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La guerra Eternit

L’amianto

Da Repubblica 14 febbraio 2012
di Antonio Cianciullo

Quanti sono gli italiani a rischio amianto?
Perché intere zone del Paese sono minacciate da un minerale classificato come cancerogeno da mezzo secolo? Per rispondere a queste domande conviene partire dalle date. 1962: risulta provato il rapporto causa effetto tra l’amianto e una malattia incurabile, il mesotelioma pleurico.
1986: chiude la fabbrica Eternit di Casale Monferrato. 1992: l’amianto viene bandito. 2020: è atteso il picco dei tumori provocati da questa fibra letale.

«Tra il verdetto scientifico di estrema pericolosità e la reazione legislativa è passato un tempo troppo lungo», commenta Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente. «Perciò oggi milioni di italiani, probabilmente un terzo della popolazione, si trovano esposti a un rischio che poteva essere evitato con un intervento tempestivo».
A questo numero si arriva mettendo assieme le 7 aree con attività produttive basate sull’amianto (75 mila ettari, quasi quanto la provincia di Lodi), alcune discariche e gli altri 50 siti da bonificare, dove con buona probabilità ci sono materiali in Eternit. Infine va considerato a rischio chi ha vissuto vicino a un tetto o a un serbatoio in Eternit danneggiato dal vento e dalla pioggia. Dunque la vicenda giudiziaria non chiude il caso.
Restano le bonifiche da fare e — come ha documentato un lungometraggio appena uscito, Polvere — una contraddizione globale eclatante: solo in 53 paesi l’uso dell’amianto viene proibito. Il 70 per cento della popolazione mondiale è esposta a questa fibra mortale: 100 mila persone muoiono ogni anno per averla respirata.

I siti

L’Italia è stato il secondo produttore europeo di asbesto, o amianto: solo tra il 1946 e il 1992 ne sono state estratte e lavorate 3,7 milioni di tonnellate. Ma il brevetto del cemento-amianto, conosciuto con il marchio di fabbrica Eternit, risale al 1901 e da allora la produzione è andata crescendo. Un trend che continua anche oggi visto che nella maggior parte dei Paesi il divieto di uso per questa fibra killer non è ancora scattato.
La regione italiana più esposta è il Piemonte. Qui c’è il grande stabilimento di Casale Monferrato, dove negli anni di maggior produzione nella fabbrica Eternit lavoravano 2 mila persone. E qui troviamo la più grande miniera europea, quella di Balangero. Altri due punti critici sono non troppo lontani: la miniera Emarese, in Val d’Aosta, e la Fibronit di Broni, in provincia di Pavia. A completare il quadro infine gli impianti di Bari, Bagnoli e Siracusa.

Gli usi

Siamo abituati ad associare l’Eternit al profilo delle tettoie ondulate che sono entrate a far parte del paesaggio urbano un po’ trasandato, o ai vecchi cassoni dell’acqua che fino a qualche anno fa nei condomini venivano smantellati da squadre di operai attrezzati con tute protettive modello astronauta per evitare il rischio di respirare le fibre di asbesto. È l’aspetto più visibile di un’invasione che ha tenuto banco per tutto il ventesimo secolo.
Ma, purtroppo, la presenza dell’amianto non si è limitata a questo. È stata più invadente e mascherata. L’asbesto si trova in edilizia anche nei pannelli isolanti, nelle vernici, negli intonaci, nei rivestimenti delle condutture. E in città è stato a lungo nascosto nei freni e nelle frizioni, nella coibentazione delle metropolitane e degli autobus.
E ancora: nelle fioriere, nei tubi dell’acqua, negli oggetti d’arredo disegnati quando l’amianto era considerato innovativo.

Le bonifiche
Cinquantamila edifici da ripulire ma le Regioni sono in ritardo

In Italia, secondo le stime del Cnr, ci sono in giro 32 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto, un censimento parziale perché prende in considerazione solo le lamiere ondulate in cemento-amianto. Le Regioni hanno invece elencato 50 mila edifici da ripulire dell’asbesto.
Anche in questo caso i numeri sono sotto stimati (solo 11 Regioni hanno fatto il calcolo) ma rivelano una dimensione del problema inquietante: 100 milioni di metri quadrati di strutture in Eternit.
Tra le Regioni più avanti con le bonifiche troviamo la Lombardia che è comunque ferma al 18,5 per cento del totale, la Puglia (15 per cento), il Molise (7 per cento). Il Lazio dichiara di aver compiuto 3 mila interventi rimuovendo 10 mila tonnellate di amianto. In Italia abbiamo pensato a scavare le miniere per tirar fuori l’amianto, a creare le fabbriche per lavorarlo, a costruire le infrastrutture per assorbirlo.
Ma ci siamo dimenticati di pensare a un luogo in cui collocarlo a fine carriera.

Cinquantamila edifici da ripulire ma le Regioni sono in ritardo

In Italia, secondo le stime del Cnr, ci sono in giro 32 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto, un censimento parziale perché prende in considerazione solo le lamiere ondulate in cemento-amianto. Le Regioni hanno invece elencato 50 mila edifici da ripulire dell’asbesto.
Anche in questo caso i numeri sono sotto stimati (solo 11 Regioni hanno fatto il calcolo) ma rivelano una dimensione del problema inquietante: 100 milioni di metri quadrati di strutture in Eternit.
Tra le Regioni più avanti con le bonifiche troviamo la Lombardia che è comunque ferma al 18,5 per cento del totale, la Puglia
(15 per cento), il Molise (7 per cento). Il Lazio dichiara di aver compiuto 3 mila interventi rimuovendo 10 mila tonnellate di amianto. In Italia abbiamo pensato a scavare le miniere per tirar fuori l’amianto, a creare le fabbriche per lavorarlo, a costruire le infrastrutture per assorbirlo. Ma ci siamo dimenticati di pensare a un luogo in cui collocarlo a fine carriera.

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C’è movimento sulla terra

Se un marziano che avesse visitato il ponente ligure qualche anno fa, tornasse ora (non si capisce ancora perchè dovrebbe farlo) resterebbe stupito: c’è movimento sulla nostra terra.

Ma che cos’è?
L’eco di ciò che è accaduto e sta succedendo in altre italiche località?  Un improvviso innamoramento per la propria terra degli abitanti del Ponente?  Surf politico sull’onda di un argomento in voga per guadagnare i consensi erosi dalle amministrazioni? Come per tutti i minestroni, la ricetta non è una sola: un po’ dell’uno, un pizzico dell’altro. L’importante è che, finalmente, sulla terra del ponente ligure si muova qualcosa, non soltanto i camion targati Pellegrino o Fotia.

Dopo la fiaccolata contro le mafie a Sanremo di quest’estate e il provocatorio “funerale al territorio” celebrato da Legambiente e comitati, con tanto di Requiem di Mozart e la benedizione di Don Gallo, dopo lo scandalo di Rocca Croaire, dopo l’halloween dei cassonetti stracolmi a Sanremo, sembra sia nata un’attenzione nuova per il territorio, una sensibilità nuova per quel concetto di “environment” parola che in italiano viene tradotta con “ambiente” ma in inglese e francese significa ben di più: la realtà in cui cresce e si sviluppa la nostra vita.

Da mesi argomenti che rimanevano all’ubago delle cronachette di politici, sultani e feudatari locali o delle magnifiche sorti e progressive della nostra straordinaria e illuminata porticciuolità, hanno cominciato a venire al sole, prima timidamente, ora più forti e decisi.

Uno su tutti: cominciamo a parlare di rifiuti.
Si faceva così fatica a parlarne l’anno passato. Qualcuno ci provava ma tutto cadeva nell’oblio. Poi arrivava qualc’un altro che uscito dalla toilette di un consiglio o un’assemblea prospettava la soluzione delle soluzioni, magari l’inceneritore. Invece oggi no. Zoccarato che va a Vedelago per vederci chiaro è un segno. In altri tempi sarebbe andato a Las Vegas. Il fatto che il sindaco di Sanremo, non ufficialmente ma effettivamente, a nome degli altri amministratori della provincia di Imperia, si interssi ad un centro all’avanguardia per il riciclo dei rifiuti per portare qualcosa di simile anche da noi, è certamente incoraggiante. Non solo per i soliti ambientalisti “rompiscatole”. Che poi proprio il consiglio comunale di Sanremo abbia approvato all’unanimità un o.d.g. per limitare il problema rifiuti, con un question time di significativo interesse seguito da molti cittadini appartenenti a Sanremo Sostenibile, Legambiente e tante altre associazioni che si da tempo si battono per una soluzione a questo problema non lascia indifferenti.

E la manifestazione degli abitanti di Castellaro davanti al presidente Burlando di sabato mattina?  Non era un passatempo. Certo, c’è ancora molto da fare. Mentre Zoccarato sarà a Vedelago e il consiglio comunale di Sanremo dà una scopettata in città, da altre parti si continuna a nascondere la polvere sotto il tappeto.  E il tappeto, in Liguria, è sempre l’entroterra. Tra la fine di agosto ed i primi di settembre 2010, nottetempo, è stato scaricato materiale in una vecchia cava sulla strada tra Taggia e Badalucco, frazione Lona, di proprietà dei fratelli titolari di una nota impresa edile. Discarica, tra l’altro, praticissima con la statale 548. Testimoni hanno visto scaricare materiale e ricoprirlo immediatamente con utilizzo di ruspe. C’è poi chi, s’è trovato sulla stessa strada dei camion che da Imperia uscivano carichi dal porto in costruzione, finito nei guai recentemente proprio per il movimento terra. Il caso ha portato i camion sempre in valle Argentina, sulla statale 548.

Sindrome di Terzigno? Chissà. Ma il fatto che quella cava non stia nel comune di Taggia o in quello di Badalucco, ma nel più disponibile a compromessi Castellaro e che sia partita la compravendita dei terreni lì attorno, lascia pochi dubbi su dove si vuol fare la discarica di servizio del futuro impianto provinciale di separazione.

Staremo a vedere. Ma speriamo che il movimento “sulla” terra continui.

Dopo anni di oblio, qualcosa negli ultimi mesi si sta muovendo nella coscienze civili degli abitanti del Ponente Ligure.

Se un marziano che avesse visitato il ponente ligure qualche anno fa, tornasse ora (non si capisce ancora perchè dovrebbe farlo) resterebbe stupito: c’è movimento sulla nostra terra.

Ma che cos’è?

L’eco di ciò che è accaduto e sta succedendo in altre italiche località?  Un improvviso innamoramento per la propria terra degli abitanti del Ponente?  Surf politico sull’onda di un argomento in voga per guadagnare i consensi erosi dalle amministrazioni? Come per tutti i minestroni, la ricetta non è una sola: un po’ dell’uno, un pizzico dell’altro. L’importante è che, finalmente, sulla terra del ponente ligure si muova qualcosa, non soltanto i camion targati Pellegrino o Fotia.

Dopo la fiaccolata contro le mafie a Sanremo di quest’estate e il provocatorio “funerale al territorio” celebrato da Legambiente e comitati, con tanto di Requiem di Mozart e la benedizione di Don Gallo, dopo lo scandalo di Rocca Croaire, dopo l’halloween dei cassonetti stracolmi a Sanremo, sembra sia nata un’attenzione nuova per il territorio, una sensibilità nuova per quel concetto di “environment” parola che in italiano viene tradotta con “ambiente” ma in inglese e francese significa ben di più: la realtà in cui cresce e si sviluppa la nostra vita.

Da mesi argomenti che rimanevano all’ubago delle cronachette di politici, sultani e feudatari locali o delle magnifiche sorti e progressive della nostra straordinaria e illuminata porticciuolità, hanno cominciato a venire al sole, prima timidamente, ora più forti e decisi.

Uno su tutti: cominciamo a parlare di rifiuti.

Si faceva così fatica a parlarne l’anno passato. Qualcuno ci provava ma tutto cadeva nell’oblio. Poi arrivava qualc’un altro che uscito dalla toilette di un consiglio o un’assemblea prospettava la soluzione delle soluzioni, magari l’inceneritore. Invece oggi no. Zoccarato che va a Vedelago per vederci chiaro è un segno. In altri tempi sarebbe andato a Las Vegas. Il fatto che il sindaco di Sanremo, non ufficialmente ma effettivamente, a nome degli altri amministratori della provincia di Imperia, si interssi ad un centro all’avanguardia per il riciclo dei rifiuti per portare qualcosa di simile anche da noi, è certamente incoraggiante. Non solo per i soliti ambientalisti “rompiscatole”. Che poi proprio il consiglio comunale di Sanremo abbia approvato all’unanimità un o.d.g. per limitare il problema rifiuti, con un question time di significativo interesse seguito da molti cittadini appartenenti a Sanremo Sostenibile, Legambiente e tante altre associazioni che si da tempo si battono per una soluzione a questo problema non lascia indifferenti.

E la manifestazione degli abitanti di Castellaro davanti al presidente Burlando di sabato mattina?  Non era un passatempo. Certo, c’è ancora molto da fare. Mentre Zoccarato sarà a Vedelago e il consiglio comunale di Sanremo dà una scopettata in città, da altre parti si continuna a nascondere la polvere sotto il tappeto.  E il tappeto, in Liguria, è sempre l’entroterra. Tra la fine di agosto ed i primi di settembre 2010, nottetempo, è stato scaricato materiale in una vecchia cava sulla strada tra Taggia e Badalucco, frazione Lona, di proprietà dei fratelli titolari di una nota impresa edile. Discarica, tra l’altro, praticissima con la statale 548. Testimoni hanno visto scaricare materiale e ricoprirlo immediatamente con utilizzo di ruspe. C’è poi chi, s’è trovato sulla stessa strada dei camion che da Imperia uscivano carichi dal porto in costruzione, finito nei guai recentemente proprio per il movimento terra. Il caso ha portato i camion sempre in valle Argentina, sulla statale 548.

Sindrome di Terzigno? Chissà. Ma il fatto che quella cava non stia nel comune di Taggia o in quello di Badalucco, ma nel più disponibile a compromessi Castellaro e che sia partita la compravendita dei terreni lì attorno, lascia pochi dubbi su dove si vuol fare la discarica di servizio del futuro impianto provinciale di separazione.

Staremo a vedere. Ma speriamo che il movimento “sulla” terra continui.

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Vado, Vedelago e torno

 

La pregiata RT Travels (Rifiuti Trasporti), rinomata agenzia di viaggi della Provincia di Imperia, che cura direttamente già molti tra i collegamenti più importanti oggi in Riviera, come quelli quotidiani tra Sanremo, Imperia e Vado o Collette Ozotto, organizza per il prossimo 4 novembre una gita-viaggio-studio a Vedelago, località in provincia di Treviso nota per ospitare uno dei centri benessere più efficienti del paese.

La quota di partecipazione, di solo 9,99 a persona (esente T.A.R.S.U.), comprende: trasferimento in pulmann gran turismo super equipaggiato e compattato con fermate ad ogni cassonetto;  sosta ai santuari di Ponticelli e Scarpino, pranzo al ristorante tipico “da Berto & Laso” (tutte le pietanze sono avanzi del giorno prima riciclati, non si butta via niente); visite con guida professionale al centro (compresa la possibilità di gettarvi cartacce, lattine, bottiglie e vedersele tornare miracolosamente trasformate in spiccioli e monetine); maglietta con la foto di Sanremo invasa dai rifiuti e la scritta “c’ero anchio”.
A causa del patto di stabilità, la quota non comprende: pasti non esplicitamente indicati in programma, escort di lusso, appartamenti e souvenir comprati a insaputa; extra in genere e tutto quanto non espressamente indicato alla voce “la quota comprende”.

Per allietare i partecipanti durante i quasi 1000 km da Sanremo a Vedelago e ritorno, la RT travels ha assunto una serie di animatori che con gags, battute e freddure, intratterranno i partecipanti durante le circa 10 ore e mezza di viaggio.

Si tratta di grandi artisti del cabaret matuziano, imperiese e intemelio, con anni di esperienza alle spalle, ma anche di personalità salite di recente sul palcoscenico di Sanremo e dintorni, come il sindaco di Sanremo Maurizio Zoccarato. Grande l’attesa sulla sua partecipazione: chissà se l’esperienza servirà a fargli cambiare ancora una volta idea: inceneritore si, inceneritore no, inceneritore chissà, l’accendiamo o no?

L’Assessore all’Ambiente Antonio Fera, ancora offeso per essere stato escluso da una recente riunione in Regione per i rifiuti, ha voluto venire a tutti i costi, anche come autista di riserva. Avrebbe già però mandato il suo ultimatum al sindaco: “O mi fai guidare o mi dimetto”.

Il sindaco di Imperia, Paolo Strescino, invece, sfrutterà la gita per l’azienda di famiglia: porterà con sé una valigia con un campionario di tupperware di tutte le misure. Sul tratto più noioso, appena prima dell’autostrada del Brennero, è sicuro di venderne qualcuno. A chi non serve un contenitore per il pesto o le acciughe, le lasagne della sera prima?

Prevista nella comitiva anche la presenza del vicesindaco di Camporosso Marco Bertaina, ex campione provinciale di raccolta differenziata. Terrà un corso su come differenziare correttamente: i capi estivi da quelli invernali, le chiavi inglesi da quelle a pappagallo, i fox terrier dai labrador. Ah, già, si dovrebbe trattare di differenziare rifiuti? Ma tanto in provincia di Imperia non interessa a nessuno.

Della partita anche il presidente della Casinò di Sanremo Donato Di Ponziano che allestirà una roulette durante le fermate in autogrill. Ma i maligni dicono che la sua presenza dipenda da ben altro: interessato sempre ad eliminare qualsiasi tipo di concorrenza al Casinò, vorrebbe verificare alcune voci che lo inquietano: che al centro di Vedelago la percentuale di riciclo raggiungibile sia del 99%. Ma al Casinò di Sanremo fanno molto meglio: a seconda dei casi si arriva tranquillamente al 150% e più, dipende.

Invitiamo chi fosse ancora interessato al viaggio a mettersi in contatto con la RT Travels. L’offerta è aperta anche alle famiglie: per i più piccoli Zoccarato ha detto che porterà il Gameboy. Per i più maliziosi invece, si terranno esempi di raccolta differenziata “spinta”.
Venghino signori, venghino.

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Per chi soffia nella vuvuzela

Il problema rifiuti è ormai il tormentone, la vuvuzela dell’estate nel Ponente ligure. Giunta a “tappo” la discarica di Collette Ozotto a Taggia e chiusa la discarica di Ponticelli che per anni ha servito i comodi di un’amministrazione, quella di Gianni Giuliano, che non ha mai preso in seria considerazione la realizzazione di un’alternativa al sistema vetusto di gettare e comprimere i rifiuti in modo indifferenziato in una discarica, il nuovo presidente della provincia Sappa si trova ancora una volta di fronte il problema.

Che sia Scarpino, giudicato inadatto, che sia Vado, su cui probabilmente convergeranno i compattatori della provincia di Imperia nei futuri mesi, si tratterà comunque di una soluzione provvisoria, temporanea alla decisione di risolvere in loco il problema dello smaltimento rifiuti con la realizzazione un impianto di separazione in regione Colli a Taggia -impianto contro cui si sarebbe già formato un comitato di cittadini – mentre Ventimiglia balla da sola, allettata dalla proposta di smaltire i suoi rifiuti a Chambery, sopra Grenoble.

Tutte le soluzioni probabili o meno, dovranno però fare i conti con la loro incidenza sui cittadini, attraverso la TARSU che sembra destinata a lievitare, al pari del volume delle eco-balle con i nostri rifiuti sotto il sole estivo.

Ma la vuvuzela dei rifiuti sembra destinata a non esaurirsi con la fine dell’estate (e dei mondiali), bensì a continuare, a divenire una situazione cronica il Ponente ligure.

Questo perché, dalle nostre parti come nel resto d’Italia, non ‘è ancora formata quella coscienza che alcuni potrebbero chiamare ecologica, altri semplicemente civile, ragionevole, che considera il “rifiuto” come una risorsa da cui trarre materie prime e risparmiare energia. Tutt’altro: la spazzatura, la nostra “rumenta” va nascosta, sotterrata, allontanata a spese del cittadino per non disturbare proprio coloro che la producono. Tuttalpiù va distrutta, bruciata con un qualche tipo di inceneritore (oggi la stessa cosa si chiama con molti nomi, inceneritore, termovalorizzatore, gassificatore) come ha sostenuto recentemente il sindaco di Sanremo, Zoccarato: ma si sa, a Sanremo si risolvono molte cose con il fuoco ultimamente, il sindaco dev’essersi fatto prendere la mano pensando che la camorra potesse risolvere il problema.

Non abbiamo ancora raggiunto quella maturità che permette agli altri esseri viventi di lasciare il luogo che hanno attraversato come l’hanno trovato: noi c’impegnamo anzi ad arricchirlo, lasciandoci residui di ogni tipo, anidride carbonica, idrocarburi, metalli pesanti e ceneri, possibilmente radioattive, in modo da farle durare un pochino di più.

Su tutti il caso di Rocca Croaire, tra Taggia e Castellaro: quella che era un cava di puddinga (si chiamano così i conglomerati di ciottoli e materiali derivanti da sedimenti naturali) è diventata nel tempo luogo preferito in cui stipare qualsiasi tipo di materiale di scavo e di risulta, rifiuti comuni, gomme e motrici di camion. Addirittura contenenti amianto. Questi materiali, legatisi ai depositi di limo essiccato, renderebbe quella zona molto pericolosa per le polveri che vi si formano durante le giornate di vento, oltre che per la presenza di diossine, diserbanti, oli e combustibili. Sono già diversi i casi di tumore e le malattie riscontrate nella zona.

E’ quello che ha denunciato il circolo Legambiente “Valle Argentina” nell’esposto che ha presentato alla Commissione Europea ed al Dott. Guariniello della Procura di Torino in relazione alla cava nel comune di Castellaro.

Ormai è un meccanismo consolidato nella Liguria di Ponente: le cave che servirono un tempo per i cantieri dei condomini sulla costa, per la speculazione edilizia, dopo un certo periodo di abbandono (il che non vuol dire, ovviamente bonifica) sono diventate progressivamente luogo adatto a stipare ciò che non serve più, buone per la speculazione immondizia. Ciò a tutto vantaggio di amministratori e imprenditori poco responsabili che trovano dove mettere i rifiuti e pure dei proprietari che scoprono una fonte insperata di guadagno dove invece avrebbero solo spese. A tutto danno dell’ambiente e di chi abita nelle vicinanze.

Chi è fortunato se ne accorgerà solo quando pagherà la TARSU. La tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani è destinata ad aumentare nella nostra provincia. Portare i rifiuti a fare un viaggetto fuori provincia ha dei costi e questi ricadranno sui cittadini naturalmente.

Con un’alternativa: che perdurando da molto tempo questo stato di cose, i cittadini stessi per una volta non pretendano delle “royalties”, ossia decidano di far pagare la tassa ai responsabili, a quelle amministrazioni che in anni di governo non hanno fatto nulla ma hanno chiuso gli occhi, prorogato concessioni, evitando di guardare le offerte delle nuove tecnologie, senza studiare una soluzione definitiva.

Continuando, di fatto, a soffiare nella vuvuzela.

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Chi ha ucciso Daphnia Magna

La Daphnia magna è un crostaceo cladocero planctonico.
E’ molto piccola (tra 0,2 a 5 mm), difficile vederla ad occhio nudo. Ingrandita al microscopio, ha un aspetto mostruoso. Ma, superato l’impatto visivo offerto dal suo complesso sistema cardio-circolatorio e nutritivo, potrete accorgervi di alcuni puntini scuri in movimento nella parte bassa del suo corpo: sono i suoi figli, i nuovi individui che, una volta maturi, verranno espulsi dal corpo della madre per proseguire il loro ciclo vitale. La Daphnia Magna si riproduce infatti per partenogenesi.
Più su, 6 paia di zampe, il capo ricurvo e fuso sul corpo, un piccolo occhio tondo e inespressivo le hanno meritato un soprannome: “pulce d’acqua”. Nomignolo che sopporta anche per il suo sistema propulsivo, che la fa spostare a piccoli balzi avanti o indietro.

La Daphnia Magna vive tranquilla in natura nelle acque di ruscelli e piccoli corsi d’acqua, nonchè nei fiumi. Ma è sensibilissima all’inquinamento. Basta poco per farla soffrire, pochissimo per ucciderla. Per questo le daphnie vengono usate per testare gli effetti delle tossine su di un ecosistema. Il loro breve ciclo vitale e della loro capacità riproduttiva le rende indicatori biologici formidabili. Dove ci sono loro la vita può continuare. Se mancano è il deserto d’acqua.
Spesso i biologi le introducono con un gioco un po’ sadico per verificare la salubrità di un fiume o di un lago. Non gliene vogliano gli ambientalisti: il sacrificio delle daphnie risparmia a noi molti problemi.
Assieme a loro ricordiamo anche la “Pseudokirchneriella subcapitata” (Selenastrum capricornutum) e il Vibrio fischeri, caduti per la libertà e la salute nei test che l’Arpal ha condotto recentissimamente nei valloni circostanti la discarica di Ponticelli a Imperia.

La loro morte ha permesso di chiarire (se ce ne fosse stato bisogno) che i miasmi provenienti dalla discarica sono dannosi per la salute e che il liquido più volte sversatosi da essa non è “acqua osmotizzata” come dichiarato dai responsabili di Biancamano s.p.a., ma percolato, sostanza tossica e pericolosissima sviluppatasi dalla combinazione delle piogge con la decomposizione dei rifiuti.

Sulla morte della povera Daphnia Magna di Ponticelli la magistratura aveva avviato un’inchiesta alla fine dell’estate. Ora cominciano ad emergere i particolari: sarebbero centinaia di migliaia i metricubi di percolato “spariti” dalla Ponticelli in 10 anni. Una quantità capace di una Hiroshima di Daphnie e di esseri umani.

I responsabili della Ponticelli s.r.l., Pierpaolo Pizzimbone, attuale presidente del potente gruppo Biancamano e Davide Bianchi si sono dichiarati innocenti. Innanzitutto, non conoscevano assolutamente questa tal Dafne di Ponticelli. E poi, quando il delitto è stato commesso, erano a cena da Zeffirino.

E per dimostrarne la purezza, bevono l’acqua del rio Ponticelli in diretta conferenza stampa. Fa “plin plin”, dicono.
E poi promettono battaglia contro i giornalisti e la magistratura. Una specie quella sì, che vorrebbero far estinguere definitivamente.

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