Arrivano gli altri. Per una volta

La notizia gira già da qualche settimana nel sottobosco culturale del ponente ligure. Ormai è ufficiale. John Martin, il trombettiere del 7° cavalleggeri dell’esercito americano, unico superstite nella battaglia di Little Big Horn tra americani, Sioux e Cheyenne, non era di Apricale.

Da giorni lo si mormorava nei bar. Gli automobilisti fermi nel traffico alla rotatoria di Val Nervia non parlavano d’altro. “Ma se ne dicono tante…”,  commentavano i più, nessuno ci credeva. Invece poco fa ecco la conferma. Dobbiamo proprio rassegnarci: non fu ponentino il fiato che diede la carica ai soldati blu del Generale Custer. Non era cresciuto a machetu e michetta quel ragazzo valoroso divenuto simbolo della nazione stellestrisce. John Martin, non era Giovanni Martino, italiano andato a cercar fortuna in America e arruolatosi poi nell’esercito americano. Oppure sì, era lui, ma non veniva da Apricale. Si tratta di semplice omonimia. Come dimostra una ricerca di Marco Cassini – lo stesso che ipotizzò, anni fa, l’origine nervina di John Martin – l’apricalese morì a Nizza nel 1896 e non a New York come quell’altro, suo omonimo, reduce dalle guerre Sioux ed eroe nazionale americano. Quello giusto, di Giovanni Martino, nacque probabilmente nel profondo sud, a Sala Consilina, in provincia di Salerno, in spregio a chi dice che dal meridione non arrivò alcunché di buono.

Vista l’ambientazione western e le consuetudini Cheyenne, si può parlare di una vera e propria bufala. Nulla era certo, ma nessuno l’aveva ancora smentito, tanto che qualcuno a ponente, alla ricerca, come tutte le piccole realtà locali, del suo avo-VIP, già si gloriava molto di questa discendenza.
Insomma, la mamma di Frank Sinatra non era dell’entroterra di Chiavari? I prozii di Madonna non erano abruzzesi? E allora, perché il trombettiere di Custer  non poteva essere di Apricale?

John Martin ebbe un ruolo importante in quella battaglia che ha fatto la storia americana: fu mandato dal generale Custer a chiamare rinforzi quando le cose mettevano male. Per questo si salvò.
La sua storia era parsa ai più utopici, in tempi d’anniversari risorgimentali ignorati un po’ ovunque, una metafora esplicita per le sorti della nostra terra. Un po’ manzoniana, se volete, ma anche tanta par condicio: “S’ode a destra uno squillo di tromba / a sinistra risponde uno squillo”. Un messaggio in

bottiglia per la nostra politica. Del resto manca proprio qualcuno che dia la carica a questo pezzo di Liguria, così moscio negli ultimi tempi.

Anche negli ambienti più frivoli c’era fermento: Barbara D’Urso aveva già in programma una puntata di Pomeriggio cinque con i presidenti di provincia di Imperia e Savona a fumare il calumet della pace dopo la battaglia di Little Big Rumenta. Invece.
E’ stato bello crederlo, ne eravamo orgogliosi, John Martin stava davvero cambiando le nostre vite. Invece no, “gli è tutto da rifare”, citando un altro grande poeta, anche se non del pedale ma dello sperone, Gino Bartali. E’ la dura legge della tromba: qualcuno deve pur suonarla, gli altri, trombati. Ma ora ci sentiamo un po’ derubati. Colpa, certo, di questi liguri che partono, vanno per il mondo, ma poi tornano tornano sempre. Uffa. Qualcuno in extremis aveva anche gufato: e se Giovanni Martino fosse morto a Little Big Horn? Allora Apricale avrebbe potuto esibirne lo scalpo al castello della Lucertola.

Ma forse non tutto è perduto. Spulciando la lista dei deceduti nel massacro di Little Big Horn, gli studiosi avrebbero rintracciato altri antenati, altri progenitori di esponenti oggi conosciutissimi nel ponente ligure. Solo, però, non si tratterebbe di bluse turchine ai comandi del generale Custer. Sarebbero guerrieri Sioux, Lakota, Cheyenne e anche qualche Arrapaho. Sarebbero arrivati poi in Italia e a Imperia non si sa come, forse come lavavetri, badanti o raccoglitori clandestini di plumosus, per sfuggire all’internamento nelle riserve che fu riservato successivamente ai nativi dal governo americano.

I nomi, subito, non dicono nulla, ma ad una seconda occhiata sono inconfondibili.
Per primo, su tutti, spiccherebbe “Tramonto baffuto”, famoso nelle cronache di battaglia per aver dissotterrato la “sappa” di guerra.
E “Leone che bela”, nome ironico, forse dovuto frequenti urli di guerra fatti po’ a tutti non seguiti però da dimostrazioni pratiche, non sarebbe altro che parente dell’attuale sindaco di Sanremo, Maurizio Zoccarato.
Ma le sorprese più grosse arrivano dai nomi nativi, tradotti in inglese e poi italianizzati.
Ad esempio il guerriero “Sentiero di teschio”, nome che doveva incutere sicuramente terrore negli avversari e rispetto nei compagni, fu tradotto in inglese con “Skull-line” e da lì naturalizzato poi “Scullino” dopo l’arrivo in Europa.  Più di tutti suscita clamore scoprire che anche tra gli indiani a comandare erano sempre gli stessi, i soliti nomi. Come il grande capo “Buco-nel-cielo”,  nome eloquente ma anche mistico, amatissimo, che abdicò a causa di una tenda, un taipee non suo pagatogli da un uomo pallido, uno straniero. “Buco-nel-cielo”, in inglese reso con “Sky-hole”, sarebbe diventato in Riviera “Scajola”.

Siamo orgogliosi che molti di noi siano imparentati con i nativi d’America –  avrebbe dichiarato il sindaco di Imperia, Paolo Strescino, anche lui bravissimo a fare l’indiano – non ci dispiace affatto che John Martin non fosse di Apricale e non avere avuto quindi avuto un conterraneo a Little Big Horn. Per una volta stiamo dalla parte del più debole, di chi è stato massacrato, s’è visto sottrarre la propria terra ed è stato confinato in una riserva -.

Come dargli torto?

3 commenti

Archiviato in Contromano, Cronache del Sol Ponente

3 risposte a “Arrivano gli altri. Per una volta

  1. L’amico Marco Cassini è da un bel po’ che lo dice che il nostro eroe non era un brigarencu (nativo di Apricale).

  2. adrianomaini

    Poveracci questi nostri politici para-razzisti e para- tante altre cose, ritrovarsi per “colpa tua”, delle tue verifiche storiche, imparentati con i musi rossi!

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