L‘estetica del fungo. Tra filosofia e gusto di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte

Recensione pubblicata su: Il colophon

Mio padre, quando andiamo a raccogliere i funghi, sono buoni solo quelli che raccoglie lui.
Mio padre dice che tutti i funghi si possono mangiare. Qualcuno però una volta sola.
Mio padre va per funghi sempre nello stesso posto, anche quando non ne nascono.
Sa dove sono i funghi, come se li conoscesse uno a uno. Da qualche parte, deve avere una mappa di tutti porcini. Ma ora so che non la mostrerà mai a nessuno, tantomeno a me. Prende solo i funghi che gli piacciono; gli altri, anche se sono mangerecci e io li farei al forno o con le patate, li lascia lì, al loro destino.
Perché parlo di mio padre invece di recensire L’estetica del fungo. Tra filosofia e gusto, di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte?
Perché questo libro gli piacerebbe. È uno di quei libri che potrei regalare a mio padre alla festa del papà o per il suo compleanno, magari anche a Natale (qualora non trovassi prima un vino buono o un vecchio Sport Illustrato su Coppi).
Glielo regalerei di certo. Se solo lo leggesse.
Perché papà dei libri non sa che farsene, è già tanto se sfoglia Telesette. Figuriamoci L’estetica del fungo, praticamente una tesina d’estetica filosofica, con dettagli metafisici e tassonomie dettagliate delle forme dei porcini, dei tipi di cercatori, delle calamità cui un cercatore va incontro, tutte cose a papà arcinote e su cui potrebbe scrivere un’enciclopedia. So già che quel libro finirebbe come zeppa al tavolo.
Del resto, perché regalare un manuale di estetica a chi, forse, davvero, conosce a fondo il bello dell’andare a funghi?
Siamo noi intellettuali che abbiamo bisogno di celebrare quanto è bello ciò che facciamo, siamo noi che abbiamo bisogno di esibirlo, decantarlo, sbandierarlo, sminuzzarlo fino a trovarne tutte le implicazioni, le caratteristiche, le peculiarità, i noumeni, le smagliature, i difetti, sviscerarlo fino a demolirlo e scoprire così che, magari, non ci piace più.
E papà, invece, se ne sta seduto dall’altra parte a guardarci arzigogolare. E a mangiare tutti i nostri funghi.
Per recensire questo libro avevo bisogno di un compagno. Si sa, per funghi è meglio andare in due.
Così l’ho prestato al mio amico Giacomo, che da bravo professore di chimica, poteva aiutarmi a chiarire dettagli come il mistero della crescita, del formarsi di quel tessuto miracoloso chiamato micelio. Ma dovevo stare attento. Giacomo è egli stesso un fungaiolo con molti anni di esperienza. Io e lui abbiamo le stesse fungaie: ha una casa nei pressi del Passo della Bocchetta. Un giorno, mentre andavo da lui, trovai un porcino. Quando glielo mostrai, mi guardò con un lampo d’odio negli occhi, come se gli avessi portato via un tesoro. Ora, dopo aver letto il libro, capisco meglio perché. Leggere L’estetica del fungo, se non mi aiuterà a trovare un cesto di prelibati porcini, di certo mi ha aiutato a capire meglio questo mondo un po’ mistico e un po’ perfido dei boleti. E anche certi silenzi di mio padre.
Il punto forte del libro, a mio parere, è questa parte metafisica: andare per funghi non sarebbe che un determinato tipo di indagine filosofica; dietro la ricerca del fungo c’è il segreto della vita. Come tale, quest’attività è trasversale: coinvolge tutti, impiegati, giornalisti, professori di chimica e idraulici in pensione, proprio come Giacomo e mio padre. È la fuga dai problemi contingenti ad alimentare la nostra domanda esistenziale e dunque la voglia di trovare funghi, è un “conatus” spinoziano, una necessità ineluttabile. Quindi si tratta di ben più che un passatempo. Il fungaiolo è un drogato, ma sano, un tossicodipendente dell’indagine, affamato della sua attività teoretica. Ma se così fosse, allora tutti gli uomini dovrebbero andare per funghi; invece (nonostante per Giacomo o papà, siano già troppi quelli “che vanno nei boschi”), andare per i funghi e passeggiare tra gli alberi sono due cose completamente differenti. La prima è un’attività iniziatica, un procedere meditativo: per trovare i funghi, bisogna dimenticare di starli cercando. La seconda invece, andare nei boschi senza consapevolezza, può essere addirittura rischiosa.
Le tassonomie di questo libro sono a tratti spassose: cinque sarebbero le tipologie dei porcini, assunti, tra tutti i boleti — tesi discutibile ma reale — a fungo modello. Il ritrovamento di un porcino di qualsiasi categoria resta, infatti, qualcosa di molto vicino all’estasi. Tutti i fungaioli sono classificabili negli “avidi”: vorrebbero i funghi tutti per sé.
Non ci sono legami di sangue, d’amicizia o, forse, sentimenti, che portino a tradirsi e rivelare una fungaia a qualcuno. Al loro interno, i fungaioli si dividerebbero tra solitari, conviviali, pensatori e professionisti. Ma, oltre a quelle scaturite dalle loro interazioni sono sicuro che se ne potrebbero trovare numerose altre, almeno quanti sono i tipi di ricerca dell’esistenza. Papà è di sicuro un solitario che, quando non ne trova, diventa necessariamente un pensatore. Giacomo è un druido resipiscente, uno che sa dell’esistenza di leggi antichissime non scritte che confronta continuamente con la sua attività teoretica e scientifica, con le leggi del cosmo.
Tra le calamità la più grave (peggio dei vermi, delle lumache e delle muffe) è l’uomo, il suo passaggio reiterato, il suo sfruttamento eccessivo, l’avidità.
Se i funghi sono una ricerca dell’assoluto, i motivi della loro crescita sono misteriosi. Chi, tra i fungaioli, non si è mai chiesto come crescono? Incoscienti e ignari, gli autori del libro tentarono di riprodurli e raccontano nei dettagli il loro tentativo. Forse, per i funghi, non c’è termine più errato che “coltivarli”.
Di tutto il libro, la parte secondo meno efficace, è quella finale, “Dagli alberi ai fornelli”, curata dallo chef siciliano Carmelo Chiaramonte. Forse perché tale argomento vanta decine di imitazioni. Forse perché stona con la vera novità: la precedente parte estetica del libro, perché quello del palato è un gusto meno assoluto che quello dell’occhio che scopre la testa di un fungo e più soggettivo, locale, cambia di luogo in luogo, di persona in persona. Chiaramonte ci dice tuttavia come rispettare un porcino durante la preparazione: sarebbe un peccato rovinare tutto immergendolo, ad esempio, nell’amuchina.
Seguendo i suoi consigli siamo in grado di gustare completamente l’estetica del fungo e distinguerne le tonalità: quello trovato sotto il castagno è sempre diverso da quello nato sotto una quercia.

L‘estetica del fungo. Tra filosofia e gusto di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte

[Edizioni Estemporanee]

Giacomo Revelli

2 commenti

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2 risposte a “L‘estetica del fungo. Tra filosofia e gusto di Tony Saccucci e Carmelo Chiaramonte

  1. Il posto che conosco solo io
    Ci vuole la pioggia. Perché senza terra bagnata, senza umidità, non vengono. E poi ci vuole il sole. Perché se, dopo la pioggia, non salta fuori il caldo, non vengono. E poi bisogna che non ci sia nessuno intorno. Perché se ci sono degli intrusi o degli spioni, non vengono; peggio, se ne vanno, nel senso che te li portano via, quindi non bisogna farsi seguire, non bisogna farsi vedere, bisogna dissimulare. È una questione fra te e loro, quella con i funghi. Una questione privata, seppure all’aperto, in mezzo alla natura.

    Ha riti e consuetudini che si affinano in anni di pazienza e camminate. Non è che, i funghi, li vai a cercare: i funghi si vanno a trovare. Vai direttamente a casa loro, come se andassi in visita. Conosci l’indirizzo. Sai dove nascono, dove si raccolgono. E loro, generalmente, ti aspettano sempre nello stesso posto, seminascosti sotto quelle foglie, sotto quell’albero, quel castagno, sotto quell’abete, al limite di quel prato, là dove c’è uno sbanco di terra e comincia il sottobosco. Chi va a funghi conosce i posti segreti dei funghi. Sono un bene prezioso. Ciascuno ha i suoi, in una parte di bosco che diventa come una tasca, qualcosa di intimo. Si passano in eredità, ma non si rendono pubbliche, non si raccontano.

    L’andare a funghi preferisce il silenzio alle parole. Puoi regalarli tutti o condividerli a cena, ma non sveli il luogo da cui provengono. Non è ingenerosità, è il piacere della raccolta, quel gesto che comincia dagli occhi, quella carezza che diventa strappo morbido, quella golosità del tocco. C’è chi raccomanda l’uso del coltello per raccoglierli, ma tagliarli è come mozzare la coda ai cani. Non si va a funghi con un’arma. Si va con naso, occhi, tatto. E con quella parte di corpo che richiama la fortuna.

  2. giarevel

    Vero Alberto. I funghi non appartengono a questo mondo, andare a trovarli è un rito, il contatto con qualcosa di assoluto😉

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