Ventotene. Confini senza frontiere

Ora che s’allontana, Ventotene si rivela quel che è.
Fino a poco fa, nemmeno dieci minuti, era uno scoglio, un tocco di vulcano, una virgola in mezzo al mare. E Santo Stefano il suo punto. Ora, da più lontano, da qui, traghettati su questa terra, ferma in tanti sensi, sembra più un luogo in cui il pensiero poteva fare ginnastica liberamente, senza argini, senza confini, senza frontiere.

Perchè restarci anche solo per 5 giorni, significa confinarsi a tutti gli effetti, anche se  stavolta, per nostra fortuna, il confino è volontario, e non come capitò ai personaggi del mio romanzo “Confini senza frontiere”, che furono mandati qui dal regime fascista.
Il protagonista, chissà, forse è esistito davvero. Amedeo Dalmasso, oggi forse avrebbe fatto il mio lavoro. E’ un’apprendista, un giornalista alle prime armi che viene mandato sull’isola per raccontare il confino politico, ma dal punto di vista del regime, non da quello oggettivo di uno scrittore. La stampa inglese aveva pubblicato articoli che ipotizzavano maltrattamenti ai confinati: Mussolini non voleva che fosse detto e spedì alcune delle migliori penne nelle colonie di confino con lo scopo di convincere l’opinione pubblica europea ed evitare sanzioni.
Amedeo ci finì perchè era alle prime armi e manipolabile. Tuttavia resta fedele al principio per cui ha scelto di fare quel lavoro: raccontare la verità. Ma presto si accorge che la verità che vogliono i suoi principali non è quella che nota lui, che la verità del Fascismo è altra cosa dalla verità della Storia.

Non si capisce perchè Amedeo resti confinato. Non l’ho mai capito, nemmeno rileggendo più volte il romanzo per correggere le bozze (e voi non confinate me se trovate qualche refuso!).
Credo che sia per il suo eccesso di zelo nel raccontare la verità. Ma gliel’avevano ordinato, non è colpa sua.
O, forse, per aver parlato con più di tre persone contemporaneamente: lì su quell’isola era vietato, era considerata “adunata sediziosa”.
Infine, forse per aver imparato che cos’è la libertà, oltre che la verità, in quella facoltà universitaria ch’era Ventotene in quegli anni.

“Ciò che abbiamo fatto su quest’isoletta, in questi anni, forse non potevamo farlo altrimenti e in nessun altro luogo – dirà ad un certo punto – Dobbiamo ringraziare Mussolini: d’aver raccolto tutti assieme chi non la pensava come lui, di non aver fatto altro che concentrare
l’antifascismo in un solo luogo, d’averne creato un ateneo, un’università. Quando mai si sarebbero riuniti, tutti insieme, anarchici e comunisti, militanti di Giustizia e Libertà e stalinisti slavi, reduci della Spagna, ebrei, arditi del popolo e testimoni di Geova?
Mentre l’Italia marciava a passo d’oca e salutava romanamente, a Ventotene se ne progettava il futuro; mentre a Roma si festeggiava il Patto d’acciaio, in mezzo al Mediterraneo abbattevamo le frontiere dell’Europa.”

Vengono in mente le parole di “Concrete jungle”, una canzone di Bob Marley che ho sentito cantata da Valerio, proprio in un localino sull’isola, l’Hobo.
“…
Concrete jungle…/ Man you got to do your best.
Whoa, yeah. / No chains around my feet,
But I’m not free, oh-ooh!
I know I am bound here in captivity…”

Di sicuro Amedeo si iscrisse, volente o nolente, a quell’università, non si sa se alla facoltà di comunismo, anarchismo, liberalismo, azionismo o europeismo (ma qualche sospetto l’abbiamo). Di sicuro seguì tutti i corsi: marxismo, totalitarismo, anarchismo e autogestione,
egualitarismo, e, come ogni buon italiano, un corso base per fottere lo stato e sopravvivere. Ai tempi era più necessario di oggi.

E allora, che avrà fatto uno così, come Amedeo, per essere rimasto confinato su quell’isoletta? Qualsiasi cosa sia, possiamo perdonarglielo, perchè lì, a Ventotene,  qualcosa ti rubano le sirene, qualcos’altro lo lasci impigliato nelle agavi ma, qualcosa, sempre di più, lo confini lì per sempre. E, ogni tanto, torni dal continente e ti vai a trovare.

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