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Catasto furbastro

Secondo le recenti stime dell’Agenzia del Territorio, la Valle Argentina e il Ponente ligure pullulerebbero di immobili non accatastati. Non si finirebbe di contarli: ogni casone, ogni sgabuzzino, ogni capanno d’attrezzi, costruito anche in tempi Napoleonici o usato dai pirati saraceni come dimora, è passibile, oggi, nel 2010, di catalogazione, certificazione, registrazione e accertamenti, pena pesanti sanzioni amministrative e dunque pecuniarie.

E’ il colpo di coda dello stato contro l’abusivismo edilizio. Prendersela con i più deboli, con chi non può.
Mentre un po’ ovunque si sfasciano colline, si smontano arenili, si parcheggiano yatch tra le scogliere, gli 007 dell’Agenzia del Territorio si accaniscono sui capanni, le baracche, i “casui”, costruiti magari anni fa dai floricoltori per rinchiudervi decesugliatori e anticrittogamici.
Del resto, se esiste un'”Agenzia del Territorio”, da qualche altra parte ci dev’essere un’ufficio segretissimo della “Spectre del territorio” che tutti i giorni apre Google Earth e sceglie dove colpire, come le freccette al pub, con un casone, una casella, una baracca.

Per fortuna, lo stato italiano, come sempre magnanimo in questi casi, ha subito approntato una “sanatoria”. E’ così che si fa quando non si hanno più soldi: si inventa un problema e poi il modo di risolverlo è sempre lo stesso. Come i ciarlatani che giravano una volta i paesi vendendo pomate contro l’aerofagite.

In Italia poi, si sa, c’è una sanatoria quasi ogni giorno, ma questa va fatta entro il 31 dicembre 2010.
In molti hanno già ricevuto una lettera firmata “Agenzia del Territorio”, che intima loro la regolarizzazione dell’abuso e la sua iscrizione al catasto. Scritto nell’antilingua dei borocrati, si tratta della “sanatoria catastale, prevista dal decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010, convertito con modificazioni dalla legge n. 122 del 30 luglio 2010”. Nella loro lotta contro il male, quelli dell’agenzia fanno sul serio, tanto che hanno emanato la successiva circolare 3/2010 di interpretazione dell’art. 19 del D.L. 78/2010 convertito nella legge n. 122/2010, al fine di fornire una panoramica sulle novità di maggior rilievo dicharando che per le locazioni e le compravendite degli immobili non correttamente censiti: “gli atti pubblici e le scritture private autenticate che hanno per oggetto il trasferimento, lo scioglimento o la costituzione di un diritto reale su un fabbricato urbano devono contenere, a pena di nullità, oltre al corretto identificativo catastale anche il riferimento alla planimetria depositata presso l’Agenzia del Territorio nonché una dichiarazione degli intestatari circa la conformità dei dati catastali e delle planimetrie allo stato di fatto”. In parole povere, se siete nel bel mezzo della vendita di un terreno che ha un casone, vi conviene accatastarlo, altrimenti puff, l’atto scompare come una bolla di sapone.
Inoltre “ai soggetti che non rispettano i termini per le dichiarazioni sarà applicata una rendita presunta da iscrivere in via transitoria in Catasto”.

Insomma, chi, cresciuto in Riviera, non si ricorda dei “casui”, quelle costruzioni dove il nonno nascondeva la motozappa o l’atomizzatore, infestate da vespe e ragni, ma buone per giocare a nascondino e dove a volte dal buio e dal silenzio spuntava il cocò di una gallina? Oppure erano usati come minaccia per i monelli: “Se nun ti fai u bravu a te seru intu casun!”.
Fanno parte ormai del paesaggio. Non tanto quello fisico, sicuramente quello dell’anima. Solo oggi, grazie all’Agenzia del Territorio”, ci accorgiamo che erano quelli giochi, ricordi abusivi. E’ l’ennesimo condono mascherato.

Ma la scappatoia, come al solito, c’è. Se il capanno supera gli 8 mq (è il minimo per muovercisi dentro con un’atomizzaotore o una motozappa) e non si vuole essere salassati dall’Agenzia del Territorio, se ne deve demolire il tetto. A questo punto il casone diventa “unità collabente” e il catasto si placa.
In pratica, dobbiamo demolire una parte di ciò che abbiamo vissuto. O dobbiamo ricomprarcela con un pizzo salato.

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Quando ci si ritrovava dall’altra parte

La frontiera non finisce a Ventimiglia, dove la segnaletica e la lingua ci dicono che siamo arrivati in Francia. La frontiera, intesa come luogo di sentimenti, passioni, vita e, soprattutto, storia e storie, è un luogo a sè, più interiore e personale, che a volte supera i limiti stessi che vincolano gli stati nazionali.

Come quella tra Italia e Francia: molto più grande del confine, sale su, in alta val Roja, abbraccia colline, valli, montagne, fino ad arrivare “dall’altra parte” ad attraversarne un’altra, quella con la “Tera brigasca”, a Realdo, in alta valle Argentina.

Ma spesso a tracciarle, queste frontiere dell’anima più che di stato, non sono cartine, matite e gomme di geografi, nè tanto meno reticolati, filo spinato e trattati di pace.  Solo le vite degli uomini. Così, a volte le guerre finiscono e le frontiere restano.

A raccontarci che cosa sia la nostra frontiera, a scavare nella memoria per impedire che se ne perdano i dettagli e si trasformi in un banale confine, restano l’arte, la letteratura e il cinema. Come “E ci si ritrova dall’altra parte” il documentario che Nicola Farina, documentarista sanremese, sta girando in Alta Valle Argentina, tra Verdeggia, Realdo e Borniga.

Per riscoprire un po’ di cosa accadde lungo quella frontiera oggi quasi perduta e capire il valore della memoria, Farina ha organizzato per la sera dell’11 agosto, alla sala da ballo della Pro Loco di Realdo, una proiezione pubblica di “La Legge è Legge!”, un film di Christan-Jaque, con Totò e Fernandel, girato nel 1958 e idealmente ambientato da queste parti.

Il film è una commedia, qui in “tera brigasca” la definizione della nuova frontiera nel 1947 portò non pochi problemi, ma si sa, ridere aiuta a riflettere e a rimuovere ciò che ancora rappresenta un limite di silenzio e paura, a documentare la realtà.
Chissà se le avventure del gendarme francese Ferdinand Pastorelli e del contrabbandiere italiano Giuseppe La Paglia, interpretati dai grandi Fernandel e Totò, riporteranno indietro di 60 anni gli abitanti e i discendenti degli abitanti di Realdo e li faranno riflettere, oggi che il paese praticamente non esiste più (l’ultimo a viverci tutto l’anno, anche d’inverno, è morto da poco) e gli odi e i rancori di un tempo sono scritti solo nella memoria.

“E ci si ritrova dall’altra parte”, Il documentario di Farina, proprio questo vuole fare.
Restituire il giusto valore alla memoria, dopo anni passati in un silenzio assordante, in cui quel luogo è andato spopolandosi, perdendo lingua, cultura e identità. Il titolo è tratto da una frase de “Il sentiero dei nidi di ragno”, di Italo Calvino, che ben descrive quegli anni.
La storia è quella di Liliane e Jacqueline, due sorelle, divise dalla guerra e
dall’annessione del comune italiano di Briga alla Francia nel 1947, legittimato da un referendum dolorosissimo, cui a molti abitanti fu impedito di partecipare. Le vite delle due sorelle a quel punto si sono divise, ma entrambe ricordano ancora loro modo la frontiera: una, Jacqueline, rimasta italiana, è bravissima poetessa in brigasco; l’altra Liliane, diventata francese, partecipa al documentario compiendo un vero e proprio ritorno alle origini.

Il documentario, della durata di 52 minuti, ha ricevuto dei finanziamenti della Région PACA, del Conseil Général Alpes-Maritimes, dal Parco Regionale Alpi Liguri, ed è stato selezionato dal forum europeo di progetti di film documentari Docuregio 2009. E’ prodotto da Hélène Lioult (Airelles Vidéo, Aix-en-Provence) ed è stato preacquistato da TLP (Télé Locale Provence) e da UTLSP (Union des Télévisions Locales de Service Public) e avrà un’anteprima francese a fine 2011. Ancora nessuna proposta arriva dal fronte italiano, ma si sa, in Italia, non è un bel momento per il cinema e la cultura in generale. Speriamo lo sia almeno per la memoria.

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Addio, lavoro nero

Niente più lavoro nero nel Ponente Ligure. Lo si legge oggi sul giornale, lo dice la TV. Che bello, era ora, dirà qualcuno. Ma la notizia rischia di essere fuorviante. Perché, purtroppo, non sarà la piaga del lavoro “nero” a scomparire dalla Riviera. Quella, anzi, con il perdurare della crisi e un certo lassismo nei controlli, durerà ancora a lungo, nell’edilizia, nel sociale, nella floricultura.
Per trovare il lavoro nero che scomparirà bisogna abbandonare le spiagge e le seconde case, superare il ponte dell’A 10 che divide in due la valle Argentina, salire fino alle pendici del Saccarello.
Le principali aziende d’estrazione di ardesia della Valle Argentina hanno annunciato che chiuderanno a breve. Si capisce che di lavoro vero si tratta, lavoro che di nero ha solo il colore della materia prima, l’ardesia.

Lassù, tra Realdo e Verdeggia, hanno sempre usato la pietra nera. Le “ciappe” le usano da anni per coprire i tetti, per fare scalini, tavoli, altari, per cuocere tome e salsiccie. C’erano delle persone che s’erano specializzate ad estrarla e a lavorarla: i ciapinée. Conoscevano la montagna, la sfogliavano come un libro e ne estraevano il necessario, senza impoverirne le “vene”. E’ solo con gli anni ‘’60-‘70 che è arrivata la dinamite. Lo sfruttamento intensivo delle cave ha cominciato a far tremare i monti. I camion carichi di pietra a percorrere la statale 548 diretti in val Fontanabuona. Le acque di lavaggio dei cantieri, riversate nel torrente, scartavetravano via ogni forma di vita durante le alluvioni. L’acqua arrivava a Taggia blu, schiumosa come il dixan. Le falde che inevitabilmente incrociavano gli scavi venivano chiuse con la calce.
Pochi o nessuno dei ciapinée realdesi vennero assunti a lavorare nelle cave. L’alta valle andava spopolandosi, la gente preferiva scendere in Riviera e lavorare nei fiori, o nei cantieri. Spaccarsi per spaccarsi la schiena, tanto valeva farlo al mare. Gli operai spesso arrivavano da Genova. E la “ciapa” cambiò nome, divenne “lavagna”.

Per anni s’è scavato sotto il Redentore. Da una parte si tirava fuori la pietra più grezza, buona per l’edilizia. Dall’altra, nell’Ubagu du sprit, un buco che la neve d’inverno trasformava in un inferno di ghiaccio, quella preziosa e liscia, destinata ai tavoli da biliardo, da esportare in America. Dicono che pure il biliardo di Paul Newman e Tom Cruise ne “Il colore dei soldi” fosse fatto con l’ardesia di Realdo.

Ora, come altrove, è arrivata la crisi. Brasile, Cina, offrono ardesia di buona qualità a prezzi minori. Funziona così per tutto. Per la gomma, per le lavatrici, le automobili. E anche per l’ardesia. E’ il mercato, baby.

E’ strano come in alta valle Argentina si possano trovare date esatte per la fine delle attività umane. E’ successo per la pastorizia: i vecchi di Realdo conoscono il giorno esatto in cui l’ultima pecora è andata in bandìa. Adesso succede anche per l’ardesia.

Però, non tutti i momenti di crisi arrivano per nuocere. L’ardesia in Valle Argentina, se rappresentava una fonte di reddito per molti, non era certamente esente da problemi di sostenibilità. Se le cave chiuderanno davvero, oltre ai problemi legati alla perdita dei posti di lavoro e ad un’alternativa al sistema economico-sociale che avevano creato, occorrerà reintegrarle con l’ambiente, riducendo il più possibile l’impatto che per anni hanno avuto, senza perdere le competenze legate all’artigianato e le maestranze.

Tutto passa per il rilancio dell’entroterra. Il neonato Parco Regionale delle Alpi Liguri può essere la giusta alternativa. Un ecomuseo? Un percorso di recupero sul modello delle Miniere di Gambatesa in Val Graveglia? (http://www.minieragambatesa.it/)? La scommessa è aperta.
Mai come oggi il futuro dell’alta valle Argentina è stato incerto. Per fortuna, forse, non sarà più “nero”.

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Paura e delirio ad Agaggio

La corriera percorre la strada di sopra, quella costruita perchè giù doveva esserci la diga. Nel primo tratto c’è la salita e il motore è stanco e sforza se non lo tieni su di giri. Ma Enzo quelle curve le conosce a memoria, potrebbe farle ad occhi chiusi. E li chiude, infatti. Per un istante pensa ad un’altra settimana passata a guidare quel cassone su fino a Triora e poi a tornare giù a valle. Sempre puntuale. Oggi è primavera. Non vede l’ora di essere a casa. C’è la Sanremo.

A Badalucco non è salito nessuno, anzi sono scese due ragazze con gli zainetti dipinti. Ancora poco e scaricherà gli ultimi tre gatti saliti in Riviera, anime perse che s’arrampicano nel buio dei monti. C’è la Emma, una vecchietta con le borse del super Basko. La carica sempre ad Arma, tutti i giorni alla stessa ora. E’ un po’ come se fosse il suo chaffeur. E poi due ragazzini con l’Ipod seduti come al solito nei sedili in fondo. Non s’è mai spiegato perchè i giovani scelgano quei sedili dove si patisce di più, roba da travelgum.
Uno, quello paffuto, un po’ sfigato lo conosce di vista: succede così con i ragazzi. Li vedi crescere dalla prima alla quinta liceo, t’affezioni a tutto, ai jeans a vita bassa, alle Converse, ai brufoli. L’altro no, non l’ha mai visto. Dev’essere uno nuovo. Meglio così, c’è ancora qualcuno così pazzo da salire ad abitare a Molini.

Comincia la discesa. Enzo mette il freno a motore. Adesso la vecchia Iveco sembra una barca con il vento in poppa. Il volante è dolce, le curve basta pennellarle, Lilù! Lilù!, un colpo di clacson, caso mai ci sia qualcuno dall’altra parte. Tra poco c’è Molini, ad Agaggio inutile fermarsi, non ci abita nessuno.

Ma quando passa davanti all’Osteria del Cinghiale Bianco la Emma s’avvicina. Non vuole scendere, no, lei di solito scende a Molini. Ce l’ha con quei due, laggiù in fondo. Fumano. E che spuzia! Ma non è proibito? Beh, sì, le risponde Enzo, è vietato fumare. Ma sono ragazzini, le dice, Tra un po’ siamo arrivati, apra un po’ il finestrino. No! U l’è freidu! A g’ho a cervicale, a me piu a brunchite.
E va bene. Non resta altro da fare.

C’è il monumento ai Partigiani ad Agaggio. E’ una strana piramide, proprio lì, all’incrocio tra Agaggio e Agaggio superiore. Lì c’è pure la fermata e poco più in là l’alimentari-edicola. Non è una metropoli, Agaggio. L’Iveco blu si ferma. Enzo mette il freno a mano. Lascia il motore acceso.
Ehi, ragazzi, smettetela di fumare. Dà fastidio alla signora Emma, E chi è la signora Emma? Non può aprire il finestrino?, No, fa freddo. Dai ragazzi, smettetela. Tra un po’ siete arrivati e potete fumare tranquilli a Molini, E se io volessi fumare qui, adesso?, a parlare è quello nuovo. Ha un accento strano, senza la conchetta finale tipica della valle Argentina. Allora devo dirti che è vietato. Non vedi il cartello? Vietato fumare, E se volessi fumare lo stesso?, il ragazzo continua. Ha il berretto con la visiera piegata e calzato appena, come se gli fosse stretto. Ma si vede che è tutto studiato. E’ di moda. Beh, allora devo farti scendere, Ah, hai sentito il tipo Danilo? Dice che ci fa scendere. L’altro, il tipo paffutello non lo guarda negli occhi, forse è perché sa di avere torto, ma non reagisce, Avanti, spegnete le sigarette oppure scendete. Dai che viene tardi, Che zuventù! Ah! L’avescimu fau nui de rispunde cuscì! Uh! Me paie u me sunava cume a campana de Glori!, la signora Emma incalza, Tu stai zitta vecchia strega, le dice il ragazzo con il berretto, Ma va! Si dice Bazura! aggiunge l’altro.
Adesso basta, scendete, forza. Enzo torna al posto di guida e apre la porta di mezzo.

La vecchia Iveco blu riparte. Alla fermata, vicino al monumento dei Caduti della Resistenza, ci sono due ragazzini con gli zaini e l’Ipod nelle orecchie. Uno ha un berretto calzato male. Hanno smesso di fumare. Urlano e fanno gestacci: Non finisce qui!
Sulla corriera la signora Emma ringrazia. L’ha faitu propriu ben sciù autista, propriu ben! Autru che educaziun, mi a ghe n’aveea dae fia due se nu fusse pe’ a cervicale!

Ma Enzo non è contento. Ci ripensa quando la Emma scende e la corriera a Triora ci sale vuota. Cinque minuti di pausa. Un caffettino al bar. Un occhio alla TV accesa. Sono già sul Berta. Madonna quanto pedalano. Non c’è nessuno in fuga, il gruppo è compatto. Forse se farà presto riuscirà a vederli passare ad Arma al Quadrivio Rossat. Tanto chiudono il traffico.

L’Iveco riparte vuota. Lui lo sa. Chi è salito a Triora non ha ancora voglia di scendersene. E’ troppo presto. Forse la prossima corsa sarà completa. Così in discesa può lasciarla scorrere un pochino. Pensa ai ciclisti sul Berta.
A Molini sì, di solito c’è qualcuno. Due tedeschi con gli zaini che sanno di bruss. Una ragazza con gli occhi neri e la treccia. Una coppia di signori con un cavagnetto di verdure. E un tipo robusto, stempiato e in maglietta anche se fa piuttosto freddo. Sale con la sigaretta. Ci siamo di nuovo, pensa Enzo, Ma cos’è oggi? La giornata del fumo e quella degli stronzi insieme? Non ha il tempo di chiudere la porta che il tipo gli si avvicina, Senti un po’, faccia di merda, parla con la sigaretta tra i denti, Che cazzo combini, fai scendere la gente quando ti pare a te adesso?, Scusi? Che dice? Enzo tenta l’approccio educato, del resto è sempre un servizio pubblico, Come che dico? Testa di cazzo, perchè hai fatto scendere mio figlio?, Ah, e così lei sarebbe il papà di quel ragazzino di prima. Complimenti, bell’educazione. Dovrebbe insegnargli che certe regole in pubblico si rispettano e che… Enzo non ha il tempo di rispondergli che si vede arrivare in faccia un destro secco. E’ un po’ come quando, salendo a Triora, l’Iveco incrocia uno dei camion delle cave di ardesia. Solo che con il volante Enzo è più bravo a sterzare. Spero che adesso hai capito, dice il tipo scendendo dal bus, non ti saresti mai dovuto permettere di fare ciò che hai fatto a mio figlio.

Questa storia è accaduta davvero. Non in una banlieu di Parigi o Marsiglia. E nemmeno a Scampia o alle Lavatrici di Prà. La follia sabato s’è fermata ad Agaggio. Il Secolo XIX ne ripostava la notizia. Nell’edizione online c’erano più di 100 commenti.

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Città di Sopra e Città di Sotto

Taggia e Arma sono la stessa cosa o due cose diverse? Dove finisce l’una e dove comincia l’altra? La questione è di quelle che dividono e non basterà un post a risolverla.
Gioverebbe un nuovo nome a unire il tutto? Un volantino (eccolo qui) diffuso in questi giorni solo (e prudentemente ) ad Arma, propone l’acrostico “Armataggia”.
Ma la cose, viste da un altro punto di vista, hanno tutt’altro aspetto.

Da sempre la città ha avuto due facce, due volti diretti in direzioni opposte. C’è la Città di sopra, con il borgo arroccato tra gli ulivi, con le vecchie case, il ponte, i campanili e le chiese, aperta alle vie dei monti e circondata di mura per difendersi dal mare. E c’è la Città di sotto, località di Riviera, con quell’aria satura d’olio solare e di idiomi padani nei mesi d’estate; terra desolata, sanatorio piemontese nella letargia dell’inverno.

La città è dimezzata: da una parte un largo triangolo fazzolettato d’orti e di serre, tappato a tramontana dalle pendici dei monti, dall’altra la skyline aitante di grattacieli appartamenti hotel, fin sulla battigia. E, ancora, a monte, genti con le unghie nere di terra e le dita spaccate dai maxèi, l’aria stanca, gli occhi lucidi e la parlata tonica. A valle, invece, signori distinti, famiglie borghesi, risme di geometri e dentisti, schiere d’albergatori, commercianti, banchieri, farmacisti. Api gli uni, cicale gli altri. E se l’una la regolano ancora effemeridi e lunari, non si muove foglia che Dio non voglia, l’altra, invece, la disciplinano gli orari delle banche e delle petineuses.

Ogni cosa, a seconda che la si prenda da sopra o da sotto, ha un aspetto diverso. Avara e tenace la Città di sopra, affabile e compiaciuta quella di sotto. Costretta in viuzze e sentieri contesi tra gli orti la prima, stipata nei parcheggi o incolonnata sull’Aurelia la seconda.

Di tutto tentarono, negli anni, sindaci, urbanisti, amministratori, architetti, ma le due città, per quanto vicine e legate dallo stesso stretto cordone, non ne hanno mai saputo d’unirsi, e ciò che è di una guai a darlo all’altra e, tuttora, agli abitanti della Città di sopra, guai a dirgli “Ma tu sei della Città di sotto!”, è per loro l’offesa più grave, oppure, quando a primavera per un attimo passa la corsa delle biciclette, se la TV parla solo della Città di sopra, qualcuno, di sotto, dalla rabbia, spegne l’apparecchio senza neanche vedere chi ha vinto.

Ci provarono col municipio. Costruiamo il comune a metà: per forza, si disse, di due città ne faremo una sola. E le scartoffie, e i pigri impiegati, e i timbri, e gli assessori li spostarono più giù, ma, alla fine, quelli della Città di sotto dovevano comunque salire, e quelli di sopra avevano da scendere: non si contentò nessuno.

Ci provarono con la ferrovia. Ecco! La stazione, pensarono, spostiamola più su, togliamola dal mare, mettiamola a metà. E così presero quei treni, (ah!) che tornavi e ti baciavano le onde, partivi e avevi ancora l’arena nelle scarpe e li mossero più su, dal Municipio. Ma alla fine, partire non è più partire bensì andarsene e tornare, ah, ma tornare dove? Sulle prime non seppero neppure come chiamarla, la nuova stazione: “Città di sopra”? No!, “Città di sotto?”? neppure. Ora il capostazione dice “SottoSopra, stazione di SottoSopra”.

E per l’Autostrada? Medesima cosa. Il casello era di sopra, ma c’era scritto “Città di sotto”. Lo stesso accadeva per le poste, gli elenchi del telefono, le partite del pallone: insomma, una gran confusione.

Finché non è arrivata Shoptown.
Shoptown, il grande centro commerciale. Per i nuovi sindaci, urbanisti, amministratori e architetti, era l’ultima  possibilità per riuscire in ciò in cui i loro antenati avevano sempre fallito: unire i due volti della città. Decidere dove costruirlo non fu difficile: di nuovo a metà. Pensarono: questa volta andrà meglio, non è che tutti i giorni si vada all’Ufficio Anagrafe o si prenda il treno, ma il pane, invece, quello sì, dovranno venire a comprarlo qui.

Per innalzarla non si badò a spese. Shoptown s’allargava tra le altre due come una macchia d’olio, inglobando tutto, orti, case, cantieri. Durante la sua costruzione accaddero prodigi straordinari: i terreni nei dintorni, fasce malmesse d’articiocche, di livido ruscus e serre dai candidi vetri sbeccati, divennero edificabili e gli agricoltori, stanchi di avere tra le mani il magaglio, preferirono metterle sul portafoglio.
Le ruspe ebbero ragione della fragile campagna: dove svettavano guglie di vetro s’erigono ora i nuovi templi del commercio, dove crescevano file di garofani, ora si stendono pettini tratteggiati di parcheggi, alle tavole puntute di sementi s’avvicendarono presto gli espositori degli ipermercati.

Ma ora accade qualcosa di strano. Tutte le strade, i viali, i marciapiedi o i viadotti cominciano a non portare più alla Città di sopra nè a quella di sotto. Tutto converge, in un modo o nell’altro, a Shoptown. “Shoptown, da questa parte!”, “Shoptown, 500 metri!”, “Shoptown 400 metri!”, “300 metri!”, “200!”, “100!”, “50!”, “Siete arrivati!”: infine, eccola, preziosa come Eldorado, celeste come l’Eden, vagheggiata Città dei balocchi, mitica Atlantide, torbida Gomorra, lontana Samarcanda o ricca Timbuctù, eccola, la nuova Shoptown.

La valle, in pochi anni, ha cambiato aspetto. Dall’alto della Città di sopra, la nuova Shoptown prende il sopravvento. Dove, nelle notti di luna, si coglieva il riflesso del sole e il baleno degli ulivi, ora arriva il blu elettrico delle insegne al neon. La Città di sotto, invece, vive in ostaggio, turista-cliente di sé stessa: orde d’automobilisti la invadono il sabato pomeriggio, saccheggi o diaspore arrivano a seconda dei saldi di fine stagione.

Shoptown non è una vera e propria città. Non ha un municipio, non ha una stazione, non è segnata sulle cartine e negli almanacchi, ma solo sui volantini promozionali. E, volendo, non ha neppure abitanti, cittadini o residenti: alle 20.30 battuti gli ultimi scontrini, dentro non rimane nessuno.
Alcuni, però, sono convinti che la vera città sia questa e che l’una e l’altra, la Città di sopra, medievale, con il campanile e il ponte ad arcate, e quella moderna, la Città di sotto, svettante di grattacieli e odorosa di salino, siano state costruite come un suo ideale contorno, tanto per renderla più vera.

Nessuno è di Shoptown e tutti veniamo da lì. Nessuno c’è mai andato e ne siamo appena tornati. Ci si va solo per fare la spesa. Eppure, non ne siamo ancora usciti.

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