“Il canale bracco” di Marino Magliani

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“Il canale bracco”, la biografia di un canale. Sospeso tra Italia e Olanda, Magliani ci racconta di questo singolare viaggio accompagnando le acque. Gli spazi del Nord e la luce della Liguria

Non si sa mai davvero dove abita uno scrittore.
E Marino Magliani è uno scrittore dislocato. Non sai dov’è. Se la sua scrivania è a Ijmuiden, nel quartiere di Zeewijk, la sua penna sta in Val Prino, a Prelà, tra i tornanti del torrente o in qualche fascia d’orti. Quando cammini con lui in “centro” a Prelà, tutti lo salutano come se fosse appena arrivato. Qualche amico anzi, era pure salito fino a casa sua, aveva trovato chiuso e aveva pensato che fosse ancora in Olanda.

Magliani non si capisce se è un italiano che vive in Olanda, o un olandese che torna a Prelà. E’ un caso tutto particolare della consuetudine che vede tedeschi, inglesi o olandesi innamorarsi dell’entroterra ligure, comprare a due lire una casetta e stabilirvisi all’ubago della città e della vita di Riviera.
Lui però uno è di Prelà che è andato a vivere in Olanda. Ma lì ha preso il morbo che prendono prima o poi tutti quelli del nord. Una sindrome che li porta a puntare a sud, non troppo, la Liguria di Ponente va bene, e ad addentrarsi nell’entroterra, oltre l’A 10, per trovare una nuova patria – in tedesco sarebbe una nuova “Heimat”, in olandese non so – fino a creare tra quei carrugi un’ambasciata di lanzichenecchi, un piccolo consolato di birkenstock o, semplicemente, una tribù di indigeni sturm und drang.

E’ uno speciale tipo di esilio quello di Marino Magliani. Non abita più a Prelà da tempo, ma vive lì da sempre. Vive, parla, traduce, mangia in olandese, ma si esprime, comunica, dimora in Liguria. Quando parte da Ijmuiden, porta con sé quei giorni di bruma e di gelo, con un mare duro davanti e poche di sole al giorno. E torna in Olanda con ben più che qualche oliva in salamoia e un pezzo di sardenara o pissalandrea.

Io e lui dobbiamo vederci una calda sera d’estate a Prelà. Dobbiamo parlare del suo nuovo libro, “Il canale bracco” (Fusta editore) e di altri progetti che abbiamo insieme. Ci siamo scambiati un appuntamento via sms Italia – Olanda. Ma quando arrivo non lo trovo. Prendo il cellulare. Chiamo. Richiamo. Irraggiungibile.
C’è una festa in paese, un mercatino delle pulci. In giro solo “foresti”: teste bionde, tedeschi, olandesi con una birretta. Di “noialtri”, i liguri, a parte i gestori dei bar, nemmeno l’ombra. Mi concedo un quarto d’ora, poi andrò via. Parte la musica, due ragazze con le lentiggini cominciano a ballare. Sto per andare via quando lo vedo. Passeggia con un suo amico. Vestito in pantaloncini corti e sandali, la camicia aperta. Parlano in dialetto del Prino, di campagne, di innaffiature. Quando mi vede, sorpreso, mi fa un sorriso, “Oh… Giacomo!” mi dice. “E il telefono, Marino? Ti ho chiamato un sacco di volte…”, gli dico. “Ah… è in Olanda”, mi risponde.

E’ così Marino Magliani. E’ uno che si siede con te alle otto e mezza di sera e invece che una birra, ordina cappuccino e brioche. Però, prima passa dalla sua cantinetta nel borgo. Sull’uscio c’è una bella agave. E mi regala dei libri, uno è un romanzo di uno scrittore di Cuba che ha appena tradotto, “La moglie del colonnello”, di Carlos Alberto Montainer, Celebrés Ineditos.

“Il canale bracco” è un libro non immediato. Trama scarna, pieno di complicati nomi olandesi, di moli, di canali, di dune. Non succede nulla. Magliani racconta un canale, come ce ne sono tanti nei Paesi Bassi. Però non riesco a staccare gli occhi dalle sue pagine, non riesco a mollare la sua scrittura. Un po’ perché è il sequel di “Soggiorno a Zeewijk”, scritto l’anno prima, la bella storia di un flaneur, uno che gira per i canali e sbircia nelle case degli altri. Un po’ perché, cercando di capire che olandese sia Marino Magliani, capisco meglio che ligure sia io.

Anche qui c’è un girovagare, una flanerie: ma stavolta con un senso, quello del canale. Anche qui c’è Piet, l’amico olandese del protagonista: un po’ arrabbiato perché citato nel libro precedente, come lo sarebbe un vero ligure.

Se recensendo “Soggiorno a Zeewijk”, avevo cercato di appurare se Magliani fosse un ligure del primo o del secondo tipo (di quelli attaccati come patelle ai propri luoghi o di quelli che partono ma tornano regolarmente a casa, secondo la classificazione di Calvino nel 1962), ora, scrivendo de “Il canale bracco” cerco di capire che cosa lo spinga a migrare, a lasciare le dune, i moli, i lunghi tramonti, i canali del nord per le anse del Prino che si tuffano in mare nei pressi di Imperia Porto Maurizio.

Un po’ è la vita, e anche in questo libro ce n’è molta, il peregrinare inquieto per lavoro, l’incomunicabilità con i locali, che rispondono “Zegt mij niets”, “Non mi dice nulla”, se uno gli parla di Porto Maurizio. Un po’ è questo cercare la frontiera, “l’incontro fortuito con una specie anfibia che vive in due mondi distinti”.

E, poi, forse perché quelli come Magliani, pur nella loro specie d’esilio, si “godono” di più i nostri luoghi. “Godono” detto con una sfumatura erotica, la stessa che, nel libro, usa la vicina di casa del protagonista, dicendo che s’è “goduta” il sole di Fuerteventura. Voglio imparare a farlo anch’io, come tanti, dalle nostre parti.

E allora seguo Magliani nel suo canale salmastro. Lo seguo quando passa tra acciaierie, disturba pescatori, quando cerca di inutilmente di salvare le stelle marine. Lo seguo come una capramuta, un insetto acquatico, segue, a Prelà come in Olanda, il suo torrente di parole.

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