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Interviste ai Maddalenanti: Ivan Lombardi

Ivan è una persona scrupolosa. Lo è nel suo mestiere, nella ricerca accurata di ingredienti e ricette, negli abbinamenti di cibi e vini; lo è nella sua attività nell’amministrazione comunale, dove è Consigliere Comunale con delega all’ambiente. E lo è anche all’interno della Compagnia Santa Maria Maddalena del Bosco: Ivan Lombardi è uno dei cuochi – il giorno della festa fa da mangiare per 500 persone – ma anche uno dei due Configuranti, il più esperto, del Ballo della Morte. E’ forse con grande accuratezza che ne parla, senza dimenticare o trascurare il più piccolo dettaglio, nemmeno le proprie memorie personali, in modo da far trasparire l’importanza che questo aspetto ha nella sua vita.

Ivan, com’è cominciata per te questa avventura?

Sono Maddalenante da sempre, ho 47 anni ma sono 44 anni che salgo alla Madaena e partecipo alla festa. Ma la mia “prima volta” è stata da esterno, da fuori.
Andò così: ho sempre vissuto il mondo Scout, e una volta, da ragazzo, a San Romolo di Sanremo, ci fu una riunione di zona in cui ognuno doveva portare qualcosa rappresentativo del proprio paese. Io scelsi di portare il Ballo della Morte. Ricordo che nel gruppo c’erano molte persone che facevano anche parte della banda di Taggia, la Pasquale Anfossi, dunque in molti sapevano cos’era il Ballo della Morte, ne conoscevamo la musica e la coreografia. Quella volta, però, poiché ero Maddalenante, fui destinato io a fare il Ballo. Stranamente ad accompagnarmi fu una donna, Gianna Panizzi. A volte, lontano dalla festa di luglio, è successo che una donna facesse il ballo: mia madre, ad esempio, lo fece con il padre di Renato Varese, proprio il Renato con cui io poi ho fatto il Ballo per anni. Dunque da molto tempo io amo la Madaena e il Ballo della morte.

Così, quando morì Bazurìn e si cercava un sostituto per fare il Ballo assieme a Renato, mi proposi io di farlo. Renato accettò subito entusiasta e decisero di farmi provare. Andammo da lui, al ristorante, la Trattoria Enza: tutti i Maddalenanti si misero intorno, come in un cerchio per vedermi e valutarmi. La prova andò bene e da allora sono io uno dei due che fanno il ballo.

Con quale ruolo sei partito?

Da subito, con Renato, io sono partito facendo il Morto. Ma poi, quando è arrivato Davide, abbiamo deciso di alternare i ruoli: un anno io faccio il Morto e lui fa u Vivu e viceversa l’anno dopo. Siamo i primi a farlo. Diamo anche nomi diversi ai ruoli: u Mortu, il Morto invece che la Lena, u Vivu anziché u Masciu, anche se questo era già stato Renato a farlo.

Come ti trovi con Davide Giuffra?

Con Davide ci siamo subito trovati bene. C’è una sintonia perfetta, un rapporto prima di tutto di amicizia personale, di rispetto, qualcosa che va oltre i ruoli che interpretiamo nel Ballo della Morte. Io e lui siamo cresciuti insieme, vivevamo entrambi nello stesso condominio, siamo amici fin da ragazzi. Era scritto che eravamo destinati a fare il Ballo insieme. Ci vogliamo bene, nessuno dei due vuole prevalere sull’altro ed essere il protagonista. Dunque la decisione di alternarci ogni anno è arrivata serenamente, fa piacere a entrambi.

Ma i vecchi come hanno preso questa decisione di alternarvi?

A dir la verità, non l’abbiamo chiesto a nessuno, è venuta e basta. Ed è stata una delle poche cose accettate subito da tutti, di comune accordo. Forse perché la gente si è accorta che noi il ballo lo sentiamo davvero, ce l’abbiamo dentro.

Che cos’è per te la Madaena? Perché ci tieni così tanto?

La Madaena per me è la festa della morte. La presenza della morte e dalla rinascita è continua in questa festa. Io la amo perché, nella Madaena, facciamo rivivere i nostri vecchi che l’hanno celebrata prima di noi. Perché esistono due tipi di morte. Quella biologica, del corpo, è nulla in confronto a quella dello spirito, all’oblio. Ebbene, noi, alla Madaena festeggiamo i nostri vecchi che ci hanno creduto, li riportiamo in vita. Ogni anno, ritornano nei nostri discorsi: “Te lo ricordi Stin u Cau”, oppure, “Te lo ricordi Renato”, “Marciantelli” e altri. Sono ancora vivi, tra di noi.
Basti questo aneddoto: quando mio padre fece il Contestabile, nel 1963, mio nonno stava morendo e non voleva andare alla festa. Ma mio nonno lo chiamò a sé e gli disse: “Giacomo, tu ci devi andare, perché questo non è il nostro paese” – mio padre era di Terzorio – “devi portare alto il nostro nome. Stai tranquillo, io ti aspetterò”. Mio padre allora va alla festa e fa il suo dovere di Contestabile: la partenza, il ritorno, l’entrata in paese, il lancio della lavanda. Poi, finita la festa, scese da cavallo e salì in auto e tornò a Terziorio. Entrato in casa, trovò suo padre a letto: “Ciao Giacomo, hai visto? Ti ho aspettato”. E morì. Andò così davvero. Ho la pelle d’oca a raccontarlo.
Negli anni successivi, mio padre salì alla Maddalena, oltre che per la festa, per ricordare mio nonno.
Questo è il vero valore della Madaena. Questo è quel che ci porta a trasmetterla e anche ciò che piace così tanto a chi la vede per la prima volta: noi Maddalenanti, in quel momento, abbiamo un’aura che ci fa trasmettere questa sensazione agli altri. La conferma di questo è vedere arrivare sempre nuova gente, persone che non erano di Taggia, come, ad esempio, molti immigrati dal sud, come Micolucci, Antonio Leone, Nino Romeo e altri.

Torniamo al Ballo della morte. Come lo vivi? Come ti prepari alla performance?

Io vivo il Ballo della Morte come una preghiera. Quando lo recito, per me, è come dire un Rosario. Io mi ci immergo, mi ci calo dentro completamente. E’ come se cadessi in una trance, concentrato nel suo sentimento e ciò che devo fare arriva senza neanche pensarlo. Sento forte l’impegno di trasmettere ciò che sto facendo, vorrei che a tutti arrivasse un pochino di quello che sento.
Per questo dico che il Ballo per me è una preghiera: perché c’è una morte, una rinascita e un ringraziamento finale. E’ un cerchio che si chiude e si riapre, come in un infinito. La mia speranza è che coloro che verranno dopo di me facciano lo stesso, per far rivivere la festa. Questo è il nostro impegno, che ci porta a trascurare le tutte interferenze che comunque ci arrivano da fuori o i problemi che abbiamo al nostro interno: perché sappiamo tutti che il valore va oltre noi. Le feste che non hanno valori, alla lunga, muoiono. La Maddalena no. Quel ventisette di luglio muore per noi un anno, ma ne riparte un altro.

Quindi voi due, tu e Davide, sentite questa responsabilità, il peso di questo rito quando ballate?

Il Ballo della Morte non è una semplice farsa di due uomini che mimano l’atto amoroso. Su questo, scherzando, potremmo dire comunque, che noi a Taggia, sulle unioni di genere, siamo sempre stati avanti!
Ma non bisogna banalizzare una cosa che arriva da lontanissimo, nel tempo e nello spazio. Un anno, a febbraio, all’altra festa di Taggia, quella di San Benedetto Revelli, una ragazza spagnola, ascoltando per caso “Balla balla saccu de paia”, la cantilena del Ballo della Morte, la riconobbe come una nenia cantata anche dalle sue parti, sui Pirenei. Per trovare un caso simile al nostro, occorre andare al Carnevale Bianco di Cegni, in provincia di Pavia, nel Ballo della povera donna. Ma il rito di Taggia resta comunque unico.
Nel farlo, io non ho mai ceduto alle movenze più scherzose, all’aspetto più goliardico, partendo dal presupposto che lo intendo come una preghiera. Il Ballo, nel suo valore ufficiale non va banalizzato e va preso sul serio. E’ qualcosa che va capita se non ci si ferma in superficie, non sono semplicemente due uomini che ballano. Dietro c’è una storia, un sentimento.

Ti trovi meglio a fare u Mortu o a Viva?

Mi trovo bene in tutti e due i ruoli. Mi pare di saperlo fare da sempre. Al Morto, che è una figura statica, bisogna a dare un carattere più definito, non da comprimario. E poi, cambiano con i tempi, cambiano le persone, cambia il Ballo della Morte.
A volte penso che il ballo più vero cui potremmo assistere sia quello fatto da due bambini, perché sarebbe il più spontaneo e libero, forse ne uscirebbe la sua essenza più vera.
Non proviamo mai il ballo fuori dalla Madaena. Lo facciamo solo poche volte all’anno. Ogni volta qualcosa viene spontaneo, ci sono situazioni diverse da comunicare.
Il Ballo per noi è un’espressione artistica, di comunicazione.

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Interviste ai Maddalenanti: Maria Luigia Barla

Maria Luigia Barla, 66 anni

Maria Luigia Barla ha conservato, negli anni, tutti i biglietti, tutti gli scontrini degli acquisti effettuati in almeno vent’anni di gestione, con varie amministrazioni. In un quaderno a quadretti, forse rubato a sua figlia Bianca quando era alle elementari, tiene un rendiconto dettagliatissimo delle spese degli anni della festa all’Eremo di Santa Maria Maddalena del bosco e di quella degli anziani, che si svolge in autunno. C’erano ancora le lire. Tutto è scritto su pezzetti di carta, biglietti vari e scontrini fiscali, foglietti volanti che qualcuno appena strappato per affidarle una commissione per la Compagnia: comprare il pane, le candele, cappelli, grembiuli, o altro, conservati per rendicontare le spese e restituire l’eventuale avanzo al Cassiere. Maria Luigia ha annotato tutto, con precisione da burocrate: ma il suo è più che un obbligo di legge. Se esistesse una Corte dei conti della devozione, con Maria Luigia, i Maddalenanti, potrebbero dormire sogni tranquilli, dovrebbero farle un monumento. La intervisto assieme a Cristò e a suo marito Renato Oddo.
Quando parliamo di conti, inforca degli occhiali da impiegata, ma quando le parlo della Madaena, per poco si commuove.

 

Maria Luigia, che cos’è per te la Madaena?

Solo a parlarne mi viene il magone, perché la Madaena è qualcosa che ho dentro, e l’ho dentro da tanti anni. Da bambina, i miei andavano tutti alla Madaena. Mia zia era nelle donne della Madaena e le mie cugine ci andavano tutte. Non mi avevano mai portato perché si saliva a piedi ed ero troppo piccola. Mio padre diceva che non ce l’avrei mai fatta perché si andava a piedi e io non camminavo. Ma io continuavo a chiedere di salirci. Finché mia madre convinse mio padre a farmi salire con loro. Avevo 9 anni, era il 1959. Prima di partire le parole di mio padre furono: “Parliamoci chiaro, andiamo alla Madaena, ma guarda che io in braccio non ti porto”. Si saliva dall’Oxentina, dove ora si scende. Arriviamo alla scala di Regianco, e troviamo una bambina, Gianna a Puiota, seduta su uno scalino. Mio padre la guarda e le dice:
– Bimba, cosa fai seduta lì?
– Ah, sono stanca – rispose quella. E allora mio padre le disse: – Vieni, ti porto in spalla.

Non immagini come mi arrabbiai a quelle parole. Sono passati tanti anni ma mi brucia ancora ora. Io, se volevo andare con loro dovevo tacere e camminare, senza sentire la fatica e poi, invece, mio papà prendeva in braccio un’altra… Qualche anno fa ho incontrato Gianna a Puiota e abbiamo riso insieme di questo fatto, ma allora mi fece molto arrabbiare.
Ma quando arrivai lassù, mi sembrò di essere arrivata nella pace, in qualcosa di bello, di unico. Eravamo in pochi allora, non c’erano tanto spazio, appena lo scalino che correva sul muro. Lì c’era ancora il sedile per il Contestabile…

E qui sconfiniamo nella memoria storica, il campo di Cristò. Che infatti interviene:

Sì, c’era uno scalino in pietra con al centro una nicchia per il Contestabile e la Contestabilessa. Ma poi, quando hanno rifatto la piazza, il posto del contestabile non lo hanno più rimesso…

 Il racconto di Maria Luigia riprende da quando aveva 18 anni, età in cui ha ricominciato a salire alla Madaena.

Quella volta sono salita assieme a mia zia. Ma non era un giorno festivo, forse dovevamo fare dei lavori. Eravamo pochi. C’era ancora il tavolo dell’amministrazione, verso il vallone, la “tavola dei mulattieri, la chiamavano”. Oltre a mia zia c’era la Giulia, sua madre e altre donne. Si sono messe a scherzare dall’altra parte del cortile, dietro la cucina, E io, allora, mi sono messa a lavare i piatti per loro. E così, Renzo u Capu, che era seduto assieme agli altri al tavolo dell’amministrazione, mi disse: “Ecco: abbiamo trovato un’altra donna della Madaena”. Da quella volta, io ci sono sempre andata.

A quali fatti della tua vita è legata la Madaena?

Ce n’è uno in particolare. Erano nove anni che aspettavo e alla fine sono rimasta incinta l’anno che hanno fatto la strada. Era il 1978. Allora, quando andavamo alla Madaena, il raduno era a casa di Renzo u Capu. Mia zia quell’anno non mi consigliava di salire. La strada era molto sconnessa.  Erano nove anni che aspettavo l’arrivo di un bambino, aveva paura che mi accadesse qualcosa. Ma a me non importava della strada, io volevo andare dalla Santa.
Prima di partire, Renzo avverte tutti: “Mi raccomando andate piano che qui c’è una incinta!”. Dopo tanti anni, a me non ci pensava più nessuno. Così tutti si sono messi a fare i complimenti ad Adelaide, la moglie di Cristò. “Cristò! Complimenti! Stavolta è un maschio!”. Lui, preso alla sprovvista, continuava a dire: “Io non ne so nulla! Io non ne so nulla!”, sembrava un pesce fuor d’acqua. Finché anche Adelaide disse: “Non scherziamo, nemmeno io ne so nulla!”. A quelle sue parole si sono girati tutti da me, che ero la più giovane. Sono diventata di mille colori dalla vergogna. Nel viaggio, per strada, misero la nostra auto in mezzo, casomai avessi avuto problemi. Davanti si misero Mattelìn, Alfrè e Bazurìn. Ogni tanto si fermavano, scendeva uno o l’altro a chiedere come stavo. Io, noi, stavamo bene. Si fermarono parecchie volte. Non so quanto impiegammo per arrivare su, anche se c’era la strada nuova…

Mia figlia Bianca è di febbraio ’79, ricorderò sempre che la portavo dentro di me quando abbiamo fatto la strada per la Madaena. Appena nata, il primo in paese a vederla fu Mattelìn: lo incontrai di ritorno dall’ospedale davanti a casa mia, lavorava come guardia giurata davanti alla banca lì vicino. Appena mi vide con un bambino in braccio mi chiese: “E’ un Constestabile o una Contestabilessa?”.

Sempre, la Madaena nelle nostre vite c’è sempre. E’ di famiglia. Io ci parlo come ad una persona. Quando sono stata operata oppure ho avuto qualche problema, l’ho invocata spesso. E lei m’ha sempre aiutato. La prego come all’altro nostro santo, San Benedetto Revelli: “San Benedetto, Santa Maria Maddalena, non siete Padre Pio, non vi prega nessuno, abbiate un po’ di riguardo per noi che preghiamo per voi!”.

Maria Luigia mi prega di scrivere che lei era floricoltrice, lavorava in campagna. Anche Cristò ora lavora in campagna. Il loro legame con la terra e la natura è molto forte. Cristò tuttora ringrazia la Santa alla fine di un lavoro duro. Raccontano che un tempo, all’Eremo, dietro la chiesa, c’era un orto. Ci coltivavano un po’ di verdura, basilico, pomodori, ma soprattutto i fagioli della Madaena: era Cristò che andava a innaffiarli e raccoglierli. Fagioli che crescevano in un bosco, lontano da tutti. C’è ancora qualcuno a Taggia che può dire di aver mangiato i fagioli della Madaena.

Fuori la chiesa, dal tiglio, si mettevano cavalli e i muli. Al fico, invece, ogni cacciatore aveva il suo chiodo: alla festa delle castagna ci appendevamo il fucile e la mattina dopo andavano a fare la posta. E se qualcuno rubava il chiodo ad un altro, erano guai, nascevano discussioni incredibili.

E la lavanda?

Andavamo a fare la lavanda nel Magazzino di Renzo u Capu, che era molto grande. All’epoca gli uomini andavano a comprarla a Terzorio: durante il viaggio si beveva, era un’occasione per fare baldoria. Partivano la mattina con un camion e tornavano la sera… puoi immaginare come. Arrivati, scaricavano la lavanda nel magazzino di Renzo con il ribaltabile, spingendola dentro a forza, tutta insieme. Ce n’era una montagna. Poi, il venerdì sera, prima della partenza dei Maddalenanti, toccava a noi donne fare i mazzetti, uno ad uno con il filo verde che si usava una volta. Era allora, che, lontane dagli sguardi degli uomini, su un letto di lavanda, noi donne facevamo il Ballo della morte: erano la mamma di Cristò con Tejò. Quella sera poi uscivamo di lì a notte fonda, cantando “Lena per bella Lena”, e magari svegliavamo il padre di Cristò che l’indomani mattina si doveva alzare presto per salire all’Eremo a preparare la festa…

Cristò mi dice che quello spirito un po’ goliardico era comune a tutti i Maddalenanti, agli uomini come alle donne: non hanno mai potuto partecipare all’amministrazione, ma il loro ruolo è sempre stato fondamentale e necessario alla festa. Un ruolo che, in parte, si spiega con la devozione religiosa, come mi racconta Maria Luigia:

Il sabato mattina della festa partivano dalle 12 alle 15 mule cariche, che poi tornavano e risalivano la sera di nuovo cariche, sei ore in totale. Una volta, alla Festa delle Castagne, il tempo era brutto, ma noi decidemmo di salire lo stesso. Eravamo tutte mal messe: Maria a muxicante aveva il bastone perché si era rotta da poco una gamba in più punti, Giulia aveva appena subito una brutta operazione. Il tempo era scuro, nero. Ma decidemmo di partire in filobus fino a Bussana, da lì Bastianone ci avrebbe portato fino all’Arbaeu. Per alleggerirmi, diedi una coperta a Catùn, che assieme agli altri saliva per la strada più corta. Sul filobus, Caisotti, vedendoci armate di zaini, capì e ci chiese se eravamo pazze ad andare lassù con quel brutto tempo. Bastianone invece ci preparò alcuni teli da indossare se pioveva. Arrivammo all’Arbaeu che i teli grondavano già d’acqua.
Lì incontrammo Gianni Scrogna che in quella zona ha le campagne e ci chiese perché volevamo andare con quel tempo: perché c’era stato un grosso incendio e, se la Madaena non si fosse bruciata, avevamo fatto voto che saremmo salite a piedi da quella parte, che era la più lunga. Poi incontrammo anche u Scero e Cristò che salivano a piedi dal tratto più veloce, ma rifiutammo di andare con loro: dovevamo passare dalla strada più lunga e rispettare il nostro voto. Non vi dico che tuoni e che lampi, del resto quel tratto lo chiamano “Camin da tia” proprio per come ci piove. Il sentiero era un fiume ormai, erano usciti anche i “Cai celesti”, le salamandre. Arrivati da Santa Rita, Giulia si rivolge a Santa Rita per chiederle di far smettere la pioggia. Ma i fulmini continuarono ancora più forti e arrivò pure la nebbia. Sentivo l’acqua che mi colava sulla schiena. Ecco che vediamo Nino u Capu, che portava uno zaino strapieno di bottiglie.

Quando incontrammo Renzo u Capu ed Ernesto ci accolsero con un rosario di improperi per quella nostra imprudenza. Arrivati ad un tratto, detto “i punziui” ci aiutarono a superare una buca che s’era riempita d’acqua. L’eremo della Maddalena non arrivava mai, collina dopo collina, non si vedeva ancora. Arrivammo, così, completamente zuppe, e sulla porta trovammo Bedè con una bottiglia di grappa. Me ne fece un bicchiere enorme prima di cena. Ci prepararono una cucina bella calda e ci asciugammo. Mi diedero come gonna la coperta che avevo dato a Catùn. Quella sera, gli uomini scaldarono a tal punto la cucina che si asciugarono tutti i vestiti e il giorno dopo ci rivestimmo. Puzzavamo di fumo, ma eravamo asciutte.
Il giorno dopo ci mettemmo al lavoro: Maria, che aveva ancora male alla gamba, si mise ad impastare, come se non avesse avuto nulla; io l’aiutavo e, siccome dalla sera prima era avanzato del minestrone, Renzo U Capu disse: “Facciamo un antipasto in più?”. E facemmo le frittelle di minestrone. Quel giorno c’erano Don Umberto con gli scout, tutti ne mangiarono, molti volevano la ricetta. C’inventammo che era una ricetta segreta della Madaena.

Anche mia figlia Bianca è entrata subito nello spirito: aveva otto anni e, una volta che eravamo saliti, a luglio, di nascosto andò nelle stanze e mise un pugnetto di sabbia nei letti… Mia nipote comincia già a chiedere quando salire su: quando deve partire con gli scout, mi chiede di “non far fare” la Festa della Maddalena…

 La Madaena a Taggia, è più che una tradizione, è qualcosa che s’ha dentro. Qualcuno l’ha dentro e nemmeno lo sa. Poi, un giorno, viene raggiunto da un refolo di lavanda o da una nenia giocosa in sei ottavi ed ecco che sbuca, viene fuori, è la Madaena. Quegli odori, quei suoni, quel ballo, riscoprono gesti ripetuti prima di noi, è la magia del passato che torna. Gesti che, più che tramandati, sono stati inoculati, trasmessi con il latte materno. E, allora, non si può resistere, ci s’abbandona.
Ma una tradizione è anche qualcosa che viene affidato da chi è venuto prima. La Madaena, depurata del suo valore goliardico e ameno, è anche questo: un impegno, quello preso da tutti i Madalenanti, i componenti della Compagnia. E’ ciò che fanno in molti, e che li fa attaccare ancora di più a questa festa, indipendentemente dalla data e dal luogo di nascita. Da giovani ci si avvicina per divertirsi e intanto, anno dopo anno, si cresce. Per alcuni, i più presenti, la Madaena è un impegno che dura tutto l’anno.

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Interviste ai Maddalenanti: Antonio Micolucci

Antonio Micolucci, classe 1939, è un caso straordinario, ma non insolito, per fortuna. Capita che qualcuno arrivato da fuori, un “fuestu” come si dice a Taggia, si appassioni alle tradizioni e alla cultura del luogo dove si trova a vivere. Ma non accade così spesso che questo fatto avvenga con la forza e la passione che Antonio mette nella Madaena. E’ tale il suo attaccamento a questa festa, che la cosa va oltre l’affannosa ricerca di nuove radici e la necessità di integrazione: originario di Montefino, in provincia di Teramo, della Madaena Antonio ha sentito l’appello evocativo, ne conosce il richiamo ancestrale che giunge dal passato, di quell’eremo perso nel bosco conosce il potere aggregante, oltre che ogni anfratto. Questo lo ha portato a entrare a fare parte attiva della Compagnia e a essere Contestabile nel 1985 e Segretario dal 1999 al 2005.

Antonio, come sei arrivato a diventare un Maddalenante?

Arrivai a Taggia nel 1960 e nel 1964 conobbi mia moglie Maddalena, figlia di uno storico Maddalenante, Cicin Seian. Lavorando io come coltivatore diretto e sapendo usare le macchine, i trattori e le ruspe, nel 1978 venni interpellato per fare la strada carrabile per l’Eremo. Posso dire che la mia passione per la festa sia cominciata da lì. Mi sono messo subito al servizio della compagnia non mi sono mai tirato indietro.

Fu un grande impegno per tutta la Compagnia quella strada, ma, guardandola ora, se ne riconosce pienamente l’importanza, l’utilità…

Non fu facile realizzare quella strada. Purtroppo non fummo fortunati con il tempo. In quell’aprile del ’78 ci furono moltissime piogge che impregnarono il terreno. Ovunque ci furono grosse frane. Una, in particolare, colpì la zona attorno alla strada. La ruspa che usavamo per spianare il sentiero rimase in bilico su uno scoglio e fu davvero un miracolo della Santa se non venne giù. Anche Gianni Puè che mi aiutò molto con la ruspa, rischiò di rimanere travolto mentre stava controllando se c’erano stati danni all’Acquedotto di Vignai. Molti non ci pensano, ma fu davvero un’impresa: nel ’78 ormai le mule non si trovavano più e senza una strada carrabile l’eremo della Madaena sarebbe stato impossibile da raggiungere. Oggi alla festa all’Eremo salgono 500 persone…

Oltre che il Contestabile, tu hai fatto anche un’esperienza da Segretario. Come sono stati quegli anni?

Fu particolarmente difficile. Nei sei anni dal 1999 al 2005 se ne andarono alcuni dei Maddalenanti più importanti. Figure che per noi giovani erano fondamentali, come Renzo u Capu, Niculin da Villetta, Elio da Dora e altri. Scomparse pesanti, difficili da sostituire in tempi brevi. Per noi fu un colpo piuttosto duro: fummo costretti, in un tempo brevissimo, ad abbandonare l’idea giocosa e goliardica della festa, il divertimento, per pensare agli aspetti seri e ricostruire il direttorio della compagnia. Io, personalmente, adottai la scuola di Renzo u Capu, dando importanza al Contestabile: quando si saliva all’Eremo prima doveva venire il Contestabile, poi il vice e subito dopo il Segretario e l’Amministrazione. In sei anni abbiamo anche fatto cose che sono valide tutt’ora, come il museo, un patrimonio collettivo. Dopo tutti questi anni capisco tutto, anche ciò che non mi piace, l’importante è che sia per il bene della Compagnia.

Che cos’è per te il Ballo della Morte?

Conosco bene il Ballo della Morte. Ho rivestito molti ruoli nella Madaena, ho fatto il Segretario, il Collettore, il Contestabile, ero poi quello che toglieva la coperta ai due Configuranti, dunque conosco i tempi e i ritmi del ballo e della musica: ma nonostante questo riesce sempre a emozionarmi moltissimo e ormai lo seguo sempre, ce l’ho nel sangue.

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Interviste ai Maddalenanti: Cristò

Cristoforo Fornara (Cristò), classe 1939, è da tutti riconosciuto come la memoria storica della Madaena.  Un po’ per la sua passione per la storia, un po’ perché ricorda tutto nei dettagli: i vari contestabili che si sono succeduti, gli eventi e i fatti di ogni contestabilato, le modifiche e le migliorie apportate all’eremo ogni anno. E’, poi, il Maddalenante che ha partecipato a più edizioni in assoluto. Infatti compare in moltissime foto: lo troviamo giovane, con il sorriso smagliante e la camicia aperta fino al terzo bottone sporgersi da una motocarozzetta Piaggio all’entrata in paese nei primi anni ’60. Lo vediamo poi brizzolato e già un po’ stempiato in una foto a colori di “appena” 20 anni fa.  Chi meglio di lui può descrivere che cos’è la Madaena?

Vado a trovarlo nella sua cantina. La cantina di Cristò è a Taggia in via S.Dalmazzo. E’ una specie di museo dei lavori contadini: appesi ai muri ci sono vecchi attrezzi: un beriun (una strana amaca per fare le balle di fieno), dei lunghi saracchi (speciali seghe da tronchi), qualche vecchio seghiottu (accetta). All’intervista assiste anche Barbin, il cassiere della compagnia, che mi aiuta a rompere il ghiaccio.

Appena entrati, Cristò mette sul tavolo una bottiglia di vino. E’ un bianco frizzante che fa due dita di schiuma. Lo assaggio, non è male, dice che lo ordina ogni tanto da un commerciante piemontese.

Cristò, che cos’è per te la Madaena?

La Madaena per me è la vita. Ci salgo praticamente da sempre. Cominciai a seguire la festa nel 1956 – ’57, seguendo mio padre mulattiere che era uno storico maddalenante. Ma quella Madaena appartiene ad un altro mondo, lontanissimo da oggi: per andarci bisognava organizzarsi e rinunciare a qualcosa, sacrificare un po’ del proprio tempo. Non c’era la strada e vi si saliva a piedi, in circa tre ore di cammino. Veniva solo chi amava davvero la festa, non chi voleva semplicemente divertirsi. Si era in pochi, sessanta o settanta persone, invece dei cinquecento di oggi. E la lavanda la portavano su, sulla schiena, da Ceriana. Si saliva per devozione, ma anche perché lassù si ritrovavano i propri amici, tutta la propria compagnia, e, lontano dal paese e dal controllo dei propri genitori, ci si concedeva qualche libertà. Soprattutto, c’erano le ragazze. Erano poche, non ne venivano molte, la festa era un tabù in paese perché c’era il bosco, la strada a piedi era lunga e le famiglie non si fidavano a far salire le ragazze da sole, così quel giorno le chiudevano in casa. Ma quello, per noi, era uno dei pochi momenti in cui si poteva dare un bacio ad una ragazza. Finché nel 1964…

Quando hai fatto il contestabile?

Nel 1963, con Giacomo padre di Ivan Lombardi, fui Vice Contestabile e poi, l’anno dopo, nel 1964, ho fatto io il Contestabile. Non lo dimenticherò mai.

Bussano alla porta. A Taggia, tutti sanno dov’è la cantina di Cristò, è praticamente impossibile che nessuno passi a trovarlo. Ma non si tratta di una visita banale: è sua moglie Adelaide. Se non fossimo in una cantina in “Castelu”, il centro storico di Taggia, potrebbe sembrare una cosa preparata, una pantomima da Tv pomeridiana. E, invece, Adelaide è arrivata proprio quando Cristò sta per raccontarmi la parte più interessante della storia:

Quell’anno, era mio padre che doveva fare il Contestabile. Contestabilessa era una ragazza giovane e timida ma che sapeva bene il fatto suo, una che in seguito ho conosciuto molto bene ma che allora non avevo mai visto, avevo altro per la testa…
Lei, però, non se la sentiva: il Contestabile era troppo vecchio e si lamentava della differenza d’età; insomma, voleva vicino un compagno più giovane. Allora, per venirle incontro, mio padre chiese a me di fare il Contestabile. Avevo 24 anni. La ragazza parve apprezzare il cambio.
E in quella fine luglio del ’64, nella festa all’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco e, poi, il lunedì, alla Madaeneta, tra noi sbocciò qualcosa sfociato in 54 anni di matrimonio. Nel 2014 abbiamo festeggiato i 50 anni di contestabilato. Però mi rimarrà sempre un grande cruccio: quell’anno il Contestabile doveva farlo mio padre!

Com’era fare il contestabile nel 1964?

All’epoca c’era ancora l’usanza del bacio della padella: gli anziani facevano baciare ai nuovi contestabili una padella sporca di carbone. Era un rito, una penitenza che bisognava fare. Dopo il pranzo e la festa si scendeva dall’Oxentina, com’è ancora oggi. Il giorno dopo si faceva la Madaeneta, nata come ringraziamento del Contestabile a tutti quelli che lavoravano per fare la festa. Quando c’era Renzo u Capu la facevamo a Palazzo Spinola o a Sant’Orsola, e, per non gravare sule spese della Compagna, si pagava.

Cosa è cambiato da quei tempi?

In questi 54 anni di servizio effettivo ho visto cambiare molte cose: la costruzione della strada, nel ’78, ha migliorato l’accesso all’eremo a chiunque, ora sale tantissima gente, ma forse s’è persa un po’ dell’armonia degli inizi, di quando eravamo in pochi.
Se molte cose sono cambiate, una però è rimasta sempre la stessa: il menu che è quello standard di sempre: cundijun, maccheroni, carne a uccelletto e una pesca. Una volta c’era anche il dolce, regalo della Contestabilessa. Molti si lamentavano, perché avrebbero inserito qualche novità o del cibo più raffinato. Ma c’è un motivo preciso per cui il menu non cambia mai: perché, in questo modo, tutti, sia ricchi che poveri potranno fare il Contestabile e affrontare le spese. Tutto, nella Compagnia, è sempre stato nella massima condivisione: un tempo, tutti pagavano, anche chi saliva a fare qualche lavoro all’eremo o i cuochi che facevano da mangiare. Si prendeva il totale delle spese e si divideva per quanti eravamo. Anche questo un pochino s’è perso. Perché, oggi, molti vanno lassù per mangiare e bere, ma noi andavamo per far festa tutti assieme.

Testimone della storia recente della Madaena, Cristò ha una padronanza assoluta del senso del tempo. Non per nulla è l’autore della meridiana dell’eremo, realizzata nel 1966, che reca l’epigrafe “Festina, non redeo” (Affrettati, non ritorno), postavi sotto consiglio di Domenico Sardo. E’ attivo e rispettato nella compagnia, dove ribadisce con energia le proprie convinzioni. Non per altro, in un momento delicato, fu lui ad accompagnare Franco Boggero, Sovrintendente alle Belle Arti della Liguria, su cui mi racconta un aneddoto:

Da tempo circolavano voci sul crocifisso di legno, su all’Eremo. Si diceva che era prezioso e che bisognava tutelarlo, che sarebbe arrivato qualcuno da Genova per vederlo. Io non so, l’avevo sempre visto lì quel Crocifisso, chissà quanti anni aveva, ma non mi pareva un granché. Ma noi della compagnia l’abbiamo sempre rispettato e protetto in ogni modo. Ora si diceva che volevano metterlo in Parrocchia per difenderlo dai ladri.

Una volta, eravamo nel ’97, Contestabile Rinaldo, mentre sono al lavoro mi chiamano i Maddalenanti: “Cristò, c’è Franco Boggero, il Sovrintendente alle Belle Arti della Liguria che vuole vedere il crocifisso della Madaena”.
Allora lo accompagnai su. Quel viaggio, per lui, dev’essere stato lunghissimo perché io, quel Crocifisso, glielo descrissi per filo e per segno, potevo anche dirgli quanti capelli aveva. Arrivati su, andammo in chiesa. Quando vide il Crocifisso, Boggero ne fu entusiasta: continuava a dire che era straordinario, unico, che non aveva mai visto un pezzo così ben tenuto. Ma io, temendo che ce lo portasse via, colto da un momento di sincerità, dissi schietto in dialetto : “Mai brüttu cu l’è! Ma dove lo vede che è bello, Signor Boggero?”.

Boggero, però, da gran signore, capì la mia ingenuità e mi spiegò che il Crocifisso andava restaurato e messo in Parrocchia a Taggia per proteggerlo dai ladri: anche mettendo un antifurto all’Eremo, chi sarebbe riuscito ad intervenire in tempo se l’avessero rubato? E i furti d’arte sacra sono frequenti ormai. Noi avevamo fatto il possibile per salvarlo. Anzi, doveva ringraziarci, perché l’avevamo involontariamente protetto: ricordo ancora quando avevamo imbiancato la chiesa, ero stato io a dare la calce. Forse non fu un lavoro a regola d’arte, ma un po’ di calce era finita sul Cristo ed era stata abbastanza da proteggerlo dalle tarme per tutti quegli anni. Ora il Cristo della Madaena è in Parrocchia sano e salvo, dopo il restauro.

Questa è la Madaena, sacro e profano insieme. Cristò che salva Cristo. Tutto si tiene. Anche se tutto è cambiato attorno, la Madaena e Cristò sono sempre gli stessi. Cristò guarda le foto di sessant’anni fa e riconosce i suoi amici. Li nomina uno per uno come se fossero lì, come se quel pomeriggio di festa fosse appena terminato. E’ l’eterno ritorno, il cerchio che si chiude il 22 luglio e si riapre nello stesso istante… Cristò riprende a parlare:

Quando vado lassù, torno giovane, come quando ci salivo da ragazzo. Ancora l’anno passato sono andato il sabato pomeriggio e ho dormito in macchina nel bosco assieme agli altri. Se volete trasmettere la Madaena ai giovani, portateceli.

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Compagnia dei Maddalenanti: 300 anni e non sentirli

Sembra esistere da sempre. Invece, la compagnia di Santa Maria Maddalena del Bosco ha “solo” 300 anni.
Il il 12 luglio 1716 veniva infatti fondata con un atto del notaio Giò Valentino Anfossi.
Abbiamo provato a raccontare che cos’è la Maddalena oggi, partendo, ovviamente da chi la compone. Non si può parlare della Madaena senza parlare dei Maddalenanti. Dentro ognuno di loro c’è un misto di devozione e superstizione, di edonismo e senso del dovere, di goliardia ed austerità. Sono mattacchioni e servitori devoti, gioviali burloni e paladini delle regole, vogliono cambiare il presente e conservare il passato. Il loro tratto distintivo è mantenere entrambi questi aspetti senza farsi contagiare completamente dall’una o dall’altra inclinazione, sono entrambe le facce della stessa medaglia.

Altra caratteristica dei Maddalenanti è un particolare sentimento del tempo. Per un Maddalenante, esiste un solo tempo, quello della Madaena, che si avvita su sé stesso e s’intreccia a suo modo con la storia: sono molti i Maddalenanti a contare gli anni per Madaene, a considerare il loro Capodanno non a dicembre ma a luglio, a ricordare gli eventi in base ai contestabilati. Da lì, il detto: “ne ha fatte di Madaene”. E’ curioso, nei loro discorsi, sentir raccontare fatti accaduti trent’anni prima come se fossero appena accaduti e non è strano sentirli nominare compagni scomparsi da anni come se fossero ancora in vita. Ogni fine luglio, l’Eremo nel bosco si popola di decine, centinaia di persone. Ma ancor più sono i partecipanti alla festa che arrivano dal passato, suscitati dalla memoria. E’ così che i Maddalentanti fanno rivivere i loro morti, rispettando l’eccezionale convivenza che vita e morte hanno in questa festa.

I Maddalenanti di ieri sono gli antenati: vanno riportati in vita con un mazzo di lavanda, al suono di una filastrocca euforica.
I Maddalenanti di oggi sono i loro eredi: a loro spetta il piacere e il dovere di tramandare la festa, ha l’onore di goderne e l’onere di prepararla, curarla, rispettarla.

Le interviste che seguono non sono che un piccolo campione, senza alcuna volontà di esclusione e hanno il solo scopo di rendere un immagine della comunità in un momento importante della sua storia. Come se il tempo, dopo 300 anni, si fermasse un attimo e potessimo vederci tutti assieme, e riconoscerci.

 

Giovanna Revelli, classe 1931.

Giovanna Revelli è tra le più anziane contestabilesse. Il suo contestabilato risale, infatti, al 1950, quando, appena finita una devastante guerra mondiale e civile, si cercavano soluzioni per ricostruire il paese. Taggia poteva contare sulle sue antiche tradizioni popolari per ritrovarsi. La Madaena con il suo spirito di aggregazione, il senso di comunità e di bene collettivo, funse da collante tra le persone e contribuì alla ricostruzione di un clima di pace. E’ in quel momento, che, a 19 anni appena, Giovanna si trova a fare la Contestabilessa.

Giovanna, perché hai fatto la Contestabilessa? Come è andata?

Mio padre Giacomo, era uno storico maddalenante. Amava tantissimo questa festa ed era anche uno dei due configuranti. Fu lui che me lo chiese e capii che gli avrebbe fatto molto piacere. Io, ovviamente risposi di sì, a patto di fare tutto ciò che una Contestabilessa deve fare. All’epoca la Contestabilessa doveva fare un regalo: io regalai alla Compagnia degli inginocchiatoi per l’Eremo, su cui venne scritto il mio nome. L’anno dopo regalai anche due cuscini, mentre Vally Palladini, la vice contestabilessa regalò dei seggiolini. Mio padre era felicissimo. Quell’anno addirittura mia madre, che non è mai stata portata per questa festa, mi accompagnò fino all’Arbaeu e da lì noi raggiungemmo l’Eremo. Papà, che era già salito la sera prima, mi venne incontro all’Entrà per accogliermi. Arrivati all’Eremo incontrammo tre personaggi: il padre di Cristò, il Pin de Venanziu e qualcuno uno con una coperta addosso che ci fecero baciare la padella, un rito ben diverso da quello religioso, infatti il Parroco arrivava poco dopo per la Messa. Quando sono stata Contestabilessa c’erano addirittura due frati, uno Cappuccino e un Domenicano. Allora la festa era molto più contenuta di adesso. Prima di darci da bere e la cioccolata entrammo in Chiesa. Mi accorsi che mio padre stava piangendo. Piangeva di felicità, pianse tutta la festa, dall’inizio alla fine. Sempre prima della Messa ci accompagnarono dal Bauzu da Lena, a vedere dove la Maddalena stava in penitenza. Al pranzo, la Contestabilessa offriva la frutta e il dolce. Poi c’era il Ballo e dopo tutti scendevamo a piedi in paese dall’Oxentina. Si faceva il Ballo in paese e si andava a casa. Il giorno dopo la Madaenetta si faceva in casa: con la Naida la Contestabilessa dell’anno prima, andammo tutti in Piazza Grande da Varese, Piè u Mè, che faceva il Ballo della Morte con mio padre e che quell’anno fece il Contestabile. Sulla targhetta sarebbero rimaste le stesse iniziali, “R.G.”, di mio padre e di mio nonno, Revelli Giovanni.

Com’era avere un papà che faceva il Ballo della Morte?

Mio padre era una persona timida, riservata. Non era certo il tipo da mettersi in mostra. Ma quando arrivava la Madaena si trasformava e diventava il protagonista della festa e tutti lo amavano per questo. Anche i suoi colleghi, che lo conoscevano bene, venivano a vederlo fare il Ballo e non potevano crederci. Quando stava male, prima di morire, tutti i Maddalenanti vennero a trovarlo. E quando morì, furono i Maddalenanti a portarlo, a spalla, fino al cimitero da dove abitavamo, in Castelu, nella parte alta del paese. Lo ricordano ancora in tanti, tutti gli anni un rametto di lavanda compare sulla sua tomba. Mi hanno chiesto il mio cappello da Contestabilessa: ma non ce l’ho. Non l’ho perso. L’ho messo a mio padre quando è morto.

Cosa provi davanti al Ballo della Morte?

Nel ’31, quando sono nata, mio padre faceva già il Configurante da tempo. La prima volta che glielo vidi fare, in piazza Cavour, davanti alla chiesa di San Sebastiano, ero bambina e mi spaventati tantissimo. Gli corsi incontro gridando: “Il mio papà è morto! Il mio papà è morto!”. Dovettero interrompere la danza e aspettare che mi calmassi. Anche mia figlia Mariangela ebbe la stessa reazione, su all’Eremo, credendo che suo nonno fosse morto e lui dovette farle un cenno con la mano.

Mio padre era molto portato per la Madaena. Quando era ricoverato a Genova, era luglio e stava molto male: decidemmo di non dirgli nulla per non agitarlo. Ma lui, ad un certo punto, mi chiese di andare a telefonare a casa. Così, per farlo contento andai, e telefonai a mia cognata Giuanina: mi disse che, proprio in quel momento, mio marito e mia figlia stavano piangendo. Capii il perché quando tese la cornetta per farmi ascoltare: c’era il Ballo della Morte in piazza, sentivo la musica. Tornai su e lo dissi a mio padre: aveva partecipato al suo ultimo Ballo della Morte, morì il 19 ottobre del 1969. Oggi, a guardare il Ballo, non vedo chi lo fa: io vedo solo mio padre e Piè u Mè.

E’ molto tempo che non vai su, all’Eremo?

Sì, molti anni, dal 2000. E mi manca molto. L’ultima volta sono andata alla Festa degli Anziani. Erano troppi i ricordi e per salvarmi andai subito in chiesa. Ma arrivò la Rinetta della Sö Nanò e mi chiese di aiutarla ad asciugare i cucchiai, poi arrivò Niculin da Villetta a dirmi che a breve avrebbero fatto il Ballo della Morte, e voleva che lo guardassi per sapere se lo facevano bene. Vedevo mio padre ovunque. Lui aveva fatto il Ballo prima e dopo la guerra. Anche andare a messa a Santa Lucia, mi manca, ma purtroppo ho dei problemi a camminare e non riesco mai ad andare.
Quest’anno ci hanno invitati, spero di star bene e riuscire ad andare. Renato Oddo ha promesso di portarmi su in macchina fin sulla chiesa, ma lui avrà tanto da fare in quel momento, troverò qualcuno lo stesso che mi porterà su.

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La sardenaira dai Romani al Guinness

Il Guinness World Record ha detto no: la sardenaira realizzata a Sanremo ad agosto 2014 non è la più lunga del mondo.
Ma la vera notizia non è il parere negativo, sono le motivazioni, il perché del responso. La sardenaira diSanremo non è la più lunga mai realizzata non perché qualcun altro, in qualche parte del mondo (magari a Badalucco), ne ha cucinato una lunga 1 cm di più. No: quella sardenaira non ha battuto il record perché, semplicemente, per i giudici di Londra, la sardenaira è un tipo di “pizza” e quei 26,8 metri di stesi la scorsa estate in piazza San Siro a Sanremo sono ben lontani dagli 1 km e 141,5 metri del record della pizza più lunga, detenuto dalla città di Tomelloso in Castiglia.

Ora, ci sarebbe molto da discutere sul valore e sul significato del Guinness dei primati, se esso sia solo un lungo elenco del nostro machismo o corrisponda poi ad un reale progresso dell’umanità. Ma lasciamo perdere: viviamo nel marketplace e avercelo più lungo, più grande, più pesante, più largo, più numeroso o più piccolo (a seconda del contest) in qualche modo ci aiuta, sopperisce al bisogno d’esser unici, ci fa godere dei nostri 30 secondi di popolarità.

La questione se la sardenaira sia oppure no da considerarsi una comune “pizza” non può invece essere trascurata e ci permette di parlare, a stomaco vuoto e mente aperta, di questa straordinaria ricetta.

Come la più comune pizza napoletana, la sardenaira, è un “prodotto da forno”. Per ora chiamiamola così, con questa locuzione freddina e un po’ informale con il solo scopo di presentare il prodotto. La ricetta è molto semplice: su una pasta lievitata, comune a quella della focaccia, si stende una coperta dipomodoro, olive taggiasche in salamoia, inframmezzate da spicchi d’aglio crudo, capperi e acciughe sottolio. A seconda della forma della “teglia”, il sottile tegame con cui la si inforna, può essere un disco o un monolite rosso fiammante, il cui spessore varia a seconda delle consuetudini della cucina. Capperi, acciughe e aglio possono anche essere tritati assieme, dipende dai casi.
All’apparenza siamo già abbastanza lontani da una comune pizza. E se l’odore durante la cottura può invece assomigliare a quello di una marinara o una Bella Napoli, con una fragranza di olive, aglio origano e acciughe, chi lo conosce lo distinguerebbe tra mille, fino a riconoscere addirittura il numero civico in cui la assaggiate con il dettaglio di un GPS.

Se la collocazione geografica della sardenaira è abbastanza precisa, la provincia di Imperia (ma nemmeno tutta, a Oneglia già si chiama pissalandrea e oltre capo Berta, a Diano Marina, Cervo, non se ne trova quasi traccia), più difficile è risalire alle sue origini cronologiche: la nascita della sardenaira si perde davvero nella “notte dei tempi”.

Qualche ipotesi però si può fare. Risale certamente al 1500 la suddetta pissalandrea: parente lontana con cipolla e così chiamata, si dice, in onore dell’ammiraglio Andrea Doria. La pissalandrea si fa ancora oggi a Imperia e a Nizza, due località che fino a Napoleone furono possedimenti piemontesi. Nelle zone che invece rimasero sotto il dominio di Genova, e cioè tutta la zona di Sanremo e Ventimiglia, non se ne trova quasi traccia e il dominio incontrastato è uno solo: quello della sardenaira.

Ma come per ogni cosa in Liguria, per scoprire le vere origini della sardenaira dobbiamo lasciare la costa e penetrare nelle valli che s’incuneano tra i monti. L’entroterra è un vero e proprio serbatoio di lingue, usi e costumi: da lì arrivano le olive, lì passano le mulattiere percorse dai mercanti che portavano le acciughe nel vicino Piemonte (vedi Nico Orengo, Il salto dell’acciuga).

In val Nervia, a Dolceacqua e Apricale, su fino a Isolabona, esiste la machetusa, forse la variante primigenia della sardenaira, la sardenara uno punto zero.
La machetusa è focaccia ricoperta di machetu, una pasta di acciughe fatta pestando acciughe, sale, olio e lasciata a macerare tutta l’estate, mescolando quotidianamente per 40 giorni in contenitori alti e sottili in terracotta o vetro chiamati arbanelle. Il tutto va ricoperto con abbondante olio d’oliva e tappato con un sasso di fiume per garantirgli di “respirare”.
Il machetu, anche quando fatto con le sardine, è chiamato “pasta di acciughe”: non esiste tuttora nel dialetto del ponente ligure una seria distinzione tra acciughe e sardine e forse non ci sarà mai.

Ed è ascoltando la lingua che possiamo fare un altro passo indietro nella storia della sardenaira.
Le terre del ponente ligure sono state tra le ultime ad essere assoggettate dai romani. I liguri, allora come oggi tribali, erano eternamente divisi tra Ingauni (centro più importante Albenga) e Intemeli (Ventimiglia): questi si allearono con Magone nelle Guerre Puniche e vendettero cara la pelle. Quando la potenza di Roma li soggiogò definitivamente, l’Imperatore Augusto innalzò il trionfale Trofée des Alpes ancora oggi visibile a La Turbie, sopra Monte Carlo. Gli intemeli, abili nella guerriglia ma disorganizzati, vennero in gran parte deportati o usati come mercenari, perché adattissimi alla guerra di montagna. La città di “Albion Intemelion” (città degli Intemeli) venne romanizzata in Ventimiglia e il ponente ligure divenne terra di confine, da cui, attraverso la val Roya, si potevano far giungere merci oltralpe.

Tutto questo per dire che a Ventimiglia e Albenga arrivavano navi stracariche (qualcuna, inabissatasi, è stata ritrovata vicino alla costa) di anfore con dentro il garum, una speciale pasta di acciughe macerate. Il garum era conservato in anfore di terracotta e, per quanto potesse essere repellente ai gusti di oggi, perché salatissimo e “piccante”, i ricchi romani ne andavano pazzi e adoravano spalmarlo sul pane.

Anche senza far correre molto la fantasia, il passaggio dal garum al machetu è davvero breve. Così sarebbe nata la machetusa. La sardenaira arriva subito dopo, con la scoperta dell’America, quando in Europa cominciò ad arrivare il pomodoro. Il pomodoro rosso, progressivamente, più per un senso di parsimonia tutto ligure che per questioni di gusto, cominciò a soppiantare il machetu sulla focaccia. Ed ecco nata la sardenaira.

Forse la sardenaira da esiste da secoli. Non è questo un record? Non credo che potremo leggerlo sulla prossima edizione del Guinness World Records!

Pubblicato su Papille Clandestine: http://www.papilleclandestine.it/piaceri/prodotti/storia-ricetta-sardenaira/

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Nel tempo dei lupi – Recensione di Nicola Farina

Quando Giacomo mi ha proposto di presentare il suo ultimo libro, ho accettato con piacere per quattro ragioni.
La prima, banale e poco interessante, ci conosciamo da 25 anni.
La seconda, per ragioni personali e familiari, entrambi frequentiamo da sempre Realdo e la Valle Argentina.
La terza, il lupo e le sue rappresentazioni sono stati il mio principale soggetto di studio quando ero ricercatore a tempo pieno.
La quarta, l’ultimo film che ho girato si svolge a Realdo ed in Valle Argentina, e verte sulla frontiera, più in generale sulle frontiere esterne – amministrative, politiche – ed interne – psicologiche, culturali – che dividono le persone.

Accettando con preoccupazione questo arduo compito che per la prima volta nella vita mi accingo a svolgere, mi son chiesto in nome di cosa io abbia la legittimità di presentare un libro. Il mio lavoro, autore di documentari, ricercatore o giardiniere, è innanzi tutto quello di osservare il mondo nella maniera più semplice e diretta possibile, almeno rispetto ai miei mezzi di comprendonio, allo scopo di scoprine i contrasti e le prospettive, per metterne in rilievo le vedute che più mi toccano.
Cerchero’ pertanto di esprimere in parole cio’ che ho visto leggendo il libro di Giacomo.

Nel tempo dei lupi ci parla della prima frontiera che l’essere umano ha oltrepassato all’inizio dei tempi, dei nostri tempi. Diventando animale raziocinante, egli, l’umanità, noi, ci siamo definiti in quanto persone.
Se oggi la divisione appare netta, la distinzione tra il mondo del selvatico ed il mondo della civilizzazione, fu assai più sfumata. Umanità e natura non sono sempre stati elementi separati del pianeta.
Dopo 4 secoli di modernità, oggi l’imperialismo dei consumi e dell’edonismo globale ha spazzato via religioni e miti. Ed esso sta ormai togliendo di mezzo anche gli ultimi residui della relazione di scambio che l’umanità intratteneva con la natura e le sue forze.
Nel tempo dei lupi apre una finestra sulla paradossale conseguenza della demarcazione sempre più netta della linea che divide la cosiddetta civiltà e la matrice animale che è principio della nostra esistenza.

Andiamo tutti verso qualcosa, e pur nella nostra contemporanea frammentazione individualistica, probabilmente noi tutti, come massa, procediamo nella stessa direzione senza nemmeno saperlo. L’uso che si fa delle parole è molto importante per spiegare i meccanismi psicologici che funzionano a livello collettivo.
Oza Okup è un collettivo internazionale che inscena performances di strada sui temi delle origini del neo-liberalismo e del senso di parole ed espressioni che descrivono il funzionamento della società e che fanno parte del vocabolario di tutti i giorni.  Nelle vie di Bruxelles, Belgrado, Brazzaville è stata sollevata ai passanti la seguente domanda: il profitto è al servizio dell’umanità o l’umanità è al servizio del profitto ?
La perplessità degli uni si è alternata alla risposta tendenzialmente tragicomica degli altri. Meglio ridersela, dicono gli artisti. Ormai poco altro ci resta da fare per tentare di esorcizzare il cannibalismo culturale e psicologico del “progresso”.
Lascio sospesa la questione sul soggetto che definisce realmente gli attori di tale “progresso”.
Continuo sulle sue principali conseguenze, e sul perché il lupo – la visione che ne abbiamo, la funzione che gli si attribuisce nei diversi momenti storici – sia un eccellente indicatore di quanto sta avvenendo all’umanità.

Incapaci di reagire, presi dall’edonismo di massa, procediamo a grandi passi in direzione di cio’ che la tecnica ci indica senza discussioni. Da una parte economisti e politici ci convincono che calcoli esattissimi ed incomprensibili dovrebbero regolare le nostre esistenze. Dall’altra, compagnie internazionali con sigle e nomi conosciuti ovunque sul Pianeta, definiscono i nostri “life-syles”, sventolandoci davanti al naso esche appetitose quali tablettes, iphones ed altri accattivanti marchingegni stimolanti i nostri nuovi ed insospettati bisogni.
Il segnale binario domina il mondo e l’economia del consumo edonista è la nuova religione.  Con la globalizzazione della comunicazione, la separazione tra uomo e natura – in senso lato, ma anche nel senso di natura umana – sembra ormai disperata.
Saremmo già condannati alla comunicazione istantanea dipendente da supporti sempre più piccoli che già promettono di invadere il nostro corpo ? Siamo definitivamente privati della speranza di sentirci parte di un tutto che esista al di fuori della nostra bolla d’informazioni e di dati, di tutto cio’ che non “esca” dai nostri supporti ? Diventeremo infine noi stessi il supporto fisico-biologico del microchip che definirà la nostra identità tramite la registrazione “intelligente” dei nostri consumi?
Se la nostra intelligenza è già al servizio dei sistemi che essa ha creato, allora abbiamo già dimenticato cosa siamo.
Ecco cosa ci dice Giacomo, descrivendoci lo stupore incomprensibile che Guido prova di fronte alla lupa.
Credendo di semplificarci la vita grazie al progresso, ci siamo creati una prigione sempre più claustrofobica e rumorosa. La nostra unica reazione è quella voluta (da chi ? Dalle società di telefonia mobile ?): una frenesia comunicazionale senza senso, che ormai definisce ogni individuo – moltitudini d’individui, miliardi di protesi comunicanti sempre più connesse, ognuno di noi sempre più ansioso di affermare la propria esistenza tramite immagini, frasette, messaggini, slogans.
Il riduttivo cogito ergo sum, si è trasformato nel terribile comunico ergo sum. Senza più pensare, dovremmo semplicemente reagire per impulsi diretti, comunicare nel tempo istantaneo di un presente dilatato che non segue più né i cicli della natura, né le linee della Storia.
Ed eccolo dunque il rumore di fondo che appiattisce la profondità del mondo, e che Guido riesce a distinguere solo dopo aver oltrepassato la frontiera tra la sua realtà di uomo del XXI secolo, ed il mondo primigenio, potente e misterioso dei lupi.

Perché dunque la lupa che Guido incontra in montagna sembra cosi’ diversa dal lupo dei documentari del National Geographic che lo stesso guarda alla tv con il giovane figlio ?
Abbreviando grossolanamente un processo storico durato quasi due millenni, cito giusto tre tappe fondamentali nella storia dell’umanità, che hanno profondamente e progressivamente modificato il nostro modo di vederci sul Pianeta.
Dapprima la visione antropocentrica dei tre monoteismi ha fornito gli strumenti “intellettuali” per sancire la separazione tra umanità e natura.
In seguito, durante l’epoca moderna, il progresso ha fornito gli strumenti tecnologici per assoggettare in maniera globale la natura.
Infine, nell’Italia contemporanea, in tutta l’Europa occidentale, il boom economico italiano o le trente glorieuses francesi – ogni nazione ha il suo modo per definire il proprio glorioso quanto effimero e distruttivo trionfo della modernità – ha dissolto la civiltà contadina che presentava ancora una certa comunione con le forze naturali del mondo.
Per diletto e per meglio comprendere i nostri tempi, è interessante rileggersi l’articolo sulla scomparsa delle lucciole di Pasolini, vero necrologio della fine di un’epoca iniziata all’alba dei tempi.

Entrando nel tempo dei lupi Guido compie un vero e proprio rito di passaggio. Un rito che è paragonabile alla serie complessa di rituali che avevano come protagonista la figura simbolica del lupo: per es., presso i Kwakiutl, tribù dell’isola di Vancouver, o più in generale presso tanti altri popoli del mondo, ove il lupo è metafora delle forze primigenie che l’essere umano deve riconoscere e sperimentare per trovare il proprio posto nel mondo.
Tra le varie civilizzazioni non si contano i riti che sancivano l’entrata del giovane nella fase dell’età adulta, grazie all’utilizzo della metafora del lupo – tramite tra i due mondi, quello della società e quello delle forze naturali.
Alle radici della nostra civiltà occidentale, si pensi ai lupercalia della Roma classica. Questa complessa cerimonia di morte e rinascita rituale celebrava la fertilità delle donne ed il rinnovarsi del ciclo annuale. Essa fu proibita nel 495 dc dal papa Gelasio, il quale rimproverava al senato la partecipazione di cristiani a tale festa.
Sempre nella cultura europea, le versioni moderne delle favole non sono altro che racconti e miti di antica origine, epurati dei loro elementi precristiani. Tali versioni moderne non lasciano alcun dubbio sulla presunta superiorità dell’umanità sul resto del creato.
All’origine di Cappuccetto rosso, il lupo era tutt’altro che l’incarnazione del male descritta dall’antropocentrismo religioso affermatosi in epoca medievale ed adottato dalla modernità. La sua versione attuale è quella trascritta e reinterpretata da François Perrault in Francia nel XVII secolo e più tardi dai fratelli Grimm in Germania. Il racconto, di cui si hanno testimonianze nella Francia dell’XI secolo, ha quasi certamente un’origine precristiana. Nella sua versione più antica oggi conosciuta, il lupo uccide la nonna ed offre i resti del cadavere alla nipotina, la quale, finito il festino di carne umana, è contenta di raggiungere il lupo a letto, per godere dei suoi primi piaceri, sconosciuti e proibiti. Appare evidente come qui il lupo sia metafora delle forze ineluttabili della natura a cui il genere umano appartiene: forze che definiscono l’inesorabile ciclo della vita ed il passaggio della fertilità da una generazione all’altra di donne.

Ed ora ? Cosa resta del tempo dei lupi ?
Cio’ che è avvenuto in pochi decenni in Europa sta ripetendosi ancor più velocemente altrove nel mondo.
La fine della guerra fredda e l’esplosione d’internet e del mercato globale, hanno “liberato” anche le popolazioni più “arretrate” che oggi chiedono benessere e democrazia. Anch’esse stanno cosi’ imparando a conoscere il “progresso”, dimenticando di far parte di un mondo la cui conoscenza si tramandava da centinaia di generazioni.
E’ una vera e propria ecatombe di memorie di cui siamo protagonisti e testimoni. E non parlo di memorie intellettuali, ma di memorie fisiche, psichiche, di un’alterità che ormai riusciamo a pensare solo in termini di banalizzazione (o di imprigionamento entro gli schemi coi quali siamo abituati ad interpretare).
Quale altro significato hanno i “parchi a lupi” come il Parc Alpha di Saint-Martin-Vésubie citato da Giacomo, dove degli esemplari di lupi dell’Alaska son ben nutriti, ingabbiati in recinti e messi in mostra ai visitatori ? Il lupo, da forza misteriosa e potente della natura da cui l’umanità si è separata, è diventato attrazione turistica. Esso è cosi’ ridotto a due funzioni: risorsa economica e lupo “orsacchiotto”.
Il nostro mondo autoreferenziale ed antropocentrico non solo ci impedisce di vivere e di pensarci altrimenti che degli esseri dediti al consumo ed alla comunicazione. Esso inoltre riduce la natura ormai doma a variabile economica, trasformando tutto cio’ che è “altro” in elemento ludico.
Per tornare ad esempi più banali e vicini alla nostra esperienza, si pensi alla popolarità del volto di Che Guevara, onnipresente su t-shirts e tatuaggi sfoggiati fin negli angoli più impensabili del Pianeta. Il volto del medico argentino rivoluzionario non sembra la versione “cool” dei volti dei terrificanti licantropi raffigurati nelle incisioni dei trattati di fisionomica del XIX secolo ?

Nel tempo dei lupi ci dice che il rumore di fondo della nostra società ci stordisce e ci rende incapaci di sentire quel mondo a cui la specie umana sapeva appartenere e sapeva ritrovarsi. Un mondo che l’essere umano, nel corso di millenni di storia, aveva saputo interpretare senza dividersene. Un mondo che le innumerevoli civiltà susseguitesi sulla Terra hanno strutturato, appreso, rimesso in scena tramite miti e riti che coinvolgevano “anima e corpo” le persone.
Un mondo ed una dimensione che il consumo, la comunicazione, il profitto e l’edonismo stanno riducendo a spese dell’umanità stessa, persa negli inganni delle parole e delle immagini che la comunicazione di massa svuota del proprio senso.
La gerarchia genera potere, ed il potere altre nuove e bizzarre gerarchie, per mezzo di sempre nuovi sofisticati strumenti adatti alla propria epoca.
Il prezzo, ovvio, é l’abituarsi a credere di essere cio’ che questo “progresso” vuol che noi siamo.

E allora, le lucciole sono definitivamente scomparse ?

La finzione di Guido ci dice che ritornare ad una dimensione più umana e profonda della vita è forse ancora possibile: una dimensione più silenziosa e vicina a cio’ che non sappiamo più essere, per riconoscere il lupo che è in noi stessi e trovare nell’altro l’essere umano che noi siamo.
Tuttavia la storia parallela di Giusé Burrasca ci dice anche che gli ultimi esseri umani che ancora portavano qualche traccia dei mondi delle nostre origini, stanno per scomparire, definitivamente.
Probabilmente à già troppo tardi per cambiare rotta, lo era già 40 anni fa, diceva Pasolini.

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