaguardia dell’ambiente. Le sue parole e il documentario realizzato da ZemiaFilm (visibile per intero su http://zemiafilm.wordpress.com/) sono state l’occasione per ricordare gli anni della Stazione sperimentale e rimpiangere una Sanremo che non esiste più. 

Nella Sanremo di sessant’anni fa, al posto di molti condomini, in via San Francesco, c’erano piantagioni d’avocado. Si sperimentava con successo l’acclimatamento di piante subtropicali in Riviera. C’era l’intenzione di creare un luogo di sperimentazione ma anche di divulgazione della cultura della botanica, in modo che tutti potessero beneficiarne :”il nostro progetto era quello di insegnare alla gente a coltivare le piante tropicali, in modo che chiunque potesse averle in giardino e creare un luogo unico”.

Mario Calvino e Libereso Guglielmi dovettero però  fare i conti con un parassita che in quegli anni stava cominciando a infestare la Riviera. Una qualità voracissima e difficilissima da estirpare: i palazzinari. La lotta fu impari. Piano piano, uno dopo l’altro, gli avocados caddero sotto le benne delle ruspe. Le essenze cinesi, peruviane e anche le euforbie tipicamente liguri, vennero estirpate per far spazio a pilastri e parcheggi.  Alla giungla verde si sostituì la giungla grigia dei condomini. 

Di tutta quella esperienza resta ora solo il piccolo giardino di Libereso. C’è di tutto: piante utilizzate dagli aztechi nella loro cucina, rampicanti cinesi che si allungano sui rami di alberi di banano, piante himalayane,
Lui ci vive dentro come un Adamo dimenticato. Le chiama per nome, le sue piante: Pelargonium pertatum (una specie di geranio), Perilla nanchinensis (una specie di basilico rosso profumato), Nandina domesticha (una pianta giapponese dal cui legno si fanno gli stuzzicadenti). E’ forse l’ultimo a parlare la loro lingua, a capirle i loro bisogni: “qui le piante sono libere – dice – la mia giungla non ha regole, qui le cinesi convivono benissimo con le arabe e le sudamericane. ” 
Ma Libereso sa bene che il mondo ha preso un’altra strada: “Sarebbe ora – dice – di pensare non a ciò che la Terra può darci ma ciò che possiamo dare noi alla Terra. Ormai questo rapporto si è invertito”.

Questa giungla, a due passi dal centro, in cui il fruscio delle foglie è disturbato dal ronzio delle automobili, è il suo gesto di ribellione nei confronti della Sanremo di oggi. Una parentesi di anarchia e vita dove tutti hanno seminato asfalto e morte.
Ma forse non tutto è perduto. Le persone come Libereso sanno iniettare nuova linfa e speranza anche nei momenti più bui. Del resto Sanremo città è così compromessa che ormai i palazzi dovrebbero costruirli sui palazzi. Non restano che pochi spazi per impiantavi una giungla. Uno di questi è arrivato soprendentemente da una zona prima off-limits per tutti: è la vecchia ferrovia. Perchè non utilizzare la nuova pista ciclabile come un nuovo, lungo giardino botanico? Basterebbe investirvi un po’ di risorse, neppure troppe, il microclima di Sanremo è unico e le piante hanno dimostrato di cavarsela benissimo da sole.
Chissà. Forse un’altra giungla è possibile.

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