Le parole, la lotta

Non esistono parole per tutte le stagioni. Nessuno di quelli che si mettono dietro a riempire uno o più fogli bianchi può sperare di andare bene sempre.
Ho questa idea della letteratura, che più che una libreria, io, nel soggiorno, possieda un armadio pieno di parole con cui vestire i giorni che passano.
Così l’inverno lo trascorro di solito con i russi, Kafka, ma anche coi postmoderni americani (a parte Natale che lo dedico a Buzzati). La primavera con Giono, impossibile farne a meno, Malerba, Ballard e Sheckley. L’estate la passo con qualche Urania, e poi Calvino, Bianciardi, Tondelli, Cortàzar. A volte Hemingway, Sciascia.

Ma se dovessi indicare le parole giuste per questo periodo, certamente sarebbero quelle di Francesco Biamonti.

Non è solo per il suo stile, così adatto, a mio parere, alla luce che scema dell’autunno, quando si ha ancora in mente l’abbacinante chiarore dell’estate (e qui, chi meglio di Montale), ma più che altro per i temi, gli argomenti, le cose che racconta.

L’immagine che associo di più alla scrittura di Biamonti è quella dei maxei, dei muretti a secco. Il muretto a secco ha in sè qualcosa di liturgico, prima che pratico. Serve a frenare l’inevitabile trasformazione del paesaggio, ma ha anche un valore che sorpassa la sua stessa funzione architettonica.
Oggi si potrebbe risolvere il problema con due ferri, una pattumiera e un po’ di zetto (e in molti casi è così, salvo poi ricoprire il tutto con “pietra naturale”, per pulirsi la coscienza). Ma sarebbe, è, una solida bestemmia.
I maxei sono il sistema che migliaia di anonimi agricoltori hanno usato per superarsi, trasmettersi alle generazioni successive, nell’eterna lotta contro lo scorrere del tempo, nella continua lotta con il paesaggio.
La realizzazione di un muretto a secco deve prima passare dall’analisi delle caratteristiche di ciò che lo comporrà. Prima i sassi più piccoli, le scaglie, poi quelli più pesanti e grossi, alla base, infine tutti gli altri, a seconda della loro forma e dimensione, uno sopra l’altro, incastrati senza cemento, senza altro legante che l’esperienza e l’intelligenza dell’autore. Il cemento esclude il contatto con la terra, una saggezza così intensa derivata dal fatto di toccarla, maneggiarla, rispettarla tutti i giorni.

C’è una religione nei muretti a secco. Dico religione perchè è tipico di ogni religione puntare oltre l’uomo attraverso le proprie azioni, attraverso la liturgia, per entrare in contatto con qualcos’altro di cui non si ha percezione. Per intenderci, c’è chi ha costruito piramidi, zikkurat, templi di marmo. Noi abbiamo costruito i maxei.

Le parole di Biamonti sono come i muretti a secco: precarie, instabili, continuamente bisognose di cure per arginare i danni della nostra continua lotta con il paesaggio. Ma lui è stato più forte: ora che non c’è più, i muretti delle sue fasce di mimose o di olive continueranno a gonfiarsi e a cadere per le piogge, l’edera li spaccherà con le radici, ma gli altri, invece, quelli che ha costruito nei suoi libri non cadranno mai, rimarranno sempre lì a proteggere la sua terra. Le parole di Biamonti sono i maxei della nostra letteratura.
Francesco Biamonti ha trasfigurato sé stesso nel suo paesaggio, ha scelto la via della metafisica come un ultimo estremo tentativo di salvarlo (e di salvarsi).

Dalle sue parole può trarre consiglio chi questa Liguria se l’è trovata già decomposta e non può far altro che constatarne l’inarrestabile decomposizione. Se, ai tempi di Biamonti (solo 10 anni fa), era ancora possibile immaginare che la lotta tra uomo e paesaggio finisse con un generale armistizio, oggi la guerra sembra definitivamente persa. Non passa giorno che non si infieriscano nuovi colpi al territorio.
Ma anche muri armati e le fondamenta profonde prima o poi soccomberanno, è solo questione di tempo. L’edera troverà il modo di infilarvi le radici.
Invece i maxei che ricostruiremo con le nostre parole si salveranno e ci salveranno.

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6 commenti

Archiviato in Letture

6 risposte a “Le parole, la lotta

  1. Infatti le parole sono pietre.

    Non so se ti ricordi di queste foto e dello scritto di Giovanni Boine che Francesco Biamonti tanto ammirava. Ciao.

  2. giarevel

    Grazie Alberto, non lo avevo ancora letto. E’ perfetto.
    Ma perchè non proponiamo che questi muri a secco divengano un patrimonio culturale comune del ponente ligure? Non vorrei dire Unesco, ma qualcosa di molto simile. Forse si riuscirebbe a salvare qualcuna di queste cattedrali

  3. E allora dovresti guardare anche QUI.

  4. pia

    Ti dedico un post sul mio blog…

  5. gian paolo

    Concordo pienamente sul fatto che i muri a secco divengano patrimonio culturale, ma non solo del ponente ligure, come dimenticare “i maixei” a strapiombo sul mare delle Cinque Terre?

  6. giarevel

    Certo Gian Paolo,
    infatti le 5 terre sono già un patrimonio mondiale dell’Umanità UNESCO, leggi: qui.
    Occorrerebbe che la Provincia di Imperia presentasse un’istanza per i maxei del Ponente.

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