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Arma anomala

Tutto è pronto, ad Arma di Taggia, per l’onda anomala che colpirà la costa domani a mezzogiorno in punto.

L’onda è stata predetta da una veggente, una vecchina che da settimane si aggirerebbe scalza nei dintorni del Convento dei Capuccini di Taggia, in preda a crisi mistica da sardenara. Dapprima scettici, gli abitanti hanno poi cominciato a crederle: tanto che in paese sono comparsi manifesti su come prepararsi al meglio al maremoto. Non senza aver fatto prima i debiti scongiuri.

Dapprima, in tutti i modi s’è cercato di convincere la vecchina a cambiare vaticinio.
La promessa di portarla a Sanremo in via Matteotti e regalarle un paio di stivaletti in pelle D&G non avrebbe fatto altro che aggravare le cose: la signora, entusiasta, ha detto di voler fare la vasca anche ad Arma.
Nemmeno il priore del convento, padre Onorio Ghu, sarebbe riuscito a convincerla: la signora voleva in cambio che Caltagirone cominciasse un porticciuolo turistico a lei dedicato vicino alla grotta dell’Arma. Il consiglio provinciale sta ancora valutando la possibilità, che farebbe anche da volano alla crisi del porto di Imperia.

Inizialmente allarmati, gli armesi hanno dunque cominciato ad abituarsi all’idea, tanto che oggi, a poche ore dal disastro annunciato, quasi nessuno ci crede più. Da queste parti, infatti, le cose sono alla deriva da sempre, da anni si è sottacqua: i politici a galla sono sempre gli stessi, il turismo è annegato, la floricoltura sta asfissiando. Pfu!, Non sarà una banale onda anomala a cambiare le cose.

Anzi, i negozianti di Arma sembra non aspettino altro: da tempo si parla della nuova passeggiata con tanto di plastici e progetti di assessori e sindaci, ma non se n’è mai fatto nulla. Forse l’onda porterà via quanto basta di lungomare da far partire il cantiere.
In una nota, un comitato della lega armasca antitaggia spera pure che la marea sollevi Arma come una zattera e la porti su, più a nord di Taggia risolvendo così il problema annoso del toponimo: se Arma di Taggia o Taggia di Arma. Un ponte romano alla Darsena sarebbe inutile.

La parola tsunami, termine giapponese dal significato originario di “onda del porto”, un po’ per l’indubbia assonanza, un po’ per la familiarità dei tabiesi con le lingue orientali, è poi ufficialmente entrata nel dialetto taggiasco.
– Bongiurnu, in èttu de pan e mezu chilò de tsunami – dicono le massaie nei portici del Pantan.
– Tsuman gh’è da pagà a bulletta de l’aiga – mormorano le casalinghe.
Funzionerebbe benissimo anche per gli appuntamenti: Sciortu de cà quandu tsuna tre ue au campanìn.

In occasione dell’evento, per non venir meno alla vocazione che caratterizza il sabato taggese negli ultimi anni, i centri commericali di Taggia promuovono grandi offerte. Al Carrefour si può acquistare in offerta speciale un kit con pinne, fucile ed occhiali al prezzo scontatissimo di pochi euro. Le Clerck Conad non è voluto essere da meno: vi si potranno comprare due fustini di Lavasbianca al prezzo di tre. Casomai qualcuno volesse approfittare dell’onda e fare il bucato.
Per chi è attento alla linea e vuole salvarsi dallo tsunami, invece, entrambi propongono la maxi offerta di Danone Vitasnella: l’acqua che elimina l’acqua. Ovunque sono andati a ruba canotti e gommoni di Winnie the Pooh.

In comune non sembrano preoccuparsi più di tanto: è risaputo che fa acqua da tutte le parti.

Per ora l’unica possibilità che la vecchina scalza abbia torto è che venga rispettato un detto molto comune da queste parti: Nemo propheta in patria est.

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Guerra di preposizione 2

Accipicchia. Stavolta l’ho fatta grossa. Ho fatto arrabbiare quelli del Comitato Spontaneo pro Arma Taggia.
Chiedo scusa, non me n’ero accorto, hanno pure loro un blog sul quale rispondono a suon di citazioni aristoteliche e motti latini (nonchè decreti legge e pergamene) al mio articolo uscito sul settimanale satirico (sottolineo “satirico”) dell’Eco della Riviera, il Gazzettone, in cui muovevo alcune obiezioni al fatto che, in aggiunta a tutti i problemi che già affliggono il comune di Taggia, si dovesse considerare anche una eventuale crisi d’identità e una conseguente ricerca di nuovo nome.

In ossequio al diritto di replica e sempre rispettando le regole dell’educazione, senza tuttavia muovere obiezioni sulla qualità degli scriventi (come invece loro hanno fatto nei miei confronti) mi sento di dire che la mia, prima della loro, è stata una risposta. Con i mezzi che mi sono propri, perchè il suddetto comitato ha da mesi attuato una pesante campagna con volantini e manifesti atta a manifestare la propria posizione.
Poichè siamo in molti a pensarla come ho scritto, ma nessuno finora non s’era deciso ad esprimere un parere contrario (un po’ per indolenza, un po’ forse, per mancanza di stima o autostima, noi taggiaschi siamo così), ho inviato il mio articolo nel pieno delle mie ragioni e in completa trasparenza. Occorrerebbe che il comitato imparasse ad accettare le critiche, soprattutto quelle della satira.
Innanzitutto vorrei precisate che, a differenza degli autori del blog e del comitato, i cui nomi non compaiono sul web, nè su manifesti e volantini, sul Gazzettone era presente un colophon da cui dedurre l’identità dello pseudonimo “Giarevel” che aveva firmato lo scandaloso articolo. Quanto a referenze e conoscenza della realtà del ponente ligure, forse possono leggere qualche numero della rubrica Contromano su Sanremonews, sempre del misterioso Giarevel.

Detto questo, sempre ricordando che l’articolo compariva su un settimanale satirico (ma, di questi tempi, la satira si sa, dà fastidio), occorre da parte mia tornare un momento sulle tesi che mi vengono contestate. Non metto in dubbio l’esistenza della preziosissima pergamena miniata che sancisce l’unione di Arma e Taggia in Armataggia (del resto i miei detrattori ne esibiscono una fotocopia autentica, scaricabile dal sito).
E’ la necessità, l’opportunità che una delibera sepolta da 38 anni (la famosa n. 128 del 1972), mai applicata e presa in considerazione da alcuna amministrazione, venga rispolverata proprio oggi, in un momento delicato, di profonda trasformazione della nostra città, in cui altri problemi ben più gravi affollano la scrivania dei nostri amministratori.
Se il problema sono la guida telefonica di Taggia, la corrispondenza di Taggia, la viabilità di Taggia, ci sono altri modi molto più economici e razionali di risolverlo senza cambiare nome al paese.

Visitando il sito, ricco di fotografie d’epoca, quando Arma di Taggia era un tipico borgo di pescatori, molto prima della tempesta edilizia che l’ha trasformata in un dormitorio padano, appare chiaro che queste rivendicazioni fanno capo ad una visione idealizzata delle cose che non giova alla discussione. Nemmeno per Taggia è possibile praticarla, pur vantando uno dei centri storici più grandi della Liguria. Meglio pensare al presente, curare di più il nostro paese attuale che insistere a spolverare i vecchi negativi.

Quanto all’accettare o meno l’affiancamento del nome di Arma a quello di Taggia, non vedo quale possano essere i problemi: come si chiama l’uscita dell’A10? “Arma di Taggia”. Dove si trovava fino a pochi anni fa la stazione ferroviaria? Ad Arma di Taggia. Accade spessissimo di trovarsi fuori per lavoro e conoscere molte più persone che sono state ad Arma di Taggia a fare il bagnetto che a Taggia in giro per carugi. Ebbè? La gente di Taggia mai si è posta il problema della supremazia dell’uno e dell’altro.
E, del resto, pure i signori del Comitato spontaneo pro Arma Taggia dimostrano di avere le idee poco chiare visto il sondaggio da loro proposto sul sito: Che nome vorresti per il Comune? Le alternative da votare sono Arma Taggia, Armataggia, Alma Tabia e addirittura “Armedana” una vera sciarada con strizzatina d’occhio a Bussana.
Manca totalmente l’attuale nome “Taggia”.
Lasciatecelo dire: l’unico che vale la pena.

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Guerra di preposizione

Chi non è di Taggia, può considerarsi esentato dalla lettura di questo post.
Ma prego anche i lettori sanremaschi, castelini, ventimigliusi e baucogni di non ignorarlo. Almeno per solidaretà.

Come siete fortunati oh sanremesi, imperiesi, bordigotti, intemeli. Voi, almeno, avete problemi seri: la crisi del Casinò e del Mercato dei Fiori, la frontiera, i vari sfaceli dei porticciuoli. Noi, a Taggia, stiamo così bene che ce la prendiamo con le preposizioni, con la grammatica. Ci arrovelliamo con questiti che farebbero miglior figura nel “Forse non tutti sanno che” della Settimana Enigmistica: Perchè Taggia si chiama così? Perchè non cambiare nome all’intero comune? Perchè non eliminare quella dannata preposizione che unisce Arma e Taggia?

A dire la verità, non è che tutti i taggesi sentano questa necessità. La cosa nasce dalla città di sotto (ne avevo già parlato qui), da Arma di Taggia. I taggiaschi, cui del bagnasciuga giunge solo qualche sparuta eco, sanno poco o nulla di ciò che i loro fratelli-coltelli tramano all’ombra dell’ex Hotel Vittoria. Anche perchè preferiscono pensare a cose più serie, come l’annata delle olive o del ruscus.
Ma da mesi, il sedicente “Comitato Spontaneo pro Arma – Taggia”, effettua un battage serrato sulla questione, con passaparola, volantini e affiches (da non escludere che presto bussino alla porta i testimoni di Arma-Taggia), sostenendo la tesi della neonomia come se fosse un toccasana ai dolori della Valle Argentina. E a supporto apportano motivazioni giudidico-istituzionali e socio-culturali.

L’ultima notizia è una specie di “ultimatum”: il comitato invia una richiesta di “aiuto” ai presidenti della Provincia e Regione. Se anche questa dovesse cadere inascoltata, allora sarà referendum. A questo punto, visto che la questione minaccia di sconfinare sulle già affollate scrivanie dei nostri governatori, urgono alcune riflessioni.

La prima è che il comune di Taggia si trova di fronte ad un momento storico. Negli ultimi 10 anni sono cambiate molte cose: la stazione a monte, l’enorme zona commerciale, la pista ciclabile, l’Aurelia bis. Ciò non ha portato solo benefici, ma anche problemi: cantieri infiniti, traffico, anomalie che hanno riscritto la cartina del paese, ma non ne hanno cambiato certo il nome. A livello amministrativo si è passati dalla lobby affaristica concussiva della precedente giunta Barla ad un sindaco più attento e vicino alla gente, che magari non risolve i problemi, ma almeno ci prova, ci sta provando. Molto altro sta per accadere, ma quando le cose non vanno, cambiare loro il nome non è una soluzione: creerebbe solo ulteriori problemi.

E poi ci vogliono motivazioni più valide che un indirizzo errato su una bolletta dell’acqua o un codice fiscale per cambiare nome ad un comune. Occorre tenere conto e rispettare la realtà storica di Taggia, una città antichissima, il cui nome (Tabia) resiste da più di un millennio (si cambiò invece per un errore di un copista il nome del torrente, che da “Taggia” divenne “Argentina”). Come chiameremmo la più famosa cultivar di oliva italiana? Oliva Armataggiasca?

Anche Arma ha la sua realtà. E’ un centro infinitamente più giovane e per questo anche inesperto: forse i comitati pro Arma-Taggia dovrebbero tutelare di più alcuni aspetti legati all’immagine, come l’edilizia selvaggia per cui Arma è citata spesso come cattivo esempio, che ha portato alla costruzione delle “torri di Colombo” o a radere la vegetazione davanti all’hotel Vittoria per consentire ai facoltosi acquirenti dei monolocali di vedere il mare. L’immagine di un luogo è costituita anche da questi particolari. E che dire del simbolo stesso di Arma di Taggia, la grotta dell’Arma? Quella zona fa parte di un complesso di valore archeologico inestimabile. Vi furono trovati resti dell’uomo di Neanderthal e di un castrum medievale. Ora gli scavi sono in abbandono e in gran parte l’area appartiene ad una società che fa capo ad una notissima imprenditrice portuale del ponente ligure che da anni la sta sventrando con un cantiere per costruire alcuni box. Perchè non chiedere che quella zona venga restituita ad Arma e alla cittadinanza, per il suo valore storico?

Le promesse non mantenute dagli amministratori di cui si lamenta il comitato, sembrano una vera ingenuità. Nella prima pietra della nuova sede del comune di Levà esisterebbe una pergamena con la dichiarazione del nuovo nome “Armataggia”. Roba da Dan Brown. Forse è necessario chiamare un Indiana Jones che si avventuri nei pilastri alla ricerca della pergamena perduta. E se anche fosse? Quando mai dalle nostre parti le promesse degli amministratori diventano realtà, anche quando riguardano cose più importanti? Ci avevano promesso un megacomplesso sportivo alle ex caserme Revelli, una nuova passeggiata, una stazione ferroviaria efficiente, l’anfiteatro al Castello e tante altre belle cose. Dove sono?

Motivare poi il cambio del nome sulla base delle entrate fiscali mi sembra addirittura bieco. Se così fosse allora i quartieri bene di ogni città potrebbero cambiare nome al comune a loro piacere.

Il Comitato Spontaneo pro Arma – Taggia deve raccogliere mille firme per chiedere il referendum. E’ di moda, del resto. Di questi tempi tutti vogliono cambiare la costituzione, anche di poco, scriverci su qualcosa, metterci una boccaccia.
Ma se dovessimo andare al voto, sarò felice di apporre il mio “No” su questa assurda iniziativa. Anzi, proporrei un comitato spontaneo per chiamare Arma, “Taggia Lido”.

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La città centrifuga

Stamattina prestissimo era già tutto pronto. Le bandiere dell’Anas, sventolavano accanto a quelle della Comunità Europea e al tricolore nazionale. Il prato, bello sfalciato, sapeva d’umido come per la finale dei mondiali. L’asfalto nero e piatto, perfetto come nemmeno a Monza.

E la rotonda. Mai vista una rotonda più rotonda di così. Di una circonferenza tale che dentro ci potrebbe stare un eliporto o un campo da bocce, invece che dei poveri pitospori assetati.
“Rotonda” non solo nel significato di “rotatoria”, ma anche nel senso che, percorrendola, si ha la percezione di qualcosa che sottostà davvero alle leggi. Non tanto a quelle del Codice della Strada (di per sè, le ultime sentenze della Corte Europea hanno complicato più che chiarito la giungla delle rotatorie, in sostanza una metafora della vita di oggi: “vinca il più forte”), ma, più precisamente, alle leggi della fisica dinamica.

Una cosa è sicura. Dopo i due Claudii e il loro codazzo di portaborse e assessori, dopo vescovi, parroci, prelati con i loro aspersori, dopo i curiosi di turno e gli appassionati di due e quattro ruote motrici, giunti stamane per inaugurare il nuovo svincolo dell’Aurelia Bis, i fisici di tutto il mondo si daranno presto appuntamento nel ponente ligure per effettuare studi impossibili in qualsiasi altro sistema inerziale terrestre.

Taggia, prima città agricola, poi turistico-alberghiera, poi deposito-alveare di coppiette padane in climaterio, infine polo commerciale della macro-regione Alpi Marittime/Provenza, ora ha una nuova identità: Taggia, la città centrifuga.

Ad attirare i seguaci di Galilei, la frase con cui tutti i giornali descrivono da settimane l’evento (attenti alla lingua, forse i redattori erano appena usciti da uno degli esperimenti dei tecnici ANAS):
“Il primo svincolo, in corrispondenza dell’ex Statale 548, consisterà in una rotatoria di forma allungata in grado di risolvere, con un’unica intersezione a raso, i flussi veicolari convergenti dall’Aurelia Bis, dalla strada per Taggia e la Valle Argentina e dalla viabilità per il centro di Arma e per la stazione ferroviaria. Il secondo svincolo, tra l’Aurelia Bis e via Beglini, di collegamento con l’Autostrada dei Fiori e con Arma, è già parzialmente realizzato e aperto al traffico per le sole rampe in entrata e in uscita dal tratto di Aurelia Bis già attivo, in direzione Sanremo.”

Da capogiro. E così sarà. Già prima gli effetti delle 3 rotonde presenti in paese erano noti.
La prima, appena giunti dall’Autostrada dei Fiori, provocherebbe un brusco afflusso sanguigno con conseguente aumento dei bisogni primari: non per nulla nei pressi, si trova il centro commerciale Nordiconad.
La seconda, più piccola, subito dopo il parco commerciale all’immissione con l’Aurelia, sposterebbe i corpi negli abitacoli in modo così violento da provocare collisioni con i sacchetti della spesa, successiva rottura di uova e involontarie marmellate di caco-mela e passate di pomodoro.
La successiva imponente rotonda del Quadrivio Rossat provocherebbe, invece, con la sua forma a goccia, un deciso spostamento a destra dei cittadini. Come se ce ne fosse bisogno a Ponente. Ma, hai visto mai, a marzo ci sono le elezioni regionali.

E questa ultima alla stazione FS, non si sa ancora che effetti potrà avere. La fisica dice che chi la percorrerà sarà sottoposto ad una forza pari alla sua massa per il quadrato della velocità diviso il raggio. Ma qualsiasi ipotesi finora ideata deve essere attentamente vagliata. Newton trema nel sepolcro. Einstein ritira la lingua.
Per le autorità le rotonde o rotatorie servono per snellire il traffico e sono più sicure perchè eviterebbero i “vols à la portiére”. Ma in questo modo si rischia di favorire i “vols chez la portiére”.  Si perdoni il francese non  proprio corretto.

Staremo a vedere. Del resto, con la fisica e la geometria a Taggia siamo forti. Abbiamo appena finito con le tangenti, ora cominciamo con le rotonde.

P.S.: speriamo che le autorità presenti si accorgano di uno striscione su una casa poco sopra la rotonda, sulla strada per Castellaro. Sta scritto, in rosso su bianco: “LA CAVA CI UCCIDE, SCAJOLA COSA FAI? GIULIANO NULLA, E TU..??”. L’ha messo Brunello Valle, perchè ancora nessuno ha mosso un dito per chiudere e bonificare la cava di Rocca Croaire, in cui è abusivamente stato depositato amianto.

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Città di Sopra e Città di Sotto

Taggia e Arma sono la stessa cosa o due cose diverse? Dove finisce l’una e dove comincia l’altra? La questione è di quelle che dividono e non basterà un post a risolverla.
Gioverebbe un nuovo nome a unire il tutto? Un volantino (eccolo qui) diffuso in questi giorni solo (e prudentemente ) ad Arma, propone l’acrostico “Armataggia”.
Ma la cose, viste da un altro punto di vista, hanno tutt’altro aspetto.

Da sempre la città ha avuto due facce, due volti diretti in direzioni opposte. C’è la Città di sopra, con il borgo arroccato tra gli ulivi, con le vecchie case, il ponte, i campanili e le chiese, aperta alle vie dei monti e circondata di mura per difendersi dal mare. E c’è la Città di sotto, località di Riviera, con quell’aria satura d’olio solare e di idiomi padani nei mesi d’estate; terra desolata, sanatorio piemontese nella letargia dell’inverno.

La città è dimezzata: da una parte un largo triangolo fazzolettato d’orti e di serre, tappato a tramontana dalle pendici dei monti, dall’altra la skyline aitante di grattacieli appartamenti hotel, fin sulla battigia. E, ancora, a monte, genti con le unghie nere di terra e le dita spaccate dai maxèi, l’aria stanca, gli occhi lucidi e la parlata tonica. A valle, invece, signori distinti, famiglie borghesi, risme di geometri e dentisti, schiere d’albergatori, commercianti, banchieri, farmacisti. Api gli uni, cicale gli altri. E se l’una la regolano ancora effemeridi e lunari, non si muove foglia che Dio non voglia, l’altra, invece, la disciplinano gli orari delle banche e delle petineuses.

Ogni cosa, a seconda che la si prenda da sopra o da sotto, ha un aspetto diverso. Avara e tenace la Città di sopra, affabile e compiaciuta quella di sotto. Costretta in viuzze e sentieri contesi tra gli orti la prima, stipata nei parcheggi o incolonnata sull’Aurelia la seconda.

Di tutto tentarono, negli anni, sindaci, urbanisti, amministratori, architetti, ma le due città, per quanto vicine e legate dallo stesso stretto cordone, non ne hanno mai saputo d’unirsi, e ciò che è di una guai a darlo all’altra e, tuttora, agli abitanti della Città di sopra, guai a dirgli “Ma tu sei della Città di sotto!”, è per loro l’offesa più grave, oppure, quando a primavera per un attimo passa la corsa delle biciclette, se la TV parla solo della Città di sopra, qualcuno, di sotto, dalla rabbia, spegne l’apparecchio senza neanche vedere chi ha vinto.

Ci provarono col municipio. Costruiamo il comune a metà: per forza, si disse, di due città ne faremo una sola. E le scartoffie, e i pigri impiegati, e i timbri, e gli assessori li spostarono più giù, ma, alla fine, quelli della Città di sotto dovevano comunque salire, e quelli di sopra avevano da scendere: non si contentò nessuno.

Ci provarono con la ferrovia. Ecco! La stazione, pensarono, spostiamola più su, togliamola dal mare, mettiamola a metà. E così presero quei treni, (ah!) che tornavi e ti baciavano le onde, partivi e avevi ancora l’arena nelle scarpe e li mossero più su, dal Municipio. Ma alla fine, partire non è più partire bensì andarsene e tornare, ah, ma tornare dove? Sulle prime non seppero neppure come chiamarla, la nuova stazione: “Città di sopra”? No!, “Città di sotto?”? neppure. Ora il capostazione dice “SottoSopra, stazione di SottoSopra”.

E per l’Autostrada? Medesima cosa. Il casello era di sopra, ma c’era scritto “Città di sotto”. Lo stesso accadeva per le poste, gli elenchi del telefono, le partite del pallone: insomma, una gran confusione.

Finché non è arrivata Shoptown.
Shoptown, il grande centro commerciale. Per i nuovi sindaci, urbanisti, amministratori e architetti, era l’ultima  possibilità per riuscire in ciò in cui i loro antenati avevano sempre fallito: unire i due volti della città. Decidere dove costruirlo non fu difficile: di nuovo a metà. Pensarono: questa volta andrà meglio, non è che tutti i giorni si vada all’Ufficio Anagrafe o si prenda il treno, ma il pane, invece, quello sì, dovranno venire a comprarlo qui.

Per innalzarla non si badò a spese. Shoptown s’allargava tra le altre due come una macchia d’olio, inglobando tutto, orti, case, cantieri. Durante la sua costruzione accaddero prodigi straordinari: i terreni nei dintorni, fasce malmesse d’articiocche, di livido ruscus e serre dai candidi vetri sbeccati, divennero edificabili e gli agricoltori, stanchi di avere tra le mani il magaglio, preferirono metterle sul portafoglio.
Le ruspe ebbero ragione della fragile campagna: dove svettavano guglie di vetro s’erigono ora i nuovi templi del commercio, dove crescevano file di garofani, ora si stendono pettini tratteggiati di parcheggi, alle tavole puntute di sementi s’avvicendarono presto gli espositori degli ipermercati.

Ma ora accade qualcosa di strano. Tutte le strade, i viali, i marciapiedi o i viadotti cominciano a non portare più alla Città di sopra nè a quella di sotto. Tutto converge, in un modo o nell’altro, a Shoptown. “Shoptown, da questa parte!”, “Shoptown, 500 metri!”, “Shoptown 400 metri!”, “300 metri!”, “200!”, “100!”, “50!”, “Siete arrivati!”: infine, eccola, preziosa come Eldorado, celeste come l’Eden, vagheggiata Città dei balocchi, mitica Atlantide, torbida Gomorra, lontana Samarcanda o ricca Timbuctù, eccola, la nuova Shoptown.

La valle, in pochi anni, ha cambiato aspetto. Dall’alto della Città di sopra, la nuova Shoptown prende il sopravvento. Dove, nelle notti di luna, si coglieva il riflesso del sole e il baleno degli ulivi, ora arriva il blu elettrico delle insegne al neon. La Città di sotto, invece, vive in ostaggio, turista-cliente di sé stessa: orde d’automobilisti la invadono il sabato pomeriggio, saccheggi o diaspore arrivano a seconda dei saldi di fine stagione.

Shoptown non è una vera e propria città. Non ha un municipio, non ha una stazione, non è segnata sulle cartine e negli almanacchi, ma solo sui volantini promozionali. E, volendo, non ha neppure abitanti, cittadini o residenti: alle 20.30 battuti gli ultimi scontrini, dentro non rimane nessuno.
Alcuni, però, sono convinti che la vera città sia questa e che l’una e l’altra, la Città di sopra, medievale, con il campanile e il ponte ad arcate, e quella moderna, la Città di sotto, svettante di grattacieli e odorosa di salino, siano state costruite come un suo ideale contorno, tanto per renderla più vera.

Nessuno è di Shoptown e tutti veniamo da lì. Nessuno c’è mai andato e ne siamo appena tornati. Ci si va solo per fare la spesa. Eppure, non ne siamo ancora usciti.

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