I nuovi saraceni

Dai messaggeri l’annuncio tanto temuto: arrivano.
Ma, no, stavolta, non dal mare, troppo facile. Da dove? Chissà, forse l’A10 o l’Aurelia Bis. Il treno no, che poi se ritarda non rimborsano nemmeno. Ma sono in arrivo, lo danno per sicuro. Ancora non si vedono, ma sarebbero alle porte, roba di poco, dunque, qualche minuto ed eccoli, forse sono già tra noi.

Sono loro, i saraceni, i pirati che ci perseguitano, ora come mille anni fa. N’è passata d’acqua sotto il ponte, ma il tempo fa il suo giro, corsi e ricorsi, ed eccoteli di nuovo qua tra olive e mimose.

Solo che questi sono diversi, sono evoluti. Sono i “nuovi” saraceni.
Passati i tempi di scimitarre, barbe, Urì e mezzelune: oggi non li distingui. Uno dentista, l’altro notaro, la maggior parte avvocati o commercialisti, oppure impiegati e spesso anche floricoltori. Oddio, non si escludono anche elettricisti e giornalisti. In coda ai semafori, in fila alla posta, appesi ai tralicci sul bus potreste trovarvi vicino pure loro.

Per fortuna han perso le cattive abitudini: niente incendi, né violenze o tratte di schiavi. Pfù, roba da corteo storico. Oggi non va più di moda – (conosco uno che per un po’ è stato saraceno, nel ramo immobiliare, poi gli han dato due anni con la condizionale) – meglio dedicarsi ad altro, scegliere nuovi core businnesses – dice.

Non invadono a caso: cercano terreni incolti vicino alle strade, li pagano agricoli, regolano le plusvalenze, li vendono industriali o addirittura edificabili.
Non praticano più l’assedio: oggi basta un assegno.
Per conquistare una città non innalzano più lunghe scale sulle mura: oggi fanno OPA, joint-venture, cordate. Han pure pazienza: arrivano puntuali, stringon la mano, chiamano al cellulare. Sono gentili, pigiano per primi in ascensore, pagano il caffè al bar; sovente guidano il SUV, e (quando li vedono) danno la precedenza ai pedoni. Ma poi scalano i consigli d’amministrazione, assaltano le società in house e rubano l’acqua o la luce.

Quando si candidano per il comune o la provincia, son quasi verbosi. Poi per fortuna non si fanno più sentire. Intanto, tirano su plinti, montano solai, scavano discariche, dragano porti, spartiscono dividendi. Noi aspettiamo che qualcuno dica loro qualcosa, ma niente: da noi si può. Guai a farlo, anzi menomale che ci son loro.

Tant’è che noi stessi in famiglia, s’è pensato, più volte, di diventar saraceni: conviene. S’era ai tempi del condono. Era per quel vecchio casone in campagna, e pure dopo, quando si presero la serra per lo svincolo dell’Aurelia Bis. Ma alla fine niente: saraceni si nasce.

E’ che oggi noi, questi nuovi saraceni, non sappiamo proprio come combatterli. Niente usbergi, colubrine, archibugi e alabarde. Di questi deterrenti abbiam piene le cantine, come del Sequestrene. Non servon più a niente.

Forse per questo, ispirati ancora dal nostro nobile Santo, abbiamo teso nuovamente l’imbroglio: quando vedranno la costa frastagliata di cemento e la valle, un mosaico d’asfalto, Ah, di qui siam già passati, diranno.

E torneranno indietro.

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4 commenti

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4 risposte a “I nuovi saraceni

  1. L’hai detto, “saraceni si nasce”. E noi non ci siamo nati, e ne andiamo anche fieri. Sì, siamo razzisti, perché con questa razza non abbiamo proprio niente da spartire. Ciao.

  2. pia

    I Saraceni veri potrebbero offendersi…
    Quando poi l’Italia si sgretola, si invade di terra liquida, crolla e la gente è alla sbarra, di loro neanche l’0mbra: erano già passati e aspettano ul momento buono per tornare all’attacco.

  3. Già a scanso di equivoci, bisogna dire chiaro che qui non si parla dei saraceni etnicamente intesi, bensì dei barbari che saccheggiano la nostra terra in nuove e irreversibili invasioni.
    Grazie Pia, grazie Alberto

  4. non rimborsano per l’autostrada non lo sapevo

    grazie baroni rampani dai un okkio al mio blog dimmi che ne pensi.

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