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La guerra Eternit

L’amianto

Da Repubblica 14 febbraio 2012
di Antonio Cianciullo

Quanti sono gli italiani a rischio amianto?
Perché intere zone del Paese sono minacciate da un minerale classificato come cancerogeno da mezzo secolo? Per rispondere a queste domande conviene partire dalle date. 1962: risulta provato il rapporto causa effetto tra l’amianto e una malattia incurabile, il mesotelioma pleurico.
1986: chiude la fabbrica Eternit di Casale Monferrato. 1992: l’amianto viene bandito. 2020: è atteso il picco dei tumori provocati da questa fibra letale.

«Tra il verdetto scientifico di estrema pericolosità e la reazione legislativa è passato un tempo troppo lungo», commenta Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente. «Perciò oggi milioni di italiani, probabilmente un terzo della popolazione, si trovano esposti a un rischio che poteva essere evitato con un intervento tempestivo».
A questo numero si arriva mettendo assieme le 7 aree con attività produttive basate sull’amianto (75 mila ettari, quasi quanto la provincia di Lodi), alcune discariche e gli altri 50 siti da bonificare, dove con buona probabilità ci sono materiali in Eternit. Infine va considerato a rischio chi ha vissuto vicino a un tetto o a un serbatoio in Eternit danneggiato dal vento e dalla pioggia. Dunque la vicenda giudiziaria non chiude il caso.
Restano le bonifiche da fare e — come ha documentato un lungometraggio appena uscito, Polvere — una contraddizione globale eclatante: solo in 53 paesi l’uso dell’amianto viene proibito. Il 70 per cento della popolazione mondiale è esposta a questa fibra mortale: 100 mila persone muoiono ogni anno per averla respirata.

I siti

L’Italia è stato il secondo produttore europeo di asbesto, o amianto: solo tra il 1946 e il 1992 ne sono state estratte e lavorate 3,7 milioni di tonnellate. Ma il brevetto del cemento-amianto, conosciuto con il marchio di fabbrica Eternit, risale al 1901 e da allora la produzione è andata crescendo. Un trend che continua anche oggi visto che nella maggior parte dei Paesi il divieto di uso per questa fibra killer non è ancora scattato.
La regione italiana più esposta è il Piemonte. Qui c’è il grande stabilimento di Casale Monferrato, dove negli anni di maggior produzione nella fabbrica Eternit lavoravano 2 mila persone. E qui troviamo la più grande miniera europea, quella di Balangero. Altri due punti critici sono non troppo lontani: la miniera Emarese, in Val d’Aosta, e la Fibronit di Broni, in provincia di Pavia. A completare il quadro infine gli impianti di Bari, Bagnoli e Siracusa.

Gli usi

Siamo abituati ad associare l’Eternit al profilo delle tettoie ondulate che sono entrate a far parte del paesaggio urbano un po’ trasandato, o ai vecchi cassoni dell’acqua che fino a qualche anno fa nei condomini venivano smantellati da squadre di operai attrezzati con tute protettive modello astronauta per evitare il rischio di respirare le fibre di asbesto. È l’aspetto più visibile di un’invasione che ha tenuto banco per tutto il ventesimo secolo.
Ma, purtroppo, la presenza dell’amianto non si è limitata a questo. È stata più invadente e mascherata. L’asbesto si trova in edilizia anche nei pannelli isolanti, nelle vernici, negli intonaci, nei rivestimenti delle condutture. E in città è stato a lungo nascosto nei freni e nelle frizioni, nella coibentazione delle metropolitane e degli autobus.
E ancora: nelle fioriere, nei tubi dell’acqua, negli oggetti d’arredo disegnati quando l’amianto era considerato innovativo.

Le bonifiche
Cinquantamila edifici da ripulire ma le Regioni sono in ritardo

In Italia, secondo le stime del Cnr, ci sono in giro 32 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto, un censimento parziale perché prende in considerazione solo le lamiere ondulate in cemento-amianto. Le Regioni hanno invece elencato 50 mila edifici da ripulire dell’asbesto.
Anche in questo caso i numeri sono sotto stimati (solo 11 Regioni hanno fatto il calcolo) ma rivelano una dimensione del problema inquietante: 100 milioni di metri quadrati di strutture in Eternit.
Tra le Regioni più avanti con le bonifiche troviamo la Lombardia che è comunque ferma al 18,5 per cento del totale, la Puglia (15 per cento), il Molise (7 per cento). Il Lazio dichiara di aver compiuto 3 mila interventi rimuovendo 10 mila tonnellate di amianto. In Italia abbiamo pensato a scavare le miniere per tirar fuori l’amianto, a creare le fabbriche per lavorarlo, a costruire le infrastrutture per assorbirlo.
Ma ci siamo dimenticati di pensare a un luogo in cui collocarlo a fine carriera.

Cinquantamila edifici da ripulire ma le Regioni sono in ritardo

In Italia, secondo le stime del Cnr, ci sono in giro 32 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto, un censimento parziale perché prende in considerazione solo le lamiere ondulate in cemento-amianto. Le Regioni hanno invece elencato 50 mila edifici da ripulire dell’asbesto.
Anche in questo caso i numeri sono sotto stimati (solo 11 Regioni hanno fatto il calcolo) ma rivelano una dimensione del problema inquietante: 100 milioni di metri quadrati di strutture in Eternit.
Tra le Regioni più avanti con le bonifiche troviamo la Lombardia che è comunque ferma al 18,5 per cento del totale, la Puglia
(15 per cento), il Molise (7 per cento). Il Lazio dichiara di aver compiuto 3 mila interventi rimuovendo 10 mila tonnellate di amianto. In Italia abbiamo pensato a scavare le miniere per tirar fuori l’amianto, a creare le fabbriche per lavorarlo, a costruire le infrastrutture per assorbirlo. Ma ci siamo dimenticati di pensare a un luogo in cui collocarlo a fine carriera.

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Lettera ai media sulla discarica del Vallone dei Morti

Questa lettera è stata spedita alle redazioni dei quotidiani del Ponente ligure.
Vi prego di farla girare il più possibile. Almeno per squarciare il pesante silenzio sceso su questa faccenda.

Gentile redazione,
vorrei porre l’attenzione sulla decisione recente dell’A.T.O. della Provincia di Imperia di realizzare una discarica in località “Vallone dei Morti” a pochi chilometri da Badalucco in Valle Argentina. La notizia è del 15 novembre, poi l’argomento non è più comparso su giornali e media, nessuno o poco spazio è stato dato alle opinioni della gente comune.

Vorrei sottolineare che la zona scelta per la realizzazione dell’impianto ha un elevato valore ambientale, storico e culturale per tutta la valle Argentina. Il Vallone dei Morti è infatti collocato tra i SIC di Ceppo-Armea e la ZPS di CeppoTomena. E’ una zona ricca di varietà biologica, animale e vegetale: oltre ad una delle rare foreste di lecci e carpini del Ponente, ospita l’habitat di specie non comuni ad una tale prossimità con il mare, come il biancone e l’aquila reale, il primo probabilmente nidificante, la seconda come area di alimentazione. E’ noto a tutti che nel sottostante rio Oxentina vivono i gamberi di fiume, mentre lì sono stati avvistati anni fa gli ultimi esemplari di lontra in Liguria.

Dal punto di vista culturale e storico, il vallone dei Morti è a due passi dalla Madonna della Neve, luogo “sacro” per i badalucchesi (sia per questioni religiose che per questioni storiche legate alla Resistenza) ed è esattamente di fronte all’eremo della Maddalena, luogo “sacro” ai taggiaschi. Questi luoghi hanno bisogno di rispetto, innanzitutto da parte degli amministratori.

Mi risulta che non sia stata ancora avviata una Valutazione di Impatto Ambientale per tale opera.

La situazione riguardante la spazzatura in provincia di Imperia è grave, ma non giustifica questa scelta avventata e frettolosa, che rischia di compromettere un luogo di valore.
Inoltre Il Vallone dei morti sarebbe una discarica di servizio dell’impianto di Colli, sopra Taggia. Ma essa è piuttosto lontano e dunque i camion dovrebbero percorrere la Valle Argentina per un bel tratto compromettendo viabilità, stabilità stradale e con un non trascurabile impatto sull’inquinamento atmosferico.

Probabilmente il comune di Badalucco farà ricorso al TAR Ligure. Ma oltre a intraprendere azioni legali, occorre sensibilizzare gli amministratori e l'”opinione pubblica” del Ponente Ligure, sulla possibilità di un’alternativa. Oltre al fatto che non si può continuare a usare l’entroterra per nascondere la polvere sotto il tappeto.

Cordiali saluti
Giacomo Revelli

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