Interviste ai Maddalenanti: Cristò

Cristoforo Fornara (Cristò), classe 1939, è da tutti riconosciuto come la memoria storica della Madaena.  Un po’ per la sua passione per la storia, un po’ perché ricorda tutto nei dettagli: i vari contestabili che si sono succeduti, gli eventi e i fatti di ogni contestabilato, le modifiche e le migliorie apportate all’eremo ogni anno. E’, poi, il Maddalenante che ha partecipato a più edizioni in assoluto. Infatti compare in moltissime foto: lo troviamo giovane, con il sorriso smagliante e la camicia aperta fino al terzo bottone sporgersi da una motocarozzetta Piaggio all’entrata in paese nei primi anni ’60. Lo vediamo poi brizzolato e già un po’ stempiato in una foto a colori di “appena” 20 anni fa.  Chi meglio di lui può descrivere che cos’è la Madaena?

Vado a trovarlo nella sua cantina. La cantina di Cristò è a Taggia in via S.Dalmazzo. E’ una specie di museo dei lavori contadini: appesi ai muri ci sono vecchi attrezzi: un beriun (una strana amaca per fare le balle di fieno), dei lunghi saracchi (speciali seghe da tronchi), qualche vecchio seghiottu (accetta). All’intervista assiste anche Barbin, il cassiere della compagnia, che mi aiuta a rompere il ghiaccio.

Appena entrati, Cristò mette sul tavolo una bottiglia di vino. E’ un bianco frizzante che fa due dita di schiuma. Lo assaggio, non è male, dice che lo ordina ogni tanto da un commerciante piemontese.

Cristò, che cos’è per te la Madaena?

La Madaena per me è la vita. Ci salgo praticamente da sempre. Cominciai a seguire la festa nel 1956 – ’57, seguendo mio padre mulattiere che era uno storico maddalenante. Ma quella Madaena appartiene ad un altro mondo, lontanissimo da oggi: per andarci bisognava organizzarsi e rinunciare a qualcosa, sacrificare un po’ del proprio tempo. Non c’era la strada e vi si saliva a piedi, in circa tre ore di cammino. Veniva solo chi amava davvero la festa, non chi voleva semplicemente divertirsi. Si era in pochi, sessanta o settanta persone, invece dei cinquecento di oggi. E la lavanda la portavano su, sulla schiena, da Ceriana. Si saliva per devozione, ma anche perché lassù si ritrovavano i propri amici, tutta la propria compagnia, e, lontano dal paese e dal controllo dei propri genitori, ci si concedeva qualche libertà. Soprattutto, c’erano le ragazze. Erano poche, non ne venivano molte, la festa era un tabù in paese perché c’era il bosco, la strada a piedi era lunga e le famiglie non si fidavano a far salire le ragazze da sole, così quel giorno le chiudevano in casa. Ma quello, per noi, era uno dei pochi momenti in cui si poteva dare un bacio ad una ragazza. Finché nel 1964…

Quando hai fatto il contestabile?

Nel 1963, con Giacomo padre di Ivan Lombardi, fui Vice Contestabile e poi, l’anno dopo, nel 1964, ho fatto io il Contestabile. Non lo dimenticherò mai.

Bussano alla porta. A Taggia, tutti sanno dov’è la cantina di Cristò, è praticamente impossibile che nessuno passi a trovarlo. Ma non si tratta di una visita banale: è sua moglie Adelaide. Se non fossimo in una cantina in “Castelu”, il centro storico di Taggia, potrebbe sembrare una cosa preparata, una pantomima da Tv pomeridiana. E, invece, Adelaide è arrivata proprio quando Cristò sta per raccontarmi la parte più interessante della storia:

Quell’anno, era mio padre che doveva fare il Contestabile. Contestabilessa era una ragazza giovane e timida ma che sapeva bene il fatto suo, una che in seguito ho conosciuto molto bene ma che allora non avevo mai visto, avevo altro per la testa…
Lei, però, non se la sentiva: il Contestabile era troppo vecchio e si lamentava della differenza d’età; insomma, voleva vicino un compagno più giovane. Allora, per venirle incontro, mio padre chiese a me di fare il Contestabile. Avevo 24 anni. La ragazza parve apprezzare il cambio.
E in quella fine luglio del ’64, nella festa all’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco e, poi, il lunedì, alla Madaeneta, tra noi sbocciò qualcosa sfociato in 54 anni di matrimonio. Nel 2014 abbiamo festeggiato i 50 anni di contestabilato. Però mi rimarrà sempre un grande cruccio: quell’anno il Contestabile doveva farlo mio padre!

Com’era fare il contestabile nel 1964?

All’epoca c’era ancora l’usanza del bacio della padella: gli anziani facevano baciare ai nuovi contestabili una padella sporca di carbone. Era un rito, una penitenza che bisognava fare. Dopo il pranzo e la festa si scendeva dall’Oxentina, com’è ancora oggi. Il giorno dopo si faceva la Madaeneta, nata come ringraziamento del Contestabile a tutti quelli che lavoravano per fare la festa. Quando c’era Renzo u Capu la facevamo a Palazzo Spinola o a Sant’Orsola, e, per non gravare sule spese della Compagna, si pagava.

Cosa è cambiato da quei tempi?

In questi 54 anni di servizio effettivo ho visto cambiare molte cose: la costruzione della strada, nel ’78, ha migliorato l’accesso all’eremo a chiunque, ora sale tantissima gente, ma forse s’è persa un po’ dell’armonia degli inizi, di quando eravamo in pochi.
Se molte cose sono cambiate, una però è rimasta sempre la stessa: il menu che è quello standard di sempre: cundijun, maccheroni, carne a uccelletto e una pesca. Una volta c’era anche il dolce, regalo della Contestabilessa. Molti si lamentavano, perché avrebbero inserito qualche novità o del cibo più raffinato. Ma c’è un motivo preciso per cui il menu non cambia mai: perché, in questo modo, tutti, sia ricchi che poveri potranno fare il Contestabile e affrontare le spese. Tutto, nella Compagnia, è sempre stato nella massima condivisione: un tempo, tutti pagavano, anche chi saliva a fare qualche lavoro all’eremo o i cuochi che facevano da mangiare. Si prendeva il totale delle spese e si divideva per quanti eravamo. Anche questo un pochino s’è perso. Perché, oggi, molti vanno lassù per mangiare e bere, ma noi andavamo per far festa tutti assieme.

Testimone della storia recente della Madaena, Cristò ha una padronanza assoluta del senso del tempo. Non per nulla è l’autore della meridiana dell’eremo, realizzata nel 1966, che reca l’epigrafe “Festina, non redeo” (Affrettati, non ritorno), postavi sotto consiglio di Domenico Sardo. E’ attivo e rispettato nella compagnia, dove ribadisce con energia le proprie convinzioni. Non per altro, in un momento delicato, fu lui ad accompagnare Franco Boggero, Sovrintendente alle Belle Arti della Liguria, su cui mi racconta un aneddoto:

Da tempo circolavano voci sul crocifisso di legno, su all’Eremo. Si diceva che era prezioso e che bisognava tutelarlo, che sarebbe arrivato qualcuno da Genova per vederlo. Io non so, l’avevo sempre visto lì quel Crocifisso, chissà quanti anni aveva, ma non mi pareva un granché. Ma noi della compagnia l’abbiamo sempre rispettato e protetto in ogni modo. Ora si diceva che volevano metterlo in Parrocchia per difenderlo dai ladri.

Una volta, eravamo nel ’97, Contestabile Rinaldo, mentre sono al lavoro mi chiamano i Maddalenanti: “Cristò, c’è Franco Boggero, il Sovrintendente alle Belle Arti della Liguria che vuole vedere il crocifisso della Madaena”.
Allora lo accompagnai su. Quel viaggio, per lui, dev’essere stato lunghissimo perché io, quel Crocifisso, glielo descrissi per filo e per segno, potevo anche dirgli quanti capelli aveva. Arrivati su, andammo in chiesa. Quando vide il Crocifisso, Boggero ne fu entusiasta: continuava a dire che era straordinario, unico, che non aveva mai visto un pezzo così ben tenuto. Ma io, temendo che ce lo portasse via, colto da un momento di sincerità, dissi schietto in dialetto : “Mai brüttu cu l’è! Ma dove lo vede che è bello, Signor Boggero?”.

Boggero, però, da gran signore, capì la mia ingenuità e mi spiegò che il Crocifisso andava restaurato e messo in Parrocchia a Taggia per proteggerlo dai ladri: anche mettendo un antifurto all’Eremo, chi sarebbe riuscito ad intervenire in tempo se l’avessero rubato? E i furti d’arte sacra sono frequenti ormai. Noi avevamo fatto il possibile per salvarlo. Anzi, doveva ringraziarci, perché l’avevamo involontariamente protetto: ricordo ancora quando avevamo imbiancato la chiesa, ero stato io a dare la calce. Forse non fu un lavoro a regola d’arte, ma un po’ di calce era finita sul Cristo ed era stata abbastanza da proteggerlo dalle tarme per tutti quegli anni. Ora il Cristo della Madaena è in Parrocchia sano e salvo, dopo il restauro.

Questa è la Madaena, sacro e profano insieme. Cristò che salva Cristo. Tutto si tiene. Anche se tutto è cambiato attorno, la Madaena e Cristò sono sempre gli stessi. Cristò guarda le foto di sessant’anni fa e riconosce i suoi amici. Li nomina uno per uno come se fossero lì, come se quel pomeriggio di festa fosse appena terminato. E’ l’eterno ritorno, il cerchio che si chiude il 22 luglio e si riapre nello stesso istante… Cristò riprende a parlare:

Quando vado lassù, torno giovane, come quando ci salivo da ragazzo. Ancora l’anno passato sono andato il sabato pomeriggio e ho dormito in macchina nel bosco assieme agli altri. Se volete trasmettere la Madaena ai giovani, portateceli.

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