La Festa dei Furgari a Taggia

Articolo pupplicato su www.culturainliguria.it

Per la festa di San Benedetto Revelli a Taggia si accendono grandi falò e si percorre il paese armati di furgari, canne di bambù ripiene di polvere da sparo. Tra sacro e profano, storia e antropologia di una festa popolare le cui origini si perdono nella notte dei tempi

Amata o odiata, spettacolare e dionisiaca, attesa e anche temuta, straordinariamente complessa ma anche semplice, come tutte le tradizioni popolari, la “Festa dei Furgari” di Taggia è una di quelle che dividono, a cui non si può partecipare a metà, senza viverla completamente.

E’ celebrata a Taggia la notte del sabato più vicino al 12 di febbraio, ricorrenza di San Benedetto Revelli, patrono della città, in memoria dello scampato pericolo di un’invasione saracena.
Le vicende, la leggenda, narrano che nel 900 dopo Cristo, quando sulla costa ligure imperversavano i pirati Saraceni, ai tempi in cui i califfati islamici Ommyyadi avevano conquistato grande parte del Mediterraneo, San Benedetto Revelli, eremita acclamato vescovo d’Albenga, consigliò, alla notizia dell’avvistamento delle navi saracene all’orizzonte, di accendere grandi fuochi e peregrinare in tutto il paese durante la notte con torce accese. I pirati, in questo modo, ingannati dalle fiamme, avrebbero così cambiato destinazione, credendo Taggia già distrutta e saccheggiata da una banda che li aveva preceduti. Così fu, e Taggia si salvò.
Il Santo avrebbe poi protetto la sua città natale anche in un’altra occasione, nel 1625, quando, durante la Guerra dei Trent’anni, la  Liguria di ponente era interessata dalla lotta tra il Ducato di Savoia e la Repubblica di Genova: i taggiaschi, per voto, avrebbero festeggiato “in perpetuum” la ricorrenza del santo e costruito un oratorio a lui dedicato se il paese fosse stato risparmiato. Come accadde.

Ancora oggi, dunque, a Taggia si celebra lo scampato pericolo accendendo grandi fuochi nelle piazze e percorrendo i “caruggi” del centro storico armati di “furgari“, speciali ordigni, simili a torce, ma fatti di canne di bambù riempite di polvere nera, che vengono sparati in aria o a terra, a seconda delle dimensioni e della potenza, emettendo lunghe faville di luce.

Questa la storia di una festa popolare, capace di trasformarsi e seguire il passo dei tempi come poche in Italia. In realtà, molto probabilmente, questa festa, come altre, è il risultato di un sincretismo, un collage di elementi storici e reminiscenze pagane, riti antichi che sopravvivono nel tempo assumendo nuove forme e significati. In provincia di Imperia e in valle Argentina, le tradizioni popolari e i riti religiosi sono tuttora molto forti. La zona, per motivi geografici, storici e politici è sempre stata una “sacca” di paganesimo: vi si  trovano ancora oggi credenze, usi, echi di tradizioni antichissime.

Fortissima è la prossimità dei Furgari con i riti di purificazione tipici di tutto il Mediterraneo nel periodo di febbraio, che prevedevano l’utilizzo di fuochi e falò. I romani li chiamavano Februales, celebrazioni in onore di Februa, dea della purificazione. Erano destinati a ricondurre le anime nell’oltretomba ed evitare alla comunità e alle messi pericolose contaminazioni con i morti. Nella zona, tali celebrazioni si mescolarono a quelle di origine celtica che certamente già esistevano, come la festa di Imbolc, durante la quale si accendevano fuochi in onore di Brigit, la dea splendente.  Il Cristianesimo fece propri questi riti con la celebrazione della Candelora e la processione con le fiaccole.
A Taggia anche il periodo dell’anno è propizio ai falò. A  febbraio, infatti, Il “carburante” non manca: i fuochi s’alimentano con le frasche degli olivi appena potati, mentre nelle cantine gli animi si scaldano con i novelli risultati delle vendemmie autunnali.
E’ una festa che mescola componenti carnascialesche, mimetiche, apotropaiche ed erotiche.
Questi suoi ingredienti, mescolati alla sua natura euforica, al fuoco e agli esplosivi, la rivestono di un fascino incredibile. Lo spettacolo reso nella notte dai furgari,  “Pinocchi fragili / parenti artigianali / di ordigni costruiti / su scala industriale” come canta Fabrizio De André ne “Il bombarolo”, attira da anni migliaia di persone, tanto da destare spesso preoccupazioni sulla sicurezza della manifestazione i cui rapporti con l’autorità, hanno, da sempre, difficoltà di ogni tipo. In molte occasioni consoli, regi prefetti, podestà, questori, sindaci e carabinieri, ne hanno vietato e osteggiato la realizzazione, motivati anche da qualche grave fatto di cronaca.

Ma, nel buio delle loro cantine, o, meglio, nell’aria secca dei solai, i taggiaschi continuano a costruire i loro pinocchi artigianali, che spareranno la notte per festeggiare il loro santo.
E salvarsi un’altra volta.

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