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Due giorni sulla frontiera

Venerdì 20 dicembre, ore 21

Palazzo Spinola-Gentile, Piazza dei dolori, Sanremo

proiezione documentario

E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina

Sabato 21 dicembre, ore 17

Villa Boselli, via Boselli 1, Arma di Taggia

presentazione libro Nel tempo dei lupi di Giacomo Revelli

 

Venerdì 20 e, sabato 21 dicembre 2013, due appuntamenti dedicati ai nostri confini: reali o figurati, storici, geografici o culturali, ma anche quelli tra uomo e natura, tra istinto e ragione.
Due giorni sulla frontiera, così si è voluto chiamarli per parlare di due opere, un film e un libro, che, in modi diversi ma riconducibili, trattano lo stesso argomento.

Venerdì 20 dicembre, a Sanremo, a Palazzo Spinola-Gentile, nel ciclo Sanremo ricorda Italo Calvino a 90 anni dalla nascita, si terrà la proiezione del documentario E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina, prodotto da Airelles Vidéo.

Il giorno seguente Giacomo Revelli presenterà ad Arma di Taggia, a Villa Boselli, il suo ultimo libro Nel tempo dei lupi, edito da Pentagora.

Perché presentare congiuntamente questi due eventi culturali?

Innanzitutto, il documentario di Farina e il romanzo di Revelli  hanno come sfondo la Valle Argentina. in particolar modo Realdo.  Entrambi, poi, documentario e film, raccontano storie di confine.

 E ci si trova dall’altra parte di Nicola Farina, s’ispira ad una citazione tratta da Il sentiero dei nidi di ragno dell’Italo Calvino partigiano sulle Alpi Liguri: “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dellanima e ci si trova dall’altra parte …”.

Il film rivolge lo sguardo dal presente alle frontiere della Storia, del passato: Resistenza o fascismo, Italia o Francia per il piccolo comune di Briga. Due sorelle divise dalla Guerra alle prese con la difficile scelta dei loro genitori.

In Nel tempo dei lupi di Giacomo Revelli, il confine invece è meno tangibile, ma altrettanto sensibile: la modernità delle tecnologie più avanzate e l’apparente immobilità del mondo pastorale, un giovane del nostro tempo che deve montare un’antenna e un vecchio pastore di un altro tempo che difende il suo gregge da un lupo, la deriva della ragione e la sapienza dell’istinto. Il romanzo guarda il presente nel tempo attuale, ed apre domande le cui risposte si trovano, in ogni caso, già dietro di noi.

Documentario e romanzo partono da una stessa geografia per parlarci di ciò che l’umanità affronta dall’alba dei tempi: la Storia, “uno scandalo che dura da più di diecimila anni”, scriveva Elsa Morante e il rumore di fondo delle onde elettromagnetiche dei nostri smartphones o il silenzio della montagna dove i lupi ritrovano lo spazio che gli esseri umani hanno ormai quasi abbandonato.

E ci si trova dall’altra parte e Nel tempo dei lupi ci invitano ad ascoltare e ad ascoltarci. Ci parlano dell’importanza di oltrepassare la frontiera, per ritrovarci nello sguardo dell’altro, perché la Storia, ovunque essa vada e ci porti, non ci trovi impreparati.

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Vorrei che tu fossi qui (Wish you were here Claudio)

Allora, com’è lì? Pensi di riuscire a raccontarlo?
Paradiso o Inferno? Cieli blu o dolore?

E dimmi: c’è un prato verde o soltanto un freddo guardrail?
E si ride da quelle parti?
Allora, pensi di potercelo raccontare?

Oppure, hanno cercato di far passare i tuoi eroi per fantasmi?
Ci hanno venduto alberi, e invece era solo cenere.
Qui c’è un’afa che appena si respira e loro ci dicono che è aria fresca.
Per questo tu hai preferito un ruolo da passante in una guerra piuttosto che uno da protagonista in una gabbia. Comodo ma – come dire – poca soddisfazione.

Oh, come vorrei, come vorrei che tu fossi qui.

Siamo stati due anime perse che nuotavano nella stessa boccia, come due pesci rossi.
Per anni a correre su questa vecchia terra.
E che cosa ci abbiamo guadagnato?
Le solite vecchie paure.

Oh, come vorrei che fossi qui.

(da Wish you were here,  Roger Waters)

Wish you were here Claudio
http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2012/01/02/AORWIRbB-galleria_schianta_bevera.shtml

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Ciao ciao Tenco, edizione 2011

Ciao Premio Tenco ciao, per la 36° volta la rassegna della canzone d’autore” saluta. E non si sa se ritornerà. Segno di tempi: da un po’ di anni a questa parte, il premio Tenco ci ha abituati ad una certa precarietà. Ma questa volta il saluto suona più come un “addio” che come un “arrivederci”, visti i tagli drastici che hanno funestato questa edizione.
Certo, però, che alcune sorprese e il riconoscimento di botteghino dell’ultima serata di sabato sera, con l’atteso pienone per Ligabue, fanno ben sperare chi ama la musica di qualità che la manifestazione arrivi, in qualche modo, al numero 37 l’anno prossimo. Qualche riflessione per il
futuro, in chiusura, è però d’uopo.

Il premio Tenco, in quasi 40 anni, è stato una fucina di talenti, stili e personaggi di cui, certamente, il mondo musicale e culturale hanno bisogno. Ma, oggi, sono molti i canali con cui scoprirli. Per una prossima edizione dunque, sempre seguendo le idee del mitico fondatore Rambaldi, quelli del club Tenco dovrebbero porsi delle domande per capire il senso da dare in futuro alla manifestazione.
Compito del Tenco è ancora pescare giovani talenti snobbati dal mercato e portarli alla ribalta? Fare da ponte tra le culture musicali del mondo,
creare incroci, incontri, contaminazioni? Oppure questo ruolo è ormai dei vari social network, youtube o X-Factor?
E, ancora, è davvero compito del Tenco consacrare grandi nomi pop assegnando loro l’etichetta un tempo tanto temuta ma oggi tanto agognata
di “cantautore”?
Ai posteri l’ardua sentenza, ai discografici la decisione.

Fuori del tearto Ariston, intanto, in piazza Colombo, ci sono già dei giovani riuniti ad aspettare che cambi qualcosa. Ma non sono lì per il Tenco: si tratta di un gruppo di Indignados in arrivo da Nizza e diretti ad Atene.

Intanto, l’ultima serata di sabato, ha regalato emozioni che restano.
Si parte con due nomi in arrivo nella leva cantautoriale degli anni ’00, scoperti anni fa da uno degli album del club.
A Giorgia del Mese il compito ingrato di apripista (si sa, il pubblico del Tenco è un diesel), poi i Nobraino non passano inosservati. Goliardici,
sarcastici, pirotecnici, con testi intelligenti, che sembrano ritagliati dalle risposte della Settimana enigmistica, autori di gag e improvvisazioni che stupiscono. Poi arriva Paolo Benvegnu, una musica colta e raffinata la sua, ma che non manca di ironia, come  quando annuncia “una canzone sull’evoluzione e sull’involuzione umana” e dice “Stasera, speriamo, si farà un passo verso l’evoluzione” accennando al dibattito in corso in Parlamento sul governo Berlusconi.
Beppe Voltarelli dà il meglio al cambio palco, mostrando simpaticamente la foto delle sue scarpe, nascoste al pubblico dalla rotaia della telecamera di Rai 5 e duettando poi in modo frizzante con Petra Magoni.

Spetta alla Piccola Bottega Baltazar l’omaggio quotidiano a Brassens nell’anniversario della morte. Chi meglio di loro, con il loro sound etno-folk: cantano “La Marinette”, ma tradotta in dialetto veneto “La Marinetta”.
Poi, Jaromir Nohavica: Premio Tenco 2011 come cantautore straniero, premiato da Sergio Staino, che ricorda il suo passato: la clandestinità
musicale nella Cecoslovacchia del regime e la capacità di mescolare musica popolare dell’Est con la tradizione americana e francese, sui temi
sentimentali e sociali. Nohavica, il Guccini “ceco”, viene accompagnato da Alessio Lega che traduce una sua canzone.

Subito dopo il punto più alto della serata: Mauro Pagani riceve il premio Tenco come operatore culturale. Un tributo ai suoi 40 anni di musicista,
arrangiatore e cantautore, una fonte inesauribile di idee, come uno dei pezzi che presenta, un gospel tratto da un mistico persiano del 1400.
Straordinaria “Crêuza de mä”; la sua “Impressioni di settembre”, che manda l’Ariston in estasi, resterà nella storia. E non erano tutti nostalgici della PFM coi capelli bianchi i presenti in sala, anzi, molti erano giovani in attesa di chi sarebbe arrivato subito dopo: il Liga, Luciano Ligabue.

Introdotto, durante il cambio palco da Voltarelli che sottolinea le differenze tra la via Emilia e la calabrese via Popilia, Ligabue sembra arrivi sul palco dell’Ariston direttamente da uno svincolo dell’A 1. Incredibile la sua capacità di trasformare i set: che sia in un oratorio di provincia, nella sala d’aspetto di una stazione o al Premio Tenco, subito si viene catapultati nell’arena di San Siro.
Appena comincia a cantare, se non s’illuminano accendini (il sistema antincendio dell’Ariston sarebbe impazzito), compaiono decine e decine di
telefonini che riprendono l’esibizione. Su youtube e facebook sicuro se ne trova già traccia.
Premiato con la targa Tenco per aver arrangiato, prodotto e suonato tutti gli strumenti nella versione acustica di “Arrivederci mostro” aveva
promesso un set apposito per il Tenco, ma forse è il Tenco ad aver ha costruito la serata apposta per lui. Chi s’aspettava, però, un tributo suo
personale con una canzone di Luigi Tenco, resterà deluso. Ci si accontenti della sua presenza che ha sanato i bilanci della kermesse.
Ligabue procede spedito tra i suoi Autogrill. Si unisce Pagani al violino, ma il pubblico va in visibilio per “Buonanotte all’Italia”: già altre
volte Ligabue ha dimostrato di essere attento all’attualità del suo paese.

Poi Ligabue se ne va, il Tenco si chiude. Arrivato dall’A1, cinque minuti dopo Liga era via, sull’A10, scomparso nel nulla come una qualsiasi
rockstar. Voltarelli, Pagani e i cantautori, invece, restano un po’ nell’atrio dell’Ariston a scambiare autografi e fotografie con il pubblico.

Ciao Premio Tenco, ciao.

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Tenco, sorprese e timori

Larghi vuoti in platea, palco ridotto all’osso, senso vago di spaesamento: lo spettatore, entrato nell’Ariston per assistere alla prima serata del Premio Tenco, com’è abituato a fare ormai da 35 edizioni, può aver pensato di aver sbagliato giorno, di essere arrivato durante l’allestimento della sala. Invece no: quella saracinesca che dà su via Roma, quelle vetrate, le porte con i maniglioni antipanico, i tubi antincendio, sono la scenografia del Premio Tenco 2011.
La cura dimagrante imposta alla manifestazione un po’ da tutti, Regione Liguria, comune di Sanremo (contributi ridotti al lumicino), Rai etc., ha funzionato fin troppo e della rassegna sanremese dopo anni di glorie non rimane che la passione di chi si ostina a metterla su. Anzi, a volte neppure quella, come dimostrano le polemiche durante la conferenza stampa di giovedì, tra il Club Tenco e la famiglia del cantautore.
A Sanremo si respira un’aria da canto del cigno, da fine di un’epoca. Ma forse non è un problema solo del Tenco: fuori, in piazza Colombo, alcuni giovani giocano a darsi sberloni e indovinare chi, un divertimento da Soliti idioti. Stanno cambiando i tempi.

Accettata però la scenografia, minimal e un po’ Blade Runner, giovedì 10 la prima serata comincia bene: Vittorio De Scalzi canta un inedito di Fabrizio De Andrè che fa sobbalzare le poche poltrone occupate. Bella la storia: Faber l’avrebbe trascritto su un tovagliolo dopo un concerto a Vienna per Pepi Morgia, scomparso recentemente, che lo aveva affidato a De Scalzi per musicarlo. Si intitola “Le onde del sonno”: ora il cantautore genovese lo inserirà nel suo prossimo album.

Inizio con il botto, dunque, un vero scoop, poco importa allora la povera scenografia e il fatto che forse con i tagli ci s’è fatti prendere la mano: niente canzone di Tenco come incipit, come recitava una antica consuetudine.
Dopo un piatto così forte, però, da Marco Parente ci si aspettava di più. Ma forse la colpa è anche dei problemi tecnici che hanno funestato la sua esibizione.
Virata jazz invece con il duo Lotatòla (Serena Ganci e Simona Norato) e l’ensemble barese Fabularasa.
Segue un commovente Vinicio Capossela che ricorda Enzo del Re, grande cantastorie di Lavorare con lentezza, scomparso a giugno.

Venerdì 11 si comincia con Alberto Patrucco, comico da Zelig, che intrattiene il pubblico con qualche battuta (“In Italia siamo passati da Tremonti a Monti e già si preparano Collina e Piano”) e poi canta in italiano l’omaggio a Brassens, La ballade des cimetières.
Il siciliano Cesare Basile, cantando un testo di Ignazio Buttitta e Rosa Balistreri, ci ricorda che Rosa Balistreri fu la prima donna esclusa dal Festival di Sanremo nel 1973.

Beppe Voltarelli, attore, cantante, intrattiene il pubblico nei cambi di palco mentre arriva Iosonouncane la cui “macarena su Roma” è piaciuta tanto al Club Tenco, sempre alla ricerca di nuove esperienze acustiche, da portarla a Sanremo.
La sua musica è uno spezzatino sonoro, un blob acustico di campionamenti mescolati a musica, assieme a Iosonouncane si riconoscono le voci di Giletti, Milly Carlucci. Una scelta coraggiosa e davvero post-modern, che si adatta benissimo alla scenografia.

Carrie Rodriguez invece arriva con il suo violino e una minigonna molto espressiva. Canta una canzone sull’alluvione dell’uragano Katrina e una su un bambino che attraversa il ponte di Brooklyn in bicicletta.
La “musica componibile” dei Mariposa è invece fatta di molti musicisti provenienti da molte parti d’Italia, Veneto, Emilia, Sicilia. Bella la loro interpretazione di “Prete in automobile” di Tenco.

Roberta Alloisio canta con Armando Corsi e riceve la Targa Tenco come miglior interprete per il suo album “Janua” dedicato a Genova.

Il finale è tutto di Edoardo Bennato con il suo rock napoletano e civile de “Il Paese dei Balocchi”, dedicato al problema degli immigrati clandestini, o di una canzone per una bimba che sta nascendo nell’angolo più povero del mondo, o della Napoli “sporca, avvelenata, incivile e affottata. Ma è la mia città”.

Domani terza e ultima serata. Questa volta ci si aspetta il pienone per Ligabue.

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Tenco, bella ciao

Vinicio Capossela commosso che ricorda Renzo Fantini. Il dizionario demenziale di Roberto Freak Antoni. Il cantastorie Enzo Del Re che batte e ribatte su una sedia. Questo e altro nella serata conclusiva, quella di sabato 13 novembre 2010. Ma cosa resterà di questo 35° (e, speriamo no, ma forse ultimo) Premio Tenco?
Ai discografici, alla Rai, al Comune di Sanremo l’ardua sentenza. Ma le premesse non sono un granché. Il Tenco merita di più.

Le dirette radio sono una bella cosa, ma condizionano – spesso sconvolgono – le scalette. Così Vinicio Capossela inaugura la serata, ma arriva a pubblico ancora freddo (gli spettatori del Tenco se la prendono sempre con molta calma) e la sua commozione vera, il suo racconto (a metà tra Fante e Bukowsky), non sono arrivati a tutti come dovevano arrivare. L’artista è apparso genuino, privo di quell’aria da prestigiatore dell’anima che aveva nelle passate edizioni, ha regalato anche un inedito, Le sirene, e si è sinceramente commosso parlando del suo amico Renzo Fantini, manager anche di Guccini e Paolo Conte.
Forse andava collocato in un momento diverso, a pubblico più caldo. Sono un po’ i conti che devono fare quelli del Tenco: il pubblico che lo segue, che si aspetta sempre emozioni nuove e forti dagli autori; e quelli che lo organizzano, alle prese con dirette radio/Tv che fanno tanto bene ai conti della manifestazione.

Per fortuna questa edizione ha avuto un tappabuchi d’eccezione, Roberto Freak Antoni, che, incalzato simpaticamente nei tempi dal bravo Silva, ogni tanto arrivava a sparare uno dei suoi esilaranti e riflessivi aforismi («se non piacciono, lo si dica, ne ho dei nuovi», ripete spesso): «Se le persiane di casa sono chiuse è a causa degli uomini iraniani»; «Se la fortuna ti tocca, magari ti ha preso per un altro», «Le merde che s’incontrano per strada a volte si salutano, più spesso si pestano».

Uno ride per Freak Antoni e non si accorge che hanno cambiato il palco per l’artista successivo.
Vestito di rosso, con il pugno alzato, popolare nel vero senso della parola (la sera prima l’ho incontrato alle Cantine Sanremesi a mangiare sardenara) arriva Enzo del Re. Lui stesso non vuole essere considerato un cantautore, ma un cantastorie. Il suo è stato il cambio palco più veloce del Tenco: solo un microfono e una sedia di legno, una carega la chiamano a Sanremo. Potrebbe cantare alll’Ikea.
Qualcuno lo definisce un corpofonista, ma Del Re ha la sua poetica, non sta in nessuna classificazione, preferisce la lentezza, adora il lavoro ma detesta la fatica. Quando dice che lavorare per i padroni lo stanca, qualcuno nel pubblico dissente e gli urla qualcosa di maleducato. Forse per questo esce di scena in fretta e non torna subito a prendersi gli applausi quando Silva lo chiama.

Marco Fabi invece non convince, una musica un po’ piatta, testi già sentiti, rime banalotte: «rumore/amore».
Bisogna incontrare di nuovo Freak Antoni per tirarsi su: «Lei era un tesoro, lui la seppellì», «Grazie dei fiori. Anch’io ti farei un mazzo così».

Poi spazio alla chitarra catalana di Amancio Prada (Premio Tenco operatore culturale), che musica una poesia di Garcia Lorca, e Piero Sidoti (Targa Tenco opera prima, leggi l’intervista) assieme a Battiston, presenza scenica e fisica indiscutibile del cinema italiano di oggi – proclama «La gentilezza è una qualità rivoluzionaria».
Paul Brady (Premio Tenco al cantautore), onora il premio ricevuto parlando in italiano quasi perfetto. Ma sta leggendo. Il pubblico comunque apprezza: non sono molti gli artisti anglosassoni che dimostrano questo tipo rispetto per chi ascolta.

Poi arriva di nuovo Freak Antoni, ma stavolta per fare il tappabuchi di se stesso: i tecnici stanno montando gli strumenti degli Skiantos.
«Al posto del cimitero voglio essere parzialmente scremato»; «L’omossessuale è quell’amico che si diverte alle tue spalle».
A lui si deve molto di questa edizione un po’ spenta, lo si è già detto. Ma lo si proclama, dopo l’esibizione con gli Skiantos: insieme un salto indietro nella storia della musica e nella storia italiana. Non si capisce perchè continuino a etichettare la loro musica come demenziale. Un gruppo che chiude la serata intonando Bella ciao e definendo questa canzone come «un classico della resistenza psico-fisica», s’inserisce da sè, di prepotenza, nella polemica attualissima se cantare o no il canto delle mondine e Giovinezza al Festival di Sanremo.
Quando gli Skiantos vanno via, molti continuano a cantare Sono un ribelle mamma.

Cala il sipario. Anche quest’anno. Ma un sipario più pesante, più cupo. Adesso per mesi niente musica, ma, parole, parole, parole, soltanto parole. Spiace che nessuno degli artisti invitati abbia cantato una canzone di Tenco, come al solito. Speriamo non sia un triste presagio.

Immagini su: http://imperia.mentelocale.it/28486-premio-tenco-capossela-e-freak-antoni-per-la-serata-finale/

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Al Tenco. Tra realtà e incertezze

Come sempre, con la raccolta delle olive, arriva anche il Tenco.
Non c’entra niente, ma ormai è tradizione: come accade sulle colline attorno Sanremo, anche all’Ariston, per la Rassegna della canzone d’autore, si combina ogni anno qualcosa di buono, a volte di unico, ma dal sapore tipico, da consumarsi preferibilmente entro tre giorni di emozioni, contatto, esperienze che solo la musica può dare.

Dopo due serate, passate con grandi nomi – Arbore, Carmen Consoli, Avion Travel, Bersani – e ottime compagnie – Carlot-ta, Brunori sas – e in attesa dell’ultima serata con nomi importanti – Paul Brady, Capossela, gli Skiantos, si può già fare un piccolo bilancio di questa edizione, nata con più incertezze delle altre e proseguita grazie soprattutto alla carica dell’entusiasmo e l’emozione di chi, pubblico e artisti, l’ha vissuta.
Bilancio che, tuttavia, non è propriamente esaltante. Anzi, alcuni non esitano a definire questo Tenco un po’ moscio.

Certo, le giustificazioni ci sono tutte: il premio Tenco è una manifestazione sempre più difficile da sostenere per i suoi organizzatori e mai come quest’anno ha rischiato di saltare. Solo un generoso contributo della Regione Liguria ha consentito al sipario dell’Ariston di alzarsi ancora su qualcosa che non siano solo canzonette.

Ma le incertezze rimangono. Da molte parti si parla di salvare il Tenco, ma nessuno si muove ancora. Un po’ tutti hanno la soluzione, la ricetta; spostamento di sede, sponsorizzazioni, investimenti, dirette radio-televisive. Ma il problema sembra un altro: è un po’ venuta meno la sensazione che a muovere il Tenco sia ancora quel gruppo di amici di una volta, quelli di Amilcare Rambaldi insomma, con quell’affiatamento che portava a Sanremo grandi interpreti e promesse.

Così, la sera di giovedì, per quanto sempre interessante, con artisti di calibro, ma priva di diretta radio, è scorsa senza grandi emozioni. Un Arbore freddino (qualcuno non ha gradito le sue tre canzoni e via, frettolose), un Morgan regolare nel senso che non s’è prodotto in numeri speciali come ci si aspetta ormai da lui. Serata salvata da quel grande virtuoso di Fausto Mesolella (Premio I Suoni della Canzone) – in uscita libera senza Avion Travel – e da Nada, intensa come sempre.

A presentare sul palco Antonio Silva, con le geniali incursioni di Roberto Freak Antoni (Premio Tenco operatore culturale) che con un suo esilarante dizionario, assisteva i cambi di palco, sempre comunque veloci e perfetti.
Questa volta sarà per il salvataggio in extremis, ma il Tenco ci aveva abituato bene gli ultimi anni: manca una direzione artistica efficace, che renda l’offerta, gli abbinamenti e le sperimentazioni  all’altezza delle esigenze dell’Ariston B, il pubblico di quelli che non si accontentano, che comunque guarderanno sempre l’Ariston A con una certa qual sufficienza.

E’ andata meglio ieri, venerdi 12 novembre, con nomi ormai affermati, Samuele Bersani, Carmen Consoli (Targa Tenco miglior disco) e gli Avion Travel (Targa Tenco miglior interprete), Peppe Voltarelli (Targa Tenco miglior disco in dialetto), insieme a meno noti Mirco Menna, Zibba e Brunori sas, vera scoperta e premio per l’autore emergente.
Bersani, sempre attento al mondo attorno, che parte con Lo Scrutatore non votante, canzone di straordinaria attualità. Fausto Mesolella che rifà il trucco a un bel pezzo di Nino Rota e lascia senza parole.
Carmen Consoli che, emozionatissima, arriva elegante e con un tacco forse un po’ esagerato (ma se lo può permettere) e poi regala una canzone, Mio zio, così difficile e così attuale al tempo stesso. In programma prima un salto al nord con il varazzino Zibba e poi benvenuti al sud con Peppe Voltarelli.

La terza serata con Capossela, Paul Brady (premio Tenco al cantautore), Enzo Del Re, Marco Fabi, Amancio Prada (Premio Tenco operatore culturale), Piero Sidoti (Targa Tenco opera prima), promette bene.
Resta l’incertezza di sottofondo, nella speranza che serva da stimolo, a rendere migliore questa manifestazione e non da minaccia per chiudere tutto, che non si rischi di perdere un’opportunità così bella per la musica italiana, non lasciandola anch’essa al suo destino. Da conservare, non da salvare in extremis.

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I bombaroli

Non so se Fabrizio De André sia mai stato a Taggia. Le cronache locali, a questo riguardo, tacciono. Da noi sono arrivati Erasmo da Rotterdam, Napoleone e Gianni Morandi. Gli ultimi avvistamenti VIP riguardano Vittorio Sgarbi. De André nessuno se lo ricorda a passeggio per il Pantan. E nemmeno passerotto solitario sul ponte romano.
Però, c’è una canzone che mi desta il grandissimo sospetto che Faber negli anni ’80, magari sotto mentite spoglie, travestito da turista francese, con la giacca di velluto, un buon dolcevita della gauche e una berretta, sia venuto alla notte dei furgari, a San Benedetto.

Dev’essere. Per forza. Altrimenti, come la spiegate una canzone come “il bombarolo”? Chi sa che cosa accade a Taggia la settimana tra il 10 e il 14 febbraio sa già a cosa mi riferisco. Presa in analisi, quella canzone, descrive tutto nei dettagli: tranquilli impiegati che improvvisamente si mettono a maneggiare “pinocchi fragili parenti artigianali di ordigni costruiti su scale industriali”,
cantine, portoni zeppi di polvere nera in cui una scintilla, un’interruttore potrebbero giustiziare decine di persone (e c’è già chi c’ha rimesso la pelle), i carrugi che pullulano di “profeti molto acrobati di ogni rivoluzione” e “trentenni disperati, se non del tutto giusti, quasi niente sbagliati”.

I furgari sono una cosa metafora della lotta, un’utopia fatta realtà, la revoluciòn in una notte, non credo che esista un altro luogo in cui uno stato democratico conceda ad un intero paese di organizzarsi a costruire ordigni pericolosissimi ed esibirli poi in una escalation di attentati alla tranquilla vita borghese. E con la benedizione della Santa Romana Chiesa, per di più. Altro che anarco-insurrezionalisti.
A Taggia, se non è mai passato De André, figuriamoci Bakunin e Durruti, nemmeno il cugino di Voltaire.
Eppure con la potenza di fuoco che riusciamo a mettere su con delle semplici canne di bambù, potremmo abbattere qualsiasi regime.

Ma niente paura. Alla fine tutto va come nella canzone di Faber. I trentenni si perdono nelle piazze “cercando il luogo idoneo adatto al loro tritolo”. E siccome a Taggia non c’è il Parlamento, s’accontentano di Castelìn, del monumento ai Ruffini, della fontana della Trinità, del Ciazo. Il “chiosco di giornali” effettivamente ce l’abbiamo in piazza Eroi, ma nessuno l’ha ancora fatto saltare: povero Pasquetti, forse si deciderà prima o poi a tenere anche giornali che non la pensano come lui.

Il finale poi è quasi freudiano. Il furgaro come metafora sessuale. Perchè tutta questa esibizione di potenza, perchè tutto questo furore, questa eiaculazione di scintille? Per una donna naturalmente. E poi alla fine che rimane? Uno stupazzo di carta che parte. Una nuvola di fuoco che strina la pelle. Un minuto in prima pagina. Ma da bombarolo.

Su Zemiafilm il documentario della notte dei furgari.

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