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La speculazione immondizia

E’ l’ultimo ritrovato nel settore degli affari rivieraschi. L’ultima moda in fatto di creazione e soddisfacimento di bisogni, consumi, necessità primarie. L’ultima idea che poteva venire per superare la vetusta “speculazione edilizia” che dalle colline e dalla letteratura è scesa fino in mare e ormai la fanno tutti in Riviera, non se ne può più. E’ la speculazione immondizia.

Il meccanismo è molto semplice. Prendi una zona, possibilmente una tesserina mancante nell’intricatissimo puzzle delle concessioni edilizie. Assicurati che ci passi vicino una strada carrozzabile, in modo da poterci trasferire un arsenale di caterpillar e farci passare 20 compattatori della spazzatura al giorno. Partecipa alle gare d’appalto con offerte talmente basse che a chiunque altro sudino i lobi. Poniti come l’unica soluzione al problema di dove mettere i rifiuti, in modo che sindaci e assessori possano dormire sonni tranquilli.

E’ quasi fatta. Sì, perchè questo tipo nuovo di speculazione ha l’unico difetto di non essere rapida come quella dei palazzi. Per il calcestruzzo, tra concessioni, progetti, tutele, rinvii e approvazioni definitive, ci vogliono si e no due-tre anni. Ma intanto vendi gli appartamenti, regali gli attici ai politici, ti barcameni un pochino. E poi i palazzi vengono su, svettano sull’Aurelia. Tutta pubblicità.

La speculazione immondizia è invece roba da endurance, quasi una pratica ascetica. Non ci vogliono due anni, ma, nei casi migliori, dieci o dodici. Infatti, una volta trovato questo luogo ideale lontano da tutto, in modo da sedare qualsiasi attacco di panico da Nimby, puoi chiamarlo tranquillamente “discarica di inerti”, o “centro conferimento RSU” e mettere su il business. Ma dopo non puoi far altro che aspettare.

Il vero speculatore immondizio (non è un refuso, ma un neologismo) non ha fretta: è capace di stare stagioni, mesi, anni, seduto ad aspettare che il suo capitale cresca. Il suo gruzzoletto è quanto di più schifoso possa esserci, ciò che tutti allontanano da sè come la peste: bucce di patata, scatolette vuote di tonno, flaconi di detersivi, bottiglie di vetro, vasetti di plastica, pannolini. Chi gli porta tutta quella roba non vuole altro che liberarsene nel più breve tempo possibile. Non fa discriminazioni tra vetro, PVC e carta, sarebbe uno spreco inutile di energie. Del resto, da anomino saggio della montagna, nel suo ascetico ritiro, è pronto ad accogliere tutto anzi, sa che meno si separa meglio è perchè la discarica si colmerà prima.

Calendario dopo calendario, giorno dopo giorno, segni il tempo con tacche e strisce, come l’Abate Faria nella cella dello Chateau d’IF. E’ dura. E non mancano le frustrazioni. I tuoi amici palazzinari girano in Lamborghini. I tuoi compagni della Camera di Commercio costruiscono porti. Qualcuno è già a Montecitorio. E tu no, ancora lì tra i gabbiani e i topi, a vegliare il tuo mucchietto di rumenta. Che però cresce, cresce, fino a colmare il luogo che tanti anni fa avevi scelto.

Poi magari arriva la Regione a dirti che non sei in regola e vuole chiudere la tua attività. Poi arrivano gli ambientalisti a dirti che sei una bomba ecologica. E se succede meglio fare le valigie: ti toccherebbe una costosa bonifica.

Ma è proprio quello il momento più duro, quello da superare. Ma tu devi resistere, fidandoti solo di te stesso e del loro inesauribile bisogno: allontanare da sé i loro rifiuti. Sai che non ci sono alternative, non sanno più dove mettere la spazzatura che continuano a produrre a tonnellate.

Poi, proprio quando tutto sembra crollarti addosso, ecco, le cose cambiano. Arriva un commissario e decide che l’unico posto buono per accogliere i rifiuti è ancora una volta il tuo.

E’ allora ti rendi conto del valore del tuo business: non è come i palazzi che, una volta fatti e venduti, non se ne parla più. Con la rumenta è come per le pompe funebri: c’è sempre lavoro. Dopo tanto parlare, tante accuse e tante peripezie, alla fine non resti che tu. Aspettare tutto quel tempo: ne è valsa la pena.

Ora sei tu a decidere. Fai il tuo prezzo. Sono 150 euro a metro quadro per 120 mila metri quadri: 18 milioni di euro. Diciotto milioni tondi tondi e gli rivendi la loro rumenta che hai custodito per anni.

Se volete diventare “speculatori immondizi” ci sono delle ottime case histories in Provincia di Imperia.
Per saperne di piu leggete questo articolo di Marco Preve

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Il partito del cemento

Un libro che pesa. Non tanto per le sue quasi 300 pagine (si leggono d’un fiato, come un noir) ma per l’argomento: la nuova speculazione edilizia in Liguria.
“Il partito del cemento” Marco Preve e Ferruccio Sansa, (ChiareLettere, con Prefazione di Marco Travaglio) cade come un macigno – ops, mi correggo, come un pilastro – sulle speranze di chi ancora crede che sia possibile fare qualcosa per la salvezza dell’ambiente del Ponente Ligure.

Non c’era bisogno di un libro per capire che le cose da noi non si sono messe troppo bene: ovunque, da Sarzana a Ventimiglia è tutto un solettare, uno sbancare, un tripudio di plinti, di betoniere, di cazzuole e di mattoni.
Nel ponente ligure ciò è ancor più manifesto. Da almeno 30 anni la sottile striscia di terra compresa tra il mare e i tre chilometri dalla riva non esiste più. Francesco Biamonti era stato uno dei primi ad accorgersene.

Nessuno però aveva ancora avuto l’ardire di dirci perchè e come ciò avviene. Il libro di Preve e Sansa ha il grandissimo merito di descrivere le trame, i giochi, gli artifizi, le fondamenta vere e proprie dell’edilizia nel Ponente.
Ne emerge una rete di poche “raffinatissime” menti senza molti scrupoli, che, nel giro di qualche anno, da qui al 2010, cambieranno i connotati, la faccia di una terra che considerano sempre di più come una loro proprietà privata.
Il futuro volto della nostra regione e del Ponente ligure è nei progetti di un gruppo di costruttori, imprenditori, banchieri (e qualche sottana porporata) fortemente collegati con la politica e le istituzioni, idolatrati dai media locali.

Qualche dato. Sono tre i milioni di metri cubi di nuove costruzioni che a breve vedremo spuntare da Sarzana a Ventimiglia. 37882 metri quadrati di edilizia residenziale, 51601 di uffici e negozi, 19122 di alberghi, 33918 per le attività di artigianato, 11007 per i posti auto. Queste le cifre approssimate presumibilmente per difetto, del futuro ligure, a fronte di altre che si approssimeranno invece per difetto, ovvero la popolazione che continua a diminuire (da 1.593.136 abitanti nel 2005 ai presunti 1.435.361 del 2025). Dunque non si spiega chi occuperà quei soleggiati loft, quegli splendidi “bilocali a due passi dal mare” di Borgo Lampedusa, di “Baia Verde” a Ospedaletti, nemmeno cosiderando un cospicuo aumento dei trend dell’immigrazione.

E poi ci sono i porti. Secondo quanto hanno programmato gli amministratori locali, nei prossimi anni i liguri, oltre a riprodursi come conigli, si riscopriranno anche gente di mare, cosa che, soprattutto nel Ponente, non è mai stata. Nel 2000 i posti barca in Liguria erano 14500, ma oggi, nei 49 porticcioli, ci sono 20500 barche. Ma sono già pronti piani per un loro successivo aumento, con progetti finanziati da fondi europei. E bisogna considerare che i porti hanno un impatto ambientale ben maggiore di un condominio: il cemento scende direttamente in acqua, si appropria per la prima volta di spazi non tradiziomalmente umani, i più delicati per l’equilibrio degli ecosistemi marini. E dire che siamo nel “Santuario dei cetacei”: con tutto questo circolare di barche, motori, eliche e scafi, sinceramente, se fossi un delfino, mi terrei bene alla larga dal venire in Liguria. Il Santuario rischia di diventare un sacrario.
In provincia di Imperia sappiamo già che a Imperia nascerà uno tra i più grandi nel Mediterraneo, un altro a Santo Stefano al Mare sta per essere ultimato (sono nemmeno 6 miglia marine, con un buon ponente a vela si fanno in mezzora, hai visto mai che non sia una soluzione ai problemi di circolazione sull’Aurelia), poi agli Aregai, (cattedrale nel deserto ma ricca di boutiques per straricchi), poi a Ospedaletti (nonostante un vincolo ambientale driblato astutamente) infine, molto probabilmente a Ventimiglia, in barba a grotte marine, correnti e rare sorgenti sommerse che in tempi di siccità sarebbero una salvezza.

Infine ci sono i campi golf. In qualche modo devono pur divertirsi i futuri liguri. E allora bando ai vecchi giochi di paese, via le solite bocce e giù con mazze e caddy sulle colline di Castellaro, nel più artificiale dei divertimenti che l’uomo abbia mai inventato, uguale a Sidney come a Calcutta, per cui dove un tempo rotolavano le olive, ora corrono le top flite dei players monegaschi, con la sola differenza che non finiranno mai nella mola di un frantoio.

La “Speculazione edilizia” come la descriveva Calvino, è ormai un vago ricordo rispetto a quella di oggi. La differenza sta nel fatto che, se negli anni ’60 si costruiva spesso su iniziativa personale, privata, (dalla villetta di famiglia al condominio dei primi cumenda che investivano sul mattone), oggi l’aggressione è istituzionalizzata e quindi potenzialmente molto più dannosa, perchè avvallata dallo stesso meccanismo che progetta le “Grandi Opere” e la sostiene quindi come un progetto di “sviluppo” per l’intero territorio.
La politica, il potere si sono così compromessi con queste speculazioni che dagli organi di rappresentanza, dalle sedute elettorali e dalle associazioni di categoria non ci si può aspettare nessuna difesa, nessuna presa di posizione. Per questo, chi legge il libro di Preve e Sansa depone quasi immediatamente ogni speranza di cambiamento.

Non c’è spazio nelle istituzioni democratiche per contrastare gli uomini (e le donne) del cemento.
Marco Travaglio nella prefazione parla di Striscia di Gaza, ma almeno lì, seppure duro, c’è un confronto, c’è qualcuno che reagisce, nel Ponente ligure, invece, oltre alla generale assenza di opinione pubblica che caratterizza l’Italia intera, c’è una sorta di omertà, di interessata rassegnazione, come se da parte di ognuno ci si aspettasse prima o poi di approfittarne. Come se i liguri stessi avessero finalmente voglia di chiudere i conti con questa terra che li fa soffrire.

L’unico barlume resta l’iniziativa dei singoli, di chi vede le cose da un punto di vista un po’ diverso.
Anche di questi il libro si occupa, dedicando il capitolo finale a chi dice no, a chi propone alternative, per chiudere con un utilissimo prontuario per chi, magari in spiaggia o al largo, alla prima boa, vuole esercitarsi a scovare gli abusi.

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