L’oro di Taggia

da http://www.laliguriaracconta.it/2012/11/13/loro-di-taggia/

L’oro della Valle Argentina non si trova setacciando i sassi in riva al fiume, o sottoterra, in profondi pozzi. Pende dagli alberi già a fine ottobre o metà novembre, fino a dicembre, nei casi più tardivi anche a gennaio. Per trovarlo non si devono cercare pepite tra l’arena e nemmeno scavare buie miniere: si passa tra gli ulivi e lo si fa cadere in reti stese a terra anziché in acqua. E’ perfetto il legame tra le colline e  il mare nella raccolta delle olive.
Raccogliere le olive, (“batterle”, in dialetto), è un gesto facile, che s’impara subito, come tutti i gesti antichi che si svolgono puntuali da centinaia di anni. In Valle Argentina, la valle che prende il nome dal fiume che s’infila in un lungo e sinuoso fiordo e arriva fino a Triora e ai monti più alti della Liguria, l’olivo è sacro dai tempi dei monaci benedettini. Proprio loro, con una raffinata serie di incroci, crearono quella che è oggi la “cultivar taggiasca”, un’oliva nera come gli occhi dei bambini di queste parti, modesta, spartana nella forma, ma generosa nella resa come la gente di qui. Da quei tempi le colline attorno a Taggia e in tutta la provincia di Imperia sono ricche di uliveti che tra ottobre e gennaio si colorano di reti, stese per raccogliere fino all’ultima oliva.

Raccogliere le olive è un’esperienza che ha qualcosa di religioso e un richiamo ancestrale, come la vendemmia. Se siete di Taggia, Dolcedo, Isolabona o Badalucco non prendete impegni per l’autunno: c’è da battere le olive. Si sale con tutta la famiglia, si reclutano amici, parenti, cugini fino al sesto grado. Ci si aggira tra gli ulivi con bastoni, rastrelli (alcuni sembrano manine, per quando le olive non sono troppo mature e non vengono giù da sole).
Il silenzio attorno è assordante tanto è lontano dal frastuono della città. Si accarezzano, scuotono, sbattono i rami per far cadere le olive sulle reti. Un tempo, prima dell’invenzione del nylon, arrivavano donne dal basso Piemonte a raccogliere le olive a mano: erano le “sciascieline”.
Il sole balugina tra le foglie, arriva una voce dabbasso, laggiù in fondo, sull’altra collina, una chiesetta con un campanile bianco batte mezzodì. Fermi tutti, si mangia. Le donne, se non si caricano sulle spalle i sacchi pieni d’olive, pensano a sfamare tutta la brigata: da cesti legati con grossi “mandilli” spuntano sardenara, pecorino, salame e una bottiglia di ormeasco. Non troppo, che bisogna lavorare. I muri a secco sono la sala da pranzo.

Assieme alle olive, dai rami, è inevitabile, cadono foglie, bruchi e quant’altro, ma per tutti è come se cadessero diamanti. Nessuno va perduto. Le olive che scappano via le rincorrono i bambini: serviranno per la salamoia.  C’è chi canta: qualcuno intona “Bella ciao”, “La prima cosa bella”.  I più dotati azzardano “Nessun dorma”. Dalle reti le olive passano in sacchi di iuta, come quelli del caffè. Pesano 30-35 kg l’uno, qualcuno dovrà portarli giù.
L’indomani c’è l’appuntamento con il “defiziu”: è il frantoio Secondo, a Montalto Ligure. Si contratta sulla resa che cambia ogni anno in base alle olive. Le olive vengono tritate da due grandi ruote, poi messe negli “spurtin”, speciali ciambelle di canapa, che poi verranno messi sotto la pressa.
L’olio appena franto, l’olio ultravergine, è verde di clorofilla, ancora selvatico ma già pronto per essere gustato su una fetta di pane di Triora.
Fate un salto in uno dei molti frantoi, a Taggia, a Dolcedo, a Montalto, a Badalucco. Nessuno ve la negherà.

4 commenti

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4 risposte a “L’oro di Taggia

  1. Loro di Taggia. Senza apostrofo.

    Annata molla per noi quest’anno.

  2. E la val Nervia? Noi comunque abbacchiare diaciamo “aramaa”. Ciao.

  3. Sono giorni magici, giorni in cui vorrei tanto mandare a quel paese tutto il mondo e restare a raccogliere le olive senza pensare a nient’altro.

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