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Compito in classe

Se potessi, oggi stesso, adesso, zainetto Invicta pasticciato in spalla (ci avevo scritto Forza Toro), Stan Smith ai piedi, walkman con la cassetta dei Nirvana, jeans Uniform o Levi’s (ma a quei tempi ero un secchione, ascoltavo Concato e mia madre mi vestiva dal Calibro 9) ci andrei eccome, ci tornerei al Liceo Saccheri di Sanremo (ora Cassini), III D, l’aula al secondo piano, la seconda nel corridoio a sinistra, quella con la porta-finestra e l’accesso al terrazzo, ma ditemi voi come si fa a studiare le redox, a seguire il prof che legge del cavolo di Perpetua, a risolvere le equazioni di secondo grado con un panorama così davanti, con quella luce azzurra che picchia dalla prima all’ultima ora, con le scaglie di mare che filtrano dai due enormi ficus macrophilla di villa Zirio e dalle palme del Bellevue e che a settembre ancora ti urlano negli occhi come le sirene di Ulisse, con il gabbiano che passa come l’uccello lira di Prévert, a ricordarti che lui può e tu, invece, miseramente, no.

E come facevi a chiamare filosofia la prima ora, quei 60 minuti in compagnia di una che trovava gentilmente la serratura nella testa di ognuno di noi e ci infilava Anassimandro come Rousseau, Eraclito come Voltaire, Sant’Agostino come i paradossi di Zenone, con quelle tartarughe che se ne fottevano di Achille che le rincorreva, come fai a chiamare prof di chimica uno alunno dentro (lo era ancora, infatti, la prof di Filosofia dell’ora prima era stata anche la sua insegnante), con un’aspetto più da Mac Gyver che da Mendeleev, capace, lo stesso giorno, di spiegarti le proprietà del potassio e le regole del calcio  (ma quello d’angolo, giocavamo a pallone assieme), come fai poi a chiamare insegnante di matematica uno che entra in classe e comincia a spiegarti i diagrammi di Eulero-Venn e poi, visto che avanza tempo, anche la curva di Gauss e l’algebra booleana, il tutto come in un vecchio film muto accelerato a 16 fotogrammi al secondo, dimodochè l’unico insieme che ti rimane in testa a fine lezione è l’intersezione di tutti i tipi d’emicrania possibili; come fai a chiamare lezione di italiano una sfilettatura completa del capolavoro del Manzoni, dal Fermo e Lucia agli Sposi promessi, decantato a gran voce con plauso obbligatorio allorchè s’incontri la famosa “ironia manzoniana” (che sfiga, l’anno dopo ci fu una supplentina così giovane e bella, io timido le scrissi una poesia d’amore dentro un compito in classe sulla Gerusalemme Liberata e lei pure la gradì, ma teneva il fidanzato a Saluzzo); come fai a chiamare ora di inglese una signora pel di carota che pronuncia Chicago “Saicogo”, Arthur “Ardar” e, data l’età, aveva probabilmente avuto un flirt con Chaucer in persona; come fai a chiamare banalmente “educazione fisica” l’attesissima eterna sfida con la III A alle Carmelitane (sì, al posto di quell’obbrobbrio di stazione, a Sanremo, c’era una volta il tempio del soccer locale), come fai a chiamare Storia dell’Arte una prof che non sapeva dirti perchè sui fregi del Partenone i greci ce l’avevano così piccolo?

Quante cose la mia scuola non mi ha mai insegnato. Ma quante altre ho imparato. E, ancora oggi, quando passo di lì, mi viene voglia di entrare, dovessi pure soffrire nuovamente le rappresaglie delle interrogazioni a tappeto, i minuti di piombo del dito che corre sul registro, la terribile eau de toilette della prof di latino che infestava come un nervino le legioni del De bello Gallico.
Che lo so, allora magari l’odiavo, ma oggi, se ci andassi – per tornare a Prevert – vedrei ancora i muri della mia classe che, “tranquillamente, crollano”.

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