Dietro una curva, improvvisamente, il nulla

L’idea del nostro territorio emersa da “Ferro, gomma, nave: conversazione sul futuro dei trasporti“, convegno tenutosi alla Fratelli Carli di Imperia in occasione del cinquantesimo compleanno dell’Autostrada dei Fiori, può far riflettere su come intendiamo la nostra terra e su quanto accadutovi negli ultimi 60 anni.
Il territorio occupa nella mente di chi lo abita spazi diversi, lontani tra loro, spesso conflittuali. Ma nell’incontro di Imperia s’è sfiorata l’unanimità: la Liguria di ponente è un ostacolo da vincere, un gigante da abbattere a colpi di trafori, viadotti, grandi opere. Il titolo del convegno conteneva già una pretesa antropologica, qualcosa che descrive precisamente la nostra epoca.
Modellato (volontariamente o no) su “Armi, acciaio e malattie”, il libro in cui Jared Diamond descrive come l’occidente ha imposto la propria geografia alle popolazioni indie, è un po’ un sistema, una visione del mondo. E, in fondo, di questo si tratta: la geografia, come la storia, la fa chi vince. E da noi i vincitori sono stati i palazzinari prima e i porticciulai poi, quelli che non ci hanno pensato due volte a devastare la costa e, anzi, proseguirebbero autostrade e moli fin sulle porte di casa.
Dunque non c’è da stupirsi se nel convegno s’è parlato del tracciato dell’Albenga Carcare Predosa come necessaria al nostro sviluppo, delle varianti della statale 28 e di raccordi, trafori, ponti e strategie come assolutamente necessari, trascurando le alternative. In realtà, l’argomento era come vincere definitivamente questa annosa guerra che abbiamo con i nostri monti, le nostre colline, il nostro mare. Pochi accenni sono stati fatti a ciò che quelle autostrade attraversano fuori dalla carta; nessuna voce s’è levata umilmente a farlo notare. Vorrei qui tentare io.

Sono stato da quelle parti. In progetto c’era di incontrare ciò che era rimasto, ciò che quel luogo ha ancora da dire e documentarlo, come spesso succede nell’entroterra. Io, mio fratello Franco e Nicola Farina, siamo stati ad Armo. Un viaggio into the wild per rincorrere una storia di cui avevamo sentito parlare. Troppo vera per essere vera, come in un film di Werner Herzog. Due fratelli di Ormea, all’inizio degli anni ’80 avevano abbandonato la civiltà e s’erano ritirati a vivere nel bosco. Incapaci forse di adattarsi ai nuovi ritmi che il mondo stava imponendo e fragili a contatto con il mondo dei civili, hanno accumulato dentro di sè rancori e infelicità fino ad esplodere. Ma la loro non è stata una ribellione violenta, contro gli altri. Non combattuto la società “da dentro” come spesso accade oggi, finendo sulle pagine di cronaca per un omicidio/suicidio o un reato clamoroso. Quella di Renzo e Franco Pelazza, è stata una scelta tutta personale e quasi ascetica: sono andati a vivere nel bosco. Come anacoreti, come eremiti, come baroni rampanti stufi dell’ennesimo piatto di lumache, si sono ritirati nei boschi per anni. Alla radice, forse, contrasti con la madre, che aveva un altro uomo. I “fratelli cinghiale”, li chiamavano. E con questo nome erano famosi come due secoli fa lo erano i briganti. Vivevano nel bosco e del bosco. Colle dei Signori, Monte Frontè, passo Sanson, Monjoie, Viozene, Frabosa, erano i loro posti. Giù qualcuno li dimenticò, altri hanno tollerato l’ aver trovato la casa estiva aperta: ma i fratelli Pelazza prendevano solo ciò di cui avevano bisogno. Qualche scatoletta di carne, tuttalpiù un sacco a pelo. Poi, all’inizio dei ’90. la madre fu ricoverata e fece richiesta di incontrarli. L’annuncio passò su Raitre, “Chi l’ha visto”. Donatella Raffai fece affiggere dei manifesti nei boschi: “Franco, Renzo, vostra madre vuole incontrarvi”. La terza rete affittò anche un aereo (quando ancora il servizio pubblico aveva i mezzi per farlo) e lanciò decine di volantini. I due timidamente si avvicinarono ad Armo. Non entrarono subito in paese. Rimasero per mesi nei dintorni, evitando la società. Poi l’incontro con la madre. La rappacificazione e la decisione di tornare. Oggi vivono in un container nei pressi del cantiere della Armo-Cantarana, una variante della statale 28 mai completata, ma presente spesso nei programmi elettorali e nei discorsi di ministri, sindaci, presidenti di provincia e regione. Il container gliel’ha regalato il sindaco e questo la dice lunga: da quelle parti, per un po’, non si vedrà nessuno, tantomeno gli operai. Della Armo-Cantarana esiste solo un lungo traforo-pilota che supera la montagna. Poi sono finiti i soldi e anche lei s’è perduta nei boschi, come i fratelli cinghiale. Oggi conduce idealmente al nulla, al lato selvatico che ancora c’è nella nostra civiltà. Li incontriamo superando le debite paure: noi forse facciamo parte degli altri, quelli che da casello a casello possono parlare al cellulare, ascoltare la radio, navigare su internet, fermarsi all’autogrill. Renzo Pelazza ci accoglie senza problemi, sembra felice di vederci. Suo fratello Franco, più timido e taciturno, è in giro per i boschi. Il container in cui vivono negli anni è diventato una grotta: i pavimenti sono di terriccio, le pareti piene di rami. L’odore è insopportabile. Difficile pensare che lì dentro abiti un essere umano di oggi. Renzo ci offre un bicchiere di vino. Dalla dispensa prende alcuni bicchieri. Il mio ha una lumaca attaccata. Pazienza: ciò che non ammazza fa più forti. Parla in dialetto, la lingua perfetta se vivi su queste montagne, tra Piemonte e Liguria. Ci racconta la sua storia: si sente a tutti gli effetti come un brigante, anche se non ha mai rubato nulla. Era il suo modo di vivere che lo portava in diretto contrasto con l’uomo moderno. Come quando li assunsero a Briga alta nel cantiere per una strada. Voleva che pagassero il lavoro subito, giorno per giorno, invece il principale disse che potevano ritirare i soldi solo alla fine del mese. No, così no, non gli andava, volevano essere pagati subito. Il principale disse che non era possibile, che dovevano aspettare. Ah, sì? Non ci volete pagare?, capirono i fratelli cinghiale, Allora costruite pure la vostra strada, disse Renzo, Poi vediamo chi avrà il coraggio di passarci e arrivare dall’altra parte tutto intero. Dopo quelle parole il capocantiere gli diede i soldi sull’unghia, ma li licenziò. Ci mostra le sue poesie. Sono versi che parlano della sua comunione con la natura. Parlano del silenzio, dell’ubago dei boschi. Mi viene in mente quello che diceva Francesco Biamonti: la Liguria, quella vera, cominciava dopo l’Autostrada, dopo l’A10. Prima, la massa informe che l’uomo ha costruito: case, casette, serre, argini, capannoni. Dopo, gli orti, le piccole frazioni, i boschi, fiumi. Il selvatico, la natura.

Chissà se i fratelli Pelazza hanno partecipato a “Ferro, gomma, nave etc…”. Del resto, li riguarda. Se mai faranno quella strada, la Armo-Cantarana, come auspicato nel convegno a Imperia, cosa faranno i fratelli Pelazza? Torneranno i “fratelli Cinghiale” Torneranno nel bosco? Da quando li ho conosciuti cerco di ricostruire ciò che manca negli annunci del traffico alla radio. Qualcosa deve esserci tra i viadotti, le gallerie, i rallentamenti, i pedaggi, le code.

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3 commenti

Archiviato in Centroterra, Contromano, Cronache del Sol Ponente

3 risposte a “Dietro una curva, improvvisamente, il nulla

  1. già, «il più delle volte da una curva non arriva niente e nessuno»
    da: Storie dell’anno mille (Tonino Guerra e Luigi Malerba)

  2. giarevel

    grazie, bello quel libro.
    A proposito, come l’hai classificato? CCD o altro?
    Bel post.

  3. CCD ovviamente: 853.9 (8 = letteratura, 5 = Italia, 3 = narrativa, 9 = XX secolo). Non lo presto da un sacco, non è più di moda (all’epoca la rai ci aveva fatto anche un film).

    grazie per essere passato dalle mie parti

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