Swedish wood

Quando stamane ho letto la notizia che Ikea si è aggiudicata l’area dismessa dalle ferrovie di Ventimiglia, ovvero che nel nascituro “Parco del Roia” sorgerà molto probabilmente una nuova sede IKEA, ho avuto un tuffo al cuore.
Non perché mi dispiaccia: meglio un mobilificio che il nulla. E meglio un mobilificio (così lo continuo a definire, con buona pace del suo inventore Mr. Ingvar Kamprad) che un autodromo o una colata di cemento. IKEA almeno è legno. Swedish wood, appunto.

Non mi dispiace che quelli di Ikea abbiano scelto una zona nuova e strategica nel Ponente ligure, per sanarla e portarci le loro masserizie intelligenti. (Si mormora che abbiano fatto un salto anche a Taggia ma siano fuggiti subito, terrorizzati dal caos urbanistico e dal traffico della bassa valle Argentina).

Non mi dispiace che, tra poco, le coppiette in crisi da Albenga a Toulon, avranno un’opportunità in più per accorgersi del loro disamore: sarà il letto Mandal o il divano Ektorp a dividerli?

E non sarà nemmeno un male vedere tutti quei pargoli giocare felici nel “Paradiso dei bambini”, una specie di Città dei Balocchi creata ad hoc per intrattenerli mentre i loro genitori litigano sulle cucine e i materassi. Anche se spesso poi se li dimenticano e più che un ipotetico paradiso dei bambini diventa un reale “parcheggio dei figli”.

Non mi dispiace poi che anche da noi arrivi chi ha saputo letteralmente alfabetizzare al design moltissime persone. Anche a costo di omologarne i ripostigli. Se l’omologazione aumenta la qualità della vita, allora si chiama educazione.

E gli hot dog, il Lingonberry, le marmellatine di mirtilli, i biscotti con le letterine, il salmone, le Inlagd Sill, prelibate aringhe marinate con le cipolle. Forse entreranno tutte nella nostra dieta, come alternativa ai pignurìn e alla sardenaira.

E poi devo dire che sono stato previdente. Addirittura Profetico. Almeno un merito quelli di IKEA me lo devono riconoscere se apriranno a Ponente. Tre anni fa, nel mio “A 10”, (edito Ennepilibri, se avete la fortuna di trovarlo), anti-road movie in Autofiori sul furto di un Rembrandt tra Nizza e Spotorno, i protagonisti, tre ladruncoli da quattro soldi, si trovano a inseguire una berlina BMW con una Twingo, perché la Volvo l’aveva presa la moglie di uno di loro per andare proprio all’IKEA. Ma la più vicina era a Genova. Ora ne avremo presto una anche noi.

Il tuffo al cuore l’ho avuto per un altro motivo. Qualcosa di personale e ambizioso. Un progetto di vita che, presto, prestissimo, io e il mio amico Donald Datti avremmo intrapreso se la multinazionale svedese non ci avesse potato le speranze.
L’idea è molto semplice. Di quelle che vengono così, tra amici seduti al bar che vogliono cambiare il mondo. Il concetto è questo: vi siete mai chiesti che cosa significano i nomi dei mobili IKEA? Spero proprio di sì. Soprattutto se ne avete acquistato uno. Io non mi siederei mai su una poltrona che si chiama “Boliden”, non mi addormenterei mai in un letto “Leksvik” o “Flöro”, non mangerei mai su un tavolo “Bjurstra” senza conoscere esattamente che cosa significa davvero quel nome. Si rischia di fare la fine di chi si fa tatuare il proprio nome in cinese.

Così io e Donald ci siamo scervellati per un po’ su che cosa fossero quei nomi. Divinità vichinghe? Nomi propri di suocere svedesi? Improperi scandinavi per cani da slitta? Boh. Alla fine decidemmo che erano località. Toponimi. Nomi di luoghi vicini a casa, che la mente prolifica del signor Kamprad affibbia a sedie, comodini, cuscini, scolapasta, lampade alogene. Ecco allora che la lampada, anzi, la lampadina s’è accesa davvero: perché non realizzare anche noi un mobilificio componibile, un’IKEA nostrana, in tutto simile alla società svedese tranne che nei nomi delle suppellettili? Questi avrebbero dovuto essere tratti esclusivamente dai toponimi locali.

Ci sarebbero stati, ad esempio, la poltrona Realdo, il divano Sanremo, il tavolo Taggia e l’armadio Agaggio. La sedia Oneglia, lo sgabello Diano, la chaise-longue Vallebona, il futon Badalucco. Con variazioni a seconda dell’utilizzo: come la pattumiera Ozotta o il bidone Ponticelli.
La linea più raffinata, in cui i nostri designer avrebbero dato il meglio, avrebbe avuto nomi in dialetto: il buffet Sciusciasciurbì, l’abat-jour Barlüme, la tenda Testaiun, la cucina Zemìn.
Addirittura si pensava di trarre nomi dalla politica: il lavabo Borea, lo scopino Sappa (ora Strescino), la mensola Zoccarato. Naturalmente impiallacciatura di noce su truciolare da falegname. E poi ci sarebbe stato il top di gamma: il divano Scajola. In vera pelle umana sarebbe stato il vero sofà della provincia, su cui tutti prima o poi vanno a sedere. E stanno sempre comodi.

Avevamo già il nome: Ligea. Ma ve l’immaginate? Marito e moglie: Unt’i vai? A vagu all’Ligea.
Ora non ci resta che studiare qualcos’altro. Vabbè. E poi, forse, non avremmo fatto tanta strada. IKEA vende mobili, in provincia di Imperia, invece, tutto è immobile da sempre.

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3 commenti

Archiviato in Cronache del Sol Ponente

3 risposte a “Swedish wood

  1. pia

    Sì, la staticità di questa provincia è impressionante: paralisi generale. E mi sento anch’io così, come se le energie fossero braccate.
    Non mi resta che trastullarmi sulla chaise-longue Vallebona, ma è proprio qui che non trovo pace e sono nauseata dal risultato elettorale e tutto il resto.

  2. giarevel

    Incredibile, ormai potremmo chiedere la secessione dall’Europa, dalla Liguria, dall’Italia e dichiarare il granducato di Scajola 😉

  3. Mauro

    La cosa che dispiace è che le giovani coppiette arriveranno all’Ikea, ma senza neppure passare o vedere (se non da molto sistante) Ventimiglia, autostrada-ikea-autostrada. Per cui nessun ritorno per la nostra disgraziata citta. Solo spazi in meno che potevano essere utulizzati diversamente.
    Bravo , mi piace come suona quel che scrivi

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