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Interviste ai Maddalenanti: Antonio Micolucci

Antonio Micolucci, classe 1939, è un caso straordinario, ma non insolito, per fortuna. Capita che qualcuno arrivato da fuori, un “fuestu” come si dice a Taggia, si appassioni alle tradizioni e alla cultura del luogo dove si trova a vivere. Ma non accade così spesso che questo fatto avvenga con la forza e la passione che Antonio mette nella Madaena. E’ tale il suo attaccamento a questa festa, che la cosa va oltre l’affannosa ricerca di nuove radici e la necessità di integrazione: originario di Montefino, in provincia di Teramo, della Madaena Antonio ha sentito l’appello evocativo, ne conosce il richiamo ancestrale che giunge dal passato, di quell’eremo perso nel bosco conosce il potere aggregante, oltre che ogni anfratto. Questo lo ha portato a entrare a fare parte attiva della Compagnia e a essere Contestabile nel 1985 e Segretario dal 1999 al 2005.

Antonio, come sei arrivato a diventare un Maddalenante?

Arrivai a Taggia nel 1960 e nel 1964 conobbi mia moglie Maddalena, figlia di uno storico Maddalenante, Cicin Seian. Lavorando io come coltivatore diretto e sapendo usare le macchine, i trattori e le ruspe, nel 1978 venni interpellato per fare la strada carrabile per l’Eremo. Posso dire che la mia passione per la festa sia cominciata da lì. Mi sono messo subito al servizio della compagnia non mi sono mai tirato indietro.

Fu un grande impegno per tutta la Compagnia quella strada, ma, guardandola ora, se ne riconosce pienamente l’importanza, l’utilità…

Non fu facile realizzare quella strada. Purtroppo non fummo fortunati con il tempo. In quell’aprile del ’78 ci furono moltissime piogge che impregnarono il terreno. Ovunque ci furono grosse frane. Una, in particolare, colpì la zona attorno alla strada. La ruspa che usavamo per spianare il sentiero rimase in bilico su uno scoglio e fu davvero un miracolo della Santa se non venne giù. Anche Gianni Puè che mi aiutò molto con la ruspa, rischiò di rimanere travolto mentre stava controllando se c’erano stati danni all’Acquedotto di Vignai. Molti non ci pensano, ma fu davvero un’impresa: nel ’78 ormai le mule non si trovavano più e senza una strada carrabile l’eremo della Madaena sarebbe stato impossibile da raggiungere. Oggi alla festa all’Eremo salgono 500 persone…

Oltre che il Contestabile, tu hai fatto anche un’esperienza da Segretario. Come sono stati quegli anni?

Fu particolarmente difficile. Nei sei anni dal 1999 al 2005 se ne andarono alcuni dei Maddalenanti più importanti. Figure che per noi giovani erano fondamentali, come Renzo u Capu, Niculin da Villetta, Elio da Dora e altri. Scomparse pesanti, difficili da sostituire in tempi brevi. Per noi fu un colpo piuttosto duro: fummo costretti, in un tempo brevissimo, ad abbandonare l’idea giocosa e goliardica della festa, il divertimento, per pensare agli aspetti seri e ricostruire il direttorio della compagnia. Io, personalmente, adottai la scuola di Renzo u Capu, dando importanza al Contestabile: quando si saliva all’Eremo prima doveva venire il Contestabile, poi il vice e subito dopo il Segretario e l’Amministrazione. In sei anni abbiamo anche fatto cose che sono valide tutt’ora, come il museo, un patrimonio collettivo. Dopo tutti questi anni capisco tutto, anche ciò che non mi piace, l’importante è che sia per il bene della Compagnia.

Che cos’è per te il Ballo della Morte?

Conosco bene il Ballo della Morte. Ho rivestito molti ruoli nella Madaena, ho fatto il Segretario, il Collettore, il Contestabile, ero poi quello che toglieva la coperta ai due Configuranti, dunque conosco i tempi e i ritmi del ballo e della musica: ma nonostante questo riesce sempre a emozionarmi moltissimo e ormai lo seguo sempre, ce l’ho nel sangue.

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Il Far West della porta accanto

Questa è una brutta storia, tenetevi forte. Queste storie, più che comparire sui giornali, si ascoltano tendendo l’orecchio in coda dal droghiere o in qualche bar, infine circolano in paese. E’ una di quelle storie che appartengono alla piccola cronaca di tutti i giorni, e quando uno l’ascolta, dentro di sè un po’ è contento, perchè tanto è successo a qualcun altro.

Non farò nomi, nè cognomi, nè luoghi, perchè non è mia intenzione denunciare persone ma soltanto fatti e anche perchè tutto quello che sto per raccontare è successo a persone che conosco da una vita e a cui voglio bene. Narrerò solo le circostanze in cui tutto ciò è avvenuto. Chi vuole dei particolari, non sarà difficile trovarli a Taggia, in Piazza Eroi.

Venerdì 9 settembre scorso, circa le 18, due giovani ladruncoli si sono introdotti in un condominio di Taggia. Il palazzo, una costruzione dei primi anni ’60 è abitato da gente tranquilla, semplice, poco avvezza ai moderni sistemi di sicurezza. C’è, sì, un citofono ed un elettromagnete che comanda il portone, ma, il più delle volte, lo si trova aperto, o per errore o perchè la serratura è rotta. Ma i condòmini non si sono mai o quasi preoccupati di questo: tutto si è sempre basato sulla più semplice fiducia nel prossimo o incoscienza dei rischi. Non è mai successo niente di grave.

Entrati nel palazzo, i due, un ragazzino e una ragazza adolescente, si sono subito interessati al primo piano.
Gli appartamenti del primo piano hanno da tempo montato porte blindate, segno che il timore dei ladri comunque ha portato i condomini a tutelarsi. Ma, si sa, una porta d’acciaio, seppur blindata, poco può contro una carta di credito se è chiusa senza mandata. Dunque la signora inquilina del primo piano, intenta sul terrazzino a stendere i panni, non ha nemmeno sentito che la porta di casa sua si apriva, con i due ladruncoli che entravano, violando penalmente il suo domicilio.
I due, soprattutto la ragazza, non devono nemmeno essere nuovi a questa esperienza, perchè non hanno dato segni della loro presenza fino a quando la signora, rientrata da stendere i panni, non ha scorto la ragazza che rovistava in casa. Il suo spavento (della signora) dev’essere stato enorme. Ma anche la ragazza deve essersi messa una gran paura, perchè buttata una voce al collega si è data immediatamente alla fuga. Bottino, ipotizziamo zero o pochi euro. Spavento invece mille, da infarto, per tutti.
Due rampe di scale a scapicollo e via. Intorno al palazzo qualche orto e larghe strade asfaltate, nessun impedimento alla fuga. I tre sono scomparsi in poco tempo.

Qui finisce la prima parte della storia e, chi lo vuole, può già emettere un giudizio, una sentenza, su quanto è accaduto. Che non è possibile, che non si sta più tranquilli nemmeno in casa propria, che, hai visto, a Taggia non era mai successo, ma guarda un po’ lì. Come potremmo interpretarlo? Segno dei tempi? Pura statistica? Sintomo di disagio sociale? Integrazione fallita? Un collegamento con i recenti furti in appartamento compiuti a Sanremo quest’estate da componenti della famiglia Dragutinovic, Rom e Sinti che vivono in Piemonte, potrebbe esserci.
Fate vobis. Però prima ascoltate la seconda parte della storia.

L’allarme della signora è ovviamente stato grandissimo. Vicini, amici, parenti, sono immediatamente stati avvisati con urla, richiami, telefonate: al ladro, ci sono dei ladri in giro.
La voce corre veloce attorno all’obelisco dei Ruffini, rimbalza sui bastioni e sulle mura che un tempo proteggevano i taggiaschi, ma oggi, chissà.

La storia potrebbe finire qui, ma ha una svolta.
Immediatamente, in tempi brevissimi, qualche parente o amico della signora si mette in macchina alla ricerca dei ladruncoli. Li trovano poco distante: sprovveduti o incuranti, quasi a sfidare il destino, come se niente fosse si sono messi ad aspettare l’autobus ad una fermata sulla statale per Arma di Taggia. E’ un errore che non faranno mai più e pagheranno caro. I “vendicatori”, chiamiamoli così, perchè di quello si stavano occupando visto poi com’è andata, li bloccano e probabilmente li caricano in macchina. Dico “probabilmente”, perchè non sarebbe consigliabile picchiare selvaggiamente un ragazzino in mezzo alla strada invece che portarlo dai Carabinieri. Chiunque, si spera, sarebbe intervenuto o avrebbe fatto intervenire le forze dell’ordine.
Il regolamento di conti deve essere avvenuto in qualche luogo negli orti. Risultato: il ragazzino finisce al pronto soccorso in gravi condizioni, con diversi traumi e un’abbondante emorragia. Lei se la cava meglio, ma le notizie sono discordanti. Concordano invece con il fatto che nella borsetta della ragazza sono stati trovati i documenti: lui 12 anni, lei 17. Probabilmente stranieri, di origine zingara. I sanitari hanno appurato anche che lei è incinta.

Questo è quanto. Morale della favola? Nessuna, perchè questa non è una favola. E’ quanto di peggio possa accadere nella vita quotidiana Ponente Ligure. Isola felice fino all’altro ieri, la Provincia di Imperia si risveglia oggi di soprassalto da un lungo, bellissimo, sogno: piccole bande si aggirano anche qui tra le case per compiere piccoli furti. Ma, allo stesso modo, se non ci si fida della giustizia ordinaria, non ci si può abbandonare alla giustizia personale, alle ronde private, alle spedizioni punitive. Il nostro bel Ponente sta diventando un Far West come il resto d’Italia.

Non sappiamo se ai Carabinieri sia arrivata qualche tipo di denuncia, e nemmeno se al Pronto Soccorso, vedendosi arrivare un ragazzino sanguinante, si siano chiesti se fosse solo caduto dalla bicicletta o qualcos’altro. Non si trova traccia della notizia sui giornali.
Una cosa è certa. Il problema dei piccoli furti e della sicurezza rimarrà anche dopo questo episodio. Non sappiamo perchè stessero rubando, possiamo ipotizzarlo, anche se la fame, quella vera, non può costituire un’attenuante per entrare in casa di qualcuno e derubarlo.
Ma l’odio che ha portato alla vendetta è stato totalmente cieco, un odio atavico. Cinico. Etnico. Tale da far passare in ombra che le “vittime” erano un ragazzino di 12 e una ragazza incinta. Qualcosa già visto in altri tempi e altrove, in Europa.

Beh, molti diranno, dopo tutte quelle botte, al ragazzino verrà un po’ meno la voglia di rubare. Certo.
Forse, invece, si farà più furbo la prossima volta.

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La notte dei Furgari (spenti)

Tutto è pronto a Taggia per la festa di San Benedetto, in programma sabato sera.
Da giorni le strade dei rioni sono occupate dai ceppi per i falò. Le cantine sono state ripulite e addobbate alla bell’e meglio per ospitare gli amici. Il vino buono nascosto per le grandi occasioni.
Tutto pronto, dicevamo, tranne i furgari. Perché, quest’anno, come concordato con il sindaco Genduso e con le autorità, a seguito e rispetto per gli eventi dell’autunno scorso, non ci saranno i furgari, le tradizionali comete di fuoco ad illuminare i palazzi antichi del centro storico. Tutto è rinviato all’anno prossimo, al 12 febbraio 2012.

Ma l’Associazione Fochi e Falodie San Benedetto, “Quelli che aspettano San Benedetto…”, come si sono ribattezzati un mese fa nella festa di presentazione a Taggia, ha organizzato una serie di eventi e appuntamenti  che renderanno lo stesso piacevole la serata, per festeggiare adeguatamente il proprio patrono.
Perché Taggia, quel giorno, deve buttarsi nelle piazze e nei caruggi, la gente deve danzare attorno al falò, incontrarsi, scambiare due parole attorno ad un bicchiere: così è da sempre e sarà tanto più quest’anno senza furgari. Anche questo è San Benedetto, non si cancellano le tradizioni.

E, visto che il fuoco non si scherza, non ci saranno nemmeno petardi, razzi, raudi e quant’altro: quello di Taggia non è un capodanno pagano né un rave liturgico: il fuoco è una cosa seria e i taggiaschi lo sanno.

Niente furgari dunque, ma nemmeno petardi e fuochi artificiali, squallide imitazioni. Questi sono gli accordi, con autorità e forze dell’ordine.  E a Taggia, quando dicono qualcosa, sono di parola. Sono stati invitati anche loro, quelli della questura, alla festa. E, certamente, lasciata a casa la divisa, in borghese, molti di loro non mancheranno, tra i falò. Dunque “Quelli che aspettano San Benedetto”, i ragazzi di Fochi e falodie lo annunciano: niente pazzie, niente petardi, facciamolo per nostro santo.

Il fuoco più che appiccato, verrà evocato. Come, ad esempio, nella proiezione del filmato “San Benedetto… oggi e ieri”, con foto, immagini, ricordi delle feste del passato, in programma alle 21 in piazza Cavour.

O nello spettacolo del  Teatro Scalzo di Genova. Specializzato in teatro comico, clownesco e di strada, Teatro Scalzo ha in programma “Fuoco”, uno spettacolo itinerante di 7 persone più 2 percussionisti, che toccherà vari punti di Taggia e i suoi rioni a partire dalle 21.45 in Piazza Farini (altri orari: 22.15 Piazza San Domenico; 22.45 Piazza Grande; 23.15 alla chiesa della Trinità; 24.00 piazza Cavour). In allegato il programma.

Un anno di pazienza, per pensarci su. Questo è il senso di questa edizione. Ci sarà tempo l’anno prossimo a tornare tra  canne di bambù e “stupazzi”.
Il 2011 sarà l’anno buono per capire quanto è preziosa per Taggia questa festa che alcuni vorrebbero trasformare solo in una mascherata medievale per i turisti.
Il vero San Benedetto sta da un’altra parte, si scalda il corpo tra i falò e il cuore nelle cantine.

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Catasto furbastro

Secondo le recenti stime dell’Agenzia del Territorio, la Valle Argentina e il Ponente ligure pullulerebbero di immobili non accatastati. Non si finirebbe di contarli: ogni casone, ogni sgabuzzino, ogni capanno d’attrezzi, costruito anche in tempi Napoleonici o usato dai pirati saraceni come dimora, è passibile, oggi, nel 2010, di catalogazione, certificazione, registrazione e accertamenti, pena pesanti sanzioni amministrative e dunque pecuniarie.

E’ il colpo di coda dello stato contro l’abusivismo edilizio. Prendersela con i più deboli, con chi non può.
Mentre un po’ ovunque si sfasciano colline, si smontano arenili, si parcheggiano yatch tra le scogliere, gli 007 dell’Agenzia del Territorio si accaniscono sui capanni, le baracche, i “casui”, costruiti magari anni fa dai floricoltori per rinchiudervi decesugliatori e anticrittogamici.
Del resto, se esiste un'”Agenzia del Territorio”, da qualche altra parte ci dev’essere un’ufficio segretissimo della “Spectre del territorio” che tutti i giorni apre Google Earth e sceglie dove colpire, come le freccette al pub, con un casone, una casella, una baracca.

Per fortuna, lo stato italiano, come sempre magnanimo in questi casi, ha subito approntato una “sanatoria”. E’ così che si fa quando non si hanno più soldi: si inventa un problema e poi il modo di risolverlo è sempre lo stesso. Come i ciarlatani che giravano una volta i paesi vendendo pomate contro l’aerofagite.

In Italia poi, si sa, c’è una sanatoria quasi ogni giorno, ma questa va fatta entro il 31 dicembre 2010.
In molti hanno già ricevuto una lettera firmata “Agenzia del Territorio”, che intima loro la regolarizzazione dell’abuso e la sua iscrizione al catasto. Scritto nell’antilingua dei borocrati, si tratta della “sanatoria catastale, prevista dal decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010, convertito con modificazioni dalla legge n. 122 del 30 luglio 2010”. Nella loro lotta contro il male, quelli dell’agenzia fanno sul serio, tanto che hanno emanato la successiva circolare 3/2010 di interpretazione dell’art. 19 del D.L. 78/2010 convertito nella legge n. 122/2010, al fine di fornire una panoramica sulle novità di maggior rilievo dicharando che per le locazioni e le compravendite degli immobili non correttamente censiti: “gli atti pubblici e le scritture private autenticate che hanno per oggetto il trasferimento, lo scioglimento o la costituzione di un diritto reale su un fabbricato urbano devono contenere, a pena di nullità, oltre al corretto identificativo catastale anche il riferimento alla planimetria depositata presso l’Agenzia del Territorio nonché una dichiarazione degli intestatari circa la conformità dei dati catastali e delle planimetrie allo stato di fatto”. In parole povere, se siete nel bel mezzo della vendita di un terreno che ha un casone, vi conviene accatastarlo, altrimenti puff, l’atto scompare come una bolla di sapone.
Inoltre “ai soggetti che non rispettano i termini per le dichiarazioni sarà applicata una rendita presunta da iscrivere in via transitoria in Catasto”.

Insomma, chi, cresciuto in Riviera, non si ricorda dei “casui”, quelle costruzioni dove il nonno nascondeva la motozappa o l’atomizzatore, infestate da vespe e ragni, ma buone per giocare a nascondino e dove a volte dal buio e dal silenzio spuntava il cocò di una gallina? Oppure erano usati come minaccia per i monelli: “Se nun ti fai u bravu a te seru intu casun!”.
Fanno parte ormai del paesaggio. Non tanto quello fisico, sicuramente quello dell’anima. Solo oggi, grazie all’Agenzia del Territorio”, ci accorgiamo che erano quelli giochi, ricordi abusivi. E’ l’ennesimo condono mascherato.

Ma la scappatoia, come al solito, c’è. Se il capanno supera gli 8 mq (è il minimo per muovercisi dentro con un’atomizzaotore o una motozappa) e non si vuole essere salassati dall’Agenzia del Territorio, se ne deve demolire il tetto. A questo punto il casone diventa “unità collabente” e il catasto si placa.
In pratica, dobbiamo demolire una parte di ciò che abbiamo vissuto. O dobbiamo ricomprarcela con un pizzo salato.

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Appuntamento a Shopville

Mitica come Samarcanda, diafana come Timbuctù. Virtuale come Atlantide, più reale di Las Vegas.
Shangri-la delle casalinghe, Wonderland della Riviera, Eldorado dei commercianti. Riviera Shopville c’era una volta, c’è adesso e sempre ci sarà.
Nessuno ammette di andarci, ma tutti ne veniamo. Non ci siamo mai stati eppure ne siamo appena usciti. Chi può dire di non esserci passato?
Nessuno l’ha voluta, eppure ce la siamo meritata. Shopville era già nei nostri salotti, nelle nostre dispense, nei nostri freezer ancora prima che venisse costruita. Era inevitabile.

Ma cos’è davvero Shopville? Shopville è Taggia, ormai non lo si può più negare. Forse è questa la soluzione al problema di toponomastica sollevato di recente da un comitato locale: nè Taggia, nè Armataggia. Shopville e basta.
L’area commerciale si sta progressivamente sostituendo alla città medievale e alla periferia marittima. Lo fa negli scopi e nelle intenzioni: una volta capitava di essere fermati da sconosciuti che chiedevano del Convento dei Domenicani o, al limite, di via della Cornice; oggi gli stessi sconosciuti sono francesi che si sono persi a qualche rotatoria e cercano Shopville. Non c’è da stupirsi se all’uscita A10 comparirà un giorno una segnaletica che porterà dritta a Shopville ignorando castelli e spiagge. Il medioevo e il solleone sono solo un contorno inutile, a volte dannoso. Del resto, con la realizzazione del futuro impianto unico di trattamento dei rifiuti a Collette Ozotto (lo chiameranno Trashville?), sulla collina soprastante, Taggia vantare di una qualità unica nel suo genere: produzione, consumo e trattamento dei rifiuti concentrate a pochi metri di distanza. Siamo alla fantascienza.
E’ una fagocitosi inarrestabile, un processo naturale: da sempre la vita dell’uomo avviene attorno ai mercati, ai luoghi di scambio. Da ciò si sarebbe sviluppata la nostra civiltà. Solo che, in questo caso, non si sa a quale altra civiltà superiore potrebbe portare quella attuale.

Le premesse, a dire il vero, c’erano già agli inizi. A ricordarcele, proprio in questi giorni, le udienze del maxi-processo Bianchi o “Tangenti e mattoni”. Un vero legal thiller degno di John Grisham. Per la concessione delle licenze e la realizzazione dell’ipermercato Leclerc-Nordiconad e la galleria commerciale Shopville, sono alla sbarra l’ex sindaco di Taggia Lorenzo Barla e l’ex presidente della Camera di Commercio di Imperia, Giuseppe Bianchi, più una serie di geometri e funzionari minori.
Erano anni di vacche grasse quelle: due zone commerciali in costruzione sui vecchi orti di plumosus e sulla vecchia fabbbrica di mattoni e tanti altri progetti edilizi in corso.
Un sindaco, chiamato a furor di popolo a bissare il mandato, che invece incassa a destra e a manca: le mazzette da Bianchi per Shopville e quelle dell’A&G Sviluppo, società che costruiva l’altra area commerciale dietro la ferrovia. E, poi, la presunta tangente sotto forma di sconto, per l’acquisto di un attico alle “Torri di Colombo” predisposta da Bianchi per i favori dell’assessore provinciale Gilardino. Intanto a Taggia, con una perizia addomesticata, a Borgo San Martino si costruivano case su zona soggetta a rischio alluvionale. A Taggia si poteva fare tutto. Taggia era la casa, il condominio delle libertà.
Barla c’aveva preso così gusto che a un certo punto, stufa di pagare, Aurora De Julis, dell’A&G Sviluppo, lo minaccia di organizzare una rivolta contadina se non avesse concesso il nulla osta ai lavori.
Una “rivolta contadina”? A Taggia? Nemmeno fossimo tra i peones messicani.

Partita con i migliori auspici, Shopville non s’è smentita gli anni successivi.
E l’albergo che “La Fornace”, società realizzatrice  di Nordiconad, s’era impegnata a realizzare come ricompensa alla variante al Piano regolatore necessaria per costruire il centro? 51 camere, panoramico, gran charme. Sarebbe pronto da tempo, mancano solo gli arredi, precisano. Ma non s’è mai visto.
C’è poi la piscina promessa come ricompensa del fatto che per la costruzione del centro commerciale era stata privatizzata una strada pubblica. Sei corsie da 25 metri, due milioni e mezzo di euro, di cui il comune non dovrebbe spendere una lira. Ancora niente.
Da veri piazzisti, quelli di Shopville sanno proprio vendere. E quella della piscina, a Taggia, se la sono proprio bevuta. Del resto, ad affidare la costruzione di una piscina ad una società che si chiama la “La Fornace”, qualche dubbio poteva venire.
Non parliamo poi della viabilità attorno a Shopville. Degna di un rompicapo cinese.
Ma cos’ha fatto poi il centro commerciale per la città? Posti di lavoro? Molti dei negozi in galleria o sono rimasti vuoti o cercano commesse che poi non si trovano. E pensare che chi voleva lavorare in shopville, doveva mandare domanda di assunzione al Comune.
Attività culturali? Degne di Vanna Marchi.
Però forse non tutto è perso. Scorrendo le notizie di cronaca, leggo che, mesi fa, proprio a Shopville, assieme alla gente comune, sarebbe entrato a Shopville anche un gufo. Dopo aver terrorizzato i negozianti, preoccupati per le vendite, l’animale sarebbe stato subito catturato dalle guardie del corpo forestale e liberato nei boschi. Ma ormai si sa, in Riviera, parlare di gufi porta bene.

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Guerra di preposizione 2

Accipicchia. Stavolta l’ho fatta grossa. Ho fatto arrabbiare quelli del Comitato Spontaneo pro Arma Taggia.
Chiedo scusa, non me n’ero accorto, hanno pure loro un blog sul quale rispondono a suon di citazioni aristoteliche e motti latini (nonchè decreti legge e pergamene) al mio articolo uscito sul settimanale satirico (sottolineo “satirico”) dell’Eco della Riviera, il Gazzettone, in cui muovevo alcune obiezioni al fatto che, in aggiunta a tutti i problemi che già affliggono il comune di Taggia, si dovesse considerare anche una eventuale crisi d’identità e una conseguente ricerca di nuovo nome.

In ossequio al diritto di replica e sempre rispettando le regole dell’educazione, senza tuttavia muovere obiezioni sulla qualità degli scriventi (come invece loro hanno fatto nei miei confronti) mi sento di dire che la mia, prima della loro, è stata una risposta. Con i mezzi che mi sono propri, perchè il suddetto comitato ha da mesi attuato una pesante campagna con volantini e manifesti atta a manifestare la propria posizione.
Poichè siamo in molti a pensarla come ho scritto, ma nessuno finora non s’era deciso ad esprimere un parere contrario (un po’ per indolenza, un po’ forse, per mancanza di stima o autostima, noi taggiaschi siamo così), ho inviato il mio articolo nel pieno delle mie ragioni e in completa trasparenza. Occorrerebbe che il comitato imparasse ad accettare le critiche, soprattutto quelle della satira.
Innanzitutto vorrei precisate che, a differenza degli autori del blog e del comitato, i cui nomi non compaiono sul web, nè su manifesti e volantini, sul Gazzettone era presente un colophon da cui dedurre l’identità dello pseudonimo “Giarevel” che aveva firmato lo scandaloso articolo. Quanto a referenze e conoscenza della realtà del ponente ligure, forse possono leggere qualche numero della rubrica Contromano su Sanremonews, sempre del misterioso Giarevel.

Detto questo, sempre ricordando che l’articolo compariva su un settimanale satirico (ma, di questi tempi, la satira si sa, dà fastidio), occorre da parte mia tornare un momento sulle tesi che mi vengono contestate. Non metto in dubbio l’esistenza della preziosissima pergamena miniata che sancisce l’unione di Arma e Taggia in Armataggia (del resto i miei detrattori ne esibiscono una fotocopia autentica, scaricabile dal sito).
E’ la necessità, l’opportunità che una delibera sepolta da 38 anni (la famosa n. 128 del 1972), mai applicata e presa in considerazione da alcuna amministrazione, venga rispolverata proprio oggi, in un momento delicato, di profonda trasformazione della nostra città, in cui altri problemi ben più gravi affollano la scrivania dei nostri amministratori.
Se il problema sono la guida telefonica di Taggia, la corrispondenza di Taggia, la viabilità di Taggia, ci sono altri modi molto più economici e razionali di risolverlo senza cambiare nome al paese.

Visitando il sito, ricco di fotografie d’epoca, quando Arma di Taggia era un tipico borgo di pescatori, molto prima della tempesta edilizia che l’ha trasformata in un dormitorio padano, appare chiaro che queste rivendicazioni fanno capo ad una visione idealizzata delle cose che non giova alla discussione. Nemmeno per Taggia è possibile praticarla, pur vantando uno dei centri storici più grandi della Liguria. Meglio pensare al presente, curare di più il nostro paese attuale che insistere a spolverare i vecchi negativi.

Quanto all’accettare o meno l’affiancamento del nome di Arma a quello di Taggia, non vedo quale possano essere i problemi: come si chiama l’uscita dell’A10? “Arma di Taggia”. Dove si trovava fino a pochi anni fa la stazione ferroviaria? Ad Arma di Taggia. Accade spessissimo di trovarsi fuori per lavoro e conoscere molte più persone che sono state ad Arma di Taggia a fare il bagnetto che a Taggia in giro per carugi. Ebbè? La gente di Taggia mai si è posta il problema della supremazia dell’uno e dell’altro.
E, del resto, pure i signori del Comitato spontaneo pro Arma Taggia dimostrano di avere le idee poco chiare visto il sondaggio da loro proposto sul sito: Che nome vorresti per il Comune? Le alternative da votare sono Arma Taggia, Armataggia, Alma Tabia e addirittura “Armedana” una vera sciarada con strizzatina d’occhio a Bussana.
Manca totalmente l’attuale nome “Taggia”.
Lasciatecelo dire: l’unico che vale la pena.

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I nuovi saraceni

Dai messaggeri l’annuncio tanto temuto: arrivano.
Ma, no, stavolta, non dal mare, troppo facile. Da dove? Chissà, forse l’A10 o l’Aurelia Bis. Il treno no, che poi se ritarda non rimborsano nemmeno. Ma sono in arrivo, lo danno per sicuro. Ancora non si vedono, ma sarebbero alle porte, roba di poco, dunque, qualche minuto ed eccoli, forse sono già tra noi.

Sono loro, i saraceni, i pirati che ci perseguitano, ora come mille anni fa. N’è passata d’acqua sotto il ponte, ma il tempo fa il suo giro, corsi e ricorsi, ed eccoteli di nuovo qua tra olive e mimose.

Solo che questi sono diversi, sono evoluti. Sono i “nuovi” saraceni.
Passati i tempi di scimitarre, barbe, Urì e mezzelune: oggi non li distingui. Uno dentista, l’altro notaro, la maggior parte avvocati o commercialisti, oppure impiegati e spesso anche floricoltori. Oddio, non si escludono anche elettricisti e giornalisti. In coda ai semafori, in fila alla posta, appesi ai tralicci sul bus potreste trovarvi vicino pure loro.

Per fortuna han perso le cattive abitudini: niente incendi, né violenze o tratte di schiavi. Pfù, roba da corteo storico. Oggi non va più di moda – (conosco uno che per un po’ è stato saraceno, nel ramo immobiliare, poi gli han dato due anni con la condizionale) – meglio dedicarsi ad altro, scegliere nuovi core businnesses – dice.

Non invadono a caso: cercano terreni incolti vicino alle strade, li pagano agricoli, regolano le plusvalenze, li vendono industriali o addirittura edificabili.
Non praticano più l’assedio: oggi basta un assegno.
Per conquistare una città non innalzano più lunghe scale sulle mura: oggi fanno OPA, joint-venture, cordate. Han pure pazienza: arrivano puntuali, stringon la mano, chiamano al cellulare. Sono gentili, pigiano per primi in ascensore, pagano il caffè al bar; sovente guidano il SUV, e (quando li vedono) danno la precedenza ai pedoni. Ma poi scalano i consigli d’amministrazione, assaltano le società in house e rubano l’acqua o la luce.

Quando si candidano per il comune o la provincia, son quasi verbosi. Poi per fortuna non si fanno più sentire. Intanto, tirano su plinti, montano solai, scavano discariche, dragano porti, spartiscono dividendi. Noi aspettiamo che qualcuno dica loro qualcosa, ma niente: da noi si può. Guai a farlo, anzi menomale che ci son loro.

Tant’è che noi stessi in famiglia, s’è pensato, più volte, di diventar saraceni: conviene. S’era ai tempi del condono. Era per quel vecchio casone in campagna, e pure dopo, quando si presero la serra per lo svincolo dell’Aurelia Bis. Ma alla fine niente: saraceni si nasce.

E’ che oggi noi, questi nuovi saraceni, non sappiamo proprio come combatterli. Niente usbergi, colubrine, archibugi e alabarde. Di questi deterrenti abbiam piene le cantine, come del Sequestrene. Non servon più a niente.

Forse per questo, ispirati ancora dal nostro nobile Santo, abbiamo teso nuovamente l’imbroglio: quando vedranno la costa frastagliata di cemento e la valle, un mosaico d’asfalto, Ah, di qui siam già passati, diranno.

E torneranno indietro.

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