Soggiorno a Zeewijk

“I liguri sono di due categorie: – scriveva Italo Calvino (un altro che scriveva di Liguria con la scrivania lontana da Parigi) – quelli attaccati ai propri luoghi come patelle allo scoglio che non riusciresti mai a spostarli; e quelli che per casa hanno il mondo e dovunque siano si trovano come a casa loro. Ma anche i secondi, e io sono dei secondi… tornano regolarmente a casa, restano attaccati al loro paese non meno dei primi”. Lo scritto è del 1962, ma validissimo tuttora.

Soggiorno a Zeewijk, di Marino Magliani, Amos editore, è una bella prova di come si possa scrivere di Liguria da una scrivania lontana da Imperia.
Marino Magliani, è di Dolcedo, ma fa il traduttore e vive in Olanda, a Ijmuiden, vicino Amsterdam, nel quartiere di Zeewijk. E’ un ligure del secondo tipo, uno di quelli che per casa hanno il mondo (ha vissuto a lungo in Spagna) ma torna, “quando gli viene in mente”, in provincia di Imperia. E’ un esule, come lui stesso si definisce, non per motivi politici, culturali o religiosi, ma perché la vita lo ha portato via dai luoghi in cui è nato: gli effetti sono gli stessi, quelli dell’esilio. E lontano dalla propria terra, il filo, il cordone, che lo collega alla terra madre comincia a dolere, diviene un cilicio con cui patisce la malinconia.
E questo sentimento, questa “atra bile” della lontananza, porta marino magliani (scritto minuscolo come lo si trova nel romanzo e chissà quanto corrispondente al Marino Magliani autore) a ricercare analogie e differenze tra Zeewijk, il luogo che lo ospita oggi e Prelà, l’entroterra di Dolcedo, in cui è cresciuto, completando con tratto espressionista il quadro di questi luoghi. Ma è il ritratto di un paesaggio.

Sono più le differenze, è ovvio: pur essendo entrambe zone di mare, uno è il Mar Ligure, l’altro il Mare del Nord. L’analogia più sorprendente arriva a marino per caso. A Zeewijk le strade hanno tutte nomi di stelle e costellazioni: fu un’idea del padre di Piet van Bert, suo amico e compagno di ânerie. Un giorno marino magliani s’accorge che la cartina di Zeewijk è incredibilmente simile a quella del Ponente Ligure. Addirittura, sovrapponendola, ne combacerebbero i contorni. Che strano destino quello dell’autore/protagonista: andare via, lasciare la propria terra e portarsela dietro, come non staccarsene mai. Di più: Marino Magliani, questa volta l’autore, omaggia la sua terra: se le strade di Zeewijk portano i nomi delle stelle e queste combaciano con il Ponente Ligure, allora questa terra è degna del firmamento.

Altra differenza: Zeewijk è un luogo in cui tutto cambia. Gli edifici sono costruiti sulla sabbia e nel giro di vent’anni cambiano, la topografia è irriconoscibile. A Dolcedo invece tutto è immobile da anni, cambia lentamente. Anche in questo possiamo vedere un risvolto laterale della sua flânerie : forse il Ponente-firmamento ha già raggiunto la sua perfezione e fa male chi specula e tenta inutilmente di cambiarlo, di migliorarlo.

Soggiorno a Zeewijk fa venire in mente molte cose, per esempio “La finestra di fronte” di Alfred Hitchcock. Ma in questo libro, lo spaesato voyeur, non sta appostato al balcone come un paparazzo, bensì vaga per una città, inconsapevole di essere spiata (oppure consenziente, ma solo se si sta portando in giro il cane), e, comunque, complice, connivente, perché non usa tende o altro per coprire le grandi finestre. Ma siamo al nord, in Olanda, non a Dolcedo, qui finestroni e balconi significano luce, l’essere spiati è un danno collaterale accettabile.

E’ difficile essere voyeur, se non lo si è di professione. Il passo prima è fare il flâneur, la versione letteraria di questa psicosi. Perché il flâneur, in particolare lo scutuzusu, il curioso, che del voyeur è la varietà ligure, (sottotitolo del libro potrebbe essere Diario di uno scutuzusu) non lo fa per arricchire la propria vita dei particolari di quelle altrui, ma più per allontanare l’umor nero, la malinconia che l’attanaglia per essere lontano dalla sua terra, il Ponente Ligure. Ma allo scutizusu è data in dono una possibilità: quella di essere il punto di vista degli altri, di veder le cose come sono senza esserne parte. Nelle case, dall’altra parte del balcone si sta come i personaggi de “La lezione d’anatomia del dottor Tulp” di Rembrandt, che non s‘accorgono di quella mano dipinta al contrario. E anche marino magliani sta per finire dall’altra parte, tra gli osservati, cade nella trappola più comune, s’innamora…

Bello lo stile di questo libro. Antinarrativo, autofiction, catalogatorio alla Perec quando colleziona gli oggetti in quei soggiorni illuminati. Magliani narra la storia per bagliori, dipinge effettivamente con la scrittura una Zeejiwik città invisibile, in cui la malinconia alla fine ti salva.
Prima di andare a Zeejiwik, fate un salto a Dolcedo.

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