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La terra s-promessa

Siamo i ragazzi di oggi, cantava Eros Ramazzotti in “Terra promessa“, nel 1985.
Ma dove sono sti ragazzi di oggi, mi son sempre chiesto. A volte li ho trovati, li trovo. A volte ne faccio parte. Senza saperlo. Di colpo, una situazione, una notizia, un fatto spiegano le cose mille volte meglio dei diagrammi dell’ISTAT. Come sabato sera.

Vado spesso a Ventimiglia. E’ alla frontiera che devi andare se vuoi capire la tua terra. La frontiera non è il confine. Le frontiere sono larghe linee d’ombra. Sono luoghi in cui le cose cominciano a cambiare ma sono ancora come prima. Poi sempre di più mutano, dalle cose piccole a quelle più grandi, (il colore delle linee della strada, i lampioni, le cabine del telefono, l’architettura dei palazzi, la lingua). Il tutto avviene senza che tu te ne renda conto. Cammini, ti volti e pensi, Toh, sono già dall’altra parte. Diventi il passeur di te stesso.

A Ventimiglia questo accade. C’è il pastis, le macchine targate 06, le Gitanes, l’euforia e il libertarismo dei francesi. Ma se non bastano i segnali stradali, le code sul ponte, i palazzoni beiruttati sul lungomare a ricordarti che sei in Italia, succedono anche cose che solo nel nostro paese, nell’Italia più Itagliana, possono accadere. Come quella appunto, di sabato sera.

I ragazzi di oggi li ho trovati sabato sera ad una festa sulla spiaggia. Quando siamo arrivati era appena incominciata. Bere, mangiare, musica gratis tra i pioppi e i pini d’Aleppo alla foce del rio Latte. Sul barbecue fumano bistecche, salsiccie e rostelle. Qualcuno ci mette addirittura un branzino. Giura di averlo pescato quel pomeriggio stesso. Cosa puoi desiderare di più in una sera d’estate.

Le ragazze sono tutte belle e sorridono. Ballano Bob Marley come i Beach Boys, punk, wave e ska, senza problemi. Restiamo lì a parlare e a goderci una birra o un bicchiere di vino. Non facciamo nè più nè meno di quello che farebbe una persona della nostra età in una situazione del genere. Del resto, alla TV, gli spot dei telefonini e quelli dei superalcolici sono pieni di gente che balla sulla spiaggia. Perchè le cose che vediamo in TV non si possono mai fare? Perchè dobbiamo collegare i nostri sogni alla Summer Card e poi non goderci la summer e basta? Forse la vita vera si è trasferita in TV, noi siamo un reality.

Infatti, l’illusione finisce subito. Sono le due e mezza quando arrivano i carabinieri. Arrivano proprio quando sul piatto gira “Ma il cielo è sempre più blu”. La musica s’interrompe. Sarà finita la benzina del gruppo elettrogeno, pensiamo. Invece no, la musica non ricomincia. I militari sono lì con le loro scartoffie. Giovani, sbarbati, seri. Lieve accento del centro. Guardano fisso, danno del lei. Ma glielo leggi negli occhi che vorrebbero essere dalla nostra parte, che ci sono stati per una volta nella vita, almeno. Il loro reality è peggio del nostro.

Scrivono, chiedono, indagano. Alla fine denunciano due persone.
Il giorno dopo i giornali spargono la loro solita paura per vendere qualche copia in più al bar nella curva di Latte:
“Festa abusiva in spiaggia con 50 giovani, due denunce”, il Secolo XIX

“…50 giovani stavano ballando sull’arenile. Si tratta di ragazzi della zona, anche in evidente stato di ebbrezza”, SanremoNews.

Ma da quando è abusivo divertirsi in provincia di Imperia? Da quando ballare sulla spiaggia è reato? Da quando in Liguria i giovani sono un problema?
Ci voltiamo, guardiamo a ponente. In linea d’aria, a solo 500 metri, c’è la frontiera. Questa è una terra s-promessa.

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Paura e delirio ad Agaggio

La corriera percorre la strada di sopra, quella costruita perchè giù doveva esserci la diga. Nel primo tratto c’è la salita e il motore è stanco e sforza se non lo tieni su di giri. Ma Enzo quelle curve le conosce a memoria, potrebbe farle ad occhi chiusi. E li chiude, infatti. Per un istante pensa ad un’altra settimana passata a guidare quel cassone su fino a Triora e poi a tornare giù a valle. Sempre puntuale. Oggi è primavera. Non vede l’ora di essere a casa. C’è la Sanremo.

A Badalucco non è salito nessuno, anzi sono scese due ragazze con gli zainetti dipinti. Ancora poco e scaricherà gli ultimi tre gatti saliti in Riviera, anime perse che s’arrampicano nel buio dei monti. C’è la Emma, una vecchietta con le borse del super Basko. La carica sempre ad Arma, tutti i giorni alla stessa ora. E’ un po’ come se fosse il suo chaffeur. E poi due ragazzini con l’Ipod seduti come al solito nei sedili in fondo. Non s’è mai spiegato perchè i giovani scelgano quei sedili dove si patisce di più, roba da travelgum.
Uno, quello paffuto, un po’ sfigato lo conosce di vista: succede così con i ragazzi. Li vedi crescere dalla prima alla quinta liceo, t’affezioni a tutto, ai jeans a vita bassa, alle Converse, ai brufoli. L’altro no, non l’ha mai visto. Dev’essere uno nuovo. Meglio così, c’è ancora qualcuno così pazzo da salire ad abitare a Molini.

Comincia la discesa. Enzo mette il freno a motore. Adesso la vecchia Iveco sembra una barca con il vento in poppa. Il volante è dolce, le curve basta pennellarle, Lilù! Lilù!, un colpo di clacson, caso mai ci sia qualcuno dall’altra parte. Tra poco c’è Molini, ad Agaggio inutile fermarsi, non ci abita nessuno.

Ma quando passa davanti all’Osteria del Cinghiale Bianco la Emma s’avvicina. Non vuole scendere, no, lei di solito scende a Molini. Ce l’ha con quei due, laggiù in fondo. Fumano. E che spuzia! Ma non è proibito? Beh, sì, le risponde Enzo, è vietato fumare. Ma sono ragazzini, le dice, Tra un po’ siamo arrivati, apra un po’ il finestrino. No! U l’è freidu! A g’ho a cervicale, a me piu a brunchite.
E va bene. Non resta altro da fare.

C’è il monumento ai Partigiani ad Agaggio. E’ una strana piramide, proprio lì, all’incrocio tra Agaggio e Agaggio superiore. Lì c’è pure la fermata e poco più in là l’alimentari-edicola. Non è una metropoli, Agaggio. L’Iveco blu si ferma. Enzo mette il freno a mano. Lascia il motore acceso.
Ehi, ragazzi, smettetela di fumare. Dà fastidio alla signora Emma, E chi è la signora Emma? Non può aprire il finestrino?, No, fa freddo. Dai ragazzi, smettetela. Tra un po’ siete arrivati e potete fumare tranquilli a Molini, E se io volessi fumare qui, adesso?, a parlare è quello nuovo. Ha un accento strano, senza la conchetta finale tipica della valle Argentina. Allora devo dirti che è vietato. Non vedi il cartello? Vietato fumare, E se volessi fumare lo stesso?, il ragazzo continua. Ha il berretto con la visiera piegata e calzato appena, come se gli fosse stretto. Ma si vede che è tutto studiato. E’ di moda. Beh, allora devo farti scendere, Ah, hai sentito il tipo Danilo? Dice che ci fa scendere. L’altro, il tipo paffutello non lo guarda negli occhi, forse è perché sa di avere torto, ma non reagisce, Avanti, spegnete le sigarette oppure scendete. Dai che viene tardi, Che zuventù! Ah! L’avescimu fau nui de rispunde cuscì! Uh! Me paie u me sunava cume a campana de Glori!, la signora Emma incalza, Tu stai zitta vecchia strega, le dice il ragazzo con il berretto, Ma va! Si dice Bazura! aggiunge l’altro.
Adesso basta, scendete, forza. Enzo torna al posto di guida e apre la porta di mezzo.

La vecchia Iveco blu riparte. Alla fermata, vicino al monumento dei Caduti della Resistenza, ci sono due ragazzini con gli zaini e l’Ipod nelle orecchie. Uno ha un berretto calzato male. Hanno smesso di fumare. Urlano e fanno gestacci: Non finisce qui!
Sulla corriera la signora Emma ringrazia. L’ha faitu propriu ben sciù autista, propriu ben! Autru che educaziun, mi a ghe n’aveea dae fia due se nu fusse pe’ a cervicale!

Ma Enzo non è contento. Ci ripensa quando la Emma scende e la corriera a Triora ci sale vuota. Cinque minuti di pausa. Un caffettino al bar. Un occhio alla TV accesa. Sono già sul Berta. Madonna quanto pedalano. Non c’è nessuno in fuga, il gruppo è compatto. Forse se farà presto riuscirà a vederli passare ad Arma al Quadrivio Rossat. Tanto chiudono il traffico.

L’Iveco riparte vuota. Lui lo sa. Chi è salito a Triora non ha ancora voglia di scendersene. E’ troppo presto. Forse la prossima corsa sarà completa. Così in discesa può lasciarla scorrere un pochino. Pensa ai ciclisti sul Berta.
A Molini sì, di solito c’è qualcuno. Due tedeschi con gli zaini che sanno di bruss. Una ragazza con gli occhi neri e la treccia. Una coppia di signori con un cavagnetto di verdure. E un tipo robusto, stempiato e in maglietta anche se fa piuttosto freddo. Sale con la sigaretta. Ci siamo di nuovo, pensa Enzo, Ma cos’è oggi? La giornata del fumo e quella degli stronzi insieme? Non ha il tempo di chiudere la porta che il tipo gli si avvicina, Senti un po’, faccia di merda, parla con la sigaretta tra i denti, Che cazzo combini, fai scendere la gente quando ti pare a te adesso?, Scusi? Che dice? Enzo tenta l’approccio educato, del resto è sempre un servizio pubblico, Come che dico? Testa di cazzo, perchè hai fatto scendere mio figlio?, Ah, e così lei sarebbe il papà di quel ragazzino di prima. Complimenti, bell’educazione. Dovrebbe insegnargli che certe regole in pubblico si rispettano e che… Enzo non ha il tempo di rispondergli che si vede arrivare in faccia un destro secco. E’ un po’ come quando, salendo a Triora, l’Iveco incrocia uno dei camion delle cave di ardesia. Solo che con il volante Enzo è più bravo a sterzare. Spero che adesso hai capito, dice il tipo scendendo dal bus, non ti saresti mai dovuto permettere di fare ciò che hai fatto a mio figlio.

Questa storia è accaduta davvero. Non in una banlieu di Parigi o Marsiglia. E nemmeno a Scampia o alle Lavatrici di Prà. La follia sabato s’è fermata ad Agaggio. Il Secolo XIX ne ripostava la notizia. Nell’edizione online c’erano più di 100 commenti.

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