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Legal thriller de nuiautri

Dal processo Barla arrivano sempre novità esilaranti. Dichiarazioni fasulle, spionaggi, intercettazioni, tradimenti, agnizioni, soldi che compaiono e subito spariscono inghiottiti da portafogli rapaci. Ce n’è sempre una.
Ormai aspetto più le udienze del processo Barla & Bianchi che i legal thriller di Grisham o le puntate di Law & Order. Uno Scott Turow de nuiautri non potrebbe fare di meglio.

Premessa: gli attici delle Torri di Colombo, la Miami taggiasca, regalati ai politici in cambio di favori. Le case di Borgo San Martino edificate su zona soggetta a rischio alluvionale. Tangenti e concussione per il centro commerciale Shopville.

Sceneggiatura: Piani sequenza di uomini incravattati che discutono in corridoi angusti per poi scendere lo scalone davanti al palazzo della Provincia. Inquadrature di assessori che si allentano la cravatta e si fanno un bicchiere di buon Bourbon con la segretaria.

Poi la scena cambia. Siamo al casinò di Montecarlo. Un noto imprenditore fa la sua ultima puntata alla roulette. Non gli è rimasto molto, quelli che ha messo sul tappeto nel 13 rosso erano i soldi destinati a qualche sindaco locale. Rien ne vas plus! Esce il 17 nero. Vabbè, per fortuna quelli per lo champagne e l’escort di lusso li aveva messi da parte. Basterà limare qualche fatturina. E poi, con il sindaco ci s’arrangerà in qualche modo, semu boi cumpagni.

Ma spunta il solito PM. Questa faccenda del centro commerciale gli puzza d’imbroglio. Non sarebbe la prima volta a Ponente. Il fiuto lo porta a verificare conti e addebiti. Una voce amica gli ha detto che c’è un geometra pronto a parlare. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Il geometra parla: partono gli avvisi di garanzia. Scandalo al sole: comune commissariato e sindaco che dalla Valle Argentina finisce in Valle Armea, in carcere. L’assessore s’avvale dell’immunità e va ai domiciliari. L’imprenditore lo beccano a Milano e si fa qualche mese in quarantena a San Vittore.

Ci sono le elezioni. Il paese, ferito, decide di dare una svolta. La nuova amministrazione decide di costituirsi parte civile contro l’ex sindaco e gli speculatori. Questi ultimi intanto escono di prigione. Cambiano vita. L’ex sindaco, dimessi i panni di avvocato, diventa agente immobiliare. Tutti comunque rimangono nel ramo dell’edilizia. E’ la sola cosa che sanno fare. L’unico a cambiare è il geometra che apre un bar.

Ma non è finita. Arriva il bello. Il processo. Qui Barla dà il meglio. Minaccia d’avvalersi della facoltà di non rispondere, poi parla, ma è criptico. Il geometra parla, poi ritratta, poi parla di nuovo. Si vogliono allungare i tempi. C’è un concreto rischio di prescrizione, grazie anche ad una serie di indulti e provvedimenti governativi in materia di giustizia: ce n’è uno puntualmente dopo ogni tornata elettorale politica.
Ma il bravo PM non si da per vinto. Accumula una mole di dati impressionante. Documenti, ricevute, fatture, intercettazioni telefoniche e ambientali. Poi trova un nuovo personaggio per sbloccare la situazione. Un teste chiave, a sorpresa. Non è una femme fatale. Purtroppo qui la fiction cede alla realtà. Non è Julia Roberts o Sharon Stone. E’ bruttina, ha una voce terribile e ha la cellulite. Ma è sveglia e denuncia la concussione subita: una tangente da 60 mila euro.

Era il luglio del 2003, Aurora De Iuliis è un’immobiliarista di Sanremo, all’epoca dei fatti socia al 50 per cento con Bianchi nella A&G Sviluppo che deve realizzare il centro commerciale Shopville. A fine mese scadevano i termini per ottenere le autorizzazioni alla costruzione del centro commerciale. Trascorso quel termine, sarebbe entrato in gioco il nuovo Piano commerciale della Regione con il rischio che la pratica non ottenesse il nulla osta di Genova, mentre con la vecchia normativa era sufficiente l’autorizzazione del Comune. Per ottenerla era necessario fare un atto unilaterale d’obbligo, che qualsiasi studio legale civile può fare. Invece qualcuno suggerisce alla De Iulis di rivolgersi a Barla. S’incontrano nel parcheggio del municipio. Lui è anche il sindaco che dovrà approvare il documento che accetta di scrivere. Ma questo non è un problema. Naturalmente Barla non si pone il problema del conflitto d’interesse. Anzi, tutto compreso fanno 60 mila euro. La De Iuliis s’impunta. Barla scende a 40 mila. Ma in contanti e in nero. La parcella di un avvocato per quella prestazione non arriva a 4 mila.

L’ultimo colpo di scena è davvero incredibile. Qui si sorpassano Grisham, Turow & C. e si sconfina nella grande letteratura russa, in Gogol, Leone Tolstoji o, se volete, anche in quella sudamericana, Jorge Amado. Barla dichiara che la De Iuliis lo aveva minacciato di organizzare una “rivolta contadina” se non avesse firmato il documento appena scritto.
Una “rivolta contadina”. A Taggia, poi. Già m’immagino le orde di contadini con il forcone sotto i balconi Bauhaus del municipio di Levà. Vedo i proprietari terrieri arrivare di notte nelle case dei braccianti per fomentarli contro il sindaco. Vedo la signora De Iuliis con il suo tailleur floscio tirare pomodori e frustare col plumosus il sindaco Barla.

A questo punto, che cosa accadrà? Non so che immaginarmi ancora. Lo sceneggiatore di questa storia saprà stupirci nuovamente, ne sono certo. Aspetto la prossima puntata. Forse ci sarà uno sbarco di venusiani che si cibano solo di ruscus. Rapiranno l’ex sindaco perché al posto degli orti ha messo una colata di cemento.

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Ospedale unico. La beirutizzazione avanza

La decisione di realizzare l’Ospedale Unico della Provincia di Imperia nell’aera a monte della stazione ferroviaria di Taggia, è l’ennesima conferma della tendenza che da 50 anni a questa parte sta cambiando definitivamente il volto della Provincia di Imperia e, nel caso specifico, la Valle Argentina.

I liguri, soprattutto quelli di Ponente, sembrano avere aperto un conflitto con la loro terra: dal secondo dopoguerra a oggi la vedono soltanto come pura fonte di reddito piuttosto che come una casa ospitale, è ormai un nemico da domare piuttosto che una madre accogliente.

 

Un caso su tutti. Arma di Taggia. Quando si cominciarono a costruire i primi alberghi, i condomini e le seconde case destinate per lo più al turismo – edifici utilizzati si e no tre mesi l’anno – nessuno si rese conto di nulla. In una terra a prevalente economia agricola, dove la floricoltura garantiva ancora largo sostegno all’economia locale, potevano ben venire due o tre palazzi a irruvidire il panorama verso il mare, se il tornaconto personale dei costruttori era ottimo e l’introito derivante dalle ferie dei vacanzieri estivi apportava sicuri benefici. Ma non ci si preoccupò neppure quando i palazzi, che crescevano senza alcuna o quasi pianificazione, cominciarono ad aumentare e a trasformare progressivamente un piccolo borgo di pescatori in una periferia dislocata di Torino o Milano, in cui, però, a causa dei pilastri e dei plinti, le vie sono strette e trovare parcheggio d’estate è impossibile. Nemmeno ci si preoccupò molto dell’aspetto estetico di queste costruzioni, venivano su con architetture arbitrarie, partorite dalle menti pragmatiche di geometri con la matita veloce.

 

 E’ cominciata allora quella che si può chiamare “beirutizzazione”. Dicesi beirutizzazione l’edificazione selvaggia e arbitraria di palazzi senza nessun contributo estetico o architettonico, costruiti da una comunità poco coesa e senza valori comuni sul territorio. La città che ne è vittima assomiglia sempre di più alla Beirut devastata dalle bombe negli anni ‘80 e ricostruita alla bell’e meglio, in cui palazzi sventrati e nuovi convivono fino ad amalgamarsi in un catino unico di cemento.

 

Sono bastati 50 anni per ridurre gran parte di ciò che circonda l’Aurelia da Santo Stefano a Ventimiglia in una congerie di costruzioni ed edifici di scarsa funzionalità e dubbio gusto.

La Liguria vera, come diceva Francesco Biamonti, comincia a due o tre chilometri dalla costa, lontano dalle strade litoranee e dal traffico. Solo lì, ancora, si possono ritrovare i profumi e le sensazioni che la contraddistinguevano una volta e che la beirutizzazione ha spazzato via.

 

Ultimo capitolo di questo fenomeno è proprio l’Ospedale unico del Ponente ligure. Solo che in questi ultimi anni, oltre che dai privati, la speculazione sul territorio avviene ad opera delle istituzioni. Dallo scrupolo del privato che aggiunge una o due stanze al vecchio casone di campagna si è passati alla necessità delle pubbliche amministrazioni di quantificare il proprio operato in base ai metri quadrati di terreno ricoperti, al tentativo di colmare la sostanziale inefficienza delle infrastrutture con il progetto di nuove e faraoniche opere. Si pensi ai porti e all’impatto che stanno avendo sulle coste della provincia.

 

L’area in cui si è appena deciso di realizzare l’Ospedale è tradizionalmente occupata da orti, serre e mandarini, destinata ad un’economia di tipo agricolo con costruzioni non più alte di tre metri e scarsissimo impatto ambientale. Un casermone di diversi piani come è ipotizzabile e di cui abbiamo visto la suggestione sui giornali sarebbe il definitivo tramonto paesaggistico di una valle conosciuta in tutto il mondo per essere patria della Taggiasca. Chi verrebbe a Taggia credendo di trovare soltanto uliveti, come in Puglia, come in Sardegna e in Spagna, troverebbe invece soltanto cemento. Tanto più che un’area già pronta all’uso c’era: quella delle Ex Caserme Revelli, un grande complesso militare in disuso per il quale da anni si attende una destinazione ma che nemmeno le potenti amministrazioni precedenti sono riuscite ad intaccare. La giunta avrebbe in mente per le Ex caserme Revelli un progetto che ancora non ha deciso di pubblicare. Speriamo sia davvero qualcosa di eccezionale, almeno tanto da compensare la perdita del verde e l’imponente mole del nuovo ospedale.

 

Subito pensavo fosse un problema economico. Quella del ponente effettivamente è una società, un’economia che non sa fare a meno del cemento e dell’edilizia in tutte le sue forme: abusiva, condonabile, spontanea, auto costruita, prefabbricata, privata, pubblica, mista. Forse è pure una questione di distribuzione della polazione: il territorio effettivamente abitato, la stretta fascia costiera, è sempre più densamente popolato, tutto vi si concentra e questo comporta una serie di problemi dovuta all’assicurazione dei servizi, dalle autostrade agli alberghi alle stazioni e quindi anche gli ospedali.

Anche gli aspetti economici contano non poco, oggi la floricoltura è in crisi, ma non si è ancora riusciti a sostituirla con qualcosa che assicuri lo stesso supporto. E a parità di resa, bisogna però considerare che l’agricoltura è sempre e comunque reversibile, invece l’edilizia mai: si spegne una volta chiusi i cantieri.

 

Ormai, però, penso che il problema vada posto sotto il profilo antropologico.

Oggi è chiaro che i liguri di Ponente non sanno guardare alla propria terra così per come essa è, ma devono continuamente ingaggiare una lotta con essa, cercando di modellarla secondo i propri comodi. Probabilmente è sempre stato così, ma i mezzi una volta erano poveri e gli effetti si notano soltanto ora. Siamo di fronte a cambiamenti epocali.

L’ospedale unico non ci guarirà dalla nostra peggiore malattia: quella autodistruggerci, di combattere la nostra terra invece di amarla.

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