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Nascita di un comitato

E’ un venerdì sera d’inverno. L’intera valle s’è addormentata presto, appena il sole s’è nascosto dietro i versanti di monte Ceppo. La statale 548 è pressoché deserta. Ad attraversarla in macchina sembra di profanarla: da Taggia in su comincia il buio, quello serio, che ognuno usa come vuole. Gli animali per cacciare, gli uomini per dormire.
C’è la luna, ma illumina le cime innevate e ti viene freddo a guardarle.

Andiamo a Badalucco. Ci sono sempre buoni motivi per andare a Badalucco: lo stocafisso, i fagioli, le torte di Pradio. Ma stasera ne abbiamo uno in più. Dobbiamo assistere ad una nascita.
Non è un bambino, ma è comunque un evento, visti tassi di natalità da queste parti.

Il 9 gennaio 2009, in una riunione nella sala del Consiglio del Comune di Badalucco, è nato ufficialmente il “Comitato pro valle Oxentina”.

Quando arriviamo, c’è già parecchia gente: sindaci, assessori, cittadini, ambientalisti, olivicoltori, contadini, cacciatori, fotografi, giornalisti e anche quelli che “vedo gente, faccio cose” o “passavo di lì, ho visto casino”. Badalucchesi, taggiaschi, sanremesi, tedeschi, olandesi, apolidi. Gente di Oxentina, di Molini, di Montalto, di Argallo, di Maberga, di Meösu.  Indecisi, titubanti, incerti, sul chi va là; convinti, propugnatori, partigiani, donchisciotte, robespierre; curiosi di ogni genere. Qualcuno dice che c’è pure la Digos, come nel ’62: ma alt!, è solo il fotografo de Il Secolo XIX.
Del resto non capita tutti i giorni che ti vogliano fare una discarica vicino a casa, in un luogo dove puoi portare i tuoi figli a conoscere la natura.

La parola ai politici. Il sindaco di Badalucco, Gianni Boeri, spiega che s’è trovato questa torta già cucinata nel forno. Che presto andrà a Genova a firmare la pratica di ricorso al Tar per evitare che al Vallone dei morti arrivino le ruspe a raccogliere i sanguini.
C’è Ivan Lombardi, vice sindaco di Taggia. Spiega perchè ha votato sì al bando di gara, ma si dichiara assolutamente contrario alla discarica in valle Oxentina. Qualcuno gli chiede perché, visto che la scelta poteva far retrocedere la Provincia. E non è soltanto la cara vecchia rivalità taggiaschi-baucogni, è una domanda legittima: se il progetto non era soddisfacente in toto, perché avvallarlo? Lombardi dà le sue ragioni: il voto serviva per approvare l’impianto di separazione di Taggia, l’unica soluzione che permette di evitare l’inceneritore più volte paventato dall’amministrazione provinciale. Senza, probabilmente, sarebbe arrivato un commissario e le scelte sarebbero state insindacabili.

Ma adesso, c’è da decidere, c’è da formare il comitato. Gira un foglio: “Comitato pro-Oxentina”. Torna con appena otto firme. Ma in sala ci saranno almeno un centinaio di persone.
Qualcuno chiede cos’è un comitato. Quelli che c’erano, a Badalucco, nel ’62 sanno bene che cos’è. Un intero paese, un’intera valle si schierò contro il progetto assurdo della diga di Glori. Ma bisogna spiegarlo alle nuove generazioni, ai pigri, a quelli che pensano tu gli voglia vendere un’enciclopedia.

Il Comitato è “un gruppo di persone, generalmente delegate da terzi, che si riunisce per la realizzazione di fini comuni” (De Mauro, Dizionario della lingua italiana).
“E’ una libera associazione di cittadini che si riuniscono per la tutela, la difesa, lo sviluppo, di un’idea, di una persona, di un territorio, in questo caso la Valle Oxentina. Io non ero ambientalista, lo sono diventato per forza, per difendere la mia terra”. A parlare è Gian Marco Calvini, raccontando l’esperienza di Praugrande, il comitato che nel 2003 si oppose con successo ad un progetto di discarica sopra Pompeiana.
Al secondo giro i nomi aumentano, sono già 12. Il dibattito continua.

Il comitato non servirà soltanto a dire no alla discarica. Superata l’emergenza discarica, si occuperà di valorizzare promuovere e salvaguardare quel pezzo di verde dalle speculazioni di tutti, attraverso un dialogo con le amministrazioni.
“Ma io lì ci vado a caccia! – interviene una famosa doppietta badalucchese – non è che poi mi ci mettere un SIC e addio tordi?”
“Beh, veda lei – risponde Calvini – se preferisce cacciare di frodo in un SIC o in una discarica…”. Patrizia Gavagnin, biologa consulente dell’Ass. Ambiente della Regione Liguria, concorda.
Il foglio torna, siamo a 18. Qualcuno però alla fine si convince. “Beh, anche se non ho tanto tempo…”, “Sì, però io c’ho già le bocce…”, “Ah, tanto adesso sono in pensione..”.
Alla fine sono 25. Il comitato Pro Valle Oxentina è nato. Fiocco verde alla porta del comune.

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La poubelle aigre

“Se la Provincia di Imperia non metterà in moto al più presto tutti gli atti necessari per completare il ciclo dei rifiuti, procederemo con il commissariamento”. 
Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria, 9 ottobre 2008.

Quando sul tavolo rimangono i resti pranzo, quando finisco il cartone dei miei amati Corn Flakes, quando finisco un barattolo di polpa di pomodoro, un’arbanella di marmellata, quando, insomma, m’accorgo di aver prodotto qualcosa avendone consumata un’altra, allora trovo una strana serenità nell’occuparmi delle mie scorie. Le separo, le riconosco, le suddivido in quello che realmente sono, le bucce di patata con le bucce di mela, i cartocci di latte con quelli del Tavernello di mio padre, il vetro con il vetro, la plastica con la plastica, eccetera con eccetera.
Non è per educazione, non credo che tutta la propaganda sulla differenziazione dei rifiuti abbia più efficacia su di me che su altre persone, la mia è proprio una passione per la segregazione della spazzatura, per l’apartheid della monnezza: l’umido con l’umido, l’organico con l’organico, l’inorganico a sè.

Non lo vivo nemmeno come un dovere civico, un obbligo morale stipulato da un contratto tra me e la società: nessuno mi obbliga a non fare di ogni rifiuto un sacco e a percorrere anche distanze serie per incontrare il cassonetto più adatto.
Ah, quello dei cassonetti giusti poi, è uno dei temi che più mi appassionano: quello del generico ce l’ho sotto casa, ma quando devo “buttare via” il vetro devo mettere in conto di buttare via un bel po’ di tempo o fare una bella passeggiata perchè in via Mameli se ne trova uno solo circa a metà. Quello della plastica invece l’hanno nascosto, da giorni non si trova, l’ultima volta l’hanno visto vicino agli ex carabinieri, ma circolano voci che se la stia spassando assieme alla campana della carta, in via dell’Argine. Passo la giornata a cacciare cassonetti, sembriamo giocare a rimpiantino (o, meglio a guardie e ladri) io e quelli della nettezza urbana, appena mi vedono uscire con un sacco giallo o azzurrino sanno già che devono scappare.

Non è, dicevo, per educazione, che mi ostino a differenziare la mia rumenta. Non lo è nemmeno per una ragione economica: non ci guadagno nulla, anzi, perdo del tempo. E’, forse, più per una questione antropologica, esistenziale se volete.

Nella mia relativamente breve esperienza di vita sono arrivato alla conclusione che gettare l’immondizia sia un nostro progressivo ricongiungimento con la madre terra, alla quale, biblicamente, prima o poi dobbiamo tornare. Bene, c’è chi lo fa in un’unica soluzione con tanto di pompe, cortei e prefiche e chi, invece, preferisce affrontare quest’impegno dividendolo in comode rate, giorno per giorno. Devo dire che, messa così, la cosa è molto meno gravosa. In sostanza, attraverso questa cura per l’inutile, l’incurabile, il rifiuto, cerco di ricondurmi io per primo alla terra, prima che sia lei a raggiungere me.
Nella mia immaginazione non penso affatto che i resti dei miei pranzi fisiscano nello sconfinato esilio di una discarica: li vedo invece ritornare a far parte della terra del mio orto e fecondarla, per produrre qualcosa di nuovo.

Ora, si può immaginare la mia frustrazione quando leggo sul giornale che la Provincia di Imperia è l’unica in Italia a non avere un piano di smaltimento dei rifiuti e rischia il commissariamento per evitare un collasso ecologico simile a quello tristemente noto della Campania.

La storia della spazzatura in provincia di Imperia sembra avere il destino segnato. Siamo di fronte ad una vera e propria speculazione immondizia.
Anni di appalti, di suddivisione di profitti, di alleanze, acquisizioni, joint-venture, proclami, riunioni, gare degli imperi del pattume sono stati inghiottiti dalle stesse discariche che le “Premiate ditte della Monnezza” (come le definì l’Espresso qualche mese fa) avrebbero dovuto gestire.

Le discariche di Ponticelli e Collette Ozotto sono infatti private e l’amministrazione pubblica ha dovuto patteggiare condizioni non sempre favorevoli per il loro sfruttamento.
Ad agosto l’attività a Collette Ozotto è stata sospesa a seguito di un provvedimento della Regione Liguria, emesso dopo che l’amministrazione provinciale aveva riscontrato che il gestore aveva già utilizzato gli spazi in assenza dell’Autorizzazione di impatto ambientale. Per la nuova discarica di Taggia in zona Colli (gentilmente offerta all’A.T.O. dalla passata amministrazione Barla in cambio di presunti vantaggi sull’ICI mai arrivati) la gara deve ancora partire. Gli accordi per l’inceneritore di Tolone sono saltati per questioni di confine.
I camion carichi della spazzatura dei 23 Comuni tra Sanremo e Ventimiglia che si servivano di Collette Ozotto, sono stati così dirottati su Ponticelli, inizialmente riservata ai comuni tra Taggia e Cervo. In breve lo spazio a disposizione è stato esaurito e ora solo un permesso di ampliamento di 180.000 metri cubi ha permesso di evitare una crisi.

L’ultimatum della Regione Liguria dovrebbe smuovere qualcosa nell’immediato, ma resta sempre una cosa. La “poubelle” nel ponente ligure, più che quella “agréée” “pattuita” e cioè regolamentatata della Parigi di Calvino, è “aigre” “agra” e rischia di diventare un boccone davvero amaro.

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