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Il rally fa nascere i funghi

Domenica,27 giugno.
Si sarebbe potuto dormire oggi, domenica mattina. Ci si sarebbe potuti alzare più tardi o, magari, rinunciare per una volta al mare e salire nei boschi a vedere se ne sono nati (di funghi, lo scrivo tra parentesi, che non sentano tutti, soprattutto i miei vicini di casa che li trovano e lo sanno dove nascono, nemmeno ci avessero messo le webcam in Goina o a San Faustin).
Invece no. C’è il Rally.
Con tutto l’amore che si può avere per lo sport, non riesco proprio ad apprezzare una disciplina che porta rumore nei boschi e scompiglio nelle case di chi li frequenta abitualmente, la mattina presto. Sì, pazienza, anche lì c’è una tensione agonistica, una competizione appassionante, innovazioni tecnologiche (alle gare automobilistiche dobbiamo le cinture di sicurezza, l’airbag, l’ABS e altro), ma non vedo perchè queste conquiste tecnologiche debbano essere un valido motivo per disturbare un’intera cittadinanza e metà della popolazione della valle per far scorrazzare delle banali auto smarmittate lungo la strada.
Quel rumore, quegli strombazzamenti, le mamitte che scoppiettano sono un po’ ovunque: entrano nei nostri portoni come petardi di ragazzini, i motori ci rombano nelle orecchie proprio la domenica che si avrebbe bisogno di pace e la puzza dei loro scappamenti salirà senza problema le strade altrimenti deserte dove si svolgono le prove speciali.

Ma, diranno gli appassionati, allora proibiamo tutto, i ciclisti sono indisciplinati, le barche disturbano i cetacei, la dama e la briscola turbano gli anziani. Credo però che il rally abbia un impatto serio sulla cittadinanza e sul territorio che spesso viene trascurato.
Mi chiedo: ne abbiamo veramente bisogno? Abbiamo bisogno di qualcosa che turbi a tal punto i nostri boschi, ciò che ancora abbiamo di buono, che gli “ambientalisti” (sì incluso lo scrivente) difendono già contro cacciatori, discariche, bracconieri e semplici sporcaccioni?
Ma non è stato istituito un Parco delle Alpi Liguri? E tale Parco autorizza tali
manifestazioni invece che inventarne altre più tranquille e infinitamente più promozionali per le nostre montagne?
E quale sarebbe il reale indotto per il turismo di questi rally, oltre ai tecnici e ai partecipanti? Chi oggi fosse seriamente intenzionato a visitare la nostra valle Argentina, troverebbe metà delle strade chiuse e la possibilità di incontrare un bolide lanciato per strada. Ogni eventuale turista diverso da un amatore fuggirebbe subito.
E che educazione stradale insegnano questi smaniosi del volante e dell’acceleratore quando a tutti in massa è permesso di attraversare un paese quieto in una domenica di prima estate? A questo bisognerebbe rispondessero sindaci e assessori che hanno autorizzato la manifestazione.
E poi, non c’è la crisi, la benzina costa sempre più cara, prendere l’auto oggi non è una tassa? Allora perchè ci permettiamo di buttare galloni di petrolio nei tornanti in valle e scorrazzare con auto di grande cilindrata a soli due posti? Mi dispiace, non riuscirò mai a diventare un appassionato del genere. L’unica cosa che gli riconosco è che, impedendo ai più di andare per i boschi, per raccoglierli, il rally fa nascere i funghi.
Buona fortuna a tutti, comunque. E guidate bene, state attenti: abbiate cura di non disturbarci ancora con sirene d’ambulanze o dei Vigili del Fuoco.

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Il Balòn non vola più

Taggia, 1994.
Era stata un’estate passata a combattere un brutto eritema che m’ero preso al mare. Avevo la schiena ricoperta di brufoli. La dermatologa mi cosparse di gentalin e consigliò applicazioni di zolfo come si fa con le viti per la peronospera. Me l’ero preso indossando una maledetta maglietta acrilica che, con gli ultravioletti e il sudore, aveva creato un cocktail letale. Però, piaceva a una con cui stavo e me la mettevo per andare al mare. Dopo la diagnosi ma, soprattutto, dopo la cura, la tipa non si fece più vedere.

Cercai di tirarmi su con i mondiali d’America. Ma il culo di sacchi finì ai rigori. Sappiamo tutti com’è andata.
Nemmeno il Tour de France dava grandi soddisfazioni. Lo vinse di nuovo Indurain. Con tutto il rispetto, il Mighelon mi aveva stufato, e godevo quando Pantani quell’anno lo faceva soffrire.

Avevo finito il liceo. Presto avrei lasciato baracca e burattini e sarei andato a fare l’Università a Torino. Per i miei compagni era l’estate della libertà: chi si regalava vacanze premio per la Maturità, chi saltava da una discoteca ad un’altra, chi mieteva cuori padani alla spiaggia della Fortezza. Io invece dovevo stare in casa al buio e puzzavo come una solfatara.

Non mi restava che una cosa: u balùn au pügnu. Nel 1994 la taggese di Pirero vinse il campionati italiano di pallone elastico di serie A e io, imbacuccato, stordito dal caldo e dal cortisone, ero lì alla finale.

Ma le fortune della U.S. Taggese pallone elastico sono durate poco. Leggo sul giornale che, cessata l’attività sportiva, il comune di Taggia vuole oggi utilizzare lo sferisterio, il campo di pallone elastico, come parcheggio. Vorrei in qualche modo spiegare agli assessori competenti, che così facendo, calpesterebbero anni di storia gloriosa di uno sport che ha dato tanto alla nostra città e che proprio ora che sta attraversando un momento di crisi, andrebbe rivalutato anzichè demolito del tutto.

Spero che i nostri amministratori abbiano presente che cos’è uno sferisterio. Sferisterio: dal greco sphairistērion, campo per il gioco della palla. Già dal nome, ha qualcosa di più sacro che un banale campo di calcio. Indica un terreno su cui, sì, certo, alcuni giocatori s’affrontano colpendo qualcosa che è sferico e dunque vola, rotola, corre e si può definire una palla, ma tutto ciò va ben oltre la banale competizione, ha creato nel tempo una religione.
Una partita di pallone elastico, è qualcosa che ha più a che fare con un rito, una liturgia condivisa da tutta un’area culturale che va dalla Provenza al Monferrato. Veniva gente da lontano a vedere le partite, parcheggiavano sull’Argentina le loro Alfe targate CN, sapevano di mucca anzichè di plumosus, dicevano “balòn” invece di “balùn”.

Una 126 con un doppio altoparlante montato sul tetto, annunciava la partita a passo d’uomo. La voce rimbalzava tra i condomini: “Questa sera ore 17.30 allo sferisterio di Taggia, grande incontro di pallone elastico, serie A, la taggese di Pirero contro la…”

Nella sua struttura, nelle sue fasi di gioco, la pallapugno ha quel tanto di definito e regolato che hanno i messali della Chiesa o il lavoro in campagna. Il campionato comincia in primavera e finisce quasi con la vendemmia. I giocatori sono contadini, viticultori, geometri, idraulici, muratori. Gente comune, ma sacerdoti incaricati del rito.
Già la battuta era un tuffo al cuore: Pirero strofinava il pallone nel borotalco, un ragazzino lo serviva come un chierichetto. Poi lo alzava come a mostrarlo al pubblico che in quel momento esatto taceva. Incominciava la rincorsa, accorciava la falcata poco prima della fine dell’area e poi, con una torsione del busto e un pugno violento, scaraventava la palla di caucciù dall’altra parte. Dopo poteva accadere di tutto: di là rispondevano al rimbalzo, o cercavano la caccia, ma non era così facile: i mediani sapevano bene quando lasciare la palla a Pirero. Quello arrivava e faceva quello che tutti volevamo: la buttava di là con tutta la forza, fino a superare l’estremo uomo avversario. Tutti allora gridavamo “Cielo!” “Cielo!”. Andasse bene, andasse male, non esiste altro sport in cui si invocava così solennemente Dio. Tutto era un rito, anche i friscioi di gé alla fine del primo tempo.

So di per certo che a Dogliani, storica rivale della taggese di Pirero, si duolerebbero moltissimo se sapessero che lo sferisterio di Taggia è diventato un parcheggio.
Si pensi che una volta si giocava a pallone elastico nei carruggi e ne pativano grondaie e gerani. Per quello si costruì lo sferisterio. Quando le nostre tradizioni e i nostri riti saranno scomparsi restaranno solo le automobili. Di parcheggi allora ne avremo, ma non troveremo dove posteggiare la nostra anima.

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