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Alla sagra del marketing territoriale

E’ proprio difficile essere un prodotto tipico al giorno d’oggi.
Te ne stai lì tranquillo, avvolto nella farina dei secoli prima che in quella  codificata sulla ricetta (guai a sbagliare); decanti ammuffisci stagioni buono buono tutto l’anno in cantina finchè un giorno d’estate, qualcuno ti osanna e ti festeggia in qualche sagra o festa paesana, di te fanno mattanza e si sollazza ogni tipo di pancia, fior di g-astronomi ti scoprono e ti iscrivono nel firmamento del gusto e sembra che non ci sia altra cosa più buona al mondo che il tuo speciale sistema di cottura, o quel ricciolo donatoti dalle ultime nerborute mani delle massaie locali, o quell’erbetta misteriosa che cresce solo all’ubago del tal monte; insomma proprio quando hai superato i tuoi complessi d’inferiorità con la grande distribuzione o, nei casi più gravi, una vera e propria crisi esistenziale, guai a sedersi sugli allori (soprattutto se non sono compresi nella ricetta, ovviamente), ti tocca a lottare, a combattere, a fare a pugni con altri tuoi simili per difendere un prestigioso vessillo locale.

Si chiama “marketing territoriale”.
Dicesi “Marketing territoriale”: quel complesso di attività che hanno quale specifica finalità la definzione di progetti, programmi e strategie volte a garantire lo sviluppo di un comprensorio territoriale nel lungo periodo. (Wikipedia)

In pratica, il marketing territoriale vuole arginare gli effetti della globalizzazione attraverso la valorizzazione delle risorse, usando le tecniche del marketing strategico maturate in ambito aziendale, valutanto gli assets locali e la possibile audience del prodotto e definendo poi un plan adeguato alla segmentazione del mercato (niente parura, non sono impazzito, ma bisogna abituarsi, questo è il linguaggio che sentirete in bocca a politici e amministratori per giustificare le loro scelte).

Ora, esistono molti esempi, consapevoli o no di marketing territoriale. Lo è, di per sè, tutto il sistema attorno a un prodotto tipico che ha raggiunto un certo livello di notorietà, come il pesto genovese, ad esempio, che garantisce un certo ritorno, oltre che ai produttori di Basilico di Prà, anche a ristoratori, alle aziende che lo producono e dunque, rappresenta una “risorsa” importante per l’assetto economico di tutta la provincia di Genova.

Altri prodotti, invece, beneficiano di una storia, una leggenda più o meno vera, capace di esaltarne il gusto o le qualità: è il caso della famosa “Michetta” di Dolceacqua. (Sospetta invenzione del maestro Barbadirame).

E come questi ci sono moltissimi altri esempi in cui condizioni storiche, culturali, sociali, metereologiche e antropologiche hanno portato alla nascita di un modo di mangiare piuttosto che di dire o di fare. In ciò, pure, ci distinguiamo noi esseri umani: nei costumi.

Ma oggi è possibile “inventare” un piatto tipico da zero. Lo hanno appena fatto a Diano Marina con i “Dian” (Il Secolo XIX 31 agosto 2009).

E’, il Dian, “una sorta di medaglione di pasta di forma ovoidale, con impresso nel centro il grifone dello stemma di Diano Marina contornato dal nome della località balneare”, nato “per dare ulteriore impulso al settore del turismo”.

Il Dian è dunque, a tutti gli effetti, una pura operazione di marketing territoriale, una strategia pianificata a tavolino per far passare, letteralmente, il nome di Diano Marina di bocca in bocca. Ed è già agguerritissimo, competitivo sul mercato, avendo già ottenuto la prestigiosa De.Co., attestazione che i suoi pari (ops, pardon, “competitors”) come il salame di Sant’Olcese, il turtun di Castelvittorio, la michetta di Dolceacqua e i battoli di Uscio hanno faticato non poco a conquistare. Deve avere qualche santo in Paradiso, questo Dian.

Si capisce già in che direzione stiamo andando. Tra poco i Corzetti della Val Polcevera sgomiteranno con la Frandura di Montalto, i fagioli di Pigna con i loro terribili cugini cinerini della Val di Vara e la Susina “bale d’anse” se la dovrà vedere per forza con il Brandacujun di Badalucco. La cartina della Liguria si riempirà di bandierine e zone colorate a seconda della tal De.Co. o Igp o Doc.; andare a mangiare nell’entroterra diventerà una partita di risiko gastronomico, oltre che un salasso al portafogli, visto che, con la scusa delle sigle, i prezzi dei prodotti tipici lievitano a dismisura.
Ma tant’è. E’ il marketing territoriale baby.

Il Dian ha già sconfitto i Sugeli, antico piatto tipico di Realdo, ma, ahiloro, molto meno tutelati mediaticamente e, a quanto mi risulta, privi di sigle e epitteti.

Segno dei tempi? Tra cinquecento anni ricorderanno l’antica storia del Dian nato per competere con il Salame di Sant’Olcese?
Ai posteri l’ardua sentenza.

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