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La zattera di Ginestra

Tutto cominciò senza che nessuno se ne accorgesse. Qualche strada di campagna interrotta, alcuni maxei, i muretti a secco che, come i corsetti di una vecchia signora, da sempre arginano gli anni che avanzano, venuti giù e mai ripristinati, qualche crepa nei solai dei villini in collina ad inquietare i proprietari. Ma era un’abitudine e nessuno se ne lamentò.

Poi i treni cominciarono ad accumulare ritardi e l’autostrada ad aumentare le tariffe, andare nel Ponente Ligure, in provincia di Imperia, diventò sempre più costoso e impegnativo in termini di tempo e denaro. Come se le strade, le vie per raggiungere Imperia e Sanremo, si stessero improvvisamente allungando.

Ma pochi ci credevano: era tanto l’amore per la loro terra che continuavano a pendolare o a tornarvi spesso, ad ogni costo.

I sospetti ebbero la tragica conferma un giorno piovoso di gennaio: un terrazzo probabilmente abusivo, costruito a picco sulla ferrovia è crollato sui binari trascinandosi metà della collina. Un treno è deragliato e s’è sfiorata la tragedia.
L’Aurelia poi, da millenni l’unica via di comunicazione, era interrotta a causa di una frana proprio nei dintorni di Andora. Da allora la ferrovia è chiusa e quel treno giace ancora lì, come un relitto. Fu così che, a Imperia, abbiamo perso il treno e anche la ferrovia. Non resta che la statale, che costringe a lunghe peregrinazioni nelle campagne.

Qualcuno ha detto che se non fosse stato quel terrazzo a crollare, sarebbe successo a qualcos’altro, un villino, un palazzotto edificato negli anni ’60 in prossimità dei binari e la statale prima o poi sarebbe anch’essa venuta giù, dimenticata di fatto dall’ANAS.

Certo che solo allora nella mente di ingegneri, architetti, geometri e in quella dei pendolari, quelli che tutti i giorni vanno  e vengono in questa terra, s’è instillato il dubbio: ma che succede? E se il Ponente si stesse allontanando? E se la provincia di Imperia si stesse separando dal resto della Liguria?

No, apparve a tutti un’idea impossibile. Giornalisti ed esperti ci misero un po’ a convincersene. Poi qualcuno consultando le immagini dal satellite se ne accorse. In realtà, voleva solo vedere le previsioni meteo per il weekend: ma fu proprio allora che, apertosi un grosso buco nelle nuvole proprio in corrispondenza di Sanremo, si ebbe la tremenda conferma: il Ponente Ligure era diventato un’isola, s’era staccato. Non c’erano più dubbi: da Cervo a Ventimiglia la terra s’era allontanata dal resto dell’Italia.
Anzi, dal resto della Liguria, perché un pezzo di questa rimaneva attaccato: la frattura correva lungo il tracciato dell’A 10. Era una linea di confine perfetta, da ricalcare sulle cartine.

Nessuno si spiega come la cosa sia potuta avvenire. Nessun cataclisma, nessun movimento tellurico, nessun terremoto. L’unica piccola faglia, quella che corre sotto Bussana e che tanti lutti aveva causato nel lontano 1887, non è mai stata così tranquilla. La mente corre altrove, in Indonesia, Messico oppure California, dove sta accadendo la stessa cosa: ma a San Francisco sono più attenti, preparati, attendono da anni “the Big One”, il grande terremoto che li staccherà dal resto del continente.

Infine anche i politici, per ultimi, sono stati costretti a prenderne atto: il Ponente, come una zattera, sta allontanandosi, va alla deriva.
La “zattera di Ginestra”, così hanno cominciato a chiamarla, perché la zona dove s’è staccata, ai confini dell’A 10, d’estate, è gialla di ginestre fiorite.

Ma perché è successo? Possibile che nessuno se ne sia accorto? Forse l’incuria di anni, forse troppe speculazioni sul territorio e molte meno sulla gente che lo abitava, pochissimi scrupoli sull’ambiente e molti di più sui conti del Casinò, hanno amputato alla Liguria una delle sue estremità. Ma nei palazzi non hanno pensato a correre ai ripari: hanno invece cominciato il solito balletto delle responsabilità. Una parte accusava l’altra di aver mollato gli ormeggi per i propri tornaconti; l’altra di navigare a vista, senza rotta, da decenni. Qualcuno ha detto che si voleva imitare il vicino esempio monegasco con risultati fallimentari: anche lì, a Montecarlo, infatti, esaurito lo spazio per i palazzi sulla costa, stanno pensando di creare un’isola in mare per costruirne altri.  Ma loro possono farlo.

Un noto politico ha proposto di stendere grandi funi e tirare, tutti insieme, per riattaccare la zattera di Ginestra. Ma, a sua insaputa, dall’Italia nessuno aveva intenzione di tirare per riattaccarsi città e comuni intossicati da infiltrazioni di ‘ndranghetisti, nemmeno durante il famoso Festival: aderì solo qualche massone e una decina di pensionati torinesi.

Ora, ci si chiede dove la zattera di Ginestra stia andando.
Subito s’era avvicinata alla Francia. A bordo si pensava che un buon posto fosse il Golfo di Saint-Tropez: nemmeno troppo lontano, appena dopo Cannes, un posto pieno di palme e Casinò. Ma appena avvistata la zattera, da terra hanno risposto un secco “No”, dicendo essere già stati saccheggiati dagli imprenditori italiani e dalla mafia. Oltre il danno la beffa: proprio così s’erano difesi a Taggia dai pirati che arrivavano proprio da Saint Tropez.

Ora la zattera punta a sud. Ma Corsica e Sardegna hanno già chiuso le capitanerie: i primi sono stanchi dei parigini, i secondi dei milanesi.
L’unico disponibile ad un attracco, seppur temporaneo, è stato il porto di Gioia Tauro, in Calabria. E non costerebbe  nemmeno troppo sforzo: confrontate le coste di quel tratto  e quelle della zattera del Ponente. Combaciano perfettamente.

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Il senso del ministro per la neve

Possiamo parafrasare l’incipit di un vecchio telefilm:
“Provincia di Imperia, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astrosuv Skyhole durante le sue missioni quinquennali, dirette all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita elettorale, alleanze trasversali, inciuci. Fino ad arrivare là, dove nessun uomo (politico) è mai giunto prima…”

Potremmo aggiungere che, vista la settimana natalizia, il previsto aumento del flusso astronavistico nella nostra nebulosa, i cantieri perennemente aperti sull’A 10 e la società Astrostrade che preannuncia pesanti rallentamenti, sarà difficile per lo Skyhole avventurarsi in uno spazio più profondo di quello attorno al pianeta Chiusavecchia.
Del resto, chi è di casa nella nostra provincia ha poche alternative. Per restare in tema astrostellare: “l’Impero ti colpisce ancora”.

Dispiace che l’ex “ministru” sia rimasto bloccato per quindici ore in A 1. Dispiace certamente di più che invece non sia rimasto bloccato sull’A 10. Sì, perchè in quelle lunghe ore (confidiamo che la sua auto sia dotata di aria condizionata di ultima generazione e dunque capace di arginare il freddo), avrebbe avuto tempo e modo di pensare alla situazione dei trasporti in provincia di Imperia e alle difficoltà in cui si trova chi deve viaggiare al e dal ponente ligure.
Cosa non si fa in politica per rimanere sulla cresta dell’onda: mentre i suoi ex colleghi sono alle prese con i black block, Scajola s’è buttato sui white block. La sua scelta è caduta sull’auto (blu o no, quando sono bloccate nella neve non conta, sono tutte bianche); un imperiese, un sanremese, un ventimigliese o altro avrebbero potuto scegliere il treno. Magari uno qualsiasi dei regionali che da Ventimiglia raggiungono Genova. Come il 11285, un vero Galaxy Express, come quello dei cartoni animati, che, secondo l’orario, da Ventimiglia in soltanto 6 ore dovrebbe arrivare addirittura a S.Stefano di Magra. E lì il riscaldamento spesso è a fiato.

E se, per tirare fuori d’impiccio il nostro in autostrada, qualcuno avrebbe mandato uno spazzaneve (notizia ancora da confermare), sul treno una telefonata all’amico Moretti, Amministratore Delegato di Trenitalia, forse gli avrebbe procurato un pediluvio caldo alla stazione di Borgio Verezzi. Ma un ponentino qualsiasi sarebbe arrivato a destinazione stoccafisso.
Pubblico di seguito la lettera di una lettrice, ricevuta proprio venerdì, il giorno del grande freddo, relativa ad un viaggio Torino – Ventimiglia:

“Gent. Giarevel, devo ringraziare le ferrovie perchè danno ai passeggieri ogni confort e gentilezza. Tutto questo è detto ironicamente, perchè è quello che dovrebbe essere. Invece le ferrovie, dopo aver pagato il biglietto non proprio gratis, danno ai passeggeri un viaggio infernale. Potrei capire se tutto fosse dipeso da eventi naturali come in Toscana, ma nella tratta Torino – XXmiglia, per incuria e per mancanza di macchinista, a Savona ci siamo visti catapultati su un binario al freddo come nemmeno in un gulag della Siberia. Molte persone anziane ne potranno avere conseguenze in salute. Dopo aver atteso in tali condizioni, finalmente è giunto un altro treno, ed era intercity. Ci hanno detto che non avremmo pagato la differenza. Sai che regalo. Il treno era pieno, quindi era molto difficile trovare un posto. Con molta difficoltà attraversai il vagone e arrivai alla fine. Trovai uno scompartimento dove c’era solo un signore, che però mi impedì di entrare perchè era riservato ai ferrovieri. Qui si nota quanta sia la gentilezza dei ferrovieri. Pur vedendo la difficoltà della situazione, non c’è stata nessuna umanità nei confronti del prossimo.
E’ una vergogna che un treno venga soppresso solo perchè un macchinista finisce il turno e non ce ne sia uno di ricambio. Deve per obbligo dev’essercene uno reperibile. Invece, in malo modo da quel signore da solo ci veniva risposto che le ferrovie non ne anno altri e sono in deficit. Però il biglietto se lo fanno pagare e non poco per un tale schifo di servizio. Ci penserò due volte prima di prendere un treno.”

Anche se può suscitare l’ilarità involtontaria, questa mail descrive l’odissea quasi quotidiana di molti viaggiatori. Ma non ha avrà mai lo stesso spazio sui giornali del telefilm di Skyhole.

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Dietro una curva, improvvisamente, il nulla

L’idea del nostro territorio emersa da “Ferro, gomma, nave: conversazione sul futuro dei trasporti“, convegno tenutosi alla Fratelli Carli di Imperia in occasione del cinquantesimo compleanno dell’Autostrada dei Fiori, può far riflettere su come intendiamo la nostra terra e su quanto accadutovi negli ultimi 60 anni.
Il territorio occupa nella mente di chi lo abita spazi diversi, lontani tra loro, spesso conflittuali. Ma nell’incontro di Imperia s’è sfiorata l’unanimità: la Liguria di ponente è un ostacolo da vincere, un gigante da abbattere a colpi di trafori, viadotti, grandi opere. Il titolo del convegno conteneva già una pretesa antropologica, qualcosa che descrive precisamente la nostra epoca.
Modellato (volontariamente o no) su “Armi, acciaio e malattie”, il libro in cui Jared Diamond descrive come l’occidente ha imposto la propria geografia alle popolazioni indie, è un po’ un sistema, una visione del mondo. E, in fondo, di questo si tratta: la geografia, come la storia, la fa chi vince. E da noi i vincitori sono stati i palazzinari prima e i porticciulai poi, quelli che non ci hanno pensato due volte a devastare la costa e, anzi, proseguirebbero autostrade e moli fin sulle porte di casa.
Dunque non c’è da stupirsi se nel convegno s’è parlato del tracciato dell’Albenga Carcare Predosa come necessaria al nostro sviluppo, delle varianti della statale 28 e di raccordi, trafori, ponti e strategie come assolutamente necessari, trascurando le alternative. In realtà, l’argomento era come vincere definitivamente questa annosa guerra che abbiamo con i nostri monti, le nostre colline, il nostro mare. Pochi accenni sono stati fatti a ciò che quelle autostrade attraversano fuori dalla carta; nessuna voce s’è levata umilmente a farlo notare. Vorrei qui tentare io.

Sono stato da quelle parti. In progetto c’era di incontrare ciò che era rimasto, ciò che quel luogo ha ancora da dire e documentarlo, come spesso succede nell’entroterra. Io, mio fratello Franco e Nicola Farina, siamo stati ad Armo. Un viaggio into the wild per rincorrere una storia di cui avevamo sentito parlare. Troppo vera per essere vera, come in un film di Werner Herzog. Due fratelli di Ormea, all’inizio degli anni ’80 avevano abbandonato la civiltà e s’erano ritirati a vivere nel bosco. Incapaci forse di adattarsi ai nuovi ritmi che il mondo stava imponendo e fragili a contatto con il mondo dei civili, hanno accumulato dentro di sè rancori e infelicità fino ad esplodere. Ma la loro non è stata una ribellione violenta, contro gli altri. Non combattuto la società “da dentro” come spesso accade oggi, finendo sulle pagine di cronaca per un omicidio/suicidio o un reato clamoroso. Quella di Renzo e Franco Pelazza, è stata una scelta tutta personale e quasi ascetica: sono andati a vivere nel bosco. Come anacoreti, come eremiti, come baroni rampanti stufi dell’ennesimo piatto di lumache, si sono ritirati nei boschi per anni. Alla radice, forse, contrasti con la madre, che aveva un altro uomo. I “fratelli cinghiale”, li chiamavano. E con questo nome erano famosi come due secoli fa lo erano i briganti. Vivevano nel bosco e del bosco. Colle dei Signori, Monte Frontè, passo Sanson, Monjoie, Viozene, Frabosa, erano i loro posti. Giù qualcuno li dimenticò, altri hanno tollerato l’ aver trovato la casa estiva aperta: ma i fratelli Pelazza prendevano solo ciò di cui avevano bisogno. Qualche scatoletta di carne, tuttalpiù un sacco a pelo. Poi, all’inizio dei ’90. la madre fu ricoverata e fece richiesta di incontrarli. L’annuncio passò su Raitre, “Chi l’ha visto”. Donatella Raffai fece affiggere dei manifesti nei boschi: “Franco, Renzo, vostra madre vuole incontrarvi”. La terza rete affittò anche un aereo (quando ancora il servizio pubblico aveva i mezzi per farlo) e lanciò decine di volantini. I due timidamente si avvicinarono ad Armo. Non entrarono subito in paese. Rimasero per mesi nei dintorni, evitando la società. Poi l’incontro con la madre. La rappacificazione e la decisione di tornare. Oggi vivono in un container nei pressi del cantiere della Armo-Cantarana, una variante della statale 28 mai completata, ma presente spesso nei programmi elettorali e nei discorsi di ministri, sindaci, presidenti di provincia e regione. Il container gliel’ha regalato il sindaco e questo la dice lunga: da quelle parti, per un po’, non si vedrà nessuno, tantomeno gli operai. Della Armo-Cantarana esiste solo un lungo traforo-pilota che supera la montagna. Poi sono finiti i soldi e anche lei s’è perduta nei boschi, come i fratelli cinghiale. Oggi conduce idealmente al nulla, al lato selvatico che ancora c’è nella nostra civiltà. Li incontriamo superando le debite paure: noi forse facciamo parte degli altri, quelli che da casello a casello possono parlare al cellulare, ascoltare la radio, navigare su internet, fermarsi all’autogrill. Renzo Pelazza ci accoglie senza problemi, sembra felice di vederci. Suo fratello Franco, più timido e taciturno, è in giro per i boschi. Il container in cui vivono negli anni è diventato una grotta: i pavimenti sono di terriccio, le pareti piene di rami. L’odore è insopportabile. Difficile pensare che lì dentro abiti un essere umano di oggi. Renzo ci offre un bicchiere di vino. Dalla dispensa prende alcuni bicchieri. Il mio ha una lumaca attaccata. Pazienza: ciò che non ammazza fa più forti. Parla in dialetto, la lingua perfetta se vivi su queste montagne, tra Piemonte e Liguria. Ci racconta la sua storia: si sente a tutti gli effetti come un brigante, anche se non ha mai rubato nulla. Era il suo modo di vivere che lo portava in diretto contrasto con l’uomo moderno. Come quando li assunsero a Briga alta nel cantiere per una strada. Voleva che pagassero il lavoro subito, giorno per giorno, invece il principale disse che potevano ritirare i soldi solo alla fine del mese. No, così no, non gli andava, volevano essere pagati subito. Il principale disse che non era possibile, che dovevano aspettare. Ah, sì? Non ci volete pagare?, capirono i fratelli cinghiale, Allora costruite pure la vostra strada, disse Renzo, Poi vediamo chi avrà il coraggio di passarci e arrivare dall’altra parte tutto intero. Dopo quelle parole il capocantiere gli diede i soldi sull’unghia, ma li licenziò. Ci mostra le sue poesie. Sono versi che parlano della sua comunione con la natura. Parlano del silenzio, dell’ubago dei boschi. Mi viene in mente quello che diceva Francesco Biamonti: la Liguria, quella vera, cominciava dopo l’Autostrada, dopo l’A10. Prima, la massa informe che l’uomo ha costruito: case, casette, serre, argini, capannoni. Dopo, gli orti, le piccole frazioni, i boschi, fiumi. Il selvatico, la natura.

Chissà se i fratelli Pelazza hanno partecipato a “Ferro, gomma, nave etc…”. Del resto, li riguarda. Se mai faranno quella strada, la Armo-Cantarana, come auspicato nel convegno a Imperia, cosa faranno i fratelli Pelazza? Torneranno i “fratelli Cinghiale” Torneranno nel bosco? Da quando li ho conosciuti cerco di ricostruire ciò che manca negli annunci del traffico alla radio. Qualcosa deve esserci tra i viadotti, le gallerie, i rallentamenti, i pedaggi, le code.

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