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Omissione di soccorso

Buongiorno Mme Catherine,
noi non ci conosciamo, ci siamo incontrati una sola volta nel corso delle nostre vite e, anche se per me è già abbastanza, sarebbe troppo pretendere che lei si ricordi di me. Del resto non mi ha visto che per pochi secondi sarebbe impensabile che in quel brevissimo lasso di tempo mi avesse notato e tra noi due ci fosse stato un qualche tipo di scambio. Non potrei nemmeno pretenderlo, perchè se tutto fosse andato come doveva andare, noi non ci saremmo mai incontrati e non avremmo avuto nessun tipo di relazione, tantomeno il piacere di conoscerci. In tal caso, non credo che qualcuno di noi due se ne sarebbe mai lamentato: sono cose queste che ai giorni nostri avvengono quotidianamente. In ogni istante della nostra giornata, nelle nostre città, ovunque, ci sono auto, pedoni, biciclette che si incrociano un attimo e poi proseguono per la loro strada nel più completo oblio.
Sono convinto che ciò sarebbe accaduto anche nel nostro caso quella domenica mattina un po’ fredda di inizio primavera (mi dicono, visto che, purtroppo, lo shock ha cancellato in me qualsiasi ricordo dell’incidente) e certamente, lei non me ne avrebbe voluto se avessi continuato a pedalare tranquillamente sulla mia bicicletta senza accorgermi dell’arrivo della sua auto in sorpasso sulla corsia opposta.
E’ così che funziona. Tutto questo incontrarsi eppur ignorarsi fa parte delle regole che noi esseri umani destinati a vivere in società ci siamo dati per continuare a sopravvivere. Sarebbe assurdo, quasi disumano, infatti, ricordarsi ogni giorno, ad esempio, di tutti coloro che abbiamo incrociato per la strada andando al lavoro: la cosa forse ci occuperebbe a tal puno da non lasciare spazio ad altro per tutto il resto della giornata. Contro questa evenienza abbiamo infatti stilato un librone di norme che volenti o nolenti dobbiamo rispettare: il codice della strada.

A entrambi credo comunque resterà memoria di quel che è accaduto. A lei, come minimo, per esperienza e consapevolezza di utente della strada. A me per la sofferenza e il disagio di tutto ciò che ho passato. Il fatto che ora le stia scrivendo, non significa naturalmente che io stia meglio, nè che lei possa sentirsi esentata di alcuna delle sue responsabilità. Scrivere lo facevo prima e continuo a farlo tuttora, non ne posso fare a meno. Anzi. dopo questa esperienza non si meraviglierà che ritorni a scrivere con frequenza ancora maggiore. Inoltre gli amici mi suggeriscono di farlo e i medici lo consigliano perchè aiuterebbe a superare lo stress dell’incidente. Pur non credendo io al valore terapeutico della scrittura, mi sono accorto che il corpo e la mente hanno tempi differenti per riparare i propri danni: l’uno procede spedito, piatto, deciso, pilotato da non so che verso il ripristino della situazione iniziale di buona salute; l’altra invece è soggetta a continui sbalzi, umori e venti inattesi che la colgono nel cercare di spiegare l’accaduto. Proprio ad uno di questi, impetuoso, contrario, spietato, ho dovuto sottrarmi per cercare di spiegarmi e spiegarle che cosa sia stato per me l’essere investito e poi lasciato agonizzante sull’asfalto, a causa della sua fuga.
Il fatto che le stia scrivendo, non significa nemmeno che io l’abbia perdonata per ciò che è successo. Sono dell’idea, forse antiquata, forse ambiziosa, che il perdono sia qualcosa che vada guadagnato e per quanto mi riguarda, ciò che lei ha fatto finora non è abbastanza per ottenerne uno nemmeno parziale: constuirsi alla polizia solo dopo quattro giorni dall’avermi investito e abbandonato per strada ha giovato certamente più a lei, alla sua coscienza e alla sua fedina penale che non a me e alla mia stima del genere umano. Con questo non vorrei responsabinizzarla: lei può aver avuto i suoi motivi per fuggire, ma io ho avuto i miei buoni motivi per sopravvivere.

Una parte delle sue azioni di quella mattina, quelle vincolate alla legge, come il commettere un sorpasso azzardato, invadere la mia corsia (tutte cose che ho letto sulle pagine di cronaca dei giornali) e violare o meno il codice della strada, saranno i giudici a decidere se e come punirle o perdonarle, su ciò quindi non voglio discutere.
Su altre, invece, come la sua assenza nei giorni successivi al nostro rendez-vous o il poter pensare che tutto si possa risolvere semplicemente con una lettera di scuse (inviata due settimane dopo) e l’intervento di un giudice e un buon avvocato, potrei avanzare obiezioni sul fatto che esse rientrino, oltre che nelle opinioni personali, nella giusta dialettica intrinseca del nostro essere esseri umani. La cosa più grave, infatti, quella che mi ha offeso in qualità di essere vivente prima che in quella di essere umano, è stata proprio il suo lasciarmi, il suo abbandonarmi subito dopo avermi certamente visto sbattere contro il suo cofano, romperle parabrezza e specchietto retrovisore (elementi tratti che dai verbali della Gendarmerie).
Non fu, il mio di arrivarle addosso, il gesto deliberato di un folle, compiuto volutamente ai suoi danni, non lo fu perchè, oltre a non avere alcuna motivazione contro di lei, sono stato proprio io ad uscirne peggio, demolito nel fisico (trauma cranico, costole, sterno ed entrambe le scapole rotte con perforazione dei polmoni ed emotorace, dicono i primi bollettini medici) e nella mente (uno stato di amnesia che mi impedisce tuttora di ricordare tutto, dalla sera prima dell’incidente a quando mi sono svegliato in ospedale vicino a mia madre che piangeva). Comunque sia stato, sto pagando molto caro questo mio essere stato un don Chisciotte della stada ed aver inconsapevolmente intepretato la sua automobile come un mulino a vento. Ma proprio per queste premesse, la sua fuga così repentina dopo il nostro scontro assume per me un significato particolare, quasi esistenziale, ontologico direi. Il fatto che io stessi rischiando la vita (gradualmente non potei più respirare, i miei polmoni si stavano riempiendo di sangue) e lei mi abbia lasciato lì e si sia subito allontanata, senza nemmeno la considerazione che si deve non dico ad un cane, ma ad accertare egoisticamente i danni per il proprio veicolo, mi ha fatto capire la relatività delle cose, ossia quanto poco valeva la mia vita in quel momento per lei. Capisco, il panico, in quell’istante, come mi scrive nella lettera, bloccava la sua mente e le impediva di decidere come forse qualsiasi altro essere umano avrebbe fatto. Ma in quel momento, comunque, lei si è trovata di fronte ad una scelta: salvare lei stessa da una possibile accusa (per di più la seconda, visto che ha già un procedimento in corso per l’investimento di un ciclista), oppure salvare me da una possibile e rapida morte. Lei ci ha impiegato pochissimo a decidere, una frazionde di secondo: le è bastato premere sull’acceleratore della sua auto e sgattaiolare via. Io sono rimasto lì, dove mi ha lasciato.
Non so se questo sia dipeso da una sua assoluta fiducia nelle grandi capacità degli operatori del pronto soccorso locale (mi hanno salvato la vita) cui è stato necessario intubarmi per evitare che morissi e nei medici dell’ospedale Saint Roche di Nizza nel quale sono stato poi ricoverato. Non so, forse se la paura di aver paura può generare in questi casi un terrore più cieco del caso anzichè un atto di responsabilità. Certo è che in questo modo, in quell’istante, è come se lei avesse avuto la possibilità non comune di scegliere se un suo simile doveva vivere o morire. E’ questo che comporta il prestare soccorso a qualcuno dopo averlo investito. Da ciò che ho raccontato finora penso si deduca chiaramente quale fu la sua scelta. Ed è questo che mi offende. Come essere vivente ho acquisito con la mia nascita, in questo mondo, uguali diritti di vita che tutti gli altri che lo popolano. Il fatto che lei abbia preferito tutelare sè stessa in quell’istante è come se abbia offeso questa mia dichiarazione di esistenza: è questo che è più difficile perdonarle. Prestare soccorso dopo un evento del genere, non è soltanto un rigo del librone di cui le parlavo prima. Sta scritto ben più dentro, ben più a fondo, nel nostro libretto di istruzioni. Qualcuno si è fermato effettivamente quella mattina: ed è stata una bambina. Era per strada con sua madre e non ha esitato a chiedere come stavo, ad accarezzarmi il volto mentre svenivo. Forse da bambini quelle istruzioni le abbiamo scritte dentro: anche in una società naturale, senza stato, come quella di bambini, l’istinto spinge a fare certe cose e quella bimba è stata in grado di fare meglio di lei. Nel momento in cui lei si è allontanata lei ha deciso: ormai non si decide solo a parole, ma sono altresì importanti i nostri gesti, le nostre azioni.

Non dico che una sua decisione di fermarsi avrebbe avuto meno conseguenze su ciò che ho passato dopo: le fratture erano tali che ci sarebbero lo stesso voluti operazioni e mesi d’ospedale; ma la disperazione dei miei genitori, l’angoscia dei miei amici, quel senso di ingiustizia che per giorni è rimasto al mio capezzale, non dico non si sarebbe avvertito, ma forse l’avremmo sentito meno. Come la sua assenza: di tutto ciò che accade, volontario o no, siamo responsabili con le nostre azioni. Scomparire come ha fatto lei, sono sicuro non l’ha aiutata a sentirsi meno in colpa. E nei giorni successivi alla sua costituzione, quando ormai i nostri giochi di responsabilità erano fatti, tutti avrebbero valutato molto positivamente una sua visita, una sua telefonata al mio letto d’ospedale per chiedere scusa. No, si è trattato di scegliere, pure in quello: lei ha ancora preferito fuggire.

Ora, ormai, è troppo tardi. Ormai credo che tra noi due è meglio lasciare che si parlino solo giudici e avvocati. Ma anche di questo non sono contento: esistono codici ben più elevati che quello della strada e quello civile: noi (alcuni di noi) siamo in grado di riconoscerli quando si presenta l’occasione. Credo che la sua occasione però sia passata per sempre: se non ci è riuscita allora, spero non ci siano mai più incidenti come il nostro da permetterle di farlo. A me rimane invece  la voglia di intrarla: non più però in qualità di vittima. Forse ripeterei la stessa cosa di quella fresca mattina di maggio, a Roquebrune, pedalando tranquillo per strada, scorgendola arrivare correttamente sulla sua corsia: solo allora forse io e lei potremo guardarci davvero negli occhi. Sarebbe la prima volta.
Arrivederci.

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