Scherzi a parte, con il fuoco


Con grande rammarico e disperazione ho appreso poco fa che Carmine Brusco, uno dei giovani di Taggia rimasti feriti domenica nell’esplosione della cantina, è morto questa mattina. Il mio pensiero va a parenti, amici e ai genitori. Speravamo non dover leggere questa triste notizia.


Una cantina esplode, nei vicoli, a Taggia. Tre ragazzi gravemente feriti. “Stavano preparando i furgari”, hanno scritto i giornali. Ma si fa presto a dire furgaro. Ogni palloncino che scoppia, ogni portone che sbatte, ogni bolla di chewing gum, a Taggia, diventa un furgaro. Più complicato è capire, spiegare che cos’è, cosa sono i furgari. Per i più, sono canne di bambù ripiene di polvere da sparo. Per molti un fagotto con dentro l’anima. I furgari o si amano o si odiano. Per molti sono uno spettacolo, per altri una pazzia, un divertimento da abolire. Ma capire davvero che cosa sia un furgaro lo si può fare una volta soltanto, una sera all’anno, il 12 di febbraio, festa di San Benedetto. Tutti gli altri, compresi i fuochi d’artificio d’estate, sant’Erasmo, San Giovanni, Ferragosto, sono imitazioni, contraffazioni, tarocchi dell’emozione originale. Le regole sono chiare. Non può sparare un furgaro chi non ne conosce la storia, la radice, la cultura: come il santo salvò Taggia dai pirati, la sera della festa salverà chi carica e spara i furgari. E’ una festa che chiede molto, San Benedetto. Ho visto cose che voi di Arma, di Imperia, di Badalucco, di Sanremo, (ma la mia cantina ha ospitato anche francesi, inglesi, una volta anche un giapponese) non potete nemmeno immaginare: canne bambù aprirsi in un cono di luce; stupazzi partire e il fuoco abbracciare finalmente l’uomo e rivelarne l’anima. Ma tutti uscirne, senza un graffio, solo con una risata e un po’ di tachicardia. Perché costruire furgari è qualcosa che va fatto a regola d’arte. Lo sanno anche i bambini a Taggia: fino ad una certa età (cioè quando le ragazze cominciano a scappare se ne accendi uno) te ne stai a guardare: tuo padre che carica, la gara in Piazza Ruffini, ‘Genio e i suoi bambù in Piazza Grande; tuttalpiù ti è concesso qualche furgaretto. Fin da bambino li guardi: salgono su, fino alla cima dei palazzi, in piazza Farini o nel catino del Pantan, durante la cascata, più in alto dell’obelisco del monumento agli Eroi Taggesi, della luna, più in là del futuro, a Taggia. Vai, và dove ti porta il furgaro. Poi, non te ne rendi nemmeno conto, un giorno sei con le mani nere, sei loro artigiano. Prima cerchi un canneto non ancora sfruttato. E’ impossibile, a Taggia e dintorni non esistono più canne di bambù; per questo oggi si usano i pericolosissimi tubi di cartone che non si aprono ma esplodono, come la dinamite. Tagli il bambù un mesetto prima, che abbia il tempo di asciugarsi, sennò poi cola come un gelato. Scegli una giornata secca per macinare e mescolare la polvere. Guai a fumare o usare il robottino simak. Aspetti l’ultimo giorno, l’ultimo pomeriggio, un’occhiata al tempo e finalmente carichi. Tutti lo sanno: parenti, amici, nonni, mamme, fidanzate, mogli. Pure i carabinieri. Tu in quel momento sei in cantina con un arsenale: in un attimo potrebbe saltare tutto. Ma no, quel giorno no, ci pensa il Santo a salvare i taggiaschi, ci ha sempre pensato San Benedetto. Poi, che la festa cominci: Taggia va in fiamme e il giorno dopo rinasce dalle sue ceneri. Ha fatto molto male a Taggia ciò che è accaduto domenica sera. Il telegiornale ha parlato dell’esplosione in via San Dalmazzo, Taggia vecchia. Tre ragazzi gravemente ustionati e in pericolo di vita. Chi si preoccupa per loro, chi telefona, chi spera che non ci sia tra loro qualche amico, qualcuno che conosce.  I giornali parlano di “fabbriche di furgari” per la festa di San Benedetto. Ma siamo ad ottobre, la festa è a febbraio. Nessuno caricherebbe adesso un furgaro per spararlo a febbraio con tutta l’umidità dell’inverno davanti: sarebbe un suicido. Anche questo è scritto nelle regole. C’è chi teme per la festa: già l’anno passato s’è rischiato di non farla. Era finito, non si sa perché, il tacito accordo con la questura. O, forse, qualcuno voleva colpire il sindaco Genduso, l’unico, non allineato, in una provincia interamente di centro-destra. Bene ha fatto invece Genduso a cercare di capirla fino in fondo questa festa: è il primo, in questi ultimi anni, che si avvicina così tanto ai furgari.  Tanto, forse, da rimanerne scottato. Fin’ora c’era stata solo tolleranza per i furgari e s’è sempre puntato tutto sul corteo, la domenica successiva. Ma il sabato del 12 è la vera festa, quella dei taggiaschi. Chi ha tenuto un furgaro in mano quel giorno considera il corteo una mascherata per turisti. “Ci vogliono regole e responsabilità – dice Luca Napoli – vice-presidente dell’Associazione Fochi e Falodie San Benedetto – ciò che è accaduto va isolato dalla festa. E’ stata una imperizia pericolosa. Chi costruisce i furgari è responsabile e sa che, durante la lavorazione, non si fuma e non si usano apparecchi elettrici. Occorre distinguere questo caso che sarebbe potuto succedere a Benevento o Acerra (dove spesso esplodono “fabbriche di fuochi d’artificio”) dalla tradizionale festa di San Benedetto Revelli. Quei ragazzi stavano costruendo fuochi artificiali per festeggiare un evento privato, la nascita del figlio di uno di loro”. Fochi e Falodie è un’associazione di giovani nata l’anno scorso proprio per tutelare la festa di San Benedetto e non trasformarla solo in una mascherata medievale come tante. L’anno passato la festa ci fu e andò tutto bene. San Benedetto ha fatto il miracolo come al solito. A patto, come sempre, che si rispettino le regole.  Chissà, se dopo ciò che è successo domenica, Taggia saprà ancora rinascere dalle proprie ceneri.

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