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In paise piau a botte

Rileggendo la poesia del post precedente, mi è venuto in mente l’immagine di Taggia come un pugile all’angolo. Taggia è un paese che tutti finora hanno preso a botte. Ma i mugugni non servono a niente. E’ ora di reagire e trovare nuove forze. Così ho scritto questa poesia:
 
Aù che e mesüe i sun rutte
che ne resta e lagrime per ciange
da Beuzì fin lazù inte Grange
dimùu: i n’han piau a botte.

Pe’ anni i l’han picàu,
cume in pugile int’in cantu,
tantu che i l’han quaxi amazau
stu paise d’incantu.

Per primi i specülatui
se sun ocupai de l’Arma
i gh’han lasciau ina bela urma
de palazzi, de pilastri, de urrui.

Pöi i sun arivai in ciaza Eroi.
N’han ditu: Aù scì fiöi,
i sun arivai cheli boi,
tranquili, a ghe semu nui.

L’eia gente che ben parla
de bon nome, in rima cun “perla”,
ma de botte n’han encìu a gerla.
L’è staita in’autra burla:

cae custruie sciu lettu da’ giaia
superattici pi’ assessui,
zentri cummerciali, cimitei
chi se deroca a’ prima féia.

Aù se parla de uspeai,
de rumenta, de bis Aurelia.
L’amu abassau a guardia,
urmai ne tremua zà i pei.

Ai urtimi corpi chi g’han dau
Taggia l’è cazua au tapeu,
e repiase l’è cuscì düu,
l’arbitru za u conta pu’ knock out.

Ma prima cu arive u dexe,
taggiaschi miamuse in ti oiji,
criamu, famu sentì a nostra vüxe.
Perchè gh’è ina Taggia che nu ti vei,

gianca, negra, gialla e russa
növa, in po’ de tutti i cüui,
ca l’ha drente ina forsa
da tià corpi cume Cassius Clay.

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Ospedale unico. La beirutizzazione avanza

La decisione di realizzare l’Ospedale Unico della Provincia di Imperia nell’aera a monte della stazione ferroviaria di Taggia, è l’ennesima conferma della tendenza che da 50 anni a questa parte sta cambiando definitivamente il volto della Provincia di Imperia e, nel caso specifico, la Valle Argentina.

I liguri, soprattutto quelli di Ponente, sembrano avere aperto un conflitto con la loro terra: dal secondo dopoguerra a oggi la vedono soltanto come pura fonte di reddito piuttosto che come una casa ospitale, è ormai un nemico da domare piuttosto che una madre accogliente.

 

Un caso su tutti. Arma di Taggia. Quando si cominciarono a costruire i primi alberghi, i condomini e le seconde case destinate per lo più al turismo – edifici utilizzati si e no tre mesi l’anno – nessuno si rese conto di nulla. In una terra a prevalente economia agricola, dove la floricoltura garantiva ancora largo sostegno all’economia locale, potevano ben venire due o tre palazzi a irruvidire il panorama verso il mare, se il tornaconto personale dei costruttori era ottimo e l’introito derivante dalle ferie dei vacanzieri estivi apportava sicuri benefici. Ma non ci si preoccupò neppure quando i palazzi, che crescevano senza alcuna o quasi pianificazione, cominciarono ad aumentare e a trasformare progressivamente un piccolo borgo di pescatori in una periferia dislocata di Torino o Milano, in cui, però, a causa dei pilastri e dei plinti, le vie sono strette e trovare parcheggio d’estate è impossibile. Nemmeno ci si preoccupò molto dell’aspetto estetico di queste costruzioni, venivano su con architetture arbitrarie, partorite dalle menti pragmatiche di geometri con la matita veloce.

 

 E’ cominciata allora quella che si può chiamare “beirutizzazione”. Dicesi beirutizzazione l’edificazione selvaggia e arbitraria di palazzi senza nessun contributo estetico o architettonico, costruiti da una comunità poco coesa e senza valori comuni sul territorio. La città che ne è vittima assomiglia sempre di più alla Beirut devastata dalle bombe negli anni ‘80 e ricostruita alla bell’e meglio, in cui palazzi sventrati e nuovi convivono fino ad amalgamarsi in un catino unico di cemento.

 

Sono bastati 50 anni per ridurre gran parte di ciò che circonda l’Aurelia da Santo Stefano a Ventimiglia in una congerie di costruzioni ed edifici di scarsa funzionalità e dubbio gusto.

La Liguria vera, come diceva Francesco Biamonti, comincia a due o tre chilometri dalla costa, lontano dalle strade litoranee e dal traffico. Solo lì, ancora, si possono ritrovare i profumi e le sensazioni che la contraddistinguevano una volta e che la beirutizzazione ha spazzato via.

 

Ultimo capitolo di questo fenomeno è proprio l’Ospedale unico del Ponente ligure. Solo che in questi ultimi anni, oltre che dai privati, la speculazione sul territorio avviene ad opera delle istituzioni. Dallo scrupolo del privato che aggiunge una o due stanze al vecchio casone di campagna si è passati alla necessità delle pubbliche amministrazioni di quantificare il proprio operato in base ai metri quadrati di terreno ricoperti, al tentativo di colmare la sostanziale inefficienza delle infrastrutture con il progetto di nuove e faraoniche opere. Si pensi ai porti e all’impatto che stanno avendo sulle coste della provincia.

 

L’area in cui si è appena deciso di realizzare l’Ospedale è tradizionalmente occupata da orti, serre e mandarini, destinata ad un’economia di tipo agricolo con costruzioni non più alte di tre metri e scarsissimo impatto ambientale. Un casermone di diversi piani come è ipotizzabile e di cui abbiamo visto la suggestione sui giornali sarebbe il definitivo tramonto paesaggistico di una valle conosciuta in tutto il mondo per essere patria della Taggiasca. Chi verrebbe a Taggia credendo di trovare soltanto uliveti, come in Puglia, come in Sardegna e in Spagna, troverebbe invece soltanto cemento. Tanto più che un’area già pronta all’uso c’era: quella delle Ex Caserme Revelli, un grande complesso militare in disuso per il quale da anni si attende una destinazione ma che nemmeno le potenti amministrazioni precedenti sono riuscite ad intaccare. La giunta avrebbe in mente per le Ex caserme Revelli un progetto che ancora non ha deciso di pubblicare. Speriamo sia davvero qualcosa di eccezionale, almeno tanto da compensare la perdita del verde e l’imponente mole del nuovo ospedale.

 

Subito pensavo fosse un problema economico. Quella del ponente effettivamente è una società, un’economia che non sa fare a meno del cemento e dell’edilizia in tutte le sue forme: abusiva, condonabile, spontanea, auto costruita, prefabbricata, privata, pubblica, mista. Forse è pure una questione di distribuzione della polazione: il territorio effettivamente abitato, la stretta fascia costiera, è sempre più densamente popolato, tutto vi si concentra e questo comporta una serie di problemi dovuta all’assicurazione dei servizi, dalle autostrade agli alberghi alle stazioni e quindi anche gli ospedali.

Anche gli aspetti economici contano non poco, oggi la floricoltura è in crisi, ma non si è ancora riusciti a sostituirla con qualcosa che assicuri lo stesso supporto. E a parità di resa, bisogna però considerare che l’agricoltura è sempre e comunque reversibile, invece l’edilizia mai: si spegne una volta chiusi i cantieri.

 

Ormai, però, penso che il problema vada posto sotto il profilo antropologico.

Oggi è chiaro che i liguri di Ponente non sanno guardare alla propria terra così per come essa è, ma devono continuamente ingaggiare una lotta con essa, cercando di modellarla secondo i propri comodi. Probabilmente è sempre stato così, ma i mezzi una volta erano poveri e gli effetti si notano soltanto ora. Siamo di fronte a cambiamenti epocali.

L’ospedale unico non ci guarirà dalla nostra peggiore malattia: quella autodistruggerci, di combattere la nostra terra invece di amarla.

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