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Ricetta per un furgaro

Per preparare un furgaro,
spegni i fornelli.
Non servono: un furgaro a fuoco spento viene meglio.

Per cucinare un bel furgaro,
fatti aiutare da Pinocchio, Francois Truffaut e Fabrizio De André.
Loro sanno la ricetta, nessuno sa perchè.

Per un furgaro con i fiocchi,
devi leggere tutti i giorni il giornale.
Perchè solo così lo stupazzo scende meglio.

Per cuocere un furgaro doc,
devi sottrarre un po’ di zolfo alla vigna,
un po’ di carbone alla befana; la potassa la gratti dal muro.

Per un buon furgaro fatto in casa,
devi metterci un po’ di paura: s’impasta lenta, ci vuole tempo.
Come quando da bambino hai imparato che cos’era il fuoco.

Se vuoi la ricetta del furgaro,
a Taggia la sanno tutti ma non te la dirà nessuno.
Chiedi a tuo padre, a tuo nonno, al nonno del tuo nonno.

Per ottimi furgari ripieni,
usa solo ingredienti di prima qualità.
No a lieviti scaduti, zuccheri o tubi per pescar cavedani.

Per fare un furgaro,
usa solo bambù, riempilo d’esperienza e fantasia.
E un po’ ci devi pure credere.

Per preparare un furgaro come si deve,
non contano le porzioni: per uno, per nessuno, per centomila.
Solo per te sparerà la tua anima con le zemìe.

Per consumare un furgaro eccellente,
aspetta che arrivi il Vescovo d’Albenga.
Che prima, non è un furgaro che farai, ma un volgare petardo.

Servi il furgaro solo in piazza Farini.
In Italia ne han già fatti troppi: a Bologna, sull’Italicus, a Milano in Piazza Fontana.
Un furgaro vanta numerosi di tentativi di imitazione.

Se il tuo furgaro vien gramo,
può darsi che non sia ancora ora.
Allora, porta pazienza e assaggia prima quelli degli altri.

Qualcuno non capirà la luce del furgaro.
Pazienza, conosco pompieri ardenti e piromani spenti.
Il furgaro o si ama o si odia.

Ma se ami una ragazza e non sai dirglielo, il furgaro
è il sistema migliore.
Una donna non si prende per la gola, ma per il cuore.

Se il tuo furgaro poi vien moscio,
beh, con il tempo te ne farai una ragione.
Perchè prima t’avrà donato tante fiamme e calore.

Un furgaro,
è da consumarsi preferibilmente entro il 12 febbraio.
La direzione, lassù, poi non risponde di peccati in pensieri, parole, omissioni.

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Furgari ad acqua

(Pubblicato su http://www.laliguriaracconta.it/it)

Immaginate di passare, una notte di metà febbraio, sull’A 10,  a Taggia, sul lungo ponte che sovrasta la Valle Argentina. Oppure di volgervi lo sguardo dal mare, da uno dei grattacieli più alti di Arma di Taggia. Se vedeste il paese in fiamme, le case bruciare, il fuoco salire fin sopra i tetti e una nuvola di fumo galleggiare sopra le case, cosa pensereste? Che tragedia! Una catastrofe! Ma nessuno fa niente?
Il passo successivo sarebbe chiamare il 115, i Vigili del Fuoco, avvertire la Polizia, la Protezione Civile, l’esercito: al fuoco! c’è un paese intero che brucia!

Questo, ancora oggi è l’effetto che fa la notte dei Furgari, lo stesso che deve aver fatto ai pirati saraceni che infestavano le coste liguri nel X secolo d.C.. A quei tempi Taggia si salvò: i saraceni pensarono di averla già saccheggiata e andarono via. L’idea dell’inganno era venuta ad un illustre taggiasco, San Benedetto Revelli, allora vescovo d’Albenga: accendere grandi falò, fare baccano in tutto il paese come se i saraceni se ne fossero appena andati. Funzionò.

Da allora noi taggiaschi ripetiamo l’esperienza: in tutti i Rioni di Taggia (sono 12, ma ne rimangono attivi ancora si e no 6) si accendono grandi falò, si fa baldoria. E ce ne andiamo in giro a sparare furgari, speciali canne di bambù riempite di polvere da sparo, per strada, nei vicoli della città vecchia, di cantina in cantina, a bere, a ballare a incontrare gli amici.

I saraceni se ne andarono. In cambio oggi arriva gente da ogni parte del mondo, persone che si sono innamorate di questa tradizione che mescola sacro e profano, storia e carnevale, paura e divertimento: grazie al nostro santo, noi di Taggia abbiamo imparato a scherzare con il fuoco. Ma solo il 12 di febbraio, il giorno della festa, costruiamo i furgari. In ogni altra data non sarebbero che banali fuochi d’artificio, senza alcuna protezione da parte di San Benedetto, e ci si può far male.

Chi è venuto quest’anno ha assistito a una cosa che può dirsi straordinaria: nonostante la pioggia battente, la festa s’è fatta, il fuoco s’è acceso lo stesso.
L’attendevamo da un anno. Dodici mesi a pensare, sperare che quel giorno, la sera della festa, il tempo fosse clemente. Invece no: come da due mesi a questa parte, pioveva. E’ il riscaldamento globale, la tropicalizzazione del Mediterraneo, il monsone, non so; ma sabato sera a Taggia veniva giù come non s’era mai vista. Erano i vecchi a dirlo. E’ febbraio e piove. Come tutto dicembre, e tutto gennaio. La terra in Liguria  non ne può più, basta fare un giro nell’entroterra per rendersene conto: i muretti a secco non bastano, nelle fasce terrazzate di ulivi le colline vengono giù portandosi pure le reti. La terra sotto l’acqua si sta sciogliendo come cenere, come farina.

Ma a Taggia non ci siam fatti spaventare. Ad un certo punto s’è deciso: la festa s’è fa, the show must go on, soprattutto ora. Abbiamo vinto i saraceni, vinceremo pure la pioggia. Perché Taggia, quel giorno, deve buttarsi nelle piazze e nei carruggi, la gente deve danzare attorno al falò, incontrarsi, scambiare due parole attorno ad un bicchiere: così è e sarà, tanto più quest’anno che piove.

E così è andata. L’inizio dei falò è, come al solito, fissato per le 21. Ma a quell’ora la pioggia batte fortissima, difficile anche uscire di casa. Tutti si rifugiano in cantin. Lì c’è di che consolarsi: la tavola è apparecchiata di sardenara, torta verde, crustoli e vino rosso. Il benvenuto è dato a chiunque. Ma dentro ognuno di noi, c’era una vocina: “Che fai lì? Non senti la minaccia? I saraceni sono alle porte! La tua terra è in pericolo!”.

Così, timidamente, qualcuno ha cominciato a tirar fuori i furgari ed è uscito a spararli. Ma una volta accesi e rivolti in su non si spegnavano, il fuoco sembrava ignorare la pioggia, l’acqua che cadeva dal cielo. Ecco allora arrivare qualcun altro, e  un altro ancora. Poi c’è la cascata di fuoco di via Soleri. I taggiaschi rispondono alle gocce con le faville, alla pioggia che cade fitta oppongono scintille che salgono al cielo.

E’ una battaglia durissima: molti cadono. I furgari, con l’umidità, esplodono. Ma, per fortuna agli sparatori, non succede nulla:  si sente il soffio, poi il botto, le canne bambù s’aprono in un cono di luce, il fuoco litiga con l’acqua, abbraccia finalmente l’uomo e ne rivela l’anima.
Per un attimo, abbiamo paura. Ma sappiamo che il nostro esplosivo spacca taglia brucia solo tutto ciò che non vogliamo, e invece sputa i nostri sogni al cielo. E chi un secondo prima era avvolto dalle fiamme, va ad abbracciare gli amici con solo un po’ di tachicardia.

Chiuse le cateratte del cielo, verso mezzanotte, parte davvero la festa. Si accendono anche i falò e, assieme a loro, i balli, i canti, i sorrisi. Sentiamo di star facendo il nostro dovere. Forse la pioggia, le frane, le alluvioni, sono i nuovi saraceni di oggi. Scherzando con il fuoco, con un po’ di sacrificio, li abbiamo allontanati. La festa ha funzionato ancora.

L’indomani, domenica mattina, Taggia, come un’araba fenice, rinasce dalle sue ceneri. San Benedetto l’ha salvata un’altra volta.

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La notte dei Furgari (spenti)

Tutto è pronto a Taggia per la festa di San Benedetto, in programma sabato sera.
Da giorni le strade dei rioni sono occupate dai ceppi per i falò. Le cantine sono state ripulite e addobbate alla bell’e meglio per ospitare gli amici. Il vino buono nascosto per le grandi occasioni.
Tutto pronto, dicevamo, tranne i furgari. Perché, quest’anno, come concordato con il sindaco Genduso e con le autorità, a seguito e rispetto per gli eventi dell’autunno scorso, non ci saranno i furgari, le tradizionali comete di fuoco ad illuminare i palazzi antichi del centro storico. Tutto è rinviato all’anno prossimo, al 12 febbraio 2012.

Ma l’Associazione Fochi e Falodie San Benedetto, “Quelli che aspettano San Benedetto…”, come si sono ribattezzati un mese fa nella festa di presentazione a Taggia, ha organizzato una serie di eventi e appuntamenti  che renderanno lo stesso piacevole la serata, per festeggiare adeguatamente il proprio patrono.
Perché Taggia, quel giorno, deve buttarsi nelle piazze e nei caruggi, la gente deve danzare attorno al falò, incontrarsi, scambiare due parole attorno ad un bicchiere: così è da sempre e sarà tanto più quest’anno senza furgari. Anche questo è San Benedetto, non si cancellano le tradizioni.

E, visto che il fuoco non si scherza, non ci saranno nemmeno petardi, razzi, raudi e quant’altro: quello di Taggia non è un capodanno pagano né un rave liturgico: il fuoco è una cosa seria e i taggiaschi lo sanno.

Niente furgari dunque, ma nemmeno petardi e fuochi artificiali, squallide imitazioni. Questi sono gli accordi, con autorità e forze dell’ordine.  E a Taggia, quando dicono qualcosa, sono di parola. Sono stati invitati anche loro, quelli della questura, alla festa. E, certamente, lasciata a casa la divisa, in borghese, molti di loro non mancheranno, tra i falò. Dunque “Quelli che aspettano San Benedetto”, i ragazzi di Fochi e falodie lo annunciano: niente pazzie, niente petardi, facciamolo per nostro santo.

Il fuoco più che appiccato, verrà evocato. Come, ad esempio, nella proiezione del filmato “San Benedetto… oggi e ieri”, con foto, immagini, ricordi delle feste del passato, in programma alle 21 in piazza Cavour.

O nello spettacolo del  Teatro Scalzo di Genova. Specializzato in teatro comico, clownesco e di strada, Teatro Scalzo ha in programma “Fuoco”, uno spettacolo itinerante di 7 persone più 2 percussionisti, che toccherà vari punti di Taggia e i suoi rioni a partire dalle 21.45 in Piazza Farini (altri orari: 22.15 Piazza San Domenico; 22.45 Piazza Grande; 23.15 alla chiesa della Trinità; 24.00 piazza Cavour). In allegato il programma.

Un anno di pazienza, per pensarci su. Questo è il senso di questa edizione. Ci sarà tempo l’anno prossimo a tornare tra  canne di bambù e “stupazzi”.
Il 2011 sarà l’anno buono per capire quanto è preziosa per Taggia questa festa che alcuni vorrebbero trasformare solo in una mascherata medievale per i turisti.
Il vero San Benedetto sta da un’altra parte, si scalda il corpo tra i falò e il cuore nelle cantine.

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Scherzi a parte, con il fuoco


Con grande rammarico e disperazione ho appreso poco fa che Carmine Brusco, uno dei giovani di Taggia rimasti feriti domenica nell’esplosione della cantina, è morto questa mattina. Il mio pensiero va a parenti, amici e ai genitori. Speravamo non dover leggere questa triste notizia.


Una cantina esplode, nei vicoli, a Taggia. Tre ragazzi gravemente feriti. “Stavano preparando i furgari”, hanno scritto i giornali. Ma si fa presto a dire furgaro. Ogni palloncino che scoppia, ogni portone che sbatte, ogni bolla di chewing gum, a Taggia, diventa un furgaro. Più complicato è capire, spiegare che cos’è, cosa sono i furgari. Per i più, sono canne di bambù ripiene di polvere da sparo. Per molti un fagotto con dentro l’anima. I furgari o si amano o si odiano. Per molti sono uno spettacolo, per altri una pazzia, un divertimento da abolire. Ma capire davvero che cosa sia un furgaro lo si può fare una volta soltanto, una sera all’anno, il 12 di febbraio, festa di San Benedetto. Tutti gli altri, compresi i fuochi d’artificio d’estate, sant’Erasmo, San Giovanni, Ferragosto, sono imitazioni, contraffazioni, tarocchi dell’emozione originale. Le regole sono chiare. Non può sparare un furgaro chi non ne conosce la storia, la radice, la cultura: come il santo salvò Taggia dai pirati, la sera della festa salverà chi carica e spara i furgari. E’ una festa che chiede molto, San Benedetto. Ho visto cose che voi di Arma, di Imperia, di Badalucco, di Sanremo, (ma la mia cantina ha ospitato anche francesi, inglesi, una volta anche un giapponese) non potete nemmeno immaginare: canne bambù aprirsi in un cono di luce; stupazzi partire e il fuoco abbracciare finalmente l’uomo e rivelarne l’anima. Ma tutti uscirne, senza un graffio, solo con una risata e un po’ di tachicardia. Perché costruire furgari è qualcosa che va fatto a regola d’arte. Lo sanno anche i bambini a Taggia: fino ad una certa età (cioè quando le ragazze cominciano a scappare se ne accendi uno) te ne stai a guardare: tuo padre che carica, la gara in Piazza Ruffini, ‘Genio e i suoi bambù in Piazza Grande; tuttalpiù ti è concesso qualche furgaretto. Fin da bambino li guardi: salgono su, fino alla cima dei palazzi, in piazza Farini o nel catino del Pantan, durante la cascata, più in alto dell’obelisco del monumento agli Eroi Taggesi, della luna, più in là del futuro, a Taggia. Vai, và dove ti porta il furgaro. Poi, non te ne rendi nemmeno conto, un giorno sei con le mani nere, sei loro artigiano. Prima cerchi un canneto non ancora sfruttato. E’ impossibile, a Taggia e dintorni non esistono più canne di bambù; per questo oggi si usano i pericolosissimi tubi di cartone che non si aprono ma esplodono, come la dinamite. Tagli il bambù un mesetto prima, che abbia il tempo di asciugarsi, sennò poi cola come un gelato. Scegli una giornata secca per macinare e mescolare la polvere. Guai a fumare o usare il robottino simak. Aspetti l’ultimo giorno, l’ultimo pomeriggio, un’occhiata al tempo e finalmente carichi. Tutti lo sanno: parenti, amici, nonni, mamme, fidanzate, mogli. Pure i carabinieri. Tu in quel momento sei in cantina con un arsenale: in un attimo potrebbe saltare tutto. Ma no, quel giorno no, ci pensa il Santo a salvare i taggiaschi, ci ha sempre pensato San Benedetto. Poi, che la festa cominci: Taggia va in fiamme e il giorno dopo rinasce dalle sue ceneri. Ha fatto molto male a Taggia ciò che è accaduto domenica sera. Il telegiornale ha parlato dell’esplosione in via San Dalmazzo, Taggia vecchia. Tre ragazzi gravemente ustionati e in pericolo di vita. Chi si preoccupa per loro, chi telefona, chi spera che non ci sia tra loro qualche amico, qualcuno che conosce.  I giornali parlano di “fabbriche di furgari” per la festa di San Benedetto. Ma siamo ad ottobre, la festa è a febbraio. Nessuno caricherebbe adesso un furgaro per spararlo a febbraio con tutta l’umidità dell’inverno davanti: sarebbe un suicido. Anche questo è scritto nelle regole. C’è chi teme per la festa: già l’anno passato s’è rischiato di non farla. Era finito, non si sa perché, il tacito accordo con la questura. O, forse, qualcuno voleva colpire il sindaco Genduso, l’unico, non allineato, in una provincia interamente di centro-destra. Bene ha fatto invece Genduso a cercare di capirla fino in fondo questa festa: è il primo, in questi ultimi anni, che si avvicina così tanto ai furgari.  Tanto, forse, da rimanerne scottato. Fin’ora c’era stata solo tolleranza per i furgari e s’è sempre puntato tutto sul corteo, la domenica successiva. Ma il sabato del 12 è la vera festa, quella dei taggiaschi. Chi ha tenuto un furgaro in mano quel giorno considera il corteo una mascherata per turisti. “Ci vogliono regole e responsabilità – dice Luca Napoli – vice-presidente dell’Associazione Fochi e Falodie San Benedetto – ciò che è accaduto va isolato dalla festa. E’ stata una imperizia pericolosa. Chi costruisce i furgari è responsabile e sa che, durante la lavorazione, non si fuma e non si usano apparecchi elettrici. Occorre distinguere questo caso che sarebbe potuto succedere a Benevento o Acerra (dove spesso esplodono “fabbriche di fuochi d’artificio”) dalla tradizionale festa di San Benedetto Revelli. Quei ragazzi stavano costruendo fuochi artificiali per festeggiare un evento privato, la nascita del figlio di uno di loro”. Fochi e Falodie è un’associazione di giovani nata l’anno scorso proprio per tutelare la festa di San Benedetto e non trasformarla solo in una mascherata medievale come tante. L’anno passato la festa ci fu e andò tutto bene. San Benedetto ha fatto il miracolo come al solito. A patto, come sempre, che si rispettino le regole.  Chissà, se dopo ciò che è successo domenica, Taggia saprà ancora rinascere dalle proprie ceneri.

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I nuovi saraceni

Dai messaggeri l’annuncio tanto temuto: arrivano.
Ma, no, stavolta, non dal mare, troppo facile. Da dove? Chissà, forse l’A10 o l’Aurelia Bis. Il treno no, che poi se ritarda non rimborsano nemmeno. Ma sono in arrivo, lo danno per sicuro. Ancora non si vedono, ma sarebbero alle porte, roba di poco, dunque, qualche minuto ed eccoli, forse sono già tra noi.

Sono loro, i saraceni, i pirati che ci perseguitano, ora come mille anni fa. N’è passata d’acqua sotto il ponte, ma il tempo fa il suo giro, corsi e ricorsi, ed eccoteli di nuovo qua tra olive e mimose.

Solo che questi sono diversi, sono evoluti. Sono i “nuovi” saraceni.
Passati i tempi di scimitarre, barbe, Urì e mezzelune: oggi non li distingui. Uno dentista, l’altro notaro, la maggior parte avvocati o commercialisti, oppure impiegati e spesso anche floricoltori. Oddio, non si escludono anche elettricisti e giornalisti. In coda ai semafori, in fila alla posta, appesi ai tralicci sul bus potreste trovarvi vicino pure loro.

Per fortuna han perso le cattive abitudini: niente incendi, né violenze o tratte di schiavi. Pfù, roba da corteo storico. Oggi non va più di moda – (conosco uno che per un po’ è stato saraceno, nel ramo immobiliare, poi gli han dato due anni con la condizionale) – meglio dedicarsi ad altro, scegliere nuovi core businnesses – dice.

Non invadono a caso: cercano terreni incolti vicino alle strade, li pagano agricoli, regolano le plusvalenze, li vendono industriali o addirittura edificabili.
Non praticano più l’assedio: oggi basta un assegno.
Per conquistare una città non innalzano più lunghe scale sulle mura: oggi fanno OPA, joint-venture, cordate. Han pure pazienza: arrivano puntuali, stringon la mano, chiamano al cellulare. Sono gentili, pigiano per primi in ascensore, pagano il caffè al bar; sovente guidano il SUV, e (quando li vedono) danno la precedenza ai pedoni. Ma poi scalano i consigli d’amministrazione, assaltano le società in house e rubano l’acqua o la luce.

Quando si candidano per il comune o la provincia, son quasi verbosi. Poi per fortuna non si fanno più sentire. Intanto, tirano su plinti, montano solai, scavano discariche, dragano porti, spartiscono dividendi. Noi aspettiamo che qualcuno dica loro qualcosa, ma niente: da noi si può. Guai a farlo, anzi menomale che ci son loro.

Tant’è che noi stessi in famiglia, s’è pensato, più volte, di diventar saraceni: conviene. S’era ai tempi del condono. Era per quel vecchio casone in campagna, e pure dopo, quando si presero la serra per lo svincolo dell’Aurelia Bis. Ma alla fine niente: saraceni si nasce.

E’ che oggi noi, questi nuovi saraceni, non sappiamo proprio come combatterli. Niente usbergi, colubrine, archibugi e alabarde. Di questi deterrenti abbiam piene le cantine, come del Sequestrene. Non servon più a niente.

Forse per questo, ispirati ancora dal nostro nobile Santo, abbiamo teso nuovamente l’imbroglio: quando vedranno la costa frastagliata di cemento e la valle, un mosaico d’asfalto, Ah, di qui siam già passati, diranno.

E torneranno indietro.

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