La vita, le ciliegie e tutto quanto

L’albero è là, in regione Licheo, sulla strada per Badalucco, poco dopo il ponte dell’A 10.
Vicino alla serra, tra gli orti di ruscus, nella campagna che mio nonno ha sottratto alla montagna 40 anni fa.
Ci si arriva dalla strada, facendo attenzione ad attraversare, perché la curva è cieca. Si prende a salire per un sentiero che con il tempo è diventato una mulattiera, ma rimane severo come un tratturo.
A due passi c’è un casone in cui i miei tengono concimi, fertilizzanti, veleni. Dalla chioma spunta un palo d’alluminio voluto dall’Enel. Ai tempi, ricordo che mio nonno non ne fu per niente contento. Ma tant’è.

Se non le avessi già raccolte tutte, non direi mai dov’è il mio albero delle ciliegie. Ne sono geloso come di un amore. Invece, adesso che il matrimonio è stato consumato, me ne vanto come un latin lover.

Ci sono andato domenica sera. Attento a non rovinarmi gli innesti, mi ha detto mio padre. Lui è diverso da me, di quelli che preferiscono innestare, potare, concimare, cercare la perfezione nella pianta stessa intesa come macchina vegetale. Il “coltivare” in assoluto insomma. Io mi esprimo meglio nel raccogliere, piluccare, assaggiare i suoi risultati.

C’è un momento della primavera in cui essa degenera rapidamente nell’estate. E spiace sempre, perché, effettivamente, la primavera è la stagione più corta, soffocata sul nascere dal freddo e incalzata sul più bello dalla canicola.
E’ in quell’attimo di passaggio, in cui il sole, l’aria, tutto è già diverso, che sento di dovermi addentrare tra i rami, di farmi accarezzare dalle foglie, una inesplicabile voglia di raccogliere, tirare, tastare, mangiare le ciliegie.

L’albero non è vecchio, ma nemmeno giovane. Avrà sì e no la mia età. E se li porta più o meno come me.
Il ciliegio è l’albero che vorrei essere. Non è sottile e nodoso come un pesco o esile come un albicocco. Non è ruffiano come un fico. Né smagliante come un limone. E’ solido, verboso a volte. Sulla corteccia che lo avvolge si possono leggere poesie. Ha una chioma folta, sorretta da rami nerboruti. Sotto i ciliegi si sta bene, c’è ubago e fresco.
Ma è anche un albero delicato. E’ bastata una malattia per farne fuori molti nella piana di Taggia. Era qualcosa che se li mangiava dentro, nel midollo.

Lo vedo muoversi. Non c’è vento, solo una certa aria di attesa. Più mi avvicino più, tra le foglie che vibrano, comincio a notare i suoi richiami. Sono piccole, lucide e nere come la notte. La natura conosce i nostri desideri e li dispone nei suoi frutti, gioca con noi per i suoi scopi, invano cerchiamo di non farne parte.
In una ciliegia c’è già tutto: il rosso carnoso avanzato dalle labbra; la piccola tenerezza di un viso, inventata prima dell’uomo; la ricerca del piacere segreto, l’antidoto matematico alla solitudine. Un software perfetto.

Il ciliegio del Licheo ha gonfiato i suoi piccoli doni. A quelli più in basso arrivo immediatamente. Due le mangio, una la butto nel cavagno. In breve mi trasformo. Divento una bocca con due braccia. Per ogni ciliegia che raggiungo, ce n’è un’altra più in là, che pare più buona. Non ho la scala. Mi allungo, la colgo, arriva assieme ad un’amica. Poi ecco, dietro a una foglia ne vedo una ancora più tonda e scura. Mi rizzo sulle dita dei piedi e la prendo. Per un’altra ancora più netta e paffuta ci vuole un saltino. Ma il gioco si fa duro, il ciliegio è furbo, solo ora mi scopre i rami più alti ricchi di grappoli prelibati. Salto, rimbalzo, non ci arrivo. L’albero mi prende in braccio. Salgo quanto basta per arrivare alle prime. Qualcuna l’han già pittata gli uccelli. Ma le più buone sono ancora oltre, le illumina il sole. Il ramo oscilla, l’orizzonte si muove.
Forse la vita è un po’ come la ricerca alla ciliegia più buona. Trovatane una che sembra il massimo, ce n’è sempre un’altra un po’ più in là che sarà meglio. Mangiare ciliegie è, in un certo senso, cercare di rimediare all’insoddisfazione dei nostri sensi. L’accorgersi, volenti e dolenti, che siamo incompleti.

A quelle due rosse che pendono nell’azzurro sull’ultimo ramo non arriverò mai. Ho la pancia che gorgoglia e mi trattiene anche la memoria remota di un’indigestione fatta in gioventù. E, poi, dovrei raccoglierle per la marmellata. Sposto lo sguardo. Sul ponte dell’A 10, sparato nella canicola, passa un autoarticolato. C’è chi sta peggio di me.

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3 commenti

Archiviato in Centroterra

3 risposte a “La vita, le ciliegie e tutto quanto

  1. pia

    Bellissimo.
    I ciliegi ti ringraziano per averli saputi “cogliere” così bene.
    Ciao, Pia

  2. Pensi che quelle due che sono rimaste più in alto, sull’ultimo ramo, potrei riuscire a raggiungerle? 😉

  3. giarevel

    Io c’ho provato in tutti i modi… ma tu con il tuo fisico da cestista (cesto o cavagnu va bene lo stesso)… secondo me ci arrivi!

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