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Confini senza frontiere

Venerdì 20 novembre 2015 alle ore 18 presso la libreria L’Amico Ritrovato di Genova, Donald Datti, con la parteciparzione del prof. Antonio Gibelli, presenterà il mio romanzo “Confini senza frontiere”, Ultima Spiaggia edizioni.

Ecco, il primo capitolo in anteprima.

Confini senza frontiere
1.
Grotte del Pozzillo, Isola di Ventotene, agosto 1943
Nel ’39, quando al giornale mi dissero che mi avrebbero mandato qui, feci un salto sulla sedia. Stavo scrivendo un articolo sul commendator Ennio Tartaglia, un piccolo sarto che aveva inaugurato un’altra merceria e si avviava a ricevere il Littoriale del lavoro.
– Dalmasso, ti vogliono di là, dal direttore – mi dissero. Ma perché, mi domandai, chissà perché, che avrò fatto, ormai ho imparato a stare attento con la battitura, errori nell’ultimo articolo ce n’erano pochi davvero e poi sono più veloce che all’inizio, l’aveva detto anche Valenti, il caporedattore.

Invece, quando entrai nell’ufficio del direttore:
– Si accomodi, Dalmasso, si accomodi.
La scrivania di Ermanno Amicucci, il direttore de “La Gazzetta del Popolo” era la più bella, forse, che si potesse avere a Torino. S’era preso la stanza migliore di uno di quei palazzotti Liberty di via Cernaia, coi balconi che davano a sud. Anche d’inverno ci si stava in maniche di camicia e la luce restava fino a tardi la sera. La foto del Duce l’avevano messa sopra un piccolo ma retorico trespolino con pianale in marmo, su cui stavano anche la radio e, da poco, un busto d’alabastro. Il soggetto era lo stesso della foto, ma con il mento più prominente. Ma era lì da poco, ne sono sicuro; quando fui assunto, nemmeno un anno prima, ve n’era uno di Garibaldi, ne sono certo.
– Bene, Dalmasso – mi disse il direttore, pronunciando il mio cognome un po’ affievolito, non come chi sta chiamando qualcuno ma come chi ha paura di dire una parolaccia (del resto Amicucci è romano e non sa che “Dalmasso” è un cognome tipico piemontese, d’intorno a Cuneo) – ho letto con molto piacere il vostro articolo su Learco Guerra , bravo, “Learco Guerra non corre per la ricchezza, corre per l’onore. Non ha fama di ricchezze ma di storia. E’ come l’Italia…”.
– Come? Ma io… – Non ricordavo davvero d’aver scritto quelle frasi.
– Ah, devo dire che è scritto molto bene. Continui così!

Infine decisi di incassare i complimenti del direttore senza pormi domande. Così avrebbe fatto ogni redattore alle prime armi. (Poi andai a controllare: non avevo mai scritto quelle parole, il mio articolo era stato completamente cambiato. Forse era stato Valenti, senza dirmi nulla.)
– Grazie Signor Direttore, grazie.
– Voi avete delle qualità, sapete?
– Beh, se me lo dite voi ci credo, Signore.
– Come no, pochi sanno descrivere così d’imprese epiche, che onorano l’Italia.
– Ma Learco Guerra è un campione….
– Non siate modesto. Credo che le vostre doti siano sprecate nella cronaca locale.
– Beh…- non sapevo che dire.
– Dalmasso, ho un progetto per voi – disse lui.

Immaginate la mia sorpresa a sentire queste parole. Io che pensavo mi sarei trovato di fronte ad un rimprovero.
– Ascoltate bene. Come voi ben sapete, il governo manda i pericolosi sovversivi al confino in alcune isole del Mediterraneo. Lipari, le Tremiti, Ponza e altre. Vengono tradotti lì e mantenuti con vitto e alloggio a spese dello stato e lasciati nella più totale libertà. Pensate un po’: coloro che cospirano, che si riuniscono sediziosamente, che tramano contro lo stato e addirittura contro il Duce, in cambio noi li mandiamo in villeggiatura, come ebbe a dire il Duce in persona. Ora: la stampa anglosassone dice che i confinati di Ventotene vengono maltrattati. Vogliono sollevare l’opinione pubblica internazionale contro di noi. Dobbiamo smentire questa falsità. Capite?
– Certo…
– Bene. Da Roma ci chiedono di raccontare la verità, la vita dei confinati a Ventotene. Vogliono che si descriva come sono sistemati, che si racconti la loro vita quotidiana, che fuori d’Italia non si dica che noi non siamo clementi con i reati d’opinione. Bene, io ho pensato a voi.
– Beh.. Signor Direttore… grazie…, ma io…
– Ma voi cosa? Non mi dite che non vi interessa, che non vi piacerebbe…
– No…, sì che mi interessa e molto, ma…
– Si tratta di passare laggiù qualche giorno, una settimana, al massimo. E scrivere una serie di articoli: su come i confinati vengono trattati bene, su come là possono ripensare ai loro errori, su come ogni cittadino deviato può essere recuperato.
– Beh, ma, io…
– E se poi il vostro articolo piace, potremmo venderlo anche al Corriere della Sera e mandarlo in tiratura nazionale.- …
– E poi, al vostro ritorno, dopo questa esperienza importante, chissà… potrei anche proporvi come caposervizio…
Come poteva non interessarmi quella proposta? Come negare che per la mia carriera sarebbe stata un lancio inaspettato, dopo appena un anno passato a scrivere necrologi o articoli sulle mercerie del Cavalier Tartaglia? Ma come facevo a dirgli che a breve mi sarei sposato e quella decisione mi pesava? Come facevo a dirgli che l’articolo su Learco Guerra lui l’aveva totalmente travisato?
– Dalmasso, intendiamoci: voi andate lì per quattro giorni, in vacanza, a tutti gli effetti, nel migliore albergo dell’isola. Visitate il confino, vi guardate un po’ in giro, parlate con qualcuno, osservate tutto. E poi scrivere un articolo. Ma dev’essere bello, onesto, sincero, allineato, in chiara prosa littoria, ci siamo capiti?
– Certo. Scriverò la verità.
– Certamente, voi dovete scrivere la verità. I confinati stanno benissimo. Altro che maltrattamenti e propaganda inglese. So di chiedere molto. Non sarà facile. Certo non vi mando tra gente raccomandabile: su quell’isola c’è la peggior feccia che le ultime generazioni abbiano prodotto in Italia. Ci sono attentatori, insurrezionalisti, sovversivi, agitatori, anarchici, gente con ideali eversivi, testimoni di Geova e facinorosi comuni. Ah, attento, eh, dicono ci sia pure qualche pederasta. Ma tanto voi state per sposarvi no?
– Proprio per questo… Signore… mi dispiace…
– Ah! Ma di cosa vi preoccupate? Della vostra futura mogliettina? Pensa che una volta partito da qui si dimenticherà di voi?
– No… ma…
– Ma non si preoccupi! Le farà bene! Voi sapete come son fatte le donne…
– E come?
– Beh… siate fedele, siate sempre con lei, soddisfatela in tutto e per tutto… e proprio allora, lei vi tradirà. Invece voi partite, andate, siate ligio al vostro dovere e vedrà che la vostra futura mogliettina non farà che aspettare il vostro ritorno…

Povera Caterina. Quando glielo dissi, scoppiò a piangere, nemmeno le avessi detto che partivo per il fronte. Se mi avessero arrestato e confinato a Ventotene per qualche motivo, sarebbe stato più facile accettare tutto, oh povera ragazza mia. Ma questo è un altro discorso, ve ne parlerò strada facendo.

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Il muro di Argallo

No, nessuna paura, questa non è la notizia dell’ennesima speculazione
edilizia in Valle Argentina.
Ad Argallo, ridente e sperduta frazione della valle Oxentina, non è stato eretto nessun nuovo muro.
Questo, semmai, è il racconto di come ne è crollato un altro.
Non si tratta di un muro che divide in due il paese: nessun check point
Charlie per passare da una parte all’altra, nè Vopos armati sulle cornici.
(Certo però, quel bel graffito con il bacio tra Brežnev ed Honecker glielo invidiamo un pochino. Se ne potrebbe fare uno pure da noi, che so, con una bella limonata tra Scajola e Burlando.)

Il muro in questione è proprio quello di Berlino, quello che ha diviso la
città tedesca per 28 anni.
Ieri sera ero ad Arma di Taggia alla Cena dei circoli. C’erano anche Jurgen e Kornelia, tedeschi di Liguria.
Vivono ad Argallo, coltivano la terra. Ma sono connessi con il mondo: da Argallo con internet si spostano ovunque e potrebbero insegnare a molti di quelli che passeggiano in centro a Sanremo cosa vuol dire rispettare il territorio e l’ambiente e perchè sono importanti per il nostro futuro. Per questo sono sempre in prima linea quando c’è da fare qualcosa per la Valle. Ah, Jurgen fa pure una sardenaira che nemmeno in piazza Colombo.

Inevitabile che venisse fuori l’argomento. Quando gli ho chiesto del Muro di Berlino e di com’era la Germania di quel periodo la sua risposta mi ha stupito. “Io ero già qua!”, ha detto Jurgen.

E’ arrivato ad Argallo nel 1987 dopo aver abitato a Berlino per 14 anni. Da Berlino a Badalucco. Ha scelto la valle Oxentina e quel paesino in particolare, un po’ per quella passione che hanno i teutonici per le zone selvatiche, per quelli che i liguri chiamano (un po’ con disprezzo) “zerbi”. Ma anche per scappare dalla città. Sogno che molti coltivano e pochi mettono in pratica. Jurgen mi stupisce sempre: lui, prima che scappare dal Muro di Berlino, è scappato da Berlino stessa. Un grande.

E sul “Mauer” ha le sue idee. Dice che era molto comodo percorrerlo in
bicicletta perchè lì non c’era mai traffico. Come dargli torto. Ma il bello
arriva quando racconta di come è caduto il suo muro.
“Il nostro muro di Berlino è caduto qui, ad Argallo – dice – da giorni
seguivamo tutto con una piccola radio ad onde corte. Poi, finalmente il 9 novembre, l’annuncio. La gente dell’Est passava dall’altra parte. Anche da qui l’emozione è stata fortissima.”
Che dire. Caro Jurgen: Ich bin ein baucognu!

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