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Le mani sulla montagna

No, non è un sequel de “Le mani sulla città” di Rosi, il film che nel 1963 denunciava i meccanismi della speculazione edilizia, mai applicati alla perfezione altrove come nel Ponente Ligure. Semmai ne sembra più una sua versione cinepanettonara, con gli stessi protagonisti, i Boldi e i De Sica di turno, impegnati a sfregiare la montagna dopo essere passati, come Attila, prima al mare e poi in città.
Perchè di questo si tratta: dopo aver rosicchiato tutto il possibile sulla costa, prima con i condomini, poi con le seconde case ed infine con i porticciuoloni, i nostri “eroi” si sono spostati sui monti, alla ricerca del loro solito miraggio turistico, (che per il territorio invece è triste presagio) quel circolo vizioso fatto di investimenti, strutture, servizi ed edilizia che continuano a chiamare sviluppo ma che è sempre più tristemente lontano dal progresso.

L’ultimo episodio di questa guerra al territorio è Monesi, dove il binomio neve-turismo-speculazione ha già duramente colpito negli anni ’60 – ’70.
Per lavoro, mi è stato chiesto di scrivere un testo promozionale per il sito del turismo della Regione Liguria: http://www.turismoinliguria.it.
La stagione fredda è agli inizi, tutti scaldano gli sci e progettano settimane bianche. E occorre promuovere anche i magnifici impianti sciistici e i poderosi skilift della Liguria. L’offerta in Italia è ampia, c’è da sgomitare sulla neve. Pensate solo al Piemonte con Limone o Sestriere o Prato Nevoso, alla Lombardia con Aprica e Bormio, fino al Veneto con Cortina D’Ampezzo. L’impresa è quasi biblica, da Davide contro Golia, ma la Regione Liguria, applicando un po’ il modello “federalista” che va per la maggiore un po’ dappertutto (in sanità, per esempio), vuole evitare al massimo l’esodo dei propri abitanti verso altri lidi e lanciare chiaro e forte il messaggio “La neve ce l’abbiamo anche noi”, insomma.
Solo che le altre regioni del nord hanno molte possibilità d’offerta, mentre in Liguria, nel Ponente Ligure, in particolare, tutto è concentrato in un solo luogo: Monesi. Che a Genova ci credano lo dimostra il recente ingente stanziamento per finanziare il secondo tratto della seggiovia in progetto a Monesi: di due milioni di euro.

Ma il problema è sempre il solito: è questa la direzione più giusta?
E’ giusto per 30 – 40 anni di sviluppo convertire irreversibilmente aree la cui destinazione è definita da migliaia di anni, travestendole di una vocazione che ha già fallito negli anni ’70.

Tuttalpiù di 30 – 40 anni si tratta: trasformare un luogo da agro-pastorale a turistico non è poi molto complicato, basta investire sulle strutture adeguate. Ma le strutture necessarie allo sci sono impattanti, non si parla solo della seggiovia, anche dei condotti per la neve artificiale che arriveranno per compensare il poco innevamento. E allora, perchè farlo se per i cambiamenti climatici stanno portando sempre meno stagioni nevose a Monesi?
Per cambiare il territorio ci vogliono pochi anni, per cambiare il clima, ci vogliono decenni, forse secoli. I tempi dell’uomo e quelli della natura non coincidono mai. Per cui, se a Monesi gli ultimi inverni hanno regalato una cospicua coltre di neve mentre il decennio prima la stazione era data definitivamente per perduta, è conveniente investirvi somme ingenti per far ripartire la stagione? Non si può pagare uno sciamano perchè faccia nevicare. Il rischio è investire, in tempi di spending  review e tagli, in qualcosa di effimero e vacuo come un fiocco di neve, che può anche non cadere.

Sul sito di Regione Liguria si può seguire per bene tutta la vicenda:
“Il costo dell’opera è di circa tre milioni di euro, di cui 800 mila euro da parte della stessa Provincia di Imperia. – Sia pure in zona ‘Cesarini’, tenuto conto delle incertezze legate alle possibili ricadute, anche sul territorio ligure, dei tagli e degli accorparmenti delle Province, insieme all’Amministrazione Provinciale di Imperia, la Regione Liguria ha  segnato un punto molto importante per la valorizzazione del comprensorio sciistico del Ponente ligure” ha commentato Cascino.”

Viene da chiedersi perchè tanta fretta per questa operazione di rilancio, proprio dopo che un decennio di latitanza della neve avrebbe fatto desistere chiunque. Suona come costruire stabilimenti balneari dove il mare si è ritirato, o nel Sahara. Perchè nessuno ci ha mai pensato? Forse non conviene.
La società gestisce Monesi, la Alpi Liguri Sviluppo e Turismo S.r.l., che doveva essere liquidata in seguito alle pesanti perdite, ha affidato la realizzazione della seggiovia alla Doppelmayr Garaventa S.p.A, un colosso svizzero degli impianti a fune. Ma chi usufuirebbe realmente di questi ultimi finanziamenti elargiti dalla moribonda Provincia di Imperia.

Perchè investire su questa vera e propria TAV alle pendici del Saccarello? Perchè invece non spendere (ops, si dice “investire” ) in progetti sulla cultura brigasca, o attività di turismo verde o eco-compatibile, la cucina bianca?
Le nostre montagne hanno la loro storia, la loro cultura, perchè asfaltarle per creare nuovi scenari da cinepanettone?

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Riviera Righeira

L’estate sta finendo, un anno se ne va. Il controesodo c’è già stato, scuole, aziende, uffici, fabbriche (quelle che resistono ancora), stanno per riaprire. L’ultimo piatto di rostelle l’hanno portato alla sagra di Pompeiana ad un biellese vegetariano. I signori Pautasso di Trofarello hanno chiuso con una infuocata mazurka i balli in Darsena, ad Arma di Taggia. Il MOAC ha ammazzato anche le ultime speranze di vacanza esotica con gli stand made in Taiwan.

Settembre, tempo di bilanci. E’ finito il regime, la dittatura del turista. Dunque l’A 10, l’Aurelia, le ferrovie e le spiagge tornano tutte o quasi per noi, ora possiamo tornare a occuparci dei nostri problemi e lavare i nostri panni sporchi in casa nostra. Prima era dura: guai a parlare di certe cose tra giugno, luglio e agosto; la crisi, il traffico, le tariffe dell’autostrada e della ferrovia, la fognatura, l’edilizia, i porticciuoli, la mafia. Roba che fa fuggire i turisti con i capelli dritti. Ma ora si può. Le panchine di piazza Colombo, nuovamente affollate di perdigiorno maggiorenni dopo il controeditto del sindaco Zoccarato, sono la sede ideale. E accomodiamoci allora, aspettiamo qualcuno e parliamo di com’è andata questa estate.

Era cominciata male, con le dimissioni del divo Claudio. Sembrava che in provincia di Imperia non si potesse fare più niente. Del resto si sa: a Imperia non si muove foglia che Scajola non voglia. Invece, è bastato aspettare poco per rendersi conto che c’erano problemi ben più grossi: uno è l’autocombustione di bar e ristoranti. Un altro locale andava a fuoco a Sanremo: il Big Ben.
Poi scoprimmo di avere una risorsa straordinaria, qualcosa che faceva eccellere la nostra provincia: il movimento terra. E ci accorgemmo che c’erano luoghi, come Bordighera, in cui il movimento terra muoveva tutto, qualsiasi cosa, anche i voti a favore del sindaco Bosio e dell’onorevole Minasso. Poi è arrivata la prima risposta della gente: il 15 luglio alla fiaccolata contro le mafie c’erano più di mille persone. Non importa quasi come sia andata, che Zoccarato si sia arrabbiato, che qualcuno si sia nascosto dietro stendardi o vessilli di partito. L’importante è che si sia cominciato a parlarne, anche se c’è qualcuno che preferisce ancora sempre e solo negare.

Poi arrivò il caldo, ma non si poteva fare il bagno: a Sanremo era esplosa la fognatura. Qualcuno ha pensato che, per farsi pubblicità, Sanremo volesse imitare New Orleans con una marea nera tutta per sè. Ma la nostra non è stata causata dalla BP, era tutta roba naturale, produzione propria.
Risolto anche questo problema, l’estate poteva iniziare davvero. Bagni, tintarella, sagre e movida. Non ci siamo fatti mancare nulla.
Nemmeno il tormentone: Belen o non Belen? La soubrette, ovviamente, non la tipica imprecazione apotropaica ligure. Prima Zoccarato che non la vuole, emettendo un editto pure contro di lei. Poi vabbè, controeditto (l’ennesimo), e non se ne parla più, del resto Belen non è mica Morgan, in fondo, si sa (proprio lì), ha qualche dote in più, cosa vuoi che sia se ogni tanto si fa qualche sniffata.
E lo shopping? Saranno venute quest’anno le famiglie saudite in via Matteotti? E’ un must: se non vengono è una disgrazia, porta sfortuna, un po’ come per la liquefazione del sangue di San Gennaro a Napoli.
Per fortuna Sanremo ha conquistato il suo posto nel nuovo Monopoly. Ironia della sorte, però, il Casinò comparirà in Vicolo Stretto.
Sul fronte delle manifestazioni, straordinaria ma purtroppo involontaria l’iniziativa messa a calendario insieme da Arma di Taggia e Riva Ligure: il bombardamento simulato. La sera del 7 agosto, le due località avevano in programma entrambe i fuochi artificiali. Impossibile accorgersene prima, riunire attorno ad un tavolo qualche assessore, programmare la serata. La musica del caso ha fatto il resto. Così, partiti a soli 15 minuti gli uni dagli altri, gli spettacoli pirotecnici delle due località hanno per un momento ricreato in Riviera l’atmosfera vissuta a Beirut l’anno passato. In pochi chilometri si passava dalle salve al fosforo ai traccianti della contraerea.

Ma la povertà dei programmi è stata un po’ la costante estiva di quest’anno. Tra sagre stanche in cui ormai si spende come al ristorante e serate o mercatini, iniziative spesso concomitanti, ripetute magari identiche nella città vicino e senza molta creatività, era un po’ come stare in un villaggio vacanze grosso da Diano Marina a Ventimiglia.
Ovviamente impossibile rintracciare nei programmi estivi dei nostri comuni un’offerta che potesse definirsi vagamente culturale. Per trovare qualcosa, anche molto valido, bisognava abbandonare la costa e buttarsi nell’entroterra dove tra l’altro si godeva anche di una bella temperatura. In val Nervia, Isolabona, Apricale sono un buen retiro assieme a Bajardo, che ha ospitato “Il bosco racconta” bella mostra di Dino Gambetta. In Valle Argentina Molini di Triora d’estate si riempie di artisti inglesi e tedeschi, Triora con Strigora offre sempre brividi: se non sono di paura almeno si sta al fresco. Sul litorale si salvano solo i giardini Hanbury, mentre Ospedaletti ha preferito rimediare con Franco Neri al flop del festival jazz, ricco di nomi ma poco seguito.

Per chi oltre alla tintarella non ha rinunciato a pensare è arrivata per fortuna Mafiosissima. Qualcuno (Strescino) s’è arrabbiato, ma quanti ragazzi vanno alla spiaggia nel nostro paese per parlare di mafia e economia, per ascoltare Marco Preve che parla della “Colata” che sta coprendo le nostre coste, per sapere da Sebastiano Venneri vicepresidente nazionale di Legambiente che la Liguria è ai primi posti per le Ecomafie. Dopo l’oblio estivo è anche questo un modo per riappropriarsi della propria terra.
Infine è arrivata sprecopoli a Sanremo e lì siamo proprio tornati nei nostri panni, pochi gli ombrelloni sotto cui nascondersi. Per fortuna, ultima notizia davvero estiva, la sanremese ha comprato un attaccante argentino a fine carriera. Il circo può ripartire.

Ma l’estate in Riviera dura sempre meno. Qualcuno dice che sia finita ancora prima di cominciare. Come il rapporto appena arrivato sui tavoli della provincia per il piano di coordinamento territoriale: l’immagine della Riviera si sarebbe molto appannata, causa di una “generazionale e parassitaria politica di investimento nel mercato immobiliare cui non è corrisposto un adeguamento dell’offerta”. Sotto accusa le case costruite negli anni ‘60 e ‘70, obsolete e sono non appetibili per ospitare i turisti, la scarsa mobilità urbana e i problemi con quella ferroviaria. Occorrerebbe, come minimo, “un’azione di marketing di promessa e valorizzazione che contenga il più possibile lo scarto tra le aspettative del visitatore e quello che realmente trova”. Parole dure, ma vere, occorre riconoscerlo.

In Riviera gira la vecchia canzone dei Righeira. L’estate sta finendo. O è finita davvero. Lo sai che non mi va.

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L’obelisco di Natale

Il suo bagliore illumina come un faro i naviganti verso la valle Argentina.
Qualcuno lo vede spuntare dalle mappe notturne di Google Earth.
Dal ponte sull’Autofiori s’erge come una torre di controllo.
Bambini di ogni età si fermano a guardarlo e fanno oh.

No, non è un nuovo hub di CAI. E’ l’albero di Natale di Taggia, in piazza Eroi Taggesi.
Ops, mi correggo, è l’obelisco di Natale. Sì, perchè dentro quell’addobbo avant-pop, nel cuore del cuore di quella conifera di acetato rivestita di lampadine, c’è una fredda stele di granito che qualcuno ricorderà, un tempo, essere stata destinata a ricordare alcuni illustri cittadini: i fratelli Ruffini.

Per esperienza, sono sicuro che i bambini delle elementari sanno alla perfezione chi sono e che cosa hanno fatto Giovanni (1807-1881), Agostino (1812-1855) e Iacopo Ruffini (1805-1833).
Quando sei piccolo non vedi l’ora di trovare qualcuno sul sussidiario di storia che sia nato dove vivi tu. I bambini di Genova, di Milano, di Torino avevano vita facile. Re, regine, santi, navigatori, poeti, pittori. Quelli di Roma, con tutti quegli imperatori, non facevano testo. Noi bambini di Taggia abbiamo dovuto aspettare fino alla quinta per trovare il nostro eroe. Incredibile: a Taggia era nato qualcuno che “organizzava moti”, per il Pantan erano circolati dei “rivoluzionari”, gente che nel 1833, fu costretta a fuggire in esilio in Francia perchè condanata a pagare con la vita per le proprie idee. Giovanni continuò ad amare la sua terra e la promosse con i suoi romanzi in Inghilterra, come sappiamo tutti. Agostino emigrò ad Edimburgo. A Jacopo andò proprio male: si suicidò in carcere per non confessare i nomi dei suoi compagni. Che storia.
Mi ricordo che all’epoca, nei giochi, tutti volevamo fare i carbonari e nessuno il borbone e l’austriaco. Eravano tutti con la Giovine Italia (per l’omofonia, scarto la battuta sui confronti con la politica di oggi).

Per questo mi sono un po’ arrabbiato quando ho visto che l’obelisco dei Ruffini è stato trasformato in un albero di Natale.
E per la seconda volta. L’anno scorso pensavo avessero preso tutti un abbaglio. Invece l’unico abbaglio l’ho preso io con tutte quelle lampadine.
Probabilmente, smaltiti i fasti del 200° anniversario della nascita di Giovanni Ruffini, l’assessorato al Turismo del Comune di Taggia, ha pensato bene che quel monumento potesse essere utile per sostenere il turismo di Natale più che per promuovere la città “natale” dei patrioti Ruffini tutto l’anno.

Ora, se è facile sparare a zero sui simboli natalizi, emblemi del consumismo sfrenato, lo è forse di più su quelli della storia patria, consumati dal tempo e dall’ignoranza collettiva?
Un monumento resta sempre un monumento: se fosse stato imbrattato dai graffitari, deturpato dai vandali, tutti si sarebbero prodigati a difenderne la memoria. Invece questo caso, aspettiamo Babbo Natale. E facciamo oh.

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La possibilità di una giungla

Dicesi “Giungla”, una vasta zona di terreno basso e umido, tipica dei paesi equatoriali e tropicali; interamente coperta di vegetazione, asilo di belve e serpenti velenosi. (Devoto-Oli, Dizionario della Lingua Italiana).

Secondo questa definizione, Sanremo, comodamente adagiato sul 43° parallelo, non potrebbe assolutamente ospitare una giungla. Piuttosto, viste come vanno le cose, sempra terreno buono per una delle chiose della definizione: “g. di asfalto: la città come teatro di corruzione e di lotte spietate per il predominio o la sopravvivenza” (Devoto-Oli, cit.).

Invece, proprio a Sanremo, una giungla c’è. E senza belve e serpenti velenosi, ma con tanto di indirizo e numero civico. E’ a casa di Libereso Guglielmi, in via Dante Alighieri 103.
Proprio lì, superato il traffico della sottostante via San Francesco, c’è il giardino di uno dei botanici più conosciuti in Italia e nel mondo, ex aiutante di Mario Calvino, uno degli ultimi a conservare intatta l’esperienza della stazione sperimentale che quest’ultimo aveva impiantato nella ormai ex città dei fiori.

Sabato 13 dicembre, Libereso Guglielmi è stato premiato dall’Associazione Red Century per il suo impegno nella conservazione e salvaguardia dell’ambiente. Le sue parole e il documentario realizzato da ZemiaFilm (visibile per intero su http://zemiafilm.wordpress.com/) sono state l’occasione per ricordare gli anni della Stazione sperimentale e rimpiangere una Sanremo che non esiste più. 

Nella Sanremo di sessant’anni fa, al posto di molti condomini, in via San Francesco, c’erano piantagioni d’avocado. Si sperimentava con successo l’acclimatamento di piante subtropicali in Riviera. C’era l’intenzione di creare un luogo di sperimentazione ma anche di divulgazione della cultura della botanica, in modo che tutti potessero beneficiarne :”il nostro progetto era quello di insegnare alla gente a coltivare le piante tropicali, in modo che chiunque potesse averle in giardino e creare un luogo unico”.

Mario Calvino e Libereso Guglielmi dovettero però  fare i conti con un parassita che in quegli anni stava cominciando a infestare la Riviera. Una qualità voracissima e difficilissima da estirpare: i palazzinari. La lotta fu impari. Piano piano, uno dopo l’altro, gli avocados caddero sotto le benne delle ruspe. Le essenze cinesi, peruviane e anche le euforbie tipicamente liguri, vennero estirpate per far spazio a pilastri e parcheggi.  Alla giungla verde si sostituì la giungla grigia dei condomini. 

Di tutta quella esperienza resta ora solo il piccolo giardino di Libereso. C’è di tutto: piante utilizzate dagli aztechi nella loro cucina, rampicanti cinesi che si allungano sui rami di alberi di banano, piante himalayane,
Lui ci vive dentro come un Adamo dimenticato. Le chiama per nome, le sue piante: Pelargonium pertatum (una specie di geranio), Perilla nanchinensis (una specie di basilico rosso profumato), Nandina domesticha (una pianta giapponese dal cui legno si fanno gli stuzzicadenti). E’ forse l’ultimo a parlare la loro lingua, a capirle i loro bisogni: “qui le piante sono libere – dice – la mia giungla non ha regole, qui le cinesi convivono benissimo con le arabe e le sudamericane. ” 
Ma Libereso sa bene che il mondo ha preso un’altra strada: “Sarebbe ora – dice – di pensare non a ciò che la Terra può darci ma ciò che possiamo dare noi alla Terra. Ormai questo rapporto si è invertito”.

Questa giungla, a due passi dal centro, in cui il fruscio delle foglie è disturbato dal ronzio delle automobili, è il suo gesto di ribellione nei confronti della Sanremo di oggi. Una parentesi di anarchia e vita dove tutti hanno seminato asfalto e morte.
Ma forse non tutto è perduto. Le persone come Libereso sanno iniettare nuova linfa e speranza anche nei momenti più bui. Del resto Sanremo città è così compromessa che ormai i palazzi dovrebbero costruirli sui palazzi. Non restano che pochi spazi per impiantavi una giungla. Uno di questi è arrivato soprendentemente da una zona prima off-limits per tutti: è la vecchia ferrovia. Perchè non utilizzare la nuova pista ciclabile come un nuovo, lungo giardino botanico? Basterebbe investirvi un po’ di risorse, neppure troppe, il microclima di Sanremo è unico e le piante hanno dimostrato di cavarsela benissimo da sole.
Chissà. Forse un’altra giungla è possibile.

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Com’è sagra la vita

Tutto comincia al mare. Distesi sul sabbione, intontiti dal caldo e dalla noia, stiamo ad aspettare.

Non si sa che cosa dovrebbe accadere, non succede mai nulla: il napoletano del cocco con le sue nenie piccanti non passerà prima di mezz’ora; l’onda anomala delle 16.08 è ancora lontana e comunque l’ultima è stata una ciofeca e non ha bagnato nessun asciugamano. In cielo non passa nemmeno un aeroplano.

Le donne almeno ciapettano (che gran dono). A noi uomini non resta che scrutare il viavai del bagnasciuga. Ma anche lì niente, sempre le solite facce, i soliti colpi d’anca. La vicina colonia norvegese quest’anno è avara. Sarà la crisi economica, la recessione.

Poi ecco, piove una domanda. Quella domanda: E stasera? Che si fa?

Improvvisamente il mare tace. I gabbiani si bloccano per aria. I bambini non strillano più. La fatica di vivere tocca in quell’istante il suo apice. E’ l’enigma che può sconvolgerti una vita: che cosa fare il sabato sera, d’estate.

Qualcuno ci prova, ma dalle risposte nascono mille altre domande, Andiamo a ballare. Sì, Ma dove? E prima? Pizza? Aperitivo? Cena? Sì, no, forse, già fatto, già dato, va bene, c’ho parenti, uffa, boh. Tutte le proposte si sciolgono sotto il sole.

La soluzione arriva poco dopo. Passa una macchina per strada: “Questa sera a Pompeiana, sagra delle rostelle e carne alla brace. Musica ’60- ’70 – ’80. Ampio parcheggio, accorrete numerosi”. Quelli della pro-loco hanno calcolato benissimo i tempi: a quell’ora è impossibile resistere. Il messaggio fa strage di consensi. E, allora, tutti a Pompeiana, evviva Pompeiana.

Io penso davvero che non l’estate non sia estate senza rostelle. Con quel gusto di selvatico la rostella (o arrosticino per i puristi), dona la giusta dose di incertezza alla tua serata. Dopo aver smangiucchiato tutti i quadratini di carne caprina (l’ideale sono 5 o 6, 7 già sono troppi), allinei la bacchetta sul tavolo e via, altro giro, altro regalo. Alla fine hai costruito il tuo personale Mikado. Accada quel che accada.

La rostella è un poi la migliore metafora della vita estiva. Ci si distende sulla spiaggia, si cuoce a lungo sotto il sole e problemi, idee, sogni, pensieri si sciolgono, colano via come il sudore. Siamo un po’ tutti arrosticini.

L’appuntamento è per le 20.30. Giusto il tempo di andare a casa e farsi una doccia. Con calma, che siamo d’estate. Quando arriviamo, però, ci rendiamo conto che, l’ampio parcheggio, il glorioso campetto di Pompeiana, è completo di auto in ogni ordine e grado. I persuasori del litorale hanno fatto proprio un ottimo lavoro: Pompeiana stasera è l’ombelico del mondo.

Io per fortuna arrivo in Vespa e parcheggio poco lontano. Una signora in SUV mi ferma: Scusi, lei che è del luogo, dove posso parcheggiare neh?, mi fa un certo effetto, Io? Del luogo?, le rispondo, a volte dimentico le mie origini, per fortuna c’è sempre l’occasione di ribadirle: Ma sì, continua quella, non sarà venuto da Torino in vespa, spero?, Prima di tutto, le dico, io sono di Taggia. E Taggia è lontana da Pompeiana come… Torino da Trofarello. Che non è poco.

Avrei continuato, ma da dietro la fila di auto ha cominciato a strombazzare, Guardi, con il suo panzer può andare un po’ più avanti – le ho detto – c’è l’autorimessa dell’RT.

La Sagra della carne alla brace di Pompeiana è segnalata da una colonna di fumo alta parecchi metri. L’accesso è avvolto da una nebbia compatta che ammanta tutto, quasi come certe giornate in Val Padana. Non si tratta però di un fenomeno atmosferico, piuttosto di uno gastronomico: è generata dal grasso di decine e decine di rostelle, salsicce e braciole che cola dalle graticole e vaporizza sulla brace. Se volete mantenervi addosso il vostro Chanel, lasciate ogni speranza o voi che entrate.

L’odore è intenso, ti stordisce, ti avviluppa, dopo un po’ ti accorgi di farne parte, diventi anche tu un arrosticino di carne umana.

Paghiamo 10 euro per una birra e un tagliandino che dà diritto a 5 rostelle. C’è grossa crisi pure alle sagre ormai.

L’attesa aumenta la fame, la bruma nasconde i visi, quelli della fila vicino vanno spediti e ripassano con i piatti pieni, Perché noi no? Sgomito con il mio dirimpettaio. Non sia mai che lo servano prima di me. Pian piano ci avviciniamo all’inferno: la brace c’è eccome, bistecche e spiedini stanno a consumarsi disposte su più piani, un tipo sudato con un berrettino di carta li manovra come tastiere di organetto Hammond. Davanti a lui, decine di piatti di plastica tesi per elemosinare arrosticini. Chi li raggiunge non si preoccupa d’altro che correre via il prima possibile per evitare che raggiungano la temperatura ambiente. Un tipo nella corsa perde il suo prezioso carico addosso ad una ragazza. Come farò poi ad andare in discoteca? Non esiste smacchiatore al mondo capace di eliminare un alone di rostella.

Sono pronte le salsicce: le cucinano in spirali arrotolate, infilzate a croce, hanno un che di esoterico e di unto e di appetitoso. Cibo degli dei. Ti danno anche il pane per la puccetta. Ma si prende più in là ed è meglio non abbandonare la posizione per un tozzo di pane raffermo. Ecco, il cuoco toglie dalla pianola una decina di rostelle. Non sono le mie. Toccano a due milanesi che fuggono in un cantuccio a divorarle. Incontro un mio amico, il Richi, eravamo compagni di scuola e di pallone, ma non lo riconosco subito per via del fumo. Per fortuna che la Fede che mi organizza una carambata. Ho trascorso un buon quarto d’ora a chiedermi se era lui e altri dieci minuti a ricordare i bei vecchi tempi, di quando le rostelle costavano 500 lire l’una. Da allora io sono stato in giro e lui s’è sposato e ha avuto una bellissima bambina.
Per un po’ ci distraiamo dalla fame. Ma la fame alla fine vince.

Arrivano i nostri, gli arrosticini, le rostelle che tanto abbiamo aspettato. Sono mezze crude e magre come top model di Valentino.

Vabbè, almeno ci siamo incontrati, pensiamo. A volte, com’è sagra la vita.

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