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San Biagio della cima ultimi avvisi ai naviganti

Bello il “Seminario-laboratorio internazionale sul paesaggio” di sabato 15 gennaio a S.Biagio della Cima. Bella l’ambientazione: il paese di Francesco Biamonti, di cui ricorrono i 10 anni dalla scomparsa. Scrittore sensibile, che ha contribuito molto al discorso sul tema, Biamonti è vero genius loci di questo tratto di liguria, come lo ha definito il prof. Meschiari, antropologo dell’Università di Palermo. Belle anche le intenzioni: che anche nella pianificazione territoriale e ambientale vengano coinvolti artisti e poeti, coloro che “sentono” il paesaggio, oltre che viverlo soltanto. Bella, infine, l’idea di cominciare questo discorso, in Italia e in provincia di Imperia, soprattutto, luoghi in cui il consumo di suolo (e di costa, di litorale, di mare) ha raggiunto negli ultimi anni percentuali apocalittiche.

Ma, forse proprio per questo senso di fine ratealizzata del mondo, dopo le profonde disquisizioni di Le Breton, antropologo dell’università di Strasburgo, l’epistemologia paesaggistica di Matteo Meschiari, le dotte conferenze di Massimo Quaini, Giorgio Bertone (Università di Genova), la colta relazione di Giuseppe Conte e l’intevento della rockstar Serge Latouche (aveva un seguito di fan e sostenitori degno di Mick Jagger), rimane ancor più l’impressione che, almeno da noi, il tempo sia scaduto, che la porta sia stata sbattuta quando i buoi, sono tutti ormai irrimediabilmente scappati. Questo non per imperizia dei relatori o colpa degli organizzatori, tutt’altro.  Finora in Liguria s’è parlato troppo e troppo male di paesaggio era ora di affrontare bene il problema. E’ dispiaciuto non aver visto tra il pubblico coloro che sarebbero i diretti fruitori di questi argomenti: politici, funzionari, amministratori (presenti solo i sindaci di Perinaldo e Soldano, non certo il gotha del governo ligure). Assenti, soprattutto, imprenditori, immobilieri, costruttori.

L’incontro è stato seguitissimo, ma in platea si contavano soprattutto architetti, paesaggisti, urbanisti, antropologi, giornalisti, insegnanti, assieme a qualche coltivatore di mimose e olivicoltore locale. Visto per età, il pubblico era, in stragrande maggioranza tra i 50 e i 60 enni; pochi, contati, i giovani. Mancavano, dunque, coloro che sono in grado di cambiare, modificare, trasformare direttamente il paesaggio, attraverso scelte, progetti, decisioni operative, prospettive, strategie per il futuro.
In questo senso, il “Seminario-laboratorio sul paesaggio”, andava tenuto altrove, magari a Imperia, durante una riunione della Camera di Commercio, o a Sanremo, magari prima della – imminente – stesura del piano regolatore per l’edilizia, o ancora, a Ventimiglia, dove un ennesimo porticciuolo sta cancellando un tratto storico degli Scoglietti. Discorsi così profondi, dovrebbero farsi ogni qualvolta si deve intervenire sul territorio e si modifica quella cosa sostanzialmente democratica e collettiva che si chiama “paesaggio”. Oppure, quello di sabato è stato il “Seminario internazionale sul paesaggio “; perchè il “laboratorio”, invece, quello è già fuori, ci veniamo quotidianamente a contatto.
Il vero laboratorio non era dentro, in quell’aula gremita di gente sonnacchiosa o attenta che fosse; ma sull’Aurelia, sulle colline sempre più ricche di ville e villette e povere di olivi, o sulle coste, con sempre meno scogli e anfratti e sempre più gozzi e approdi. Insomma, belle parole, belle teorie, bei discorsi a San Biagio; ma poi si razzola male, malissimo, in tutto il resto della Riviera. Triste sentir parlare di etnosemiotica, di uso corretto della parola paesaggio, di “fallimento del produttivismo” e poi, spenti i microfoni del convegno, accorgersi che il produttivismo da noi non è assolutamente fallito, come dice il prof. Latouche, ma anzi non sostiene nemmeno dinamiche falsamente ecologiche: da noi non s’è mai superata la fase del laissez-faire, lasciateli fare, poi si vedrà.

Viene in mente che cosa diranno un giorno di questa civiltà gli archeologi del futuro. Ecco un’ipotesi: “Dei 150 miliardi di uomini che hanno vissuto sulla terra dall’inizio del genere umano, più del 60% ha vissuto di caccia e raccolta, circa il 35% grazie all’agricoltura, mentre solo il 5% in società industriali” (Meschiari). Riusciremo a sopravvivere alle durissime condizioni ecologiche che stiamo creando per noi stessi?

Parlare di paesaggio, “paesaggificarci”, quindi, soprattutto oggi, si deve. Perchè la mente umana è paesaggistica: geneticamente, siamo ancora gli stessi di 60 mila anni fa, cerchiamo hemingwayanamente le verdi colline dell’Africa per il nostro benessere. Accettare questo passato può aiutarci a spiegare l’esistenza di certe patologie sociali: siamo cacciatori-raccoglitori in un posto sbagliato. Capire e analizzare il nostro ambiente aiuta la nostra consapevolezza ecologica per la decrescita.

Emerge dall’incontro che c’è una parte di liguri che continua a lottare con la propria terra e a modificarla, adattarla, cambiarla con l’ambizione di migliorarla. E un’altra, invece, che s’interroga se cambiare o no il paesaggio, se sia giusto o meno trasmettere ai propri figli quella qualità selvatica e anarchica che sta nei boschi, nelle valli, nei torrenti o le infrastutture che consumano e infragiliscono il territorio.
Due modi, forse opposti, di amare la Liguria.

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Francesco Biamonti, scritti e parlati

Una raccolta di testi editi e inediti dello scrittore di San Biagio della Cima. Racconti, interviste e discorsi. La recensione

Tutti gli articoli che mentelocale.it ha dedicato a Francesco Biamonti
Stanno per fiorire le mimose di Francesco Biamonti, da qualche parte, lassù in una delle fasce attorno a San Biagio della Cima. Deve certamente averne tenuto conto l’Einaudi che dello scrittore ligure ha appena pubblicato Scritti e parlati, una raccolta di scritti editi e non, racconti, interviste e trascrizione di discorsi curata da Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti, con prefazione del filosofo Sergio Givone.

Francesco Biamonti, scomparso nel 2001, è stato lo scrittore della necessità, del silenzio, dell’attesa, del lampo improvviso tra i rami d’ulivo. Nei suoi romanzi troviamo una Liguria di Ponente in cui una civiltà contadina millenaria vive il suo lungo crepuscolo e dove, pur una realtà locale fatta delle consuetudini e dei tempi della natura, è rintracciabile il segno del passaggio della storia montalianamente intesa, quella che lascia sottopassaggi, cripte, buche, nascondigli e sopravvissuti.
Una scrittura di grandi tensioni liriche, ma anche di strappi, periodi brevi, macerie, come i maixei (dal latino maceries, appunto), i muretti a secco tra cui si muovono i suoi personaggi: uomini con un passato di mare tornati nel microcosmo da cui erano partiti senza rinunciare al loro nomadismo intellettuale; donne austere e diafane che si sono indurite a forza di aspettare, di una bellezza ossuta, mai regolare, come la terra che abitano. Biamonti è stato uno scrittore che ha saputo unire al proprio intimismo le vicende di un’Europa in cui esistevano ancora molte frontiere e, proprio lui, è stato uno dei passeurs che ci ha permesso di oltrepassarle.

Mancavano, per completarne il ritratto, alcuni dettagli che ne rendessero più chiara l’officina letteraria: i ritagli di giornale della sua attività di critico e teorico d’arte, le note per le presentazioni dei suoi libri, gli appunti presi spesso sul lavoro, sollevando lo sguardo tra scaglie di oliveti o mimose. Mancava, soprattutto, tutto ciò che riguardava il suo modo inconfondibile di parlare, la sua oralità. La raccolta di Einaudi colma queste lacune, arricchendole con una serie di scritti che coprono trent’anni di attività, dagli anni ’60 al 2001 e un’intervista inedita fatta allo scrittore da Giovanni Turra.

Gli argomenti sono eterogenei: si va da meditazioni su letteratura e idea d’arte, a recensioni di libri e mostre. Da essi però emergono indicazioni preziose per capire il mondo intellettuale di Biamonti in cui nulla era lasciato isolato. Il suo mestiere di scrivere: per rendere l’atmosfera delle nostre colline bisognava rarefare la scrittura, renderla il più possibile cristallina, portarla tra il sogno e l’agonia. La sua filosofia: l’uomo è l’essere delle lontananze, perché, come sottolinea Sergio Givone nell’introduzione, non coincide mai con sé stesso, ma trova il proprio sé nella mancanza e nel vuoto, in lui l’esistenza viene prima dell’essenza. Notevole l’attenzione alla luce, al colore, alla forma del Biamonti pittore: Per me il mare è questo contraltare luminoso alla terra, questa poetica della lontananza e della luce.

Diceva Calvino, che di Biamonti fu lo scopritore (fu lui a voler pubblicare L’angelo di Avrigue nel 1983), che i liguri si dividono in due specie, in due tipologie: c’è chi parte, lascia la sua terra e torna solo ogni tanto, e chi invece vi rimane per tutta la vita e ne diventa parte. Sono due modi di sopravvivere in una terra difficile, continuamente corrosa dalla natura e dall’uomo: chi parte decide di conservarla almeno nella propria memoria descrivendola intatta e nitida; chi resta cerca di adeguarsi al suo progressivo degrado facendone una metafisica.
Categorie che possono essere utili anche per definire analogie e differenze tre i due scrittori ponentini: l’uno eremita a Parigi, l’altro solitario coltivatore di mimose a San Biagio; scrittore dall’opaco uno, amante degli aprichi e dei cupi lampi di tenebra il secondo; razionalista, sperimentatore, scienziato della pagina Calvino, mentre Biamonti è lucido coltivatore delle parole di Mallarmé, Flaubert, Valéry.

Entrambi hanno amato profondamente la propria terra e ne hanno constatato l’inarrestabile scempio. Ma se Calvino ne denuncia le speculazioni e le soleggiate-tricamere-servizi, Biamonti ha assistito impotente al tramonto di una civiltà, quella dell’ulivo e canta l’addio ad una Liguria che si addentra nell’Erebo accecata dalla luce del Mediterraneo. Perciò, nella cronaca del suo incontro con Calvino, Biamonti si chiede il perché del distacco definitivo di Calvino da Sanremo e lo spiega solo ammettendo che questa città, come ormai sta accadendo a tutta la Liguria di Ponente, ha perso la sua anima, il suo nucleo originario.

Francesco Biamonti ha trasfigurato sé stesso nel suo paesaggio, ha scelto la via della metafisica come un ultimo estremo tentativo di salvarlo (e di salvarsi). Dalle sue parole può trarre consiglio chi questa Liguria se l’è trovata già decomposta e non ne ha nessuna colpa. Eppure ha già imparato e continua ad amarla.

Pubblicato su www.mentelocale.it il 4 febbraio 2008

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