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Demanio o demonio?

Beni demaniali ai comuni. Prendere o lasciare?
S’è insediato da poco, pochissimo. Aldo Brancher, neomistro per l’attuazione del federalismo, già rinominato “per il decentramento” (per alcuni invece “ministro del legittimo sospetto”), non sa ancora nemmeno bene dov’è la bouvette (la prima volta ce lo ha accompagnato Calderoli), non ha ancora la sua autoblu (usa quella di Bondi), eppure s’è già messo al lavoro. Nemmeno chiarite le sue deleghe ed ecco la prima legge che attua il federalismo.

Che sia o no lui il responsabile, è un federalismo a macchia di leopardo quello a cui ci dobbiamo abituare. Si parte da quello demaniale. L’Agenzia del Demanio ha appena diffuso l’elenco dei beni che saranno trasferiti ai Comuni. Si tratta di ex caserme, rifugi antiaerei, terreni militari, fabbricati e strutture che lo stato ha deciso di “regalare” ai comuni. Un loro primo elenco è stato diffuso il 28 giugno. Si tratta però solo di una lista ufficiosa, quella completa uscirà entro sei mesi. Dopo i recenti tagli amministrativi della nuova finanziaria, i sindaci, ad una proposta del governo, si trovano come di fronte all’offerta di un piazzista: accettare o no?

Regalo? Truffa? Pacco? Se accettassero, in questo caso, si troverebbero proprietari di strutture spesso fatiscenti o poco redditizie, la cui manutenzione rischia di incidere ancora di più sulla collettività. In altri casi, alcuni terreni vincolati dal demanio sono stati a lungo richiesti dai comuni che, pur ospitandoli, non hanno potuto che constatare il loro progressivo degrado. Il loro arrivo oggi suona un po’ come una beffa. Scorrendo i nomi sulla lista, ne troviamo molti dalle nostre parti: le ex caserme Revelli per Taggia, l’Autoparco per Ventimiglia, il soggiorno militare di via Lamarmora, la zona del mercato dei fiori e il borgo terremotato di Bussana per Sanremo.

Chi li chiama gioielli, chi li chiama orpelli, a volte si tratta di situazioni non risolte da anni, in cui la gente ha cominciato ad arrangiarsi come ha potuto e qualcun altro ad approfittarne. Le ex caserme Revelli, ad esempio: l’ultimo che probabilmente ci ha fatto il servizio militare è Gianni Morandi. Poi, con la loro chiusura sono rimaste terra di nessuno, a volte davvero un problema per l’ordine pubblico. Ogni amministrazione succedutasi a Taggia ha sognato di costruirvi qualcosa: Barla e Gilardino vi vedevano un velodromo, ora Genduso spera in una piscina. E sarebbe ora.
Stessa sorte potrebbe toccare al soggiorno militare di via Lamarmora, per anni sede di vacanza mascherata da missione segreta di marescialli e generali dell’esercito. Ma la situazione potrebbe farsi critica quando Palazzo Bellevue, disporrà di Bussana vecchia. Nelle stanze sanremesi si parla già di polo turistico di attrazione, di strutture ricettive. Ma a Bussana vecchia molti degli abitanti reclamano ancora oggi servizi e si appellano all’uso capione, avendo ristrutturato e abitato da tempo la zona del borgo distrutto nel terremoto del 1887. C’è poi la zona del mercato dei fiori, valutata sui 6 milioni di euro e al centro di contenziosi tra comune e Ministero delle Finanze.

Le promesse del piazzista si fanno poi allettanti per l’Autopoarco di Ventimiglia se incrociate con la tanto attesa zona franca. Ma c’è il rischio che i comuni dicano no. In tal caso, come in un’asta su ebay, la parola passerebbe alla provincia e successivamente alla regione. In ogni caso, il comune si troverebbe senza risorse: qualora il bene produca reddito, questo verrà decurtato dai trasferimenti statali. Il rischio, come al solito, è che i comuni, messi alle strette, siano costretti a vendere quei beni. In tal caso, il 75% del ricavato dovrà essere impiegato per ridurre i propri debiti e il restante 25% risarcito allo Stato per un fondo destinato a ridurre il debito nazionale. Del resto forse si tratta di amenità della stampa: anche sul Guardian era uscito l’annuncio poi smentito della vendita di isole come Mykonos e Rodi per ripianare il debito greco. Tremonti anni fa promosse di vendere la Sardegna. Si sospetta dunque che dietro l’operazione non ci sia altro che l’ultima speculazione dei grandi gruppi edilizi, interessati ad acquisire le aree per i loro interessi.
Che dietro un regalo atteso e mai arrivato si nasconda l’ennesima “colata” sul nostro territorio.

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Orazione a N.S. dei Porticciuoli

Questa orazione è stata rinvenuta dentro un antico manoscritto conservato nell’ormai ex convento dei RR.PP. Domencani di Taggia. E’ dedicata a N.S. dei Porticciuoli, culto antichissimo ma sempre di grande attualità. Lo dimostra il fatto che sia in terzine dantesche. Forse che il Poeta sia passato a Ponente nelle sue peregrinazioni e abbia composto lui questo inno a Beatrice?

O Scignua du nostru su punente
donna de virtù e sentimentu
pe’ terra e sciù mà cuscì putente
da cangià l’eleziùn du ventu
nui te pregamu, aù, pu nostru bèn,
de sarvà a Riveia da stu turmentu
de pilastri, grü, rüspe e scimèn.

A tü a levamu dispeau u cantu
tü a supplicamu, man in man:
fa ch’in belu giurnu, cume d’incantu
au postu d’i plinti negri e grixi
de boschi verdi truvamu in mantu
e cun l’ambiente turnamu amixi.

Tü che de miàcüli ti ne fai
e dunde ti pasci, in pochi mexi
au postu d’i scöji sbeccài
se tian sciù maìne e porti
Impeia, San Luenzu, Aregai.

E duve gh’eia d’i uivi storti
l’è nasciùu u to’ gran resort
che nuatri vixitemu da morti.

Per tü, l’è urmai bellu sport
cunvinze scindeghi e assessui
che u to’ mudelu l’è ciù forte
e dopu i pepèi i ariva i maùi.

Tü che ti l’hai tantu talentu
ascurta e paole de sti’ belinui
nu vuremu miga tantu,
volgi a nui i toi begli öggi:
cumenzamu dau travajiu intantu;
che, cun sta crisi, au giurnu d’oggi,
nu te ragià, ne semu zerti,
vuremu ciù stipendi che urmeggi.

E se propriu te piaxe i trasporti
basta gözzi e approdi!
pensa l’utustrada e a feruvia;
eccu due semplici rimedi:
l’üna menu chèa, l’autra ben tegnùa.

Se invece i turisti te sun cài
imità a Costa Azura l’è düa:
porsche, yatch, aerei privai…
Nui l’amu natüa, uive, tradiziùn
a gente a vegne in amicizia
p’ù mà, p’u sù, pe’ mangià u cundijùn.

E se ti l’ami a giüstizia,
duna nui in po’ de paxe
fa’ che nu se mesce ciù cun l’edilizia.

Perdunine se a levamu a nostra vuxe:
séea ina grossa cruxe
che da pruvincia d’Impeia
nu reste ciù in belu quadru
ma sulu ina triste curnixe.

Traduzione

O Signora del nostro sol ponente
donna di virtù e sentimento
per terra e per mare casì potente
da cambiare la direzione del vento
noi ti preghiamo, ora, per il nostro bene,
di salvare la Riviera da questo tormento
di pilastri, gru, ruspe e cemento.

A te leviamo disperato il canto
te supplichiamo, mano nella mano:
fa che un bel giorno, come d’incanto,
al posto dei travi neri e grigi,
di boschi verdi troviamo un manto
e con l’ambiente torniamo amici.

Tu che di miracoli ne fai,
e ovunque passi, in pochi mesi,
al posto degli scogli sbeccati,
si tirano su marine e porti
Imperia, San Lorenzo, Aregai…

E dove c’erano degli ulivi storti
è nato il tuo gran resort
che noi visiteremo da morti.

Per te è ormai bello sport
convincere sindaci e assessori
che il tuo modello è il più forte
e dopo le carte arrivano i mattoni…

Tu che hai tanto talento
ascolta le parole di questi cretini
non vogliamo mica tanto,
volgi a noi i tuoi begli occhi:
cominciamo dal lavoro, intanto;
che con la crisi, al giorno d’oggi,
non ti arrabbiare, ne siamo certi,
vogliamo più stipendi che ormeggi.
E se proprio ti piacciono i trasporti,
basta gozzi e approdi!
pensa all’autostrada e alla ferrovia,
ecco due semplici rimedi:
l’una meno cara, l’altra ben tenuta.
Se invece i turisti ti sono cari,
imitare la Costa Azzurra è dura,
porsche, yatch, aerei privati…
noi abbiamo la natura, le olive, le tradizioni
la gente viene in amicizia
per il mare, per il sole, per mangiare il condiglione.
E se ami la giustizia,
dona a noi un po’ di pace:
fa’ che non si mescoli più con l’edilizia.
Perdonaci se alziamo la nostra voce
sarebbe proprio una grossa croce
se della provincia di Imperia
non restasse più un bel quadro
ma una triste cornice.

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