Nel tempo dei lupi – Recensione di Nicola Farina

Quando Giacomo mi ha proposto di presentare il suo ultimo libro, ho accettato con piacere per quattro ragioni.
La prima, banale e poco interessante, ci conosciamo da 25 anni.
La seconda, per ragioni personali e familiari, entrambi frequentiamo da sempre Realdo e la Valle Argentina.
La terza, il lupo e le sue rappresentazioni sono stati il mio principale soggetto di studio quando ero ricercatore a tempo pieno.
La quarta, l’ultimo film che ho girato si svolge a Realdo ed in Valle Argentina, e verte sulla frontiera, più in generale sulle frontiere esterne – amministrative, politiche – ed interne – psicologiche, culturali – che dividono le persone.

Accettando con preoccupazione questo arduo compito che per la prima volta nella vita mi accingo a svolgere, mi son chiesto in nome di cosa io abbia la legittimità di presentare un libro. Il mio lavoro, autore di documentari, ricercatore o giardiniere, è innanzi tutto quello di osservare il mondo nella maniera più semplice e diretta possibile, almeno rispetto ai miei mezzi di comprendonio, allo scopo di scoprine i contrasti e le prospettive, per metterne in rilievo le vedute che più mi toccano.
Cerchero’ pertanto di esprimere in parole cio’ che ho visto leggendo il libro di Giacomo.

Nel tempo dei lupi ci parla della prima frontiera che l’essere umano ha oltrepassato all’inizio dei tempi, dei nostri tempi. Diventando animale raziocinante, egli, l’umanità, noi, ci siamo definiti in quanto persone.
Se oggi la divisione appare netta, la distinzione tra il mondo del selvatico ed il mondo della civilizzazione, fu assai più sfumata. Umanità e natura non sono sempre stati elementi separati del pianeta.
Dopo 4 secoli di modernità, oggi l’imperialismo dei consumi e dell’edonismo globale ha spazzato via religioni e miti. Ed esso sta ormai togliendo di mezzo anche gli ultimi residui della relazione di scambio che l’umanità intratteneva con la natura e le sue forze.
Nel tempo dei lupi apre una finestra sulla paradossale conseguenza della demarcazione sempre più netta della linea che divide la cosiddetta civiltà e la matrice animale che è principio della nostra esistenza.

Andiamo tutti verso qualcosa, e pur nella nostra contemporanea frammentazione individualistica, probabilmente noi tutti, come massa, procediamo nella stessa direzione senza nemmeno saperlo. L’uso che si fa delle parole è molto importante per spiegare i meccanismi psicologici che funzionano a livello collettivo.
Oza Okup è un collettivo internazionale che inscena performances di strada sui temi delle origini del neo-liberalismo e del senso di parole ed espressioni che descrivono il funzionamento della società e che fanno parte del vocabolario di tutti i giorni.  Nelle vie di Bruxelles, Belgrado, Brazzaville è stata sollevata ai passanti la seguente domanda: il profitto è al servizio dell’umanità o l’umanità è al servizio del profitto ?
La perplessità degli uni si è alternata alla risposta tendenzialmente tragicomica degli altri. Meglio ridersela, dicono gli artisti. Ormai poco altro ci resta da fare per tentare di esorcizzare il cannibalismo culturale e psicologico del “progresso”.
Lascio sospesa la questione sul soggetto che definisce realmente gli attori di tale “progresso”.
Continuo sulle sue principali conseguenze, e sul perché il lupo – la visione che ne abbiamo, la funzione che gli si attribuisce nei diversi momenti storici – sia un eccellente indicatore di quanto sta avvenendo all’umanità.

Incapaci di reagire, presi dall’edonismo di massa, procediamo a grandi passi in direzione di cio’ che la tecnica ci indica senza discussioni. Da una parte economisti e politici ci convincono che calcoli esattissimi ed incomprensibili dovrebbero regolare le nostre esistenze. Dall’altra, compagnie internazionali con sigle e nomi conosciuti ovunque sul Pianeta, definiscono i nostri “life-syles”, sventolandoci davanti al naso esche appetitose quali tablettes, iphones ed altri accattivanti marchingegni stimolanti i nostri nuovi ed insospettati bisogni.
Il segnale binario domina il mondo e l’economia del consumo edonista è la nuova religione.  Con la globalizzazione della comunicazione, la separazione tra uomo e natura – in senso lato, ma anche nel senso di natura umana – sembra ormai disperata.
Saremmo già condannati alla comunicazione istantanea dipendente da supporti sempre più piccoli che già promettono di invadere il nostro corpo ? Siamo definitivamente privati della speranza di sentirci parte di un tutto che esista al di fuori della nostra bolla d’informazioni e di dati, di tutto cio’ che non “esca” dai nostri supporti ? Diventeremo infine noi stessi il supporto fisico-biologico del microchip che definirà la nostra identità tramite la registrazione “intelligente” dei nostri consumi?
Se la nostra intelligenza è già al servizio dei sistemi che essa ha creato, allora abbiamo già dimenticato cosa siamo.
Ecco cosa ci dice Giacomo, descrivendoci lo stupore incomprensibile che Guido prova di fronte alla lupa.
Credendo di semplificarci la vita grazie al progresso, ci siamo creati una prigione sempre più claustrofobica e rumorosa. La nostra unica reazione è quella voluta (da chi ? Dalle società di telefonia mobile ?): una frenesia comunicazionale senza senso, che ormai definisce ogni individuo – moltitudini d’individui, miliardi di protesi comunicanti sempre più connesse, ognuno di noi sempre più ansioso di affermare la propria esistenza tramite immagini, frasette, messaggini, slogans.
Il riduttivo cogito ergo sum, si è trasformato nel terribile comunico ergo sum. Senza più pensare, dovremmo semplicemente reagire per impulsi diretti, comunicare nel tempo istantaneo di un presente dilatato che non segue più né i cicli della natura, né le linee della Storia.
Ed eccolo dunque il rumore di fondo che appiattisce la profondità del mondo, e che Guido riesce a distinguere solo dopo aver oltrepassato la frontiera tra la sua realtà di uomo del XXI secolo, ed il mondo primigenio, potente e misterioso dei lupi.

Perché dunque la lupa che Guido incontra in montagna sembra cosi’ diversa dal lupo dei documentari del National Geographic che lo stesso guarda alla tv con il giovane figlio ?
Abbreviando grossolanamente un processo storico durato quasi due millenni, cito giusto tre tappe fondamentali nella storia dell’umanità, che hanno profondamente e progressivamente modificato il nostro modo di vederci sul Pianeta.
Dapprima la visione antropocentrica dei tre monoteismi ha fornito gli strumenti “intellettuali” per sancire la separazione tra umanità e natura.
In seguito, durante l’epoca moderna, il progresso ha fornito gli strumenti tecnologici per assoggettare in maniera globale la natura.
Infine, nell’Italia contemporanea, in tutta l’Europa occidentale, il boom economico italiano o le trente glorieuses francesi – ogni nazione ha il suo modo per definire il proprio glorioso quanto effimero e distruttivo trionfo della modernità – ha dissolto la civiltà contadina che presentava ancora una certa comunione con le forze naturali del mondo.
Per diletto e per meglio comprendere i nostri tempi, è interessante rileggersi l’articolo sulla scomparsa delle lucciole di Pasolini, vero necrologio della fine di un’epoca iniziata all’alba dei tempi.

Entrando nel tempo dei lupi Guido compie un vero e proprio rito di passaggio. Un rito che è paragonabile alla serie complessa di rituali che avevano come protagonista la figura simbolica del lupo: per es., presso i Kwakiutl, tribù dell’isola di Vancouver, o più in generale presso tanti altri popoli del mondo, ove il lupo è metafora delle forze primigenie che l’essere umano deve riconoscere e sperimentare per trovare il proprio posto nel mondo.
Tra le varie civilizzazioni non si contano i riti che sancivano l’entrata del giovane nella fase dell’età adulta, grazie all’utilizzo della metafora del lupo – tramite tra i due mondi, quello della società e quello delle forze naturali.
Alle radici della nostra civiltà occidentale, si pensi ai lupercalia della Roma classica. Questa complessa cerimonia di morte e rinascita rituale celebrava la fertilità delle donne ed il rinnovarsi del ciclo annuale. Essa fu proibita nel 495 dc dal papa Gelasio, il quale rimproverava al senato la partecipazione di cristiani a tale festa.
Sempre nella cultura europea, le versioni moderne delle favole non sono altro che racconti e miti di antica origine, epurati dei loro elementi precristiani. Tali versioni moderne non lasciano alcun dubbio sulla presunta superiorità dell’umanità sul resto del creato.
All’origine di Cappuccetto rosso, il lupo era tutt’altro che l’incarnazione del male descritta dall’antropocentrismo religioso affermatosi in epoca medievale ed adottato dalla modernità. La sua versione attuale è quella trascritta e reinterpretata da François Perrault in Francia nel XVII secolo e più tardi dai fratelli Grimm in Germania. Il racconto, di cui si hanno testimonianze nella Francia dell’XI secolo, ha quasi certamente un’origine precristiana. Nella sua versione più antica oggi conosciuta, il lupo uccide la nonna ed offre i resti del cadavere alla nipotina, la quale, finito il festino di carne umana, è contenta di raggiungere il lupo a letto, per godere dei suoi primi piaceri, sconosciuti e proibiti. Appare evidente come qui il lupo sia metafora delle forze ineluttabili della natura a cui il genere umano appartiene: forze che definiscono l’inesorabile ciclo della vita ed il passaggio della fertilità da una generazione all’altra di donne.

Ed ora ? Cosa resta del tempo dei lupi ?
Cio’ che è avvenuto in pochi decenni in Europa sta ripetendosi ancor più velocemente altrove nel mondo.
La fine della guerra fredda e l’esplosione d’internet e del mercato globale, hanno “liberato” anche le popolazioni più “arretrate” che oggi chiedono benessere e democrazia. Anch’esse stanno cosi’ imparando a conoscere il “progresso”, dimenticando di far parte di un mondo la cui conoscenza si tramandava da centinaia di generazioni.
E’ una vera e propria ecatombe di memorie di cui siamo protagonisti e testimoni. E non parlo di memorie intellettuali, ma di memorie fisiche, psichiche, di un’alterità che ormai riusciamo a pensare solo in termini di banalizzazione (o di imprigionamento entro gli schemi coi quali siamo abituati ad interpretare).
Quale altro significato hanno i “parchi a lupi” come il Parc Alpha di Saint-Martin-Vésubie citato da Giacomo, dove degli esemplari di lupi dell’Alaska son ben nutriti, ingabbiati in recinti e messi in mostra ai visitatori ? Il lupo, da forza misteriosa e potente della natura da cui l’umanità si è separata, è diventato attrazione turistica. Esso è cosi’ ridotto a due funzioni: risorsa economica e lupo “orsacchiotto”.
Il nostro mondo autoreferenziale ed antropocentrico non solo ci impedisce di vivere e di pensarci altrimenti che degli esseri dediti al consumo ed alla comunicazione. Esso inoltre riduce la natura ormai doma a variabile economica, trasformando tutto cio’ che è “altro” in elemento ludico.
Per tornare ad esempi più banali e vicini alla nostra esperienza, si pensi alla popolarità del volto di Che Guevara, onnipresente su t-shirts e tatuaggi sfoggiati fin negli angoli più impensabili del Pianeta. Il volto del medico argentino rivoluzionario non sembra la versione “cool” dei volti dei terrificanti licantropi raffigurati nelle incisioni dei trattati di fisionomica del XIX secolo ?

Nel tempo dei lupi ci dice che il rumore di fondo della nostra società ci stordisce e ci rende incapaci di sentire quel mondo a cui la specie umana sapeva appartenere e sapeva ritrovarsi. Un mondo che l’essere umano, nel corso di millenni di storia, aveva saputo interpretare senza dividersene. Un mondo che le innumerevoli civiltà susseguitesi sulla Terra hanno strutturato, appreso, rimesso in scena tramite miti e riti che coinvolgevano “anima e corpo” le persone.
Un mondo ed una dimensione che il consumo, la comunicazione, il profitto e l’edonismo stanno riducendo a spese dell’umanità stessa, persa negli inganni delle parole e delle immagini che la comunicazione di massa svuota del proprio senso.
La gerarchia genera potere, ed il potere altre nuove e bizzarre gerarchie, per mezzo di sempre nuovi sofisticati strumenti adatti alla propria epoca.
Il prezzo, ovvio, é l’abituarsi a credere di essere cio’ che questo “progresso” vuol che noi siamo.

E allora, le lucciole sono definitivamente scomparse ?

La finzione di Guido ci dice che ritornare ad una dimensione più umana e profonda della vita è forse ancora possibile: una dimensione più silenziosa e vicina a cio’ che non sappiamo più essere, per riconoscere il lupo che è in noi stessi e trovare nell’altro l’essere umano che noi siamo.
Tuttavia la storia parallela di Giusé Burrasca ci dice anche che gli ultimi esseri umani che ancora portavano qualche traccia dei mondi delle nostre origini, stanno per scomparire, definitivamente.
Probabilmente à già troppo tardi per cambiare rotta, lo era già 40 anni fa, diceva Pasolini.

2 commenti

Archiviato in Centroterra, Cose Nostre, Letture

2 risposte a “Nel tempo dei lupi – Recensione di Nicola Farina

  1. pia

    Bellissimo, bravo Giacomo.
    Ci voleva un bel viaggetto “di ritorno”, in mezzo a questo andare “non si sa dove”. Oddio, ho tribolato un paio di notti, in cui il mio sonno è stato turbato, ma ciò non è altro che un indicatore della capacità di penetrazione delle cose lette nel romanzo, e allora ben vengano.
    Penso che in tutte le epoche ci siano stati uomini che hanno avvertito il disagio della vita che erano chiamati a vivere: la conoscenza è sempre stata un percorso irto di difficoltà e di sofferenza, nonché di gioie. Tu, Giacomo, sei stato capace, in quest’epoca di tanto-niente, a riportare la connessione laddove l’umano può ancora “sentire” di essere umano. In particolare, un viaggio nell’esplorazione del maschile e, come donna, lo dico con molta approvazione, perché rappresenta per me una grande attrazione, uno spiccato piacere di conoscere e capire l’uomo in quanto maschio.
    Lassù, nella zona di Abenìn, c’erano tre tipologie di maschi: Giusé, Guido e i tre francesi; di femmine c’era solo lei, la lupa. Giusé, il primordiale, capace di affrontare la vita, in qualche modo il maestro; Guido, il moderno, che si risveglia, in men che non si dica, al richiamo ancestrale e i tre francesi, mediocri, ignoranti fino in fondo, senza possibilità di riscatto. Infine la lupa, intelligente, istintiva, insondabile, che “comunica” esclusivamente con il “sentire”.
    Diventa sempre più raro inseguire il proprio “sentire”… E sicuramente quest’epoca che dovrebbe favorirlo, grazie all’espandersi indefinito della “comunicazione”, ci sta depistando ogni giorno di più. Anche chi è rimasto più a lungo a contatto con la natura (ahimè, tutto sommato sono rimasta una campagnola!), non è stato agevolato, perché la modernità ha contaminato tutti.
    Le contraddizioni, peraltro spassosissime nella prima parte del libro, sono all’ordine del giorno, nel momento in cui ci si sofferma a riflettere sullo stato delle cose e su come ci siamo calati dentro..
    La salvezza da questo caos si chiama “sensibilità” che, insieme all’intelligenza narrativa, si percepisce nel libro come elemento sostanziale, dall’inizio alla fine: il protagonista scruta ogni cosa, senza appartenere in realtà a nessuna, al fine di poter percorrere fino in fondo la propria strada. La sensibilità lo rende consapevole, capace, ma al tempo stesso fragile.
    In quel “sentire” è la bellezza, il reale, il vero. Ci si sente vivi attraverso il “sentire”. Siamo troppo abituati al “pensare” e all'”agire” e diamo sempre meno spazio al “sentire”, alla sintonia con noi stessi o con altre persone o con gli animali o con la natura o con l’universo. E ciò crea solitudine.
    Se l’anima vive, se l’anima sente… lì è la “grande” bellezza.
    La storia è bella, scritta bene, divertente nella prima parte e a tratti inquietante: una suspence doverosa (forse quella che ha agitato il mio sonno…) ed infine decisamente seria. Sono rimasta male quando hanno sparato all’antenna, anzi malissimo! Non perché fosse importane Internet a Abenìn, ma… perché mi piace che si possano realizzare le cose (dicesi: Candu in tavagliu l’è fau, l’è fau) e non distruggerle! Non avevo dubbi sulle tue finezze, incastonate come perle preziose in una collana; fresche e scorrevoli le descrizioni del paesaggio e della natura: era come esserci!
    Continua, né!
    Ciao, anima bella…
    Pia

  2. pia

    Errata corrige: Travagliu e non tavagliu!

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