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Votare stanca

Noi elettori, a primavera si sta come i manifesti elettorali per strada. Dopo anni di buongoverno, mesi di campagna elettorale e giorni di par condicio, alle elezioni ci s’arriva davvero stanchi, fiacchi, sfibrati. I politici non s’immaginano quanto pesante sia il nostro compito. Molto più del loro.
Ci son da valutare programmi, offerte, ammiccamenti; lusinghe, piaggerie, regalie; cerchiobottismi, colpi di spugna, inciuci. Ciò che non hai avuto in dieci anni te lo promettono per 60 giorni.
Abbiamo letto tutto: fondi, editoriali, interviste; dichiarazioni, smentite, repliche; precisazioni, proclami, diktat; sentenze, grida, anatemi.
Abbiamo la nausea di quando la storia fa a botte con la memoria.
Abbiamo partecipato, volenti o nolenti, a incontri, convention, tavole rotonde; cene, aperitivi, matineè; tribune, comizi, sproloqui; tenzoni, duelli, polemiche. In tv, in radio, sui giornali; sul bus, in panetteria, al bar; sul lavoro, a casa, in chiesa.
Ci hanno detto cosa faranno, cambieranno, manterranno; cosa separeranno, uniranno, aboliranno; cosa abbasseranno, alzeranno, contingenteranno; cosa tuteleranno, investiranno, riformeranno. Hanno promesso lavoro, salute, sicurezza; famiglia, welfare, PIL; pensioni, mutui, detrazioni; cultura, pari opportunità, ambiente. E anche che gli altri faranno tutto e il contrario di tutto di quello che faranno loro, che sono loro i veri cattivi, che chi non vota bene non fa nemmeno bene all’amore.
E noi buoni buoni a sorbirci tutto. Non un santino è andato perduto. Non un pasticcino è rimasto nei point elettorali. Non un palloncino rosso o blu è volato via.

Insomma, i politici come al solito han fatto solo il loro mestiere. Ma il mestiere di eleggere è molto più duro. Non ce ne voglian se siamo ancora indecisi. Se quella crocetta a pochi giorni dalle elezioni non sappiamo ancora dove metterla. E’ solo colpa nostra: siamo dei cattivi elettori.

Altrimenti, come ve lo spiegate che da quarant’anni non cambia nulla nonostante si succedano governi, giunte, consigli; alleanze, intese, patti; crisi, rimpasti, compromessi?
Non abbiamo forse mai imparato a votare. Non è così semplice mettere una crocetta su un simbolo, su un nome, su un polo; barrare una casella, vergare un “si” o un “no”; scrivere addirittura un cognome.
Spesso portiamo la tessera elettorale troppo vicino al cuore o al portafoglio, qualcuno la usa addirittura come bancomat. La usiamo una volta l’anno arrogandocene il diritto e poi discriminiamo magari quell’altra, sua sorella, quasi uguale, che serve per pagare le tasse.
E nel seggio, quando entriamo nel gabbiotto elettorale, lo scambiamo spesso per un confessionale: Dio ti vede, chiunque altro no. Ricordatelo.

In questo periodo, pare a noi stessi di vivere la vita segreta dell’urna: i nostri condomini sono alti come gli istogrammi degli exit pool; per strada al rosso ci si ferma, al verde si va, ma il giallo boh, a discrezione del rappresentante di lista; all’ipermercato non facciamo più la spesa: scegliamo chi governerà la nostra dispensa; a volte per una ruga o una piega sui jeans ci sentiamo nullità.
Ma il peggio viene dopo. Prima lusinghe poi puddinghe; prima ebbrezze poi certezze; prima individui poi residui. Diteci qualcosa di più, vorremmo avere più notizie di noi.

Dunque, non ne possiamo più, è un calvario. Votare, cari politici, stanca. E quest’anno alla fine, lo faremo ancora, andremo ai seggi con le borse sotto gli occhi e, tirandoci dietro flebo di sensi di colpa, decideremo ancora una volta per l’unico partito che ci priverà di questa fatica.

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